T-ridicolo

T-ridicolo non è tanto che Pasquale Tridico, presidente dell’INPS, si sia raddoppiato lo stipendio. Non è solo il fatto che a stabilire una retribuzione di 150mila euro l’anno sia stato il governo Conte I, quello composto da Lega e MoVimento 5 Stelle. E nemmeno il tempismo dell’aumento in busta paga, giunto mentre tantissimi italiani faticano a sbarcare il lunario.

T-ridicolo non è unicamente che l’aumento dello stipendio del “papà del reddito di cittadinanza” sia stato finanziato tagliando il programma di spedizione delle buste arancioni, con le quali l’Inps informava ogni cittadino su quanto avrebbe percepito al momento di andare in pensione, consentendo a molte famiglie di pianificare il proprio futuro.

T-ridicolo non è il fatto che lo stop di questo programma sia arrivato “casualmente” proprio quando l’Inps avrebbe dovuto inviare informazioni su Quota 100 appena introdotta, e cioè quando molti italiani avrebbero visto coi loro occhi, nero su bianco, che smettere di lavorare prima del previsto gli avrebbe procurato una decurtazione della pensione. Al di là dei proclami di Salvini e Di Maio.

T-ridicolo non è Tridico che scrive una lettera a La Repubblica sconfessando l’inchiesta di una giornalista, salvo essere sconfessato – stavolta definitivamente – dagli atti ufficiali.

T-ridicolo non è Luigi Di Maio, che dice di volere dei chiarimenti ma dovrebbe domandarli a sé stesso, visto che a stabilire gli importi dei vertici Inps fu all’epoca proprio un decreto del ministro del Lavoro da lui presieduto.

T-ridicolo non è Giuseppe Conte, che come sempre, come sulla Gregoretti, sulla Diciotti, se ne lava le mani e dice di non essere informato, anche se la Presidenza del Consiglio era direttamente coinvolta, anche se il governo era il suo. O almeno così risulta.

T-ridicolo è in fondo che tutte queste cose, prese singolarmente, siano parte di una sola storia, quella di Tridico, appunto, e che nessuno abbia ancora sentito il bisogno se non di dimettersi quanto meno di chiedere scusa.

Ridicolo, ridicolo tutto.


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Nel giorno di San Matteo la strana disfatta dei due Matteo

Sembra una vita fa. Ma quando, nell’ottobre 2019, Matteo Salvini e Matteo Renzi da Bruno Vespa diedero vita ad un duello televisivo pirotecnico, la sensazione che fosse quello il primo atto di una sfida destinata a segnare gli anni a venire della politica italiana era marcata. Scrissi, mentre osservatori ed esperti cercavano di individuare chi dei due l’avesse spuntata ai punti, “Vince Matteo“.

Entrambi avevano raggiunto l’obiettivo prefissato: parlare ai rispettivi elettorati, accreditarsi come altrui alternativa, rivali pronti a costituire un nuovo bipolarismo basato sulle rispettive figure.

Era un anno fa. Un mondo fa.

Per comprendere cosa sia cambiato bisognerebbe ripercorrere la tratta che ha sconvolto le nostre vite, indagare nei mesi che hanno modificato priorità e convincimenti delle nostre esistenze.

Il virus che ha sospeso la Politica, che ha fatto trionfare la narrazione dell’emergenza, ha emarginato la retorica della rabbia e quella del futuro.

A Salvini non basta più agitare lo spettro dei migranti sui barconi: adesso il pericolo è ovunque, nelle strade, nelle case, ha le fattezze di un caro che caro potrebbe costarti. E Renzi fatica a tornare quello della prima versione. Conosce la politica, le sue sfumature, ma ha perso il fascino della novità. Reinventandosi ha indossato i panni del tattico, ma ha finito per apparire stratega della sua carriera.

Salvini e Renzi sono quanto di più diverso possa esserci sulla scena. Si danno il rispetto che si deve al rivale, la dose che basta a legittimare il proprio successo venturo sull’altro. Ma entrambi sono vittime della stessa narrazione, delle aspettative che hanno a torto o a ragione suscitato intorno a loro.

