Pure su Genova, la colpa è sempre degli altri

di maio genova

 

Sarà che dopo anni ad attaccare “il sistema” poi viene complicato immaginarsi parte del Palazzo. Sarà l’inesperienza, il prezzo da pagare nel passaggio da partito d’opposizione a forza di governo. Saranno queste e mille altre variabili, a determinare i tanti scontri istituzionali verificatisi in poco più di 100 giorni dall’insediamento dell’esecutivo. Ma se è vero il detto per cui tre indizi fanno una prova, qui ce ne sono abbastanza per dichiarare che il governo – e in particolare il MoVimento 5 Stelle – fatica ad assumersi le responsabilità dei propri errori.

Così è stato ad esempio per il decreto Dignità, quando una relazione tecnica della Ragioneria dello Stato ha sancito che il primo atto targato Di Maio avrebbe fatto perdere 8.000 posti di lavoro all’anno. In quel caso si chiamò in causa una misteriosa “manina”, colpevole di aver fatto “apparire” dal nulla quella stima. Come se il problema fosse chi quei numeri li aveva messi, e non la loro esistenza.

Poi è stata la volta del reddito di cittadinanza, con Rocco Casalino versione Padrino pronto a minacciare i tecnici del ministero dell’Economia: “O trovano i soldi oppure li facciamo fuori, questi pezzi di m***a”. E allora viene spontaneo domandarsi se le famose coperture di cui parlava fiero Luigi Di Maio in campagna elettorale non fossero altro che bugie, numeri presi a casaccio, promesse di tagli agli sprechi date in pasto ad un’opinione pubblica desiderosa di credere ad un sogno sempre più vicino a tramutarsi in incubo.

Infine è toccato a Genova fare i conti con lo stile del governo appena insediato. Promesse di soluzioni immediate, annunci di rese dei conti improcrastinabili, parole, parole, parole. E poi a 42 a giorni dal crollo del ponte Morandi non c’è uno straccio di decreto, un testo su cui Mattarella possa apporre la firma. Il motivo lo svela la Ragioneria dello Stato: mancano le coperture. Hanno inserito tante, apprezzabili, misure senza indicare dove troveranno i soldi per realizzarle. Ma ancora una volta viene fuori la natura scaricabarile dell’esecutivo. Stavolta è Palazzo Chigi a dire che da parte loro è stato fatto tutto bene, a lasciar intendere che sono gli altri, i soliti, i tecnici, quelli messi nei ministeri dagli avversari, a ritardare, frenare, ostacolare.

E’ un continuo richiamo alla forza occulta di un “sistema” cattivo, collaudato, inscalfibile. Anche adesso che sono classe dirigente, i 5 Stelle puntano il dito contro altri dirigenti. Dal decreto dignità al reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a Genova: se una cosa va male è sempre colpa degli altri. E allora a cos’è servito assegnargli la “responsabilità” di governo?

Propongo Rocco Casalino al Grande Fratello Vip

rocco casalino

 

Dell’audio di Rocco Casalino hanno fatto più scalpore le minacce ai dipendenti del Mef e i toni sgarbati che non il dato politico più allarmante: per mesi, anzi anni, il M5s ha detto agli italiani che il reddito di cittadinanza era la risposta ai loro problemi. Di più: a chi replicava dicendo che la misura, oltre che sbagliata, era insostenibile dal punto di vista dei costi, Di Maio e i suoi hanno parlato di tagli qua, sforbiciate là e meno sprechi un po’ ovunque. “Ecco le coperture: le abbiamo, le vedete?“. Beh, dopo le parole di Rocco Casalino proprio no, non le vediamo più. Perché dicendo che o i dipendenti del Mef trovano i soldi  per il reddito oppure verranno fatti fuori dal ministero, Casalino ha svelato un’amara verità: quei soldi quindi non c’erano, quei numeri erano inventati. Bugie, nient’altro che bugie.

