Così Salvini sta provando a lucrare consensi sui migranti (di nuovo)

Salvini, migranti sullo sfondo

Perché Matteo Salvini ha perso terreno nei sondaggi? Le possibili risposte sono molte. Forse perché gli italiani sono rimasti scottati dai suoi suggerimenti incoerenti in tema di pandemia? Può darsi. Oppure perché l’ascesa di Giorgia Meloni è il risultato di un travaso di voti dalla Lega a Fratelli d’Italia? Sicuro, ma non basta. Salvini sostiene che sia colpa del lockdown, che lo ha privato del contatto con le gente nelle piazze: ma sarebbe riduttivo.

Io credo che Salvini sia in calo perché gli è stato tolto il pane quotidiano dei migranti. Carburante della paura, detonatore della retorica sovranista, senza sbarchi per mesi e con gli italiani preoccupati più della propria salute che dei barconi in arrivo dalla Libia, Salvini ha avuto vita dura ad occupare le prime pagine dei giornali. Tra gli autogol figli della crisi del Papeete c’è anche la perduta visibilità da ministro dell’Interno, neanche lontanamente paragonabile a quella che può avere un politico senza ruoli istituzionali che si accredita come leader del centrodestra quando il centrodestra di fatto fatica ad essere riconosciuto anche dai suoi stessi elettori.

Eppure chi pensa che l’arma elettorale dei migranti sia spuntata per sempre si sbaglia. Basta vedere ciò che è accaduto oggi dopo la scoperta di 28 positivi sulla nave-quarantena Moby Zazà in rada a Porto Empedocle. Nel giro di un’ora, sull’account Twitter di Matteo Salvini sono comparsi 3 post sullo stesso tema. Nel primo il leader leghista ha denunciato un pericolo per la salute pubblica, per poi aggiungere: “Aiutateci a fermarli: il 4 luglio in tutte le piazze: #stopsanatoria e #stopinvasione“. Al di là degli slogan poco originali: invocare un assembramento in tutte le piazze per preservare la salute pubblica in un’epoca di pandemia è geniale. Del resto non dovrebbe sorprendere da parte di chi continua a dispensare baci agli anziani ai comizi.

Nel secondo post Salvini ha parlato di “porti spalancati e navi da crociera per ospitare gli immigrati“. Attendiamo in religioso silenzio una soluzione al problema immigrazione, visto che in 14 mesi al Viminale non ne abbiamo vista mezza.

Nel terzo ha attaccato un “governo che mette in pericolo l’Italia e gli italiani“. Come se non fosse abbastanza ridicolo detto da chi, da febbraio ad aprile, chiedeva di aprire tutto. Salvo poi chiudere. E poi riaprire, ovviamente.

L’estate è iniziata, gli sbarchi aumenteranno, e Matteo Salvini ha tutta l’intenzione di rispolverare il suo cavallo di battaglia, l’arma nucleare del suo consenso: l’odio verso il diverso, arricchito da un’altro ingrediente, la paura ancestrale che il migrante, oltre a rubare lavoro agli italiani, possa anche mettere a repentaglio la propria vita.

Qui nessuno vive su Marte: è chiaro che gli arrivi dall’Africa vanno monitorati molto più di prima per disinnescare una bomba sanitaria e sociale che in particolare il Sud non può permettersi. Ma usare 28 disperati, peraltro contagiati, per affermare la bontà delle proprie politiche e risollevare i propri consensi è da indegni. E’ da Salvini.

Stallo generale

Conte agli Stati Generali

Dunque cos’è rimasto di questi 10 giorni? Cosa ricorderemo di questi Stati Generali? Forse, soprattutto, la mancata sincronia con l’urgenza del Paese reale, le lentezze, le indecisioni. Al di là del podio da cui Conte parla, dell’elegante Casino del Bel Respiro di Villa Pamphilj sullo sfondo, qui la sensazione è un’altra: che sia tutto soltanto un “casino”, volgarmente detto, e che al massimo ci sia da fare un bel sospiro. E per chi crede, il segno della croce.

Sfidiamo il lettore ad elencare tre proposte concrete uscite da questi Stati Generali: scommettiamo che difficilmente riuscirà nell’impresa senza l’aiuto di una ricerca su Google (non imbrogliate). Sì, restano i proclami, e da Conte apprendiamo che l’Italia è un Paese “da reinventare”, piuttosto che da “riformare”. Ecco, da avvocato del popolo il premier ha compiuto nel giro d’un paio d’anni una trasformazione che lo ha reso demiurgo: nella filosofia platonica l’essere divino dotato di capacità creatrice. Dunque, va bene l’inventiva, l’ambizione di fare della crisi un’opportunità – slogan venuto a noia quasi quanto “andrà tutto bene” – ma poi sul taccuino di chi segue la politica resta sempre vuota la metà del foglio riservata ai fatti (l’altra, strapiena, è quella delle parole).

