Conte 2 – Salvini 0

Conte alla Camera durante l'informativa sul Mes

Non serviva un fine analista politico per anticipare ciò che oggi sarebbe successo nell’informativa di Conte alle Camere. Nell’attesa che il premier si esprima anche al Senato, nel suo discorso a Montecitorio è emersa tutta la pochezza di un’opposizione che vede in Matteo Salvini e Giorgia Meloni le sue guide. Già in questo articolo avevamo evidenziato come la posizione assunta da Lega e Fratelli d’Italia sulla riforma del Mes non fosse in grado di intercettare i punti cruciali di una questione che merita approfondimenti per non esporre l’Italia alla tempesta dei mercati (sì, c’è questo rischio). La tentazione da parte di Salvini e Meloni di semplificare la questione, cedendo ad una retorica populista improntata all’accusa di “alto tradimento” da parte di Conte, ha invece consentito al premier di avere gioco (troppo) facile nello smontare le obiezioni mosse dagli avversari.

Il momento simbolo di questa informativa alla Camera – e anche quello in cui Conte ha fatto segnare un punto a suo favore – è stato quello in cui il premier si è definito “sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità, la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni” nel “diffondere notizie allarmistiche, palesemente false” sul Mes. Da questo passaggio è possibile evincere una serie di segnali politici non secondari.

Il primo è rivolto a Matteo Salvini, al quale Conte, ogni volta che ne ha l’occasione, preferibilmente nelle sedi istituzionali, continua a riservare “bacchettate” indirizzate soprattutto a distruggerne la credibilità. Nel farlo, bisogna dirlo, Conte ha l’opportunità di sfruttare l’incredibile serie di errori strategici infilati dal Capitano, di cui oggi ha ricordato la candidatura “a governare il Paese con pieni poteri” a dispetto di “scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni“. Chi onestamente può smentirlo? Con una narrazione di questo tipo Conte, se ancora ce ne fosse bisogno, conferma così l’intenzione di accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come il più credibile (ma i nostri dubbi su di lui restano tutti) degli anti-Salvini.

Il secondo segnale è invece una novità. E interessa da vicino Giorgia Meloni. La scelta del presidente del Consiglio di citare la numero uno di Fratelli d’Italia a paragone di Salvini suggerisce in primis che a Palazzo Chigi consultano i sondaggi sulla fiducia nei leader (proprio questa settimana, per la prima volta, Giorgia ha superato Matteo). Ma denota anche il tentativo di aprire una breccia nella destra sovranista. Una manovra complicata ma non concettualmente sbagliata, il cui fine ultimo si identifica nel tentativo di rendere contendibile la leadership, fino ad oggi indiscussa in quell’area politica, del Capitano.

Se solo l’opposizione si fosse resa protagonista di un dibattito sul Mes dai toni non urlati, se avesse fatto proprie le perplessità espresse da economisti italiani di livello, su tutti un certo Carlo Cottarelli, se si fosse limitata, insomma, ad un discorso pari a quello formulato oggi alla Camera da Renato Brunetta, nell’interesse nazionale e non dei sovranisti, non ci troveremmo, forse, a dover aggiornare il punteggio della partita iniziata in Senato lo scorso 20 agosto: Conte 2 – Salvini 0.

Senza di Mes

Salvini e Giuseppe Conte, scontro sul Mes

Tra i soliti strepiti di Matteo Salvini, che accusa – a torto – Giuseppe Conte di “alto tradimento”, e la debolezza di una classe dirigente che ha scambiato l’Europa per una balia (se non proprio una matrigna), si trova la verità sul Mes.

Un illustre economista come Carlo Cottarelli – personalità che non può essere di certo accusata di anti-europeismo o simpatie sovraniste – ha messo in guardia il nostro governo dal firmare una riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità che così concepita metterebbe a rischio il nostro Paese. Secondo l’analisi del direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – un signore che le nostre finanze le conosce bene – l’errore di fondo sta nel fatto che uno Stato, per accedere agli aiuti del Mes, debba ristrutturare il proprio debito (ovvero ripagare solo in parte i propri creditori, come fece la Grecia nel 2012).

Quest’analisi, molto lucida come spesso lo sono quelle di Cottarelli, mette in evidenza l’impatto “psicologico” che la notizia di una ristrutturazione del debito italiano potrebbe comportare sui mercati. Sì, perché ciò che dimentichiamo è che i “mercati” non sono entità astratte – eppure i politici li descrivono molto spesso come cattivoni impegnati a sabotare le loro politiche in nome di chissà quali complotti – ma cittadini, privati, società, banche, fondi che decidono di investire i loro denari sull’acquisto di titoli di stato finanziando l’Italia.

