Perché Salvini non ha mostrato il cartello sul reddito di cittadinanza

Salvini mostra fiero il cartello con la scritta Quota 100. A Di Maio e Conte lascia quello con l’accoppiata Reddito di Cittadinanza-Quota 100. Non è una svista, neanche un caso, una dimenticanza, ma una volontà evidente di smarcarsi da un provvedimento che nel Nord, ancora oggi bacino di voti fondamentale della Lega-non-più-Nord, viene vissuto per quello che è realmente: un provvedimento assistenzialista, finanziato da chi lavora e paga le tasse, indirizzato a chi – nel migliore dei casi – resterà a casa sul divano, nel peggiore godrà di doppio stipendio, reddito più nero.

Ma negli scatti che immortalano la zampata del leghista c’è il ritratto del governo e dei suoi interpreti. C’è l’ingenuità a questo punto pericolosa di Di Maio, che sente proprie entrambe le misure, reddito e quota 100, e a nessuna delle due si sente di volere rinunciare. Avrebbe potuto giocare in difesa, dinanzi alla mossa di Salvini: mostrare a sua volta soltanto il cartello col reddito di cittadinanza, lasciando a Conte il compito di fare da sintesi di entrambe le posizioni in qualità di premier.

Ha preferito intestarsi entrambe le misure, scommettendo su un boom economico che vede purtroppo lui solo, concedendo a Salvini, il giorno in cui diventerà palese il grande bluff del reddito di cittadinanza, la possibilità di non finire sotto accusa come l’uomo che ha appoggiato una misura semplicemente kamikaze per le finanze dello Stato e incapace di rispondere adeguatamente alla domanda di lavoro nel Paese.

Servirà allora ricordarsi, un giorno molto presto, che a garantire i voti necessari all’approvazione del reddito di cittadinanza è stata – al pari del M5s – la Lega di Salvini. Bisognerà tenere a mente la furbizia e la malizia vigliacca di un leader colpevole né più né meno di Di Maio, ma che a differenza di Giggino non ha avuto nemmeno il coraggio di metterci la faccia.

Divanisti forever

Di Maio, Conte e Salvini

Di Maio ostenta il trionfalismo degli stolti, quando parla per l’ennesima volta di “giornata storica” eccetera eccetera. Salvini è posseduto dalla spocchia degli arroganti, di chi non dispone neanche della classe che serve per vincere e accontentarsi di quello, quando augura nuove lacrime alla Fornero.

Voi avreste la troika“, disse qualche mese fa Mario Monti in Senato rivolgendosi a Lega e MoVimento 5 Stelle, sottolineando come senza gli sforzi degli altri partiti (pagati a carissimo prezzo nelle urne) l’Italia sarebbe oggi commissariata. Eppure non bisogna far parte della nutrita schiera che Matteo Renzi definì gli “amici gufi” per rendersi conto che i sorrisi immortalati nella conferenza stampa di presentazione di reddito di cittadinanza e quota 100 rischiano di trasformarsi molto presto in lacrime amare. Per tutti.

Di Maio e Salvini cantano una vittoria che non c’è. Parlano di misure per cui alla fine non hanno trovato i soldi, come sostiene da sempre chi gli si oppone. Sventoleranno ancora per qualche mese misure bandiera finanziate in deficit, cioè pagate dagli italiani, cui sono state aggiunte due clausole di salvaguardia. Tradotto: se i soldi non basteranno (perché ancora non lo sanno) vorrà dire che taglieranno altri servizi. E se non si può tagliare? Vorrà dire che ridurranno i fondi già stanziati.

Ma più dei conti che non tornano, più del lato economico-finanziario della vicenda, è l’immaginario costruito dal governo a dare la dimensione del disastro. Quello di un Paese in cui su 60 milioni di persone solo 23 lavorano. E gli altri? Gli altri hanno da ieri un motivo in più per restare a casa: un reddito di cittadinanza finanziato dall’esercito di fessi che lavora e paga le tasse.

