Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Tra tecnici e pifferai tragici

Di Maio, Conte, Salvini e Tria

Il dibattito sui minibot ha innescato negli ultimi giorni una sorta di derby: da un lato gli esperti, i cosiddetti “tecnici”, che hanno bocciato lo strumento proposto dalla Lega per pagare i debiti della Pubblica amministrazione; dall’altro i politici, come Di Maio e Salvini, che improvvisamente hanno riassaporato il gusto di trovarsi d’accordo su un tema che sia uno: perché quando si tratta di essere populisti ogni lasciata è persa.

Ora non serve il mio contributo per sottolineare come i tanto vituperati tecnici, gente come Mario Draghi e Giovanni Tria, abbia certamente carte più in regola per esprimersi su questioni di natura economica come minibot, debito, deficit e affini rispetto ai sopracitati leader politici, decisamente carenti quando si parla di argomenti simili.

Ma attenzione al gioco subdolo tentato da Di Maio. Con un post su Facebook il capo politico M5s ha suggerito: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni”. Salvini si aggiunge al coro e fa presente a Tria che il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è urgente “e questo dev’essere chiaro a tutti, in primis al ministro dell’Economia“. Lo schema è evidente: il rimpallo di responsabilità non è una novità. Ma il metodo dello scaricabarile da parte della politica nei confronti dei tecnici non può essere consentito.

Il ministro dell’Economia può andare a caccia di risorse – come ha fatto quando si è trattato di imbastire (in deficit) misure come Quota 100 e reddito di cittadinanza – ma devono essere i leader dei partiti al governo a fornire l’indirizzo politico. E questo non significa proporre misure irrealizzabili (poiché illegali o dannose come i minibot) e poi scandalizzarsi se il responsabile delle finanze pubbliche riporta tutti sulla Terra.

Dopo anni di opposizione, di critiche faziose, di atteggiamenti irresponsabili, cari Di Maio e Salvini, servono ricette credibili, non teorie lunari. Questo non significa arrendersi all’idea di essere governati dai tecnici. Non siamo nostalgici del governo Monti. Ma nemmeno vogliamo finire nel baratro guidati da pifferai tragici.

Mini-Bot e mega rischi

Salvini e Borghi

La mozione parlamentare approvata dal Parlamento e sponsorizzata dalla Lega sull’emissione di mini-Bot rappresenta un segnale inquietante per l’Italia. Non è un mistero che le ardite teorie sull’uscita dall’euro di Claudio Borghi, principale consigliere economico di Matteo Salvini, passino proprio per l’emissione di questi titoli di stato di piccolo taglio che (ufficialmente) dovrebbero essere utilizzati per garantire allo Stato di pagare i suoi creditori, ma che in realtà costituirebbero il primo passo verso la creazione di una moneta parallela.

Il progetto è tanto semplice quanto rischioso: mettere in circolo pezzi di carta colorati simili a banconote dal valore corrispondente tra i 5 e i 100 euro, che privati e imprese potrebbero utilizzare per pagare le tasse, la benzina o i biglietti del treno. Letta così non sembra nemmeno così malvagia: che male c’è se lo Stato trova un modo diverso per pagare i propri debiti? La questione, però, è tutta politica ed è stata svelata in tempi non sospetti da Borghi in persona: i mini-Bot altro non sono che una moneta corrente alternativa all’euro. E di fatto costituiscono il primo passo (potenziale) verso l’uscita dall’unione monetaria. Secondo l’assurdo Borghi-pensiero, i mini-Bot darebbero infatti allo Stato il tempo necessario per resistere allo shock che un addio all’euro comporterebbe, diventando temporaneamente moneta di scambio in attesa dell’emissione della nuova.

Peccato che in queste assurde teorie non venga tenuto conto di un fattore molto importante, se non decisivo: la realtà dei mercati. Gli stessi che comprano il nostro debito (in euro) che motivo avrebbero di continuare a spendere soldi e a finanziarci avendo presente il rischio incombente che il governo Lega-M5s decida un bel venerdì pomeriggio (a Borse chiuse) di uscire dall’euro e rendere carta straccia tutti i loro crediti?

Sulla questione è stato molto chiaro Mario Draghi:”I mini-Bot? O sono soldi, quindi una cosa illegale, o sono altro debito e quindi lo stock sale. Non mi sembra che i mercati valutano positivamente questa idea, ma mi fermo qui“. Come dire, se non volete dare ascolto alla logica, provate almeno a fare i vostri interessi.

D’altronde Moody’s ha già messo in guardia l’Italia, dichiarando come il solo fatto che la proposta sia ricomparsa rappresenti un “credit negative”, ovvero un fattore negativo sulla valutazione del rating del Paese, di fatto la pagella che dice ai mercati se vale la pena investire sul nostro debito o se il rischio è troppo alto. Certo, è sempre possibile trovare degli investitori disposti a prendersi il rischio di comprare il nostro debito, ma ad interessi altissimi (ecco cos’è lo spread) ben più dannosi della già di per sé gravissima procedura di infrazione.

