Sulle ali dell’incoerenza

Di Maio e Alitalia

Il punto non è tanto la decisione di Ferrovie dello Stato di includere Atlantia nel consorzio chiamato a salvare Alitalia. Era una decisione scontata, la più logica, l’unica realmente possibile. La holding dei Benetton ha una solidità economica certa, un’esperienza nel settore importante, la gestione di Fiumicino e Ciampino attraverso Aeroporti di Roma è un biglietto da visita di cui tenere conto. Il resto è fuffa, gioco politico sconfessato dal realismo di Fs.

Ma allora qual è il punto, direte voi? Visto che si è ancora comunque lontani dal salvataggio di Alitalia, dal momento che ancora bisogna riscrivere il piano industriale, scegliere le rotte, ripensare i servizi, trattare sugli esuberi, stabilire le quote di partecipazione all’interno della cordata, il punto sta nel post pubblicato da Luigi Di Maio dopo la decisione di Ferrovie.

Il punto sta nella capacità di sconfessare se stessi pur di affermarsi. Sta nella faccia tosta di chi due settimane fa parlava di Atlantia come di una società “decotta” e oggi associa la sua entrata nel consorzio al “rilancio di Alitalia“. Sta nella capacità di mentire, di provare a far credere, dopo un anno di annunci e parole senza seguito, che il governo andrà avanti sulla revoca (sbagliata) della concessione ad Autostrade per l’Italia.

Piccolo avviso ai naviganti: se Ferrovie dello Stato ha accolto Atlantia come partner nella Nuova Alitalia lo ha fatto perché c’è stata una manifestazione d’interesse, che come tale è soggetta a trattativa. E davvero qualcuno crede che i Benetton nella partita, com’è giusto dal loro punto di vista, non decidano di tutelare i loro interessi sulle concessioni autostradali? Davvero qualcuno pensa che le questioni siano separate? Che il Gruppo Atlantia metterà sul piatto 350 milioni senza essere certo che il suo socio nel consorzio, lo Stato, non lo freghi?

Ora è chiaro che si tratta di aerei, ma di voli pindarici ne abbiamo anche abbastanza. Di Maio torni sulla terra, pensi a fluttuare di meno tra le sue bugie, scenda dalle nuvole delle sue narrazioni distorte, smetta di viaggiare sulle ali dell’incoerenza.

Un Affare di Famiglia

Lorenzo Fontana

Ci era stato detto, a più riprese, che dopo le Europee nulla sarebbe cambiato nel governo. Un po’ un paradosso per l’autoproclamato “governo del cambiamento”. Ed in parte è stato vero. Non sono cambiate le polemiche sul nulla, le risse verbali nelle interviste, le accuse a mezzo social, le indecisioni sui fatti concreti, i numeri allarmanti sull’economia, le previsioni di (de)crescita stagnante, le tattiche di distrazione di massa. Su un punto, però, Matteo Salvini, vincitore annunciato delle Europee, era stato chiaro: nessun rimpasto di governo.

Ora ci dicano cos’è la nomina di Lorenzo Fontana a ministro degli Affari Europei se non un rimpastino, una rivendicazione per il risultato del 26 maggio, un premio per il successo nelle urne, un esercizio di equilibrismo nel nome del potere e delle poltrone.

Alla Famiglia va invece Alessandra Locatelli, vicesindaco di Como nota al grande pubblico per umanità (memorabili le sue crociate contro l’elemosina ai clochard) e rispetto delle istituzioni (come quando chiese agli amministratori della Lega in Lombardia di rimuovere la foto di Mattarella dagli uffici pubblici).

Certo non sarà facile per lei fare peggio di Fontana al ministero. Ininfluente nella capacità di incidere sulla vita delle famiglie italiane, dimentico dei disabili che avrebbe dovuto invece tutelare, attento soltanto a discriminare, dividere, offendere, un po’ come fatto col patrocinio del Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona. C’è da sperare che Fontana faccia meglio nel suo nuovo ruolo, che per esempio partecipi alle riunioni in Europa tra ministri, non prendendo ad esempio Salvini, suo ex compagno di banco a Strasburgo (per poco, a dire il vero, visto che Matteo il suo scranno lo ha occupato raramente).