Come dargli torto? Divanisti forever.

Ministri della propaganda

Non è questione di portare rispetto ad un sanguinario terrorista. E neanche di dimenticare come per molti anni Cesare Battisti sia stato l’icona di una certa sinistra anche italiana, la vergognosa bandiera di una rivoluzione soltanto criminale. No, principalmente è una questione di stile.

Che il ministro Salvini occupasse le televisioni, con tanto di photo opportunity con Alberto Torregiani, era da mettere in conto, conoscendo la vena presenzialista del vicepremier.

Che sfoggiasse il giubbotto della polizia, in occasione di uno degli arresti più importanti e clamorosi degli ultimi decenni, era altamente pronosticabile, perfino scontato, prevedibile. Così come lo era il fatto che la cattura di Battisti venisse usata a suo uso e consumo, come manifesto di un cambio di passo su certe questioni, o di regime, se preferite.

Ed era lecito pure aspettarsi che prima o poi anche i suoi colleghi di governo avrebbero iniziato ad imitare come macchiette le movenze, i gesti e gli errori dell’uomo più di moda in Italia.

Capita così che il ministro Bonafede, sguinzagliato dal MoVimento 5 Stelle per contenere la sovraesposizione di Salvini, nel tentativo di marcarlo a uomo, si copra di ridicolo riproducendone il verso, indossando la giacca della polizia penitenziaria e confezionando uno spot umiliante non tanto (o non solo) per Battisti, ma per l’istituzione che il grillino (purtroppo) rappresenta.

Ecco, il punto è proprio questo: nonostante fosse facile aspettarsi tutto ciò che è stato, non fa meno male vedere
le istituzioni piegarsi sotto il peso dell’inadeguatezza e dell’arroganza di chi oggi le incarna, finite alla mercè di “ministri della propaganda” pronti a sacrificare la dignità di un Paese, per un pugno di like e magari di voti.

Sì al nuovo referendum

Sarebbe curioso, oggi, sapere cosa pensa in cuor suo Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, dopo aver portato la Gran Bretagna sull’orlo dell’addio all’Unione Europea contribuendo a diffondere in giro un mare di frottole (fake news, per dirla alla maniera britannica). Farage, per chi non lo sapesse, è un amico di Di Maio e Salvini. Così, tanto per conoscere il personaggio.

Sarebbe bello, adesso, parlare coi teorici della democrazia diretta, di fronte ad una questione che è chiara, lampante, incontrovertibile: uscire dall’Unione si può, ma a discapito dei cittadini britannici. Certo, la sovranità popolare. Certo, il voto conta. Ma quasi tre anni di trattative inconcludenti hanno portato la Gran Bretagna ad un accordo svantaggioso.

Chiedere agli elettori: “Siete sicuri sicuri di voler uscire a queste condizioni?”, non sarebbe una scelta irrispettosa del voto di giugno 2016. Un nuovo referendum alla luce dei fatti, non delle fake news e delle previsioni. Piuttosto sui dati economici, sulle difficoltà di tenere unito il Paese, di restare sovrani (non sovranisti) sul mercato finanziario.

La morale della Brexit, di questa favola dai tratti tragicomici, è quella di una verità che arriva, magari non subito, ma comunque sempre. Non è mai troppo tardi per affermarla, per ammettere che si è mentito, che si è sbagliato. Serve trovare il coraggio, la consapevolezza che un passo indietro oggi equivale a cento salti avanti domani.

Silvio Berlusconi, che avrà tanti difetti ma che di politica estera ha sempre capito qualcosa, a dicembre, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, disse:” Mi auguro che la Gran Bretagna possa rimanere dentro l’Unione Europea. Accendo una candelina tutte le sere affinché ci possa essere un nuovo referendum per rimanere in Europa”.

Non aveva tutti i torti.