Se le motivazioni economiche non vi bastano a bocciare la proposta dei mini-Bot ce n’è un’altra di stampo politico e se vogliamo addirittura etico. Nell’ultima campagna elettorale per le Europee non c’è stato un riferimento – che sia uno – da parte di Salvini alla messa in circolazione di una moneta parallela, men che meno all’uscita dell’Italia dall’euro.

Che il governo pensi di creare le condizioni per portare il Paese fuori dall’euro e dall’Europa (perché di questo si tratta) senza aver prima consultato gli italiani sul punto è qualcosa di assurdo e inaccettabile. Se questo è il piano, Salvini e Di Maio ce lo dicano, abbiano il coraggio delle proprie azioni, se ne assumano l’onere, ma lascino a noi decidere se pagarne o meno le conseguenze. Propongano un referendum.

Troppo tardi, “premier” Conte

Conte in conferenza stampa

Lasciatele stare le rivendicazioni sul lavoro svolto. Mettetele da parte le parole vuote di chi scambia l’uditorio per un’aula di tribunale. A parlare è lo stesso che aveva pronosticato un “anno bellissimo”. Giuseppe Conte è il paradosso di chi, sfiduciato, prova a sfiduciare a sua volta i suoi due vicepremier. Uno in particolare. E se non fosse per quel preambolo fuori dal mondo che lui dice non essere un bilancio – ma lo è – se non si trattasse del discorso di chi vuol vedersi riconosciuto un ruolo che in realtà mai ha esercitato, quasi verrebbe da dargli ragione, per poco non verrebbe da solidarizzare, da applaudire: “Ma guarda un po’, bravo il nostro premier: che dignità!”.

I fatti, però, dicono altro. Dicono che Conte mette sul tavolo le dimissioni ma non le rassegna. Mentre rassegnato appare il suo piglio, quello di chi – in un anno tutt’altro che bellissimo – si è accorto di non poter gestire una “causa” così grossa. Non che l’avvocato Azzeccagarbugli non si ritenga intimamente capace, attenzione, piuttosto denuncia un sabotaggio, uno scollamento dei suoi sottoposti, quasi un ammutinamento, un ribaltamento dei ruoli e delle gerarchie che impedisce di proseguire con il lavoro.

E allora Conte che fa? Prova a parlare alla ciurma, al popolo di cui si è detto avvocato ma che non ha difeso, sperando vanamente che sia questo a scoraggiare le mire di chi vuole il comando del timone per sé. Ma la sua è una denuncia tardiva. Troppo tardi ci si è accorti che il governo era preda dei litigi a mezzo social, troppo tardi si è compreso quanto la campagna elettorale di Salvini potesse essere dannosa: al governo ma prima di tutto al Paese.

Ora che il tempo sta per scadere, nel gioco del cerino Conte quasi si immola. Ritaglia per sé il ruolo del disinteressato servitore dello Stato, rivendica fedeltà alla Repubblica e non al MoVimento 5 Stelle, proclama la sua indipendenza politica e personale. Ma un anno dopo la nascita del governo del cambiamento è tutto fin troppo chiaro: non cambierà proprio niente. Conte ha messo sul tavolo le sue dimissioni da premier, ovvero da ciò che non è mai stato. Troppo tardi. Troppo facile.

Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

Vaffa Day?

Di Maio e Di Battista

C’è della sottile ironia nel fatto che i promotori del Vaffa Day contro la politica, oggi, diventati a loro volta politica, decidano di celebrare contro loro stessi un nuovo Vaffa Day.

Ne farà forse le spese Luigi Di Maio, colui che ha portato il MoVimento dalle 5 Stelle alle attuali stalle e di cui in molti, ora, chiedono la testa.

A chiunque sia capitato su queste pagine in questi mesi è chiaro che non v’è particolare simpatia per Giggino. La sua modalità di gestione del patrimonio politico grillino è stata scellerata, la sua attività da ministro del Lavoro kamikaze, quella dello Sviluppo Economico inesistente se non dannosa.

Però lo spettacolo che sta per celebrarsi all’interno del MoVimento 5 Stelle è umanamente molto triste. Oltre che inquietante. Perché parliamoci chiaro: l’alternativa a Di Maio si chiama Di Battista. E fa specie, anche un po’ senso, ma non sorprende, scoprire che Dibba ha improvvisamente cancellato tutti i suoi imprescindibili impegni sull’agenda, i suoi megagalattici progetti di scrittura di libri best-seller, i suoi improcrastinabili viaggi in giro per il mondo. Fa un po’ effetto (nel senso di disgusto), vederlo accerchiato da giornalisti affamati di notizie sullo stato della congiura, mentre tenta di accreditarsi come la coscienza del MoVimento e di fatto come l’alternativa già pronta.