Ora chissà se dopo questo rimpasto qualcuno si deciderà a dare qualche risposta: sul futuro di Alitalia e di ILVA, sulle Autonomie e sulla TAV, sulla Flat Tax e sull’IVA, giusto per citare qualche argomento di poco conto. Vabbé che ormai lo abbiamo capito: è solo un Affare di Famiglia…

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.

Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Salvini e la patrimoniale mascherata

Salvini a Porta a Porta

Per non dire un giorno di aver messo le mani nelle tasche degli italiani, si cambia metodo: si guarda direttamente sotto il materasso. E’ questa l’ultima pensata di Matteo Salvini, che in una calda serata d’estate svela a Porta a Porta il suo “piano” economico: sperare che gli italiani che hanno i loro soldi in una cassetta di sicurezza decidano di aprirle, si facciano tassare quel denaro e diano al governo i soldi necessari per fare la prossima Manovra.

Ora i ragionamenti da fare sono questi. Primo: la spasmodica ricerca di fondi alternativi è la prova delle menzogne che Salvini e tutto il governo ci hanno propinato in questi mesi. Per intenderci, alla domanda, “ma dove li trovate i soldi?”, la risposta era sempre la stessa:”I soldi ci sono”. La realtà dice altro: i soldi non ci sono e quindi si cerca sotto i materassi degli italiani.

Seconda riflessione: la tendenza a legalizzare l’evasione fiscale è sempre più una costante. Come dire che tutti quelli che hanno fatto le cose in regola per anni si sono garantiti al massimo un bonus per la propria coscienza. Se poi gli altri sono stati più fortunati e hanno beneficiato di condoni fiscali e simili beh, beati loro.

Terzo spunto: dopo i minibot – per la serie: “Non abbiamo soldi? Inventiamoci una nostra moneta e chi se ne frega!” – la proposta sulle cassette di sicurezza dimostra che Salvini & co. stanno facendo i salti mortali per non ammettere le loro bugie. Se possibile tentando anche di ricorrere a strumenti illegali e pericolosi. Fortuna che Mattarella c’è.

Quarto e ultimo punto. Ironia della sorte, colui che viene riconosciuto come nuovo leader del centrodestra, storicamente contrario alla patrimoniale, propone di fatto una patrimoniale mascherata. Per rendere chiaro il concetto, definizione di patrimoniale:”Imposta sui patrimoni”. E cosa sono i risparmi, anche quelli custoditi sotto il materasso, se non patrimonio degli italiani?

Tra tecnici e pifferai tragici

Di Maio, Conte, Salvini e Tria

Il dibattito sui minibot ha innescato negli ultimi giorni una sorta di derby: da un lato gli esperti, i cosiddetti “tecnici”, che hanno bocciato lo strumento proposto dalla Lega per pagare i debiti della Pubblica amministrazione; dall’altro i politici, come Di Maio e Salvini, che improvvisamente hanno riassaporato il gusto di trovarsi d’accordo su un tema che sia uno: perché quando si tratta di essere populisti ogni lasciata è persa.

Ora non serve il mio contributo per sottolineare come i tanto vituperati tecnici, gente come Mario Draghi e Giovanni Tria, abbia certamente carte più in regola per esprimersi su questioni di natura economica come minibot, debito, deficit e affini rispetto ai sopracitati leader politici, decisamente carenti quando si parla di argomenti simili.

Ma attenzione al gioco subdolo tentato da Di Maio. Con un post su Facebook il capo politico M5s ha suggerito: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni”. Salvini si aggiunge al coro e fa presente a Tria che il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è urgente “e questo dev’essere chiaro a tutti, in primis al ministro dell’Economia“. Lo schema è evidente: il rimpallo di responsabilità non è una novità. Ma il metodo dello scaricabarile da parte della politica nei confronti dei tecnici non può essere consentito.

Il ministro dell’Economia può andare a caccia di risorse – come ha fatto quando si è trattato di imbastire (in deficit) misure come Quota 100 e reddito di cittadinanza – ma devono essere i leader dei partiti al governo a fornire l’indirizzo politico. E questo non significa proporre misure irrealizzabili (poiché illegali o dannose come i minibot) e poi scandalizzarsi se il responsabile delle finanze pubbliche riporta tutti sulla Terra.

