Il comandante De Falco e i nuovi Schettino

 

Gregorio De Falco è stato – ai tempi del naufragio della Costa Concordia – il simbolo dell’Italia con la “schiena dritta”. L’anti-Schettino per eccellenza, il comandante che non si sottrae al proprio dovere, l’istituzione che fa l’istituzione. Il suo rude “Salga a bordo cazzo!” è diventato per mesi l’urlo ideale di una nazione ferita, piegata dal lassismo della sua classe dirigente, incapace di arrestare una colata a picco che sembrava inevitabile.

Anche per questi motivi, appresa la sua scelta di candidarsi col MoVimento 5 Stelle, sono rimasto prima sorpreso e poi deluso. Ma in un’intervista di qualche mese fa a L’Aria che tira, a Myrta Merlino che gli faceva notare come fosse alto il rischio che il suo volto venisse usato dalla politica come una bandierina da piazzare per i propri fini, De Falco rispose sicuro: “Io c’ho una cosa dalla parte mia: sono un uomo libero“.

La conferma è arrivata ieri sera, quando De Falco e un’altra senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Nugnes, hanno fatto andare sotto il governo sul condono di Ischia. Hanno votato secondo coscienza l’emendamento presentato da Forza Italia e insieme al Pd. Consapevoli delle conseguenze che questo loro voto di dissenso rispetto al gruppo M5s avrebbe comportato.

Perché di fronte ad un governo che se ne frega dei rischi idrogeologici e sismici, di case che potrebbero cadere giù da un momento all’altro, serve qualcuno che si metta di traverso.

Di fronte ad un governo che nonostante l’enorme consenso non ha voglia di fare scelte coraggiose e necessarie, ha il suo senso levare una voce fuori dal coro dei lacchè.

Di fronte ad un governo che se ne frega dei richiami dei maggiori istituti europei e mondiali, che scientemente decide di farci andare a sbattere dopando i conti, serve qualcuno che dica no.

Il rischio naufragio è alto, coi nuovi Schettino al timone.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.

Meglio le poltrone della prescrizione

Di Maio, Conte, Salvini

 

Senza addentrarsi nei tecnicismi della proposta di riforma della prescrizione avanzata dai 5 stelle, il ragionamento politico che va fatto alla luce del raggiunto accordo tra MoVimento e Lega è il seguente: non c’è argomento divisivo che tenga, punto di vista diametralmente opposto che balzi all’occhio, il governo – quando sarà – cadrà esclusivamente per esigenze “elettorali”.

Qualcuno si era illuso che l’intervista concessa al Fatto Quotidiano da Di Maio potesse essere il preludio di una crisi interna alla maggioranza: “O si trova l’accordo sulla prescrizione o salta il contratto di governo”. La sostanza è un’altra: il contratto di governo è l’assicurazione sulla vita del Salvimaio, lo scudo infrangibile contro l’attualità che ogni giorno evidenzia le diversità di vedute di un esecutivo litigioso, chiassoso e confuso.

Eppure dopo ogni burrasca torna il sereno. E non perché a trionfare sia la stima, non perché la reciproca sfiducia sia un’invenzione dei giornaloni cattivi. No. Il fatto è che il collante che tiene insieme Lega e M5s è più forte di tutto il resto. Hanno preso il potere per vie traverse, piazzato le loro bandiere sui palazzi ritenuti inespugnabili, profanato persino i balconi delle istituzioni.

Volete che perdano tutto questo per la riforma della prescrizione? No, meglio le poltrone.

La lezione americana

 

Gli Stati Uniti sono il laboratorio in cui le trasformazioni dell’Occidente si verificano prima e in maniera più dirompente. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump ha anticipato l’arrivo della ventata populista che avrebbe travolto l’Europa. Per questo motivo, a due anni dalla sua elezione, il voto di Midterm è stato vissuto a queste latitudini come uno spoiler di ciò che comunque arriverà, come l’anticipazione di un sentimento diffuso, del futuro che ci aspetta.

Per quanto la realtà americana e quella italiana – per ovvi motivi – non siano neanche lontanamente paragonabili, ci sono delle lezioni che possiamo apprendere dai risultati di questa notte negli Usa. Chi pronosticava uno tsunami democratico negli Stati Uniti è stato smentito dai numeri. Il motivo è presto detto: l’alternativa a Trump è rimasta Barack Obama, che al netto del suo carisma, della sua immutata capacità di trascinare le folle, resta un ex presidente che non potrà più fare il presidente. Manca l’alternativa, la controparte.