E poco importa che non abbia capito niente di quella che lui ha definito “scoppola” e Di Maio “lezione”, a conferma della differenza che passa tra i due anche nel linguaggio. Non importa che la richiesta di maggiore severità che a suo dire serviva dall’inizio nei confronti di Salvini sia stata smentita dai flussi elettorali. Gli elettori persi dai 5 Stelle hanno votato in gran parte Lega: non volevano il MoVimento contro Salvini, volevano che il MoVimento facesse più movimento. Atti. Fatti.

Di Maio ha capito che l’obiettivo, per chi lo circonda, è sfruttare il crollo dei suoi voti per accelerare il crollo della sua figura. Nel post in cui annuncia il voto su Rousseau sul suo ruolo da capo politico – in cui non manca una buona dose di vittimismo – c’è una frase da sottolineare due volte, con tutti i pennarelli che volete: “A differenza di alcuni sono sei anni che non mi fermo e credo di aver onorato sempre i miei doveri“. Tradotto: il capo dei congiurati è Di Battista.

Si potrebbe concludere dicendo che “chi di Vaffa ferisce di Vaffa perisce”. E andrebbe bene così. Per l’Italia, però, Giggino è meglio di Dibba, non c’è Paragone.

L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Dove sono i moderati?

Salvini Le Pen

Sono dunque questi i “nuovi” moderati? Sono loro gli eredi della tradizione cristiana, i custodi politici della nostra fede? Sono quelli che usano e strumentalizzano le parole di tre grandi Papi? Quelli che provano a mettere sullo stesso ring Papa Wojtyla e Papa Ratzinger per costringerli a combattere contro Francesco?

Sono quelli che in piazza Duomo a Milano come prima cosa dicono di non essere estremisti e un attimo dopo urlano “basta Islam” alla faccia della tolleranza?

Sono loro i futuri riformatori dell’Europa? Quelli che intendono distruggerla per rintanarsi all’interno di barriere così alte da oscurare pure il sole?

Ed è Salvini il leader del “buonsenso”? O è tutto semplicemente senza senso?

Come questa ossessione ricorrente per il rosario, diventato nel giro di un anno un vezzo scaramantico. Perché se giurare sul Vangelo ha portato bene la prima volta, allora ecco che perfino scomodare “il cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” quasi non sembra blasfemo, figurati se è peccato.

Si dice che le elezioni si vincano al centro, ma qui dev’esserci stato un errore, perché nessuno – davvero – può riconoscere in Salvini nemmeno tracce di quella categoria dell’animo umano che risponde al nome di “moderazione”.

Non basta passare dal verde d’annata leghista al blu rassicurante dei conservatori. Non basta togliersi la felpa e indossare la giacca. E neanche ripulirsi dopo giorni di barba lunga e capelli spettinati. Non tutto può essere ridotto ad una mera questione d’immagine. Non sempre la politica può essere la formulazione del “miglior” messaggio.

Perché serve a poco mostrare i cartelli col 15% della flat tax se poi, dal primo all’ultimo, tutti sanno che per fare la tassa piatta leghista serve aumentare l’Iva. Perché semplicemente non è credibile un leader che a parole si smarca dall’ultradestra e poi accoglie sul palco alcune delle più pericolose espressioni del razzismo e dell’intolleranza in Europa, gente che ancora postula la teoria della sostituzione etnica, abili manipolatori che usano la parola “patrioti” non intesa come “persona che ama la sua nazione”, ma come vocabolo che faccia da scudo a uomini e donne che diffidano, respingono, intimamente odiano l’altro, il diverso.

In questo contesto, in piazza Duomo, va in scena il Festival dell’arroganza. Se ne ha la prova quando rivolgendosi a Papa Francesco, con una grinta che sfocia presto in rabbia, Salvini dice che lui sta “azzerando i morti nel Mediterraneo con orgoglio e spirito cristiano”. Come dire che Sua Santità viene anche spogliato del suo ruolo di guida delle anime: c’è lui, ora,
ad indicare la nuova rotta del Cristianesimo. L’uomo che giura sul Vangelo, che brandisce il rosario e manda bacioni alla Madonnina.

Quello di Salvini è un protagonismo debordante, è un esibizionismo teatrale, ma è anche un personalismo rozzo. La prova dell’assenza di quella sensibilità di cui un grande leader dovrebbe disporre emerge con tutta la sua forza proprio in quel frangente: quando i fan sommergono il Papa di fischi. Un moderato li avrebbe fermati: sarebbe bastato un cenno, una mano alzata, per far capire che fino ad un certo punto sì, ma non oltre. Il gesto non arriva: quei fischi sono il cibo di un ego smisurato, forse illimitato, per questo pericoloso.

Ed è in questo mondo, in cui tutto viene sdoganato, perfino la sfida al Santo Padre, che l’uomo presto più votato d’Italia sguazza come uno squalo nell’oceano. In questo Paese così disilluso da volersi illudere, su questo palco pieno di estremisti travestiti da buonisti (sì, loro) perché consapevoli della loro essenza di impresentabili, che si ritorna al punto di partenza: dove sono i moderati?

Non in piazza Duomo, si capisce. Sicuro altrove. Ma chissà dove…

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.