Dopo anni di opposizione, di critiche faziose, di atteggiamenti irresponsabili, cari Di Maio e Salvini, servono ricette credibili, non teorie lunari. Questo non significa arrendersi all’idea di essere governati dai tecnici. Non siamo nostalgici del governo Monti. Ma nemmeno vogliamo finire nel baratro guidati da pifferai tragici.

Mini-Bot e mega rischi

Salvini e Borghi

La mozione parlamentare approvata dal Parlamento e sponsorizzata dalla Lega sull’emissione di mini-Bot rappresenta un segnale inquietante per l’Italia. Non è un mistero che le ardite teorie sull’uscita dall’euro di Claudio Borghi, principale consigliere economico di Matteo Salvini, passino proprio per l’emissione di questi titoli di stato di piccolo taglio che (ufficialmente) dovrebbero essere utilizzati per garantire allo Stato di pagare i suoi creditori, ma che in realtà costituirebbero il primo passo verso la creazione di una moneta parallela.

Il progetto è tanto semplice quanto rischioso: mettere in circolo pezzi di carta colorati simili a banconote dal valore corrispondente tra i 5 e i 100 euro, che privati e imprese potrebbero utilizzare per pagare le tasse, la benzina o i biglietti del treno. Letta così non sembra nemmeno così malvagia: che male c’è se lo Stato trova un modo diverso per pagare i propri debiti? La questione, però, è tutta politica ed è stata svelata in tempi non sospetti da Borghi in persona: i mini-Bot altro non sono che una moneta corrente alternativa all’euro. E di fatto costituiscono il primo passo (potenziale) verso l’uscita dall’unione monetaria. Secondo l’assurdo Borghi-pensiero, i mini-Bot darebbero infatti allo Stato il tempo necessario per resistere allo shock che un addio all’euro comporterebbe, diventando temporaneamente moneta di scambio in attesa dell’emissione della nuova.

Peccato che in queste assurde teorie non venga tenuto conto di un fattore molto importante, se non decisivo: la realtà dei mercati. Gli stessi che comprano il nostro debito (in euro) che motivo avrebbero di continuare a spendere soldi e a finanziarci avendo presente il rischio incombente che il governo Lega-M5s decida un bel venerdì pomeriggio (a Borse chiuse) di uscire dall’euro e rendere carta straccia tutti i loro crediti?

Sulla questione è stato molto chiaro Mario Draghi:”I mini-Bot? O sono soldi, quindi una cosa illegale, o sono altro debito e quindi lo stock sale. Non mi sembra che i mercati valutano positivamente questa idea, ma mi fermo qui“. Come dire, se non volete dare ascolto alla logica, provate almeno a fare i vostri interessi.

D’altronde Moody’s ha già messo in guardia l’Italia, dichiarando come il solo fatto che la proposta sia ricomparsa rappresenti un “credit negative”, ovvero un fattore negativo sulla valutazione del rating del Paese, di fatto la pagella che dice ai mercati se vale la pena investire sul nostro debito o se il rischio è troppo alto. Certo, è sempre possibile trovare degli investitori disposti a prendersi il rischio di comprare il nostro debito, ma ad interessi altissimi (ecco cos’è lo spread) ben più dannosi della già di per sé gravissima procedura di infrazione.

Se le motivazioni economiche non vi bastano a bocciare la proposta dei mini-Bot ce n’è un’altra di stampo politico e se vogliamo addirittura etico. Nell’ultima campagna elettorale per le Europee non c’è stato un riferimento – che sia uno – da parte di Salvini alla messa in circolazione di una moneta parallela, men che meno all’uscita dell’Italia dall’euro.

Che il governo pensi di creare le condizioni per portare il Paese fuori dall’euro e dall’Europa (perché di questo si tratta) senza aver prima consultato gli italiani sul punto è qualcosa di assurdo e inaccettabile. Se questo è il piano, Salvini e Di Maio ce lo dicano, abbiano il coraggio delle proprie azioni, se ne assumano l’onere, ma lascino a noi decidere se pagarne o meno le conseguenze. Propongano un referendum.