Salvini salvo, Di Maio meno: è nato un altro MoVimento 5 Stelle

Vince Salvini. E questo lo sapevamo da giorni. Pure nel caso la base grillina avesse votato in massa per l’autorizzazione a procedere ci saremmo ritrovati a parlare di un segretario della Lega pronto ad involarsi verso una schiacciante vittoria alle elezioni Europee sull’onda emotiva del caso Diciotti.

Ma è la percentuale di iscritti M5s che salva Salvini la vera notizia della serata. Il fatto che al netto di tutti gli appelli, i distinguo, i tentativi di orientare il voto da parte di Luigi Di Maio, alla fine sia stato soltanto il 59% dei votanti a seguire la linea tracciata dal “capo” politico.

Quasi la metà dei pentastellati ha scelto di esprimere un voto di dissenso rispetto all’indicazione dei vertici. C’è uno scollamento tra la famigerata base e il MoVimento 5 Stelle di governo che non può essere derubricato ad episodio isolato. Non fosse altro perché il tema oggetto della consultazione online – per inciso, una pagliacciata manipolabile, aliena rispetto a qualsivoglia forma di controllo sulla regolarità – investiva un tema caro all’elettorato grillino come l’immunità dei parlamentari di fronte alla legge.

Ora non è chiaro se Luigi Di Maio abbia sensibilità politica per rendersene conto o se sia troppo sollevato dal fatto di aver salvato il posto al ministero: quel che è certo è che il 40% di voti favorevoli all’autorizzazione a procedere sono il primo vero terremoto che mina la sua leadership all’interno del MoVimento 5 Stelle.

Stavolta non si tratta di qualche dissidente da mettere in castigo, non c’è in gioco un derby tra grillini Dc e grillini comunisti, tra chi preferisce la compostezza di Di Maio all’arroganza di Di Battista, sulla Diciotti matura una spaccatura molto probabilmente insanabile, l’evidente impossibilità di conciliare le aspettative degli “ortodossi” del MoVimento con i compromessi necessari a governare che si tratti di stringere un’alleanza con la Lega o che si parli di salvare il suo leader.

Sarebbero bastati solo 5mila voti in più ai “No” per segnare la fine della leadership di Di Maio all’interno del MoVimento 5 Stelle. E di conseguenza per porre fine all’esistenza del governo. Il paradosso è che a sancirla non sarebbe stato Salvini.

Se il voto online non ha ucciso l’esecutivo, però, è chiaro che ha inspessito la fronda che si oppone all’attuale guida politica, ha partorito l’opposizione interna, una minoranza pronta all’Opa. Da oggi non c’è più un solo MoVimento. Ne è nato un altro.

18 motivi per salvare Salvini sulla Diciotti

Al di là delle elucubrazioni mentali del M5s sul voto online che dovrà decidere se salvare o meno Salvini. Sorvolando sui tentativi disperati di influenzare il voto da parte di Di Maio e company, terrorizzati dall’idea che il governo possa cadere. Ci sono almeno 18 buoni motivi per negare l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini sul caso Diciotti. E lo dice uno che il leghista non lo ama particolarmente, per usare un eufemismo.