Perché in un’epoca in cui i politici vengono valutati per la loro capacità di comunicare un messaggio – condivisibile o meno che sia – essere un personaggio come Donald Trump, specialmente in un Paese impaurito, basta e avanza per essere allo stesso tempo l’uomo più odiato e amato della nazione. Lo vediamo bene in Italia. Chi è il politico più criticato e avversato della scena? Matteo Salvini. Chi è il leader accreditato dei maggiori consensi dai sondaggi? Matteo Salvini. Fino a quando “l’altra Italia”, quella che non si rassegna ad essere governata dai “populisti alla Trump”, non troverà un unico interprete delle proprie istanze la mareggiata populista continuerà ad imperversare, provocando soltanto nausea a chi spera di domare le onde.

Ma c’è un altro aspetto, per certi versi simile, che possiamo estrapolare dal risultato di questa notte in America. Non basta essere governati da Donald Trump per rendersi conto del pericolo che si corre ad essere governati da Donald Trump. In altre parole: non bastano le ingiustizie e gli errori commessi da chi è al governo per convincere la gente a cambiare il proprio voto. Chi pensa di spodestare un populista non può pensare di farlo utilizzando le stesse armi che caratterizzano il populista al potere. No fake news, no attacchi indegni, no proposte che solleticano i peggiori istinti di un Paese. Piuttosto serietà, onestà, buon senso: tutte caratteristiche che non escludono la possibilità di trovare, poi, un leader forte, empatico, appassionato che incarni e rappresenti questi valori.

Forse non è facile, ma è soprattutto questa la lezione americana.

Otto mesi di non-cambiamento

elezioni 4 marzo twitter

Otto mesi sono trascorsi dal 4 marzo. Dalla notte che ha “cambiato” l’Italia. Eppure non nel senso che i vincitori delle elezioni, quelli che dopo il voto esultavano come se avessero appena preso la Bastiglia, volevano far credere. Otto mesi, poco meno di una gravidanza, quanto basta per capire che il risultato dell’unione tra M5s e Lega non è il “governo del cambiamento” propagandato con una convinzione tale da apparire sospetta fin dal principio.

Diversi su tutto, per credo e provenienza, per “ideali” e storie, i partiti al governo sono tenuti insieme da due sole cose: la passione sfrenata per il populismo e l’attaccamento alle poltrone che hanno appena sottratto ai rivali di sempre. Non c’è niente di rivoluzionario in questi giacobini 2.0. Regna piuttosto l’immobilismo, il dissidio interno che si ripercuote sulla vita quotidiana degli italiani, l’incapacità di ammettere che si è promesso l’assurdo.

Così il reddito di cittadinanza e quota 100 “partiranno”: ma non partono. Le grandi opere, quelle che rendono tale un Paese, sono oggetto di quotidiani contrasti: dalla Tav al gasdotto Tap, dal Terzo Valico al Brennero, passando per Pedemontana e Muos. C’è una visione antitetica del mondo da provare a conciliare, e in questo scenario l’unico collante è l’odio per gli ex primi della classe, la tentazione di azzardare, la follia di farlo, per dimostrare di poter vincere una scommessa che in realtà è persa in partenza.

Ne sono una prova le ultime scaramucce sulla riforma della prescrizione, con Giulia Bongiorno che saggiamente ha placato le mire giustizialiste di un MoVimento che vorrebbe costringere tutti – innocenti compresi – a vivere sulla graticola di un procedimento penale vita natural durante.

E sull’altare delle divisioni si consuma il sacrificio di un Paese abbandonato al proprio destino in Europa, infilatosi consapevolmente (e questo è il dramma vero) in una spirale dalla quale sarà complicato uscire senza un brusco risveglio.

Otto mesi, otto, da quel 4 di marzo. Otto mesi di non-cambiamento.

Il governo dei rinvii

 

Piazzano due bandiere, così, un po’ per scena. Il reddito di cittadinanza e quota 100, ma neanche troppo convintamente. Perché il come e il quando delle due misure che caratterizzano Lega e 5 Stelle è ancora tutto da decidere. Perché i danni dello spread, della febbre non a 40 ma neanche a 37 (cit. Giovanni Tria), sono stati stimati da Bankitalia in 5 miliardi di euro. Mezzo reddito di cittadinanza, per intenderci: interessi in più da pagare per le mirabolanti dichiarazioni di Salvini e Di Maio, con quest’ultimo capace di accusare perfino Mario Draghi dei propri disastri. Il tutto volendo far finta di non vedere l’elefante nella stanza, la procedura d’infrazione che, tempo qualche giorno, l’Ue si vedrà costretta ad aprire contro l’Italia.