Parto col folle

Nove minuti e 44 secondi a dir poco alienanti, in bilico tra la risata isterica e il pianto disperato. Perché rendersi conto che a decidere il tuo destino (anche) e quello di 60 milioni di italiani sono – almeno in parte – quei due figuri che muovono verso Strasburgo come fossero in gita scolastica è un colpo basso, sotto la cintura di una settimana che sarebbe potuto iniziare meglio. Decisamente meglio.

Mentre Di Maio guarda il cellulare e guida in autostrada, scopri invece che Di Battista, reduce dalla sua esperienza da avventuriero in Guatemala, ha avuto tempo per visitare anche la fabbrica di Tesla nella Silicon Valley, di appurare come in futuro l’uomo sarà sostituito dalle macchine. Bella scoperta. Per questo motivo, dice, serve il reddito di cittadinanza. Anzi no: il reddito universale.

Senza negare che il problema dell’automazione e della disoccupazione busserà tra qualche anno alla nostra porta, pensare che le grandi multinazionali – ovvero quelle che detteranno i tempi del turnover tra robot ed essere umani – avranno a cuore le sorti di miliardi di persone è un’illusione che non può essere scambiata per una visione. Al massimo, le stesse aziende che toglieranno il lavoro – spiega bene Simone Cosimi su Wired – forniranno l’essenziale per vivere, il necessario per evitare la rivolta e garantire la pace sociale. Concetto ben diverso dalla giustizia sociale.

Tutti i discorsi sul lavoro che nobilita l’uomo non trovano posto nell’auto che porta i dioscuri grillini alla conquista dell’Europa. E il sospetto che Di Maio sia al ministero del Lavoro con l’intento di abolirlo del tutto, alla fine del filmato resta. Del resto dal decreto Dignità in poi, ci sta riuscendo. Mica come con la povertà…

Buongiorno! Siamo in viaggio con Alessandro. Volete sapere dove stiamo andando? Collegatevi!

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 14 gennaio 2019

Il governo del NI Tav

Dovevano rivoltare lo Stato come un calzino, hanno ribaltato le loro idee su ciò che uno Stato deve fare. Quelli che criticavano i tecnici, che invocavano il primato della politica, si affidano ad un’analisi costi-benefici di dubbia terzietà per giustificare il No alla Tav. Gli altri, quelli che comunque criticavano i tecnici, si intestano la protesta della piazza, demandano al popolo la scelta di dire Sì alla Tav.

Ne deriva il solito caos, con M5s e Lega incapaci di fare ciò per cui sono stati votati: politica. C’è da capirli. Perché prima o poi il conto di una scelta kamikaze per il Paese, quella di mettere insieme due forze unite solo dall’essere populiste, arriva. Ed è salato.

Questioni di importanza cruciale come la Tav, nelle smaniose trattative che hanno portato alla redazione del contratto di governo, sono state rinviate con formule ambigue. Esempio: “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia“. Frase che si presta ad una duplice interpretazione, al punto che il M5s oggi si appella al contratto e Salvini risponde che la Tav si doveva ridiscutere, mica cancellare. La questione centrale, però, è un’altra. Per la prima volta da quando il governo è nato, sarà impossibile trovare un compromesso.

E’ da quasi trent’anni che si discute sull’utilità di fare la Tav, che si parla dei suoi benefici e dei suoi impatti. Ci sono credenze errate, radicatesi col tempo in entrambi gli schieramenti, tra fautori e oppositori del progetto; analisi e letture che divergono sul fatto che realmente la Torino-Lione sia o meno utile al Paese. Raccontare, come fa la Lega, che basterà ritoccare il progetto per venire incontro ai dubbi leciti del M5s, è dire frottole agli italiani. O quanto meno provare a prendere in giro gli elettori grillini, col benestare di Di Maio e gli altri. Tutto ad un unico scopo: non lasciare la poltrona, continuare a governare.

Sulla Tav un compromesso non c’è. O si fa o no. Serve quasi un atto di fede. Io ci credo. Non è tempo di NI Tav.

Il fu MoVimento 5 Stelle

Allora che ne è stato di tutto ciò che doveva essere? La immaginavo più o meno così