  1. Mandare a processo Salvini significa trovarsi la Lega alle Europee al 40%. Minimo. Volete questo?
  2. Quella di Salvini sulla Diciotti è stata una manovra spregiudicata e disumana nei confronti di disperati: ma parlare di sequestro di persona è giuridicamente inesatto. Non scherzate.
  3. Salvini sta applicando in fatto di immigrazione le misure largamente annunciate in campagna elettorale. Vabbé, rimpatri a parte su cui l’ha sparata grossissima. Andava squalificato prima se le sue proposte erano “illegali”.
  4. Non siete stanchi dei processi politici? Siete, cari grillini, i giustizialisti manettari che abbiamo sempre pensato che foste? Smentiteci, sorprendeteci.
  5. Votare contro Salvini sulla Diciotti significa sconfessare la linea politica dell’intero governo. Ora, noi saremmo anche d’accordo, ma “amici” M5s siete davvero così autolesionisti?
  6. L’avversario politico si batte alle elezioni. Volete mettere la soddisfazione?
  7. Occhio a creare un precedente (oddio, in effetti ce ne sono già altri): la magistratura faccia la magistratura, consenta alla politica di fare politica.
  8. Punire Salvini sulla Diciotti servirà ad evitare un nuovo caso Diciotti? No. La linea del governo è compatta sulla linea dei “porti chiusi” (che poi anche questa è una bufala).
  9. Mandare Salvini a processo per una questione legata ai migranti: pensate cosa accadrebbe un minuto dopo. Volete davvero rendere il clima nel Paese più avvelenato di così?
  10. Ci regalate la soddisfazione di vedere Di Maio arrampicarsi sugli specchi mentre giustifica per la prima volta la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di un esponente politico, peraltro suo alleato di governo?
  11. Volete provare a rendere il MoVimento 5 Stelle una forza politica se non “normale” quanto meno ragionevole?
  12. Con Salvini a processo il governo cade. Se non oggi, domani. Se non domani, dopodomani. Di nuovo: a noi sta bene. Ma lo sapete che oggi ci condannereste a Salvini premier, sì?
  13. Salvare Salvini significa risparmiarci mesi di dirette Facebook in versione “san Matteo da Milano martire“. Ci fate il piacere?
  14. Cari M5s, vi siete messi in un brutto guaio: sarete attaccati qualsiasi decisione verrà presa su Rousseau. Consiglio: l’anima (se mai l’avete avuta) l’avete persa. Risparmiatevi quel po’ di faccia che è rimasta: date seguito alla linea politica che avete concordato con l’alleato, siate rispettosi se non degli italiani almeno di voi stessi.
  15. Processare Salvini riporterà questa Lega nell’alveo del centrodestra. Vi invitiamo a restare uniti: per l’Italia vogliamo un altro centro-destra. Non un destra-centro.
  16. Non è da escludere che una decisione contro Salvini porti un pezzo di M5s ad allearsi con il Pd de-renzizzato. Anche in questo caso: per l’Italia vogliamo un altro centrosinistra. Restate vicini a Salvini. Forza.
  17. Ve lo diciamo qui e siamo pronti ad accettare scommesse: anche mandato a processo, Salvini verrebbe assolto. Risparmiatevi la fatica: non ne vale la pena.
  18. Davvero non vi sono bastati gli altri 17?

Borghi ha gettato la maschera della Lega sull’Europa

Sappiatelo fin da ora: le dichiarazioni di Claudio Borghi verranno catalogate a breve come “posizione personale” del deputato del Carroccio. Ma c’è un fatto, che non è secondario: Claudio Borghi è il responsabile economico della Lega. E se il responsabile economico della Lega in un convegno sull’Europa pronuncia testuali parole:”Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne“, se le pronuncia, dicevamo, allora c’è da pensare che forse è questa la vera posizione della Lega. Più che una exit strategy una Italexit.

Come se la lezione sulla Brexit non avesse insegnato nulla, come se le paure dei mercati, quelle che hanno fatto schizzare lo spread verso l’alto, le stesse costateci diversi miliardi di euro, fossero state in realtà tutto uno scherzo, argomenti buoni per un dibattito tra economisti amanti della teoria. Così torna lo spettro di un cigno nero che sembrava essersi volatilizzato. Ed ecco riaffiorare in superficie la vera natura della Lega, che non è cambiata sulla questione delle autonomie e nemmeno rispetto al proprio euro-scetticismo.

Non si tratta di una questione banale, non si parla di una dichiarazione roboante che lascia il tempo che trova. Al netto delle rassicurazioni e delle smentite che Salvini firmerà da qui alle prossime ore, nonostante i proclami che dalla Lega arriveranno sulla volontà di cambiare l’Europa dal suo interno, è fuori dall’Ue che il Carroccio ci vuole. Ma l’Italia non è, rapportata all’Europa, ciò che sono il Veneto o la Lombardia rispetto allo Stato centrale. Non è una “regione virtuosa” che può permettersi di richiedere l’autonomia.