A meno che, travolti dai mercati, baciati da un ritrovato senso della realtà, Salvini e Di Maio non si decidano a sradicare dal terreno anche le loro due bandiere, rinviando reddito di cittadinanza e pensioni al maggio 2019 anziché a marzo, e a contenere quel deficit scellerato che è figlio di un peccato originale impossibile da lavare via: l’unione tra due forze diverse per credo e interessi, unite soltanto dal ricorso al populismo urlato.

Conte chiede tempo fino al 2019, Salvini giustifica il mancato taglio delle accise dando la colpa ai 5 stelle, che a loro volta dicono che fosse stato per loro avrebbero fatto a meno della pace fiscale. Le pensioni d’oro? Restano. Proclami, promesse, pagherò. È il governo dei rinvii, mica quello del cambiamento.

No, caro Di Maio: dalla compattezza del M5s non dipende il futuro dell’Italia

di maio pensieroso

 

Per la seconda volta in pochi mesi il MoVimento 5 Stelle viene meno alle proprie promesse elettorali. Il primo impegno mancato è stata la chiusura dell’ILVA (e menomale). Il secondo la mancata realizzazione del gasdotto Tap, sempre in Puglia, che alla fine si farà (altro sospiro di sollievo). Di Maio si difende sostenendo che non avevano avuto modo di vedere le carte: ma che politico è, anzi, è un vero politico quello che promette la luna senza sapere se avrà una navicella in grado di conquistarla?

Ma c’è di peggio. Di Maio oggi interviene sul blog del MoVimento con un articolo in cui chiede ai suoi di restare “molto compatti. Fusi insieme. Come la testuggine romana”. Questo perché alcuni, a quanto pare, stanno iniziando a sfilarsi, a storcere il naso, a rappresentare il cosiddetto “malcontento della base”. Per questo, riferendosi a questi soldati  indisciplinati, Di Maio dice “il risultato è che minaccia di sfilarsi dalla testuggine mettendo a repentaglio non solo il Governo, ma anche le possibilità dell’Italia di avere un futuro diverso da quello che gli altri avevano già scritto per noi”.

Non è finita. Di Maio conclude:”E’ bene infatti avere molto chiaro che dalla compattezza della testuggine del MoVimento dipende non solo il futuro del governo, ma anche quello del nostro Paese. Chi si sfila si prende questa responsabilità dinanzi ai cittadini e di questo dovrà renderne conto”.

Due appunti, caro Di Maio.

Uno, stai tranquillo: l’Italia per fortuna non è il MoVimento 5 Stelle. L’Italia è un grande Paese con una grande Costituzione, un grande Presidente della Repubblica e una “società civile” che non vi consentiranno di distruggerci.

Due, dici che se le cose andranno male sarà colpa di chi si sfila. Una volta la manina, una volta quelli che non fanno vedere la carte, ora quelli che lasciano il posto nella testuggine.

Ma una volta, una sola, pensi di assumertela qualche responsabilità?

Quelli tra palco e realtà

conte di maio salvini bis

 

L’illusione di vivere in una bolla, le allusioni agli euroburocrati cattivi, il rimpallo di responsabilità nei confronti di Mario Draghi, come se il suo “whatever it takes” fosse l’assicurazione sempiterna contro le scelleratezze di un Paese che corre dritto verso il precipizio. Ma alla fine la verità, pure nell’epoca delle fake news, bussa sempre. E a volte lo fa così insistentemente che il rischio è quello di buttare giù la porta.

Perché che il ministro Tria dica che lo spread ai livelli attuali non sia “la febbre a 40 ma neanche a 37” è la prova che il corpo italiano è malato. Servirebbe una tachipirina di realismo, un’ammissione di responsabilità di fronte agli italiani, dichiarare che la messinscena dal balcone di Palazzo Chigi è stata fatta per passare una notte diversa, un teatrino emozionante per i propri sostenitori, la celebrazione un po’ volgare dell’andata al governo del Paese. Ma adesso basta, c’è l’Italia sul filo: e sotto materassi sgonfi.