Ma che sarà mai, in quest’epoca, una frottola in più? La politica sotto forma di reality consente di sbagliare, tanto la prossima puntata con eliminazione può arrivare anche tra 5 anni, Salvini permettendo. E allora ecco che Casalino diventa un intoccabile: Conte gli conferma la fiducia, lo stesso fa Di Maio,. Nessuna nomination. E lui ad  abbandonare la nuova “Casa”, anzi il “Palazzo” (Chigi) non ci pensa né per ragioni di opportunità, né per propria dignità . Tanto è vero: ci sarà tempo per riconquistare il pubblico, altri scandali copriranno il suo. E poi, dovesse andar male, Rocco ha un’altra via: la strada di Cinecittà la conosce già. E in fondo ora che è famoso, ricco (forse anche troppo), potente, chi potrebbe negargli un posto nel cast del Grande Fratello Vip?

Reddito di cittadinanza o di nazionalità?

di maio reddito

 

L’ultimo autogol sulla Manovra che sta per essere partorita da un ministro dell’Economia sempre più vicino all’ingresso in un reparto di psichia-Tria è quello confezionato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini sul reddito di cittadinanza. Va dato soltanto agli italiani, dice il capo politico del M5s. E figurarsi se non concorda quello del “prima gli italiani”.

Ma al netto della sorpresa che potrà suscitare in tanti la svolta razzista di Di Maio, resta il fatto che ancora una volta i due scagnozzi provano a ridisegnare, o ad ignorare, le norme che regolano uno Stato di diritto. A chiarire che la norma così pensata è inapplicabile è stato Valerio Onida, già componente di quella Corte costituzionale che sul punto, ha ricordato, “si è già espressa tante volte”. E il responso è stato chiaro: trattandosi di “un provvedimento di ordine sociale, che prevede un’assistenza sociale, non può essere limitato ai cittadini italiani”.

Allora qui sta forse il busillis. Che cosa si intende, o meglio, cosa si è inteso dire per anni, per reddito di “cittadinanza”? Sfogliando il dizionario, alla voce “cittadinanza” si legge questa definizione: “Vincolo di appartenenza a uno stato (o anche al comune), richiesto e documentato per il godimento di diritti e l’assoggettamento a particolari oneri: c. italiana, francese; ottenere la c.; certificato di c.“.

E allora pare chiaro che così come molti stranieri sono sottoposti a diversi oneri, su tutti quello di pagare le tasse in Italia, allo stesso modo debbano poter godere di certi diritti.

A meno che non vogliano parlare apertamente di un “reddito di nazionalità”. E respingere le accuse di razzismo, allora, sarebbe davvero complicato.

 

Zitta, Europa: per il tuo bene

moscovici

 

L’ultima uscita di Pierre Moscovici, secondo cui l’Italia sarebbe “un problema per l’Europa”, è l’esempio di tutto ciò che l’Europa non deve fare se tra pochi mesi non vuole essere sepolta dalla valanga populista.

Non è più tempo di moniti, avvisi, interferenze da Bruxelles. In Italia c’è fortunatamente un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella che vigilia ogni giorno sull’operato (e sull’annunciato) del governo.

E nell’esecutivo ci sono anche persone serie come Giovanni Tria, il ministro dell’Economia, che non a caso paga il fatto di voler mettere al sicuro i conti con le minacce più o meno velate dei 5 stelle su una poltrona – la sua – che potrebbe scomparire nel caso in cui non si piegasse ai voleri della maggioranza. 

Allora a cosa servono, se non ad alimentare quel sentimento di insofferenza diffusa nei confronti dell’Europa, le parole di Pierre Moscovici? A cosa serve, se non a solleticare l’orgoglio nazionalista, il richiamo a quei tanti “piccoli Mussolini” che in nome del sovranismo realmente minano la stabilità del continente?

Non è la prima volta. E non sarà nemmeno l’ultima, credo. Ma Salvini e Di Maio non hanno problemi ad incrementare i propri consensi in attesa che le opposizioni decidano di svegliarsi dal torpore e capire che prima delle ideologie del Novecento viene oggi la necessità di mettere al riparo la democrazia di questo Paese.

Per questo motivo i due vicepremier e i rispettivi partiti non hanno bisogno di altri regali dai propri avversari.

Perciò, Europa, aiutaci ad aiutarti. Stai zitta, non parlare dell’Italia. Almeno per un po’. Fallo per te, se non vuoi farlo per noi.