Salvini, ad esempio, ha aritmeticamente ragione quando augura a sé stesso di perdere ogni anno come ieri: guadagnando in consiglieri regionali ad ogni sconfitta. Ciò che non dice – e sa – è che dopo aver ventilato lo scalpo della rossa Toscana, l’unico scalpo è il suo. Quel che teme – e non dice – è d’essersi a sua volta ammalato della sindrome dell’amica Le Pen, che a livello locale ogni tanto esulta, ma che la Francia respinge come pericolo democratico ogni volta che si paventa all’orizzonte il momento di una scelta di campo.

Renzi, invece, mente sapendo di farlo quando parla di “inizio strepitoso” per la sua Italia Viva. Eppure non ha altra scelta che questa: per non alimentare la depressione tra i suoi, per non sprofondare in una terribile irrilevanza. Ma se l’ex amatissimo sindaco di Firenze, nella madre di tutte le battaglie, finisce in Toscana sotto il 4,5%, è lecito domandarsi che fine abbia fatto il tocco magico dell’uomo che portò il Pd al 40% alle Europee di 6 anni fa. Non sedici, solo sei. E paradosso vuole che nell’intollerabile raffronto col “ieri” vi sia un segno di considerazione che Renzi dovrebbe tenersi stretto, aggrappandosi ad esso, se necessario.

I due Matteo hanno avuto tra le mani il consenso degli italiani, lo hanno fisicamente percepito, tastato. Salvini, a dire il vero, crede di averne ancora un certo sfumato sentore. Entrambi sanno però di aver vissuto i loro giorni politicamente migliori. Il vento soffia in una certa maniera soltanto una volta sola. Ma nessuno come loro ha imparato che la brezza può cambiare direzione d’un tratto, senza apparente motivo. In un senso o nell’altro.

Lo hanno intuito, una volta di più, nel loro giorno, il giorno di San Matteo, nelle ore dello spoglio che ha determinato la loro – chissà poi quanto vera – strana disfatta.


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“Perché No”

Chissà perché nessuno ha pensato di reclutare per il referendum sul taglio dei parlamentari la canzone di Lucio Battisti, “Perché no“.

Messi da parte romanticismo e poesia- “in un grande magazzino una volta al mese, spingere un carrello pieno sotto braccio a te” – i versi di Mogol incarnano lo spirito di questa consultazione molto meglio di tanti articoli e dichiarazioni.

Sta tutto nel ritornello, nella domanda retorica che il cantante pone prima a se stesso e poi alla sua lei: “Perché no? Perché no? Perché no? Scusi lei, mi ama o no?“, seguita dalla risposta dell’interlocutrice: “Non lo so, però ci sto“.

Perché No, allora?
Voto No
, perché così vota una signora di 90 anni che di nome fa Liliana Segre. E di lei mi fido. Voto No perché, per usare le sue parole, “il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia” e “sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene“.

Sì, ma entra nel merito: perché No?
Voto No
, perché dobbiamo smetterla di perdonarci tutto. Di credere che i politici siano dei corpi estranei, mele marce catapultate a Roma cui prendersela quando le cose non vanno come speriamo. Deputati e senatori sono i parenti più prossimi del “popolo”: li abbiamo scelti noi. Voto no perché il problema non è il numero, semmai la qualità. Voto no perché il guaio non è lo stipendio, piuttosto il loro valore.

Quindi, dicevamo: perché No?
Voto No
, perché tagliare la spesa pubblica dello 0,007% non può essere l’ambizione di un grande Paese. Voto No, perché il caffè all’anno di risparmio garantito dal taglio lo offrirei volentieri al politico che rappresenta la mia Regione per esporgli i miei problemi. E invece con il Sì accadrà, per esempio, che pur avendo meno della metà degli abitanti, il Trentino Alto Adige avrà lo stesso numero di senatori della Calabria. O che l’Umbria vedrà più che dimezzata la sua pattuglia di esponenti a Palazzo Madama. Voto No, perché la rappresentatività non è uno scherzo.

Sì, d’accordo, ma se intanto prima tagliamo i parlamentari e poi “facciamo le riforme”…No! Come no? Perché no?
No, per lo stesso principio per cui “voi” decidete di votare sì. Le “riforme“, i “correttivi istituzionali“, la “modifica della legge elettorale“, dovevano essere votati prima. Prima di dire eventualmente sì. Anche per questo voto No. Perché non mi fido e non rinuncio alla democrazia a scatola chiusa.