Che ancora ci siano migliaia di persone che attendono la cassa integrazione del mese di marzo è un vizio che annulla ogni possibile slancio verso il futuro, è un delitto che non può restare senza colpevoli politici.

Così come la proposta di tagliare l’Iva, botto finale di una kermesse rivelatasi il Festival delle banalità che avevamo preannunciato: c’è chi propone di sforbiciarla per addirittura 10 punti. Noi non chiediamo la Luna, ma qui qualcuno vive su Marte. Basterebbe guardare alla Germania, nazione che i conti in ordine li ha davvero (mica come noi) e non è andata oltre il taglio di 3 punti percentuale.

Piuttosto, gli Stati Generali saranno ricordati per le molteplici provocazioni di Conte al centrodestra. Schieramento, quest’ultimo, colpevole come lo sono gli assenti (che hanno sempre torto), ma onestamente chiamato in causa a sproposito dal premier con la richiesta di intercedere con i Paesi di Visegrad in Europa e infine oggetto di un tentativo tattico del Presidente del Consiglio di smembrarlo, con l’invito per singoli partiti anziché per coalizione agli incontri che dovranno tenersi nei prossimi giorni. Chi scrive crede che Forza Italia debba lasciare al più presto la compagnia di Salvini e Meloni, ma chi è Conte per non rispettare gli accordi tra partiti se perfino il Presidente della Repubblica lascia alle forze politiche la libertà di scegliere come presentarsi alle consultazioni?

Questo rimane di questi 10 giorni. Nulla di memorabile, se non la voglia di dimenticare. Stallo generale, più che Stati Generali.

Il Governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale

Giuseppe Conte e Carlo Bonomi

I ritardi ingiustificabili sul pagamento della Cassa integrazione, l’atto d’amore delle banche verso le imprese che non c’è stato, le slide senza anima e visione di Colao, le passerelle di Conte a Villa Pamphilj, le potenze di fuoco soltanto presunte, l’autocompiacimento, le manie di grandezza. Potrei continuare. Questo governo ha tante colpe, molte delle quali imperdonabili. Ma Carlo Bonomi di Confindustria è sleale.

Capisco le ragioni politiche di spingere sull’acceleratore ad inizio mandato. Non solo è comprensibile, è addirittura auspicabile che il nuovo numero uno degli industriali faccia sentire la propria voce nel dibattito nazionale. A maggior ragione in un momento delicato della vita del Paese come quello che stiamo vivendo. Ma poi Bonomi deve ricordarsi che il suo ruolo è quello di “dialogare” con la politica, non di “fare politica”.

Ho condiviso la maggior parte delle critiche mosse al governo da Confindustria. Ed è vero che lo spirito di questo esecutivo è stato fino ad oggi imperniato su un tipo di retorica centralista, statalista e anti-imprese. Tutto vero, tutto legittimo. Ma ha senso, in questa fase, presentarsi agli Stati Generali chiedendo pubblicamente la restituzione di 3,4 miliardi di accise pagate dalle aziende nel 2012? Ha senso mettere sul tavolo e reclamare, proprio oggi, l’addizionale provinciale sull’energia elettrica che secondo la Corte di Cassazione dev’essere rimborsata alle aziende che l’hanno versata nel 2010 e nel 2011? Certo, c’è una sentenza e va rispettata e applicata. In fretta, aggiungo. E certo, non c’è momento migliore per fornire liquidità alle imprese che annaspano. Ma non sarebbe stato politicamente più delicato e adeguato chiedere al governo un finanziamento apposito per le imprese anziché riaprire una vecchia ferita ed esacerbare lo scontro?

A maggior ragione in un momento storico in cui le opposizioni non si distinguono per lungimiranza e correttezza, discorso dal quale bisogna oggettivamente escludere Forza Italia, c’è una prateria per Confindustria. Ma questa prateria va sfruttata per correre, non per distruggere il terreno già friabile su cui l’Italia cammina a rilento.