Sarà bene spiegarlo a Borghi. Non prima di averlo ringraziato: ha il merito di aver gettato la maschera della Lega sull’Europa. Lo ha fatto in tempo. Forse.

Salvini e l’autonomia: svegliati Sud, la Lega non è cambiata

L’accelerazione sulla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” cos’è se non la prova che la Lega è rimasto il partito del Nord? Certo Umberto Bossi non è più in cabina di comando, e sì, parole d’ordine come “secessione” e “Roma ladrona” sono state stracciate dal vocabolario del Carroccio ormai da tempo. Ma è lì, nella Padania, nella regione senza confini delimitati dalle cartine, che è rimasto incastonato il cuore della Lega, sempre lì che le radici del consenso sono conficcate in maniera così profonda da non poter ignorare una questione sentita come quella dell’indipendenza dal corpaccione statale, dalla zavorra che frena e limita il volo.

Potrà sembrare un’eresia, ma quell’Umberto Bossi era rispetto a Matteo Salvini un finissimo pensatore politico, un illuminato visionario che aveva compreso prima di tutti il sentiment profondo e malcelato di un ceto produttivo, quello settentrionale, che gli sperperi di denari da Roma in giù non era più disposto a pagarli. Matteo Salvini di quella tradizione politica è l’erede. E a quella “legacy” politica deve far riferimento. Così può sorprendere soltanto chi ha voluto scientemente farsi abbindolare dai “bacioni” salviniani, il fatto che oggi la Lega alla prima occasione utile doti il Nord della possibilità di accelerare in maniera tale da lasciare indietro il Sud in maniera definitiva.

Non che sia giusto privare chi corre più veloce della possibilità di raggiungere più ambiziosi traguardi. Anzi, chi scrive è convinto che una maggiore concessione di poteri alle regioni costringerà anche quelle del Meridione ad una maggiore responsabilità nelle scelte. Ma il rischio che la riforma pensata dalla Lega in accordo con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna spacchi un’Italia già fratturata di suo è altissimo. Il Sud può provare a restare in scia per come può, l’idea di una macro-regione di Caldoro è una delle tante, ma che questioni come la scuola e l’assistenza sanitaria siano più o meno efficienti a seconda del gettito di una regione è qualcosa che gli onesti contribuenti del Meridione non meritano di scontare.

Da qui due conclusioni: l’assenza di un “partito del Sud” – nonostante la presenza al governo di un MoVimento 5 Stelle che proprio nella metà più povera d’Italia ha ottenuto i maggiori consensi – capace di tutelarne adeguatamente gli interessi. E la caduta della maschera di Matteo Salvini. Tornato da “prima gli italiani” a “prima i padani”.

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

Chi ha ragione tra Francia e Italia

La sensazione provata da milioni di italiani dopo la decisione della Francia di richiamare il proprio ambasciatore è più o meno quella che si provava dopo un litigio di quelli forti, da bambini, con l’amico del palazzo accanto. Ti costava pure ammetterlo, perché lui le voleva sempre tutte vinte, eppure sapevi in cuor tuo di esser stato prepotente, di aver sbagliato, di dover fare – se non delle scuse – quanto meno il primo passo per riportare la pace.

Ecco, così è Italia-Francia. E peccato non sia una partita di pallone. Lì, almeno fino a qualche anno fa, avevamo qualche occasione di dire la nostra. Questa volta no. Non abbiamo motivo di iniziare una guerra coi nostri vicini, se non quella che fa bene a Di Maio e Salvini (per ora): distogliere l’attenzione dai problemi più gravi che ci portano ad essere il fanalino d’Europa dal punto di vista della crescita.

Ma possibile, diranno i sovranisti coi paraocchi, possibile che anche quando ci “attacca” un’altra nazione voi preferiate schierarvi contro questo governo? Possibile, purtroppo. Perché il torto e la ragione non hanno bandiera. E se provochi, stuzzichi, attacchi, devi aspettarti prima o poi una reazione, non puoi stupirti.