Ma come la fai lunga, ma come sei provinciale…il mondo è cambiato…
Mondo? Già, lo conoscono bene gli italiani all’estero. Sono 6 milioni, più del 10% della popolazione. E se vincesse il Sì vedrebbero la loro rappresentanza decimata: un senatore per l’Europa, uno per tutto il Sud America, un altro per Centro e Nord America. Voto No, perché emigrare all’estero non significa essere italiani di Serie B.

Ok, ho capito: fai parte della “casta” anche tu!
No
, è che per me il Parlamento non è mai stato una “scatoletta di tonno“. Né ho mai creduto come Davide Casaleggio che “il Parlamento non servirà più“. Voto No, perché un “Vaffa” non ha mai risolto un problema che sia uno. Voto No, perché non voglio tagliare la politica, ma la cattiva politica (e credetemi ce n’è: che ce n’è). Voto No, perché credo nella democrazia, non nella demagogia.

Voto No, perché anche Lucio Battisti ogni tanto sbagliava. E allora non può valere un “non lo so, però ci sto“. Perché no? Perché No.

Steve Bannon arrestato: cosa ne pensano Salvini e Meloni?

Quattro giorni dopo il terremoto politico del 4 marzo 2018, Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump, incontra “segretamente” Matteo Salvini. Il leader della Lega, fresco di storico sorpasso ai danni di Silvio Berlusconi nel centrodestra, è uno dei fiori all’occhiello del tour europeo che Bannon avrebbe compiuto ufficialmente per “costruire una nuova infrastruttura per un movimento populista globale“. Quando si dice l’ambizione.

L’uomo, del resto, di sognare “in grande” poteva permetterselo. Dall’aver fondato Breitbart, un sito di estrema destra famoso per i suo titoli a dir poco discutibili – qualche esempio: “La pillola rende le donne brutte e ripugnanti”, “Le donne nere sono disoccupate perché falliscono nei colloqui di lavoro” – Bannon si era spinto a conquistare la fiducia del biondo di Manhattan, eletto presidente degli Stati Uniti d’America anche grazie alle sue idee. E che idee!

Sostenitore del politicamente scorretto, simpatizzante del Ku Klux Klan, nelle elezioni del 2016 Bannon e il suo sito sono stati il megafono di fake news e teorie del complotto riguardanti Hillary Clinton e i Democratici. Su Breitbart hanno trovato spazio i temi cari alla cosiddetta “alt-right“, il movimento di “destra alternativa” ai Repubblicani tradizionali (per intenderci: Reagan, Bush, McCain ecc.), che ha rappresentato la base elettorale su cui Trump ha costruito gran parte del suo successo politico. Il suprematismo bianco, l’odio e l’aperta ostilità verso gli immigrati, l’antisemitismo, l’islamofobia, le campagne di sostegno alla libera circolazione delle armi, sono solo alcuni degli argomenti diventati – anche grazie a Bannon – il retroterra “culturale” comune a milioni di elettori di Trump.

Smaltita la sbornia della campagna elettorale, gli ego ipertrofici dei due hanno dimostrato di non poter coesistere a lungo. Ma Bannon c’aveva ormai preso gusto: dopo l’America ha così dato inizio alla sua campagna d’Europa. Salvini, sì, ma non solo. In Germania l’estrema destra di AFD. In Francia, ovviamente, Marine Le Pen. Proprio in occasione di un comizio tenuto dai cugini transalpini, per spiegare il legame con il Capitano nostrano, Bannon si spinse a parlare dal palco di “brother Salvini“. Un fratello, insomma.

Da avere un fratello in Salvini, però, Bannon pensò bene dopo qualche tempo di averne tanti…Fratelli d’Italia! Nel settembre 2018, Steve è ospite d’onore nella kermesse di Atreju organizzata da Giorgia Meloni. In quel contesto Bannon promette di “restituire la libertà agli italiani, nessuno potrà più dirvi cosa fare con il vostro paese“. Fa anche di più, arrivando a sostenere che “l’Italia è l’esperimento politico più importante. Da qui può partire la rivoluzione”. Forse voleva dire “INvoluzione“.