Nel momento in cui per accedere al Mes venisse chiesto all’Italia di ristrutturare il proprio debito pubblico, la reazione dei mercati sarebbe dettata dal panico. Il nostro Paese verrebbe ritenuto non in grado di ripagare i suoi investitori. Chi possiede titoli di stato italiani interpreterebbe il segnale come un principio di insolvenza e sarebbe portato a sbarazzarsene al più presto, per evitare danni maggiori. Come conseguenza lo spread tornerebbe ad aumentare a dismisura: per ottenere soldi dai mercati, infatti, l’Italia dovrebbe assicurare ai compratori dei suoi titoli di stato degli interessi molto alti. Un effetto domino a dir poco insostenibile per un Paese come il nostro.

Detto ciò, sarebbe sbagliato ma più probabilmente frutto di una strumentalizzazione politica in chiave anti-europea, dire no a priori ad una riforma del Mes. Ed è qui che di volta in volta si coglie l’incapacità di partiti come Lega e Fratelli d’Italia di condurre una politica priva di tratti populisti.

Il Mes inteso come meccanismo che aiuta i Paesi in crisi è iniziativa lodevole. Punto. Bisogna però calibrarla perché non arrechi degli svantaggi all’Italia. Se è naturale che le altre nazioni europee pretendono delle garanzie per essere certe che i soldi dei loro contribuenti non vengano spesi “invano”, allo stesso tempo è doveroso che l’Italia – tra i Paesi potenzialmente più a rischio – stabilisca dei paletti non dannosi per la sua condizione.

Se ristrutturare il debito significa rivedere le condizioni originarie di un prestito per alleggerire il carico del debitore, non si può fare a meno di sottolineare che il 70% del debito pubblico nostrano sia in mano agli italiani stessi. Ciò si tradurrebbe per loro in una patrimoniale mascherata in nome del rafforzamento dei conti pubblici. Qualcosa di inammissibile.

Ecco perché non bisogna confondere i piani della discussione. Il Mes è una rete di protezione, ma più che un sovranista è un populista o un illuso chi ritiene che gli altri Paesi europei debbano costruirla senza ottenere garanzie in cambio. E’ qui che si gioca la partita. Ed è solo per questo che, alle condizioni attuali, bisogna dire “senza di Mes”.

Elogio sobrio di Ezio Greggio

Ezio Greggio e il padre Nereo

Non fate di Ezio Greggio il nuovo simbolo della sinistra, non rivestitelo di un ruolo che non gli appartiene, non descrivetelo come qualcosa di più di ciò che è sempre è stato: un conduttore simpatico, un “amico” della televisione. Non ingigantitene il gesto, non cantatene troppo le lodi, non parlatene come di uno statista mancato, non dipingetelo come l’eroe che ha deciso di opporsi alle indicazioni del fascismo di turno, come invece fece suo padre, Nereo, spedito soldato in Grecia, quando rifiutò di tornare in Italia per combattere contro partigiani e parenti, finendo per questo internato 3 anni in un campo di concentramento in Germania.

No, il rifiuto di Ezio Greggio alla cittadinanza onoraria conferitagli da Biella non deve sembrare qualcosa di speciale. Deve passare invece per quello che è: un gesto splendidamente normale, l’atto sincero di una persona perbene che sente di non potere scendere a patti con chi nega lo stesso riconoscimento a Liliana Segre, esempio di vita cui abbiamo inflitto anche la “punizione” di una scorta, intesa come il segno che la sua sofferenza, il suo dolore, quei numerini stampati sulla pelle, non sono serviti poi a molto.

Sia, quello di Ezio Greggio, l’elogio della normalità, della modestia, della sobrietà, dell’onestà intellettuale di cui gli italiani possono essere capaci. Non fatene l’emblema dell’anti-salvinismo, limitatevi a riservargli un applauso silenzioso, un “bravo” in testa, una promessa che anche voi, qualora se ne presentasse l’occasione, scegliereste di comportarvi come lui, esattamente come lui.

Una via di mezzo tra Salvini e Saviano

Saviano

C’è modo e modo di dire la verità. C’è modo e modo per denunciare ciò che non va. Si dirà che al tempo del populismo 2.0, dei rigurgiti fascisti o presunti tali, tirare di fioretto non porta risultati, che la gente ha bisogno di messaggi chiari, possibilmente forti, necessariamente incisivi. Si dirà tutto questo, e si arriverà al giustificare i mezzi per raggiungere il fine, diventando così diversamente populisti, diversamente fascisti.

Noi abbiamo poco da insegnare a Roberto Saviano. Non siamo suoi nemici, non siamo tra quelli che lo attaccano per il suo “attico a New York“, non ce l’abbiamo con lui perché “è diventato ricco scrivendo di camorra“, ne stimiamo il talento di scrittore, gli siamo grati per aver fatto luce su un mondo che non conoscevamo abbastanza e saremmo in prima fila se qualcuno davvero pensasse di levargli la scorta. Ma Roberto Saviano nel video di ieri non ci è piaciuto.