Se vai ad incontrare il leader dell’ala più estremista dei gilet gialli, quella che un sabato sì e l’altro pure mette a ferro e fuoco Parigi, se lo fai senza neanche la correttezza di avvisare il governo locale di un incontro di natura politica, vuol dire che non solo ignori le regole basiche della cortesia istituzionale, ma che sei anche uno sprovveduto, un pericoloso sprovveduto.

Se fai campagna elettorale sui terroristi italiani in Francia, se invece di lavorare a livello diplomatico col tuo omologo ministro dell’Interno affinché ne faciliti l’espulsione, vuol dire che non solo di riportare questi criminali a casa non ti interessa più di tanto, ma che sei un doppiogiochista, un pericoloso doppiogiochista.

Se diffondi teorie bugiarde sul franco “coloniale”, se ti lamenti con gli unici che fino ad oggi avevano rispettato gli impegni di redistribuzione dei migranti nei vari casi creati ad arte dalla Diciotti in avanti, se il tuo Presidente del Consiglio ammette alla cancelliera tedesca che il MoVimento 5 Stelle ha deciso di prendere di mira la Francia perché altrimenti non sa come frenare il suo declino, allora devi aspettarti che dall’altra parte delle Alpi qualcuno prima o poi reagisca.

Vi beccate – e ci becchiamo – che la Francia non si prenda più i migranti che aveva accettato di prendere in segno di amicizia verso l’Italia, che Air France si sfili dal tentativo di salvataggio di Alitalia, che agisca con un atto forte, risoluto, antipatico ma obbligato, dal loro punto di vista giusto e, purtroppo, anche dal nostro.

Ed è proprio questo il fatto che più difficilmente vi perdoneremo: l’averci costretto a vergognarci dell’Italia, almeno di quella che voi rappresentate.

Perdere la faccia o vendersi l’anima

di maio pensieroso

Concedere o no l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini? Stare nel mezzo: dire sì in giunta e no in Aula? Lavarsene le mani con un sondaggio sul blog? Sono le domande e le ipotesi che in queste ore affollano i pensieri di Luigi Di Maio, a riprova del fatto che il dubbio amletico, salvare o non salvare Salvini, al netto delle rassicurazioni del leghista, è un nodo cruciale per la tenuta del governo. Perché è francamente impensabile che un ministro dell’Interno continui a far parte di un esecutivo che sul caso Diciotti prima ne appoggia le azioni (disumane e strumentali), e poi quando si tratta di assumerne le responsabilità lo abbandona al proprio (dubbio) destino.

Eppure è proprio la coerenza dei comportamenti, dei fatti che dovrebbero seguire alle parole, che in un caso o nell’altro creerà problemi non marginali ai 5 Stelle. Perché decidere di evitare a Salvini il processo, opporre lo scudo parlamentare alla richiesta dei giudici, equivale a dire che sì, in qualche caso, per quanto isolato, per quanto specifico, esiste un cittadino, peggio, un politico, che può essere al di sopra della legge. E’ una questione che tocca da vicino la questione “etica” dei grillini, giustizialisti convinti e adesso spaccati da un problema che li costringe a scegliere tra la lealtà all’alleato e a quella dei propri princìpi.

Ma il punto che sfugge a molti è probabilmente un altro. Ovvero che la scelta più ovvia, quella più giusta secondo logica, salvare Salvini, si scontri in maniera inconciliabile con quello che fino ad oggi il MoVimento 5 Stelle è stato. Un partito quasi settario, dove la ricerca della “purezza” ha portato all’esasperazione della fede. Un gruppo di integralisti che pur di enunciare la propria superiorità ha denunciato un alto grado di distaccamento dalla realtà.