Fatto sta che sia Salvini che Meloni subiscono il fascino “made in Usa” di Steve e, paradosso dei paradossi, si ritrovano – loro, sovranisti e nazionalisti! – ad aderire a “The Movement“, ovvero il “movimento populista mondiale“. The Movement non può non farci pensare al MoVimento 5 Stelle, oggetto a sua volta delle attenzioni dello stratega a stelle e strisce, arrivato a definire il governo gialloverde Salvini-Di Maio, sulle pagine del New York Times, come il suo “sogno finale”. Evidentemente si accontenta di poco.

Eppure oggi dall’America arriva una notizia che sembra contraddire questo aspetto: Steve Bannon è stato arrestato con l’accusa di frode nell’ambito della campagna online di raccolta fondi ‘We Build The Wall’. La popolarità ottenuta in politica sfruttata per truffare centinaia di migliaia di donatori, convinti di finanziare la costruzione del controverso muro al confine tra Usa e Messico, storico cavallo di battaglia trumpiano. Oltre 25 milioni di dollari raccolti: chissà quanti finiti dritti nelle tasche di Steve, che ora rischia 20 anni di carcere.

Cosa c’entra questa storia con Salvini e Meloni? Assolutamente niente. Ma che il personaggio fosse poco raccomandabile, i nostri leader avrebbero dovuto intuirlo in primis dalle sue idee. Il problema è un altro: che molte di queste idee le condividono.

Forse le nonne non sbagliavano quando ci dicevano: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

Processare Salvini è un errore e un orrore politico

Se il discorso pronunciato in Senato da Matteo Renzi ci ricorda perché questo giovane ex sindaco di Firenze è stato capace di scalare l’Italia e far innamorare di lui – prima di farsi odiare – milioni di concittadini, al contrario la sostanza della vicenda Open Arms ci impone un atto di onestà intellettuale: mandare a processo Salvini è sbagliato, è soprattutto un errore e un orrore politico.

Lo dice chi, da quando ha aperto questo blog, non ha fatto altro che contestare il leader della Lega, in particolare per come ha gestito il tema migranti, e di certo non può essere tacciato di nutrire simpatie personali nei suoi confronti. Provo ad argomentare: sono d’accordo con Renzi quando sostiene che non vi fosse interesse pubblico da tutelare tenendo in mare aperto per giorni una nave carica di disperati. La retorica degli invasori che violano i confini la lasciamo a Giorgia Meloni e alle sue malsane idee di affondare le imbarcazioni delle Ong: sarebbe ora che qualcuno le ricordasse che il tempo per giocare a battaglia navale è scaduto da un pezzo.

Ma era noto da tempo, da prima delle elezioni del 4 marzo che portarono alla formazione di quell’obbrobrio politico denominato governo gialloverde, che l’intenzione della Lega, una volta salita al potere, fosse quella di mettere in atto delle politiche migratorie in aperta rottura con quelle improntate all’accoglienza che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Siamo dinanzi al segreto di Pulcinella: tutti sapevano, in primis gli italiani che anche e soprattutto per le promesse della Lega sui migranti hanno votato in massa il Carroccio determinando uno spostamento dell’asse di equilibrio nel centrodestra da allora mai rettificato, a favore dei sovranisti e a spese dei moderati.

Accettare oggi che Salvini vada a processo significa non solo fargli un regalo elettorale, attaccargli l’ossigeno proprio ora che tutti i sondaggi dimostrano che ha ormai il fiato corto – ma questo è un bonus, una valutazione che nulla a che vedere con l’autorizzazione a procedere – ma vuol dire anche determinare il principio che la separazione di poteri – tra legislativo, esecutivo e giudiziario – che regge questa Repubblica sia fondata su un equilibrio che pende inesorabilmente a favore di quest’ultimo. Nessuno dev’essere sopra la legge, sia chiaro, ma credo passi un’enorme differenza tra compiere un atto disumano, politicamente inaccettabile, e un reato.

D’altronde non è corretto utilizzare due pesi e due misure: se è ormai unanimemente riconosciuto che Salvini non agì in autonomia ma fosse interprete della linea politica di tutto il governo Conte I, allora è giusto che a processo vada anche l’allora ministro dei Trasporti in quanto responsabile dei porti, Danilo Toninelli, e che con lui si presenti in tribunale il premier Conte, che secondo la Costituzione del governo “dirige la politica generale e ne è il responsabile”. Oggi come allora. Dovrebbe ricordarsene anche chi, a questo stesso presidente del Consiglio, assicura puntualmente la fiducia.