Da Bonomi ho visto arrivare fino ad oggi tante critiche. E ripeto: ne condivido molte. Ma le uscite infelici iniziano ad essere tante. Come quella secondo cui “questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Rispetto per chi non c’è più. Meno frasi ad effetto per avere visibilità e prime pagine. Non c’è bisogno di alzare troppo la voce, Bonomi: Lei è stato già eletto a Viale Astronomia. Pensi ad elaborare proposte concrete, credibili. Lo aiuti questo governo, che ne ha bisogno.

Leggi anche: l’incoerenza di Lega e Fratelli d’Italia alla Camera

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Lega e Fratelli d’Italia prima chiedono il Parlamento, poi abbandonano l’Aula

Deputati Lega e Fratelli d'Italia abbandonano i banchi della Camera

Qualcuno si meraviglia del 14% attribuito dai sondaggi a Giuseppe Conte. Per trovare l’origine del suo successo sarebbe bastato cercare oggi a Palazzo Montecitorio, dove ha avuto luogo l’informativa alla Camera del Presidente del Consiglio.

E’ di questi giorni la critica riservata al premier, anche da questo blog, di aver indetto degli Stati Generali molto più simili ad un Festival che ad una consultazione per pianificare il futuro dell’Italia. Nel mirino è finita soprattutto la scelta della sfarzosa Villa Pamphilj.

In particolare le opposizioni di centrodestra hanno chiesto che il vertice si tenesse in un luogo più istituzionale, meno scenografico. Da Forza Italia era stata avanzata la proposta di un incontro a Palazzo Chigi. Da Lega e Fratelli d’Italia era stato chiesto apertamente che il confronto avesse luogo in Parlamento.

Premessa lunga, noiosa, per poi arrivare ad oggi. Conte fa il suo discorso (condivisibile o meno). Poi interviene un rappresentante del MoVimento 5 Stelle (Scerra) e uno della Lega (Molinari). Tocca a Renato Brunetta (Forza Italia). Il presidente Fico lo invita a parlare, quando dalla parte dell’emiciclo riservata all’opposizione si vedono decine di deputati lasciare i banchi: sono gli eletti di Lega e Fratelli d’Italia. Hanno deciso di abbandonare il dibattito. Non ascolteranno l’intervento di Brunetta (domanda: non è una mancanza di rispetto verso un “alleato” di Forza Italia?), né quello di Fassino (Pd).

Tornerà in Aula, poco dopo, soltanto Wanda Ferro di Fratelli d’Italia. Non per confrontarsi, no. Solo per pronunciare il suo, di intervento, nel quale ricorderà per giunta a Conte – lei, di Fratelli d’Italia, che ha lasciato l’Aula – che il ruolo deputato al dibattito è il Parlamento. Sì, lo stesso che i suoi colleghi e compagni di partito hanno appena abbandonato!

L’ho scritto anche giorni fa, i latini dicevano: “Absens heres non erit“. Gli assenti hanno sempre torto. Lega e Fratelli d’Italia da oggi hanno doppiamente torto. Prima chiedono il Parlamento, poi abbandonano l’Aula. Morale: la più grande fortuna di Conte è questa opposizione.

Leggi anche: “Il governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale”

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La lezione di Silvia Aisha

Silvia Romano

Leggetele, le parole di Silvia. O di Aisha, se così preferisce essere chiamata da oggi. Le affida ad un post su Facebook visibile soltanto agli amici. Ma la sua popolarità fa sì che vengano riprese dai maggiori giornali:

Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi: il peggio per me è passato.

Ecco, basta questa frase. L’invito a non inseguire gli ignoranti sul piano che gli è più consono: quello delle polemiche, della cattiveria gratuita, dell’ignoranza saccente. Non c’è arma migliore dell’indifferenza.

Silvia Romano sta bene: questo conta per lei, questo deve contare per noi. Ha vissuto un’esperienza da incubo. In qualche modo è riuscita a venirne fuori. Come non importa. Se è felice ci basta.

Dalle sue parole sembra di poter dire con una certa sicurezza che non si tratti del profilo di una neo-terrorista affiliata ad Al Shabaab. Fatichiamo a pensare che dalla bocca di una jihadista possano uscire parole come: “Io ho sempre seguito il cuore e quello non tradirà mai“.

Non sarà questo blog apartitico a politicizzare la figura di Silvia Romano. Non sarà chi scrive a tirarla per la giacca (anzi, per il hijab) al fine di farne una propria bandiera. Ma le sue parole scolpiscono un manifesto universale: “Non vedevo l’ora di scendere da quell’aereo perché per me contava solo riabbracciare le persone più importanti della mia vita, sentire ancora il loro calore e dirgli quanto le amassi, nonostante il mio vestito“.

Semplice, potentissima. Silvia Aisha.