Eccolo, il nodo cruciale, l’impossibilità di fare la cosa giusta. Perché la cosa giusta non è in linea con i comandamenti del MoVimento. E’ un peccato originale che prima o poi presenta il conto. E’ arrivato, è dietro l’angolo. Bisognerà alla fine scegliere: tra perdere la faccia e vendersi l’anima.

Salvini e Sanremo 2020: ho fatto un sogno (ed era un incubo)

Archiviata l’edizione 2019 del Festival di Baglioni: sonnacchiosa e sonno-lenta, piatta e deludente. Eccoci al 2020: Salvini ha fatto cadere il governo subito dopo le elezioni Europee. Voto in autunno: Lega al 36%, Fratelli d’Italia al 5%, governano da soli. Arriva febbraio, l’Italia si ferma per il Festival della Canzone (rigorosamente) Italiana.

Alla conduzione c’è Lorella Cuccarini, la sovranista più amata dagli italiani. Le indicazioni sono chiare:”Non vogliamo vedere più robe come l’anno scorso…”. Non c’è bisogno di spiegazioni: Nino D’Angelo (solo mio omonimo) è fuori. Il napoletano non è “italiano”.

Ci sarebbe quella band toscana…ma sì, i Negrita! D’altronde la regione è ormai terra fertile per la Lega. Lontani i tempi delle inespugnabili roccaforti rosse. Eh no, ci dispiace, l’anno scorso sul palco hanno riservato una stoccata al “Capitano” parlando “dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco“.

Ok, ma quel giovane promettente, quello che ha cantato per ultimo, all’una passata della prima serata ed ha un nome strano. Ah ecco, Mahmood. Ma scherziamo? Quello ha il papà egiziano: è un clandestino, è già tanto che non lo rispediamo a casa sua. Ma invece Motta, che cantava “dov’è l’Italia? Mi sono perso“? Fuori anche lui, non abbiamo bisogno di qualcuno che metta in dubbio la nostra identità!

Va bene, passiamo alle vallette. No Belen, troppo argentina. No Hunziker, sarà svizzera ma sembra tedesca e strizza l’occhio alla Merkel. Ci serve un’italiana, meglio se padana. Ci ripromettiamo di controllare. E i comici? No, quest’anno niente. La satira fa ridere se è rivolta ai governanti, ma qui il dissenso non è ben visto, anzi, è vietato. E se attaccasse le opposizioni? Scusa, quali? D’accordo, ospiti illustri? Stranieri no. Fai così: metti Lino Banfi, che in fondo è grazie al M5s se siamo dove siamo.

Mi sveglio di soprassalto, sudato, qualche linea di febbre. Salvini e Sanremo 2020. Ho fatto un sogno: ed era un incubo.

Cosa state insieme a fare?

Ce lo dite? Ce lo chiarite questo dubbio che c’assilla e che c’assale? Questa domanda che ci viene dal cuore, da italiani senza tessere e interessi, senza secondi fini e doppi sensi. Questo quesito che non trova risposta, che sorge spontaneo come il sole ogni mattina, ma mai tramonta, mai riposa.

Perché fa male, molto, rendersi conto che ad indicare la direzione di un Paese, il nostro, sì, pure il nostro, possa essere un signorotto arrogante che si distingue ogni giorno per i suoi francesismi e la sua classe. Del tipo: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni“. Che finezza, che statisti, quanta eleganza. E che spreco sono stati tutti questi anni senza questa classe non-dirigente al potere, vero?

Ma se pure vogliamo fingere che della Tav Torino-Lione non ci importi poi molto, che i problemi sono altri, allora va bene, parliamone, diciamoci le cose in faccia, guardiamoci negli occhi. Il lavoro. Questa è la priorità, l’urgenza che diventa emergenza. Ma Di Maio vuole un reddito per non lavorare. Salvini fa il nuovo duce della destra ma non ha proposto una politica neanche lontanamente di centro-destra. E le imprese se ne ricorderanno.