Non tanto nei contenuti, di cui condividiamo per sommi capi il senso: nella descrizione di Liliana Segre come simbolo da tutelare e di cui andare fieri, e in quella di Salvini e Meloni come politici mediocri responsabili per loro conto dell’inasprimento di un clima che s’è fatto pesante, davvero troppo. Ma quando Saviano dice “Salvini e Meloni, ci fate schifo“, quel modo rabbioso e aggressivo non lo riconosciamo, non lo condividiamo. Qualcuno, chissà stavolta da che parte, ci accuserà di buonismo. Noi invece riteniamo che sia buon senso.

Definire Salvini e Meloni come “squallide figure“, sostenere che “l’odio che state diffondendo vi si ritorcerà contro, contro di voi e le persone che vi circondano” equivale ad una minaccia neanche troppo velata, significa denunciare odio diffondendo altro odio.

La domanda, ora, è se sia possibile una via di mezzo tra Salvini e Saviano. Non tanto in termini di proposta politica (quello è certo), quanto di messaggio. C’è posto tra chi dice “chi decide cos’è razzismo?” e chi risponde “noi non apparteniamo a voi“? C’è spazio tra chi parlando di Liliana Segre dice “A me è appena arrivato un altro proiettile” e chi replica “un giorno la storia farà i conti con voi“?

La risposta è che sì, c’è una strada: è quella che comporta più fatica, che porta a denunciare l’incoerenza e la pericolosità di certe posizioni senza scendere al livello di chi le propone. È quella più difficile, la più tortuosa, è quella che passa per lo studio, per la consultazione di più fonti, per la lettura di libri che sappiano farci riconoscere gli inganni di chi li pronuncia. È la via di mezzo di chi sceglie la politica al populismo. Pure quando il populismo fa paura. Così paura da pensare che l’unico modo per sconfiggerlo sia produrne altrettanto.

Il governo di Nessuno

Giorno dopo giorno emerge sempre con maggiore chiarezza che questo governo non è di nessuno.

Il governo non è del MoVimento 5 Stelle, che attraverso Luigi Di Maio non perde occasione per rivendicare soltanto i provvedimenti che gli fanno comodo, evidentemente troppo preso dal rinviare (perché evitare non si può) la fine della sua esperienza politica.

Il governo non è del Pd, che con Nicola Zingaretti non fa altro che rincorrere alleati – o presunti tali – anziché preoccuparsi di sfornare una ricetta economica credibile per la crescita di questo Paese. Bussa ironicamente alla porta il segretario dem, fa “toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo Governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?“. Ma gli sfugge un fatto: nessuno può sentirlo. Il suo tocco è debole, quasi inesistente, certamente non è magico. Carisma cercasi.

Il governo non è di Italia Viva, che con Matteo Renzi sta scoprendo che scegliere di abbassare le tasse quando si è alleati di Pd e M5s non è la cosa più facile di questo mondo, che fare politica – per gli altri – significa fare polemica. E che forse sarebbe stato più giusto – e onesto – dar vita soltanto ad un governo di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, di certo non di legislatura.

Ma soprattutto questo governo non è degli italiani, che non l’hanno voluto, non l’hanno votato. Ma sono obbligati a subirlo.

Ora nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operazione di palazzo messa in atto dopo la crisi aperta da Salvini nel mese d’agosto; nessuno si sogna nemmeno di mettere in discussione la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva lasciato in dote dalla coppia Salvini-Di Maio. Ma allo stesso tempo nessuno avrebbe potuto immaginare che a meno di due mesi dalla nascita dell’esecutivo il livello di litigiosità sarebbe stato tale da farci rimpiangere quello giallo-verde. Sì, perché lì almeno le sparavano così grosse da farci divertire nel commento.

Nel governo giallo-rosso si parla invece di tasse sulle auto aziendali, sulla plastica, sulle merendine. La preoccupazione è assicurare il futuro della legislatura fino al 2023, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, impedire l’avanzata di Salvini, ma come? Se non si parla di lavoro, di imprese, di sostegno al ceto medio (visto anzi come un nemico da tartassare), di agricoltura, di turismo. Nell’agenda non trovano posto argomenti come scuola, cultura, educazione civica.

Nessuno pensa al Paese di domani, piuttosto si è in continua lotta sui rancori di ieri.

E viene in mente l’Odissea, con Ulisse che per sfuggire al gigante Polifemo disse di chiamarsi “Nessuno”. Ecco, avviso ai naviganti: qui non funziona così. Allo scaricabarile non ci crede più nessuno.