E non può passare il messaggio che sia Draghi, l’uomo che ha salvato l’Eurozona – e in particolare l’Italia – ad incendiare i mercati se a domanda sui rischi risponde. Non si può pensare che la gente creda ancora a lungo alle frottole sull’Europa che si mette per principio di traverso alla “Manovra del Popolo”. Perché questa Europa – da cambiare, da ripensare, da rinnovare – è la stessa che in nome della “politica”, della capacità dei governi di andare a trattare a Bruxelles, ha concesso all’Italia 30 miliardi di euro in più rispetto a quanto le sarebbe spettato.

Ma allora qualcuno dica a Conte, Di Maio e Salvini che non sono influencers e neanche rockstar. Avranno pure un popolo da non deludere, ma soprattutto c’è l’Italia da governare. Luciano Ligabue, diversi anni fa, cantava di quelli con “un ego da far vedere ad uno bravo davvero un bel po’”. Quelli tra palco e realtà.

Venti giorni per non fare la fine della Grecia

di maio salvini conte

 

Non c’è simpatia per il ditino inquisitorio di Pierre Moscovici. I professori che oggi fanno la lezione all’Italia sono in parte gli stessi responsabili del sentimento anti-europeo che ha travolto il continente. Superati a destra dall’ondata populista, hanno pensato che i “barbari” non avrebbero mai potuto sfondare le barricate della civiltà. E invece è accaduto.

Resta però dalla loro la ragione dei numeri. Perché la Manovra presentata dall’Italia è semplicemente un assurdo, un gioco senza senso, uno scherzo che rischia di farci piangere tutti, a meno di un miracolo entro le Europee di maggio, di un risveglio dell’elettorato italiano in extremis, attualmente difficile da pronosticare. Ma la scadenza alla quale bisogna guardare adesso è più a breve termine: il 14 novembre, il termine ultimo per ripresentare un nuovo documento programmatico di bilancio.

Venti giorni, in cui il governo potrà decidere se continuare a fare sfoggio di muscoli (dopati) o se invece accendere il cervello. Non tanto per la procedura d’infrazione che Bruxelles potrà decidere di aprire entro qualche mese, ma soprattutto per non essere in balia dei mercati. Venti giorni per scavare, per vedere di reperire un po’ di buon senso, per rendersi conto che al primo accenno di nuova crisi, con un deficit così elevato e un debito pubblico monstre, il popolo già piegato verrebbe definitivamente spezzato, spazzato via da un’economia che a quel punto collasserebbe su sé stessa. Venti giorni, un tempo breve soltanto relativamente, per rifare i conti, per togliersi un po’ di spocchia di dosso, per non rendere l’Italia il brutto anatroccolo d’Europa, per non vivere tutti i santissimi giorni dei prossimi mesi con un occhio allo spread, sotto la spada di Damocle del giudizio delle agenzie di rating. Venti giorni, solo venti, per essere certi di non fare la fine della Grecia.

Vuole togliere i poteri a Mattarella: toglietegli il microfono, è meglio

grillo italia 5 stelle

 

Non può essere archiviata come l’ennesima boutade di un vecchio comico l’ultima uscita di Beppe Grillo al Circo Massimo sul Presidente della Repubblica. Che senso ha dire durante Italia 5 Stelle “dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato” se poco dopo, compresa la frittata, ci si rimangia tutto? E a cosa serve che Beppe Grillo sia ancora il Garante del MoVimento 5 Stelle se alla fine, per ragioni di opportunità, viene sbugiardato dagli stessi che proprio lui dovrebbe “garantire”?

Non è allarmante che il partito al governo, quello che pochi mesi fa ha ottenuto il 32% dei voti, invece di bocciare completamente la tesi del suo fondatore decida di nascondersi dietro un dito, facendo trapelare che il proposito di Grillo non verrà attuato – e menomale – soltanto perché “non è presente nel contratto di governo“?

Il punto è sempre lo stesso, l’incapacità del MoVimento 5 Stelle di venire a patti con la sua nuova dimensione. Quando qualcosa non va si evocano complotti, manine, “sistemi” che remano contro il “cambiamento”. Ma i primi a non aver accettato il loro “cambiamento” sono proprio i pentastellati: che hanno il potere ma non sanno come gestirlo, che fanno una festa da partito di lotta pure adesso che sono al governo, che danno ancora la parola a Grillo quando sarebbe giunta l’ora di togliergliela.