Va bene, potrà dire qualcun’altro, lascia stare il lavoro, c’è dell’altro dai, se guardi bene…Sì, tipo? Che so, la politica estera! Ecco, prima ridevano di Berlusconi, prima non contavamo nulla! Peccato che adesso contiamo per quelli sbagliati. Maduro, il dittatore Maduro, ringrazia l’Italia. Noi, proprio noi, italiani brava gente, associati ad un tiranno sanguinario, isolati dall’Europa e dagli Stati Uniti. Eh ma vuoi mettere l’autonomia di pensiero? Adesso decidiamo noi, nessuno ci dice cosa fare, metti l’Afghanistan! Sì, è vero: prima magari creavamo problemi solo in casa nostra, adesso andiamo a fare danni in giro per il mondo.

Però una cosa bisogna ammetterla. Al di là di tutti i litigi, le posizioni opposte, le vedute più diverse. Una cosa, una almeno, su cui questo governo è compatto come una testuggine, alla fine c’è. C’è dall’inizio, anzi, c’è da prima dell’inizio. C’è da sempre e non è mai sparita, c’è con coerenza ed evidenza. C’è, è la poltrona. Non si molla, mai.

Cosa vuol dire (politicamente) Savona alla Consob

Da uomo intelligente qual è sempre stato, Paolo Savona ha compreso da un pezzo che la sua esperienza nel governo gialloverde è arrivata al capolinea. Sull’altare della sua persona, di ciò che filosoficamente incarnava, ad un certo punto, e a torto, seriamente ha rischiato di strapparsi l’Italia. Al Professore, però, vanno imputate due colpe almeno.

La prima è stata non rinunciare alle proprie teorie di accademico quando dal Quirinale gli era stato domandato se non di sconfessarle, quanto meno di archiviarle. Era d’altronde l’unico modo per ottenere il ministero dell’Economia dopo aver postulato l’esistenza di un “cigno nero” dietro l’angolo e fatto opera di terrorismo psicologico nei confronti dei mercati.

La seconda è stata non denunciare pubblicamente ciò che invece ha confidato in privato: “La situazione è grave“. Una frase smentita con una nota che in tempi di spread sopra 300 punti era a dir poco doverosa, ma che non fa onore all’onestà intellettuale di un uomo che nella vita è stato un visionario. E per una volta ha preso un abbaglio.

Eppure Savona ad un certo punto ha capito, si è reso conto di essere cascato nella trappola di un governo che si diceva del cambiamento e poi ha virato verso il peggioramento. La svolta c’è stata quando la Commissione Ue ha annunciato l’intenzione di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Lì Savona ha intuito di aver perso l’azzardo politico, quello che lo aveva portato a credere che un governo europeo a fine mandato non si sarebbe arrischiato, a ridosso delle elezioni continentali, ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Quando i fatti gli hanno dato torto, da economista abituato a far di conto, non da populista bravo a dar fiato alla bocca, ha suggerito al governo l’unica cosa sensata da fare: cambiare schema, riscrivere la Manovra, puntare tutto sugli investimenti. Non gli hanno dato ascolto. Se ne iniziano a vedere già i primi effetti. Si vedranno ancora di più tra qualche mese.

Se, come sembra, sarà indicato come nuovo presidente Consob, Paolo Savona concluderà la sua esperienza di governo senza lasciare grossa impronta della propria azione. Ma è soprattutto il fatto che un elemento del suo calibro sia il primo a levare le tende il segnale che più conta. Che parla di un governo in fuga permanente dalla realtà, troppo preso a parlare di cambiamento per trovare il tempo di realizzarlo davvero.

Savona è il primo della lista. Seguiranno altri. Ma il suo addio ha un peso diverso per questo governo, ne mina l’immaginario, ne decreta il fallimento. Se a picconare il sistema non è riuscito un governo con all’interno questo visionario, sarà difficile che potranno altri.

Come un incubo e come un sogno“, così si intitolava il libro che a Savona è costato il ministero dell’Economia. Letto al contrario: “Come un sogno e come un incubo” rende meglio ciò che questo governo è stato per il Professore. Quel che un giorno sarà chiaro a tutti.