Il ministro del non-Lavoro

di maio lavoro

 

Come se non avesse ben compreso il proprio ruolo, Luigi Di Maio continua ad interpretare il suo impiego da ministro del non-Lavoro. E non è un lapsus, una forzatura, una critica sterile figlia di pregiudizi. Basta vedere gli atti, le promesse, gli annunci di questi primi mesi di governo per rendersi conto che Di Maio sta operando in maniera tale che tempo qualche anno e il suo ministero verrà chiuso per inutilità alla causa.

In principio fu il reddito. Quello di cittadinanza, una misura assistenzialista, che avrà come unico risultato quello di spingere i furbetti di turno a trovare escamotage ogni volta diversi per prolungare il periodo di nullafacenza retribuito.

Poi arrivò il Decreto Dignità, il primo atto del governo: e se il buongiorno si vede dal mattino sarà una lunga notte. Un’accozzaglia di misure caratterizzate da una visione chiusa, arcaica, superata del mondo del lavoro, scritte apposta per penalizzare le imprese, addirittura dannose in termini di occupazione, dal momento che causeranno la perdita di 8mila posti l’anno.

E infine c’è l’ultima perla: i negozi chiusi la domenica. Una sparata prima “integrale”, poi corretta con l’aggiunta di una turnazione secondo cui il 25% dei locali resterà comunque aperta (grazie). La motivazione ufficiale del Di Maio-pensiero è che le liberalizzazioni stanno distruggendo le famiglie italiane, che la gente lavora così tanto che genitori e figli a casa neanche si vedono più. Beato lui che vede così tanto lavoro in giro.

Per salvare veramente le famiglie, forse, bisognerebbe tentare di agire sui redditi, di incentivare gli acquisti e le assunzioni, di rimettere in moto il mercato, di assicurare un futuro ai giovani e almeno un presente ai loro genitori.

Bisognerebbe aiutare il lavoro, non toglierlo del tutto.

La nuova casta

salvini cernobbio

 

I tempi cambiano. E ciò che ieri sembrava impossibile è oggi realtà. Succede così che a rappresentare il governo a Cernobbio, al Forum Ambrosetti che racchiude il gotha dell’economia e della finanza vada Matteo Salvini.

Lo stesso che fino ad un paio d’anni fa, invitato a partecipare all’incontro che ogni settembre si tiene sul Lago di Como opponeva un rifiuto quasi sdegnato:”Cernobbio? Mi sembra il concerto sul Titanic”.

Ma i violini, mentre la nave va a fondo, stavolta li suona proprio la sua Lega. Accompagnata da Giuseppe Conte, per una volta presente il presidente assente, l’uomo che rifiuta le ospitate televisive per evitare di trovarsi in imbarazzo, incerto tra un sì e un no, sempre a metà tra un ni e un boh.

E poi c’è Di Maio, che dalla Fiera del Levante di Bari prova a dettare un po di agenda: Tap no, centri commerciali aperti di domenica no, liberalizzazioni no. Come se ingrossare una macchina dello Stato già di per sé ingolfata non fosse un errore. Come se aumentare il carico invece che snellire fosse la ricetta giusta.

Ma tant’è. Da Bari a Cernobbio. Comandano loro. La nuova casta.

Due buone cose del governo, sui vaccini e sull’Ilva

di maio m5s

 

La differenza tra chi ha costruito la propria carriera sugli insulti e chi ha a cuore il bene del Paese sta nel saper ammettere quando l’avversario politico realizza qualcosa di buono. Questo ha fatto oggi Luigi Di Maio su Ilva, al termine di un percorso accidentato, reso ancor più scivoloso dai maldestri tentativi di screditare l’ottimo lavoro svolto dal suo predecessore, Carlo Calenda.

La buona notizia è che Ilva non chiuderà, né diventerà un parco giochi come chiedeva un delirante Beppe Grillo. Gli assunti subito saranno 10.700 anziché 10.000, come da piano originario. Resta da capire cosa ne farà Mittal di questi 700 in più, visto che nel suo piano aziendale specificava di poter gestire la fabbrica con 9500/10.000 lavoratori a partire dal 2023.

Ma al di là dei dettagli dell’intesa, che dovrà essere ratificata da un referendum tra i lavoratori, la migliore notizia sta nel fatto che il governo è riuscito a trovare il coraggio di cambiare idea. Grazie alle pressioni dell’opposizione, della stampa, dell’opinione pubblica, dei tecnici, Di Maio ha capito che la responsabilità imponeva una scelta diversa da quella promessa in campagna elettorale.

Il M5s perderà molti voti a Taranto? Probabile, ma di sicuro acquisterà una credibilità diversa sulle prossime vertenze. Ed in fondo è quello che è successo sui vaccini, con la maggioranza che dopo aver generato il caos ha capito – stritolata fra gli allarmi della comunità scientifica e del mondo della scuola – che era il caso di  cancellare l’emendamento al milleproproghe che avrebbe consentito l’iscrizione dei bimbi non vaccinati alla materna e al nido, mettendone a rischio la salute.

Questo si chiama buon senso. Questo significa fare politica. E in questo sta la differenza tra “noi” e “loro”. Nel “coraggio” di dire “bravi”, nell’interesse dell’Italia. Non in funzione dei sondaggi.

Chi troppo vuole nulla stringe

di maio salvini

 

Dimenticati i toni aspri, messe da parte le ventilate sfide all’Europa dei vincoli. Salvini e Di Maio hanno compreso che quei parametri da rispettare sono forse l’unica rete di protezione contro le speculazioni dei mercati. E allora ecco che che i verbi cambiano. Da “sforare” il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil si passa alla possibilità di “sfiorare”.

Il tempo di una chiacchierata col ministro Tria, quello più preparato e dunque più isolato all’interno della compagine governativa, e Salvini corregge nuovamente il tiro. Né sforare, né sfiorare: a quel tetto non ci si avvicina. Ufficialmente per lanciare il messaggio che l’esecutivo avrà vita lunga e ci sarà tempo per tutto. Realmente perché il rischio di andare incontro alla catastrofe dei conti sarebbe stato altrimenti incombente.

Da qui la decisione comune ai due estensori del contratto di governo, dettata da logiche di marketing politico piuttosto che dalla volontà di incidere direttamente sulla qualità della vita degli italiani. Tra meno di un anno si vota alle Europee, il traguardo più ambito, il Mortirolo di questo giro elettorale. Pensare di veleggiare su questi livelli di consenso soffiando per mesi sul vento anti-migranti non si può. Allora si prenda il frullatore, ci si metta dentro di tutto un po’.

Un “accenno” di flat tax, un “avvio” di reddito di cittadinanza, un “pizzico” di quota 100. Così, come fossero contentini, croccantini da lanciare agli italiani, che avrebbero dovuto saperlo che ci sarebbe voluto del tempo per fare tutto. No?

Ma il peccato originale di un governo senza collante, di un esecutivo che prova ad unire il Paese con progetti agli antipodi, è una politica senza direzione univoca. Così il prezzo da pagare è il seguente: un mix di misure che si annullano a vicenda, un insieme di decisioni parziali, di scelte a metà che sono il frutto della volontà di urlare un giorno: “Noi abbiamo fatto tutto ciò che abbiamo promesso!”.

E poco importa che quel tutto non sarà completato per niente.

Sarà bene tenere a mente la lezione dei saggi: “Chi troppo vuole, nulla stringe”.

Il nuovo partito di Salvini farà bene, a tutti gli altri

 

Come quando da piccoli si giocava a nascondino. C’è l’ultimo, quello rimasto coperto fino alla fine, che ha il potere di salvare i compagni precedentemente catturati. Tana libera tutti, si urlava. Ma basta sostituire “tana” con “Lega” per rendersi conto che il nuovo – nascente – partito di Salvini avrà il merito di porre fine a tutti i bluff iniziati dopo l’Apocalisse del 4 marzo.

Perché se tra qualche giorno, come sembra probabile, il Tribunale di Genova confischerà i conti della Lega per la truffa ai danni dello Stato targata Bossi e Belsito, allora ecco che tutti i giocatori – volenti o nolenti – dovranno uscire dai loro rifugi.

Salvini quasi non vede l’ora: essere il Re del Nord non basta più. Trasformare la Lega da un partito settentrionale ad un contenitore di destra è possibile. Il piano è formare un partito sul modello dei Repubblicani americani, dove la componente conservatrice è preponderante, ma non mancano sfumature moderate. Sfumature, appunto.

Ma pure tutti gli altri saranno contagiati dal “domino” innescato dalla “morte” leghista. Perché a quel punto dovrà essere Berlusconi, lui sì fondatore del centro-destra, a rivolgersi alla sua gente, ai moderati e ai liberali italiani, e a dirgli se davvero può essere il partito di Salvini la loro nuova casa politica. Sarà allora, soltanto allora, che Berlusconi dovrà decidere se piegarsi ad un delfino che per se non avrebbe mai scelto. Sarà a breve, che il Cavaliere dovrà scegliere se venire a patti con un ribaltamento della storia, dove non è più lui quello che fa il predellino e lancia il Popolo della Libertà, ma è quello che lo subisce, che si vede costretto ad ingoiarlo, quello che fa “la fine di Fini”.

E tutti gli altri? Non potranno che beneficiarne. Da una parte perché al Nord, vuoi o non vuoi, si perderà parte della spinta elettorale dettata dalla territorialità che dalla sua nascita è stata la caratteristica predominante della Lega. Il nuovo partito di Salvini sarà uno dei tanti in lizza per prendere voti: più nordista di altri, magari, ma comunque non solo del Nord. E va bene che già alle Politiche del 4 marzo la Lega era solo Lega, ma era – ancora- pur sempre la Lega.

Il MoVimento 5 Stelle sarà costretto a guardarsi dentro e intorno. A scegliere cos’è e cosa vuol diventare. Se la costola di un partito di destra o una “cosa” senza direzioni, costretta a giocare sull’antagonismo a prescindere verso tutto e tutti.  E il Pd, o ciò che sorgerà al suo posto? Potrà guadagnare il centro, lasciato smarrito dalla svolta a destra della Lega Repubblicana by Salvini.

Per questo motivo ben venga il nuovo partito di Salvini. Costringerà gli altri a buttare giù le maschere. Sarà un bene per tutti. Noi.

Io me ne andrei

renzi pd

 

Sono forse i fischi ai funerali di stato di Genova, spontanei o organizzati che fossero, il segno della fine del Partito Democratico. Un contenitore politico che ha tradito la missione che si era dato agli albori, quella che lo caratterizza persino nel nome: essere “veramente” democratico. Perché è un fatto che il popolo non si senta rappresentato da una cospicua parte dei suoi dirigenti, come lo è pure che milioni di voti per eleggere un segretario siano stati di volta in volta bellamente ignorati dagli sconfitti di turno, sempre gli stessi, o forse sarebbe meglio chiamarli “perdenti”. Loro incapaci di vincere ma insuperabili quando a far perdere gli altri.

In tutto questo c’è Renzi. Un leader che ha sbagliato molte mosse, ma pur sempre un leader. E se il carattere suggerisce di restare a combattere, di riprendersi il Partito, ancora, nonostante tutto e nonostante tutti, forse per una volta è il caso di ascoltare la ragione. Intestardirsi nel tentativo di riesumare un Pd esanime sarà pure uno scopo nobile, dimostrare che è in grado di farlo sarà anche una sfida umanamente impareggiabile, ma in gioco non c’è solo il destino politico di uno, bensì le sorti quotidiane di milioni di italiani che non vogliono essere rappresentati dai populisti al governo.

Allora fossi al posto di Renzi non ci penserei due volte. Mi guarderei intorno, chiamerei gli amici e gli chiederei di seguirmi. Farei lo stesso con le voci critiche. Le persone serie però. Quelle che stanno dentro a tutti i partiti, quelle che quando parlano lo fanno con cognizione di causa. Quelle che se esprimono dissenso lo fanno apertamente, onestamente. Pure a loro direi: venite, che ne dite? Sì. Perché io il Pd lo lascerei. Io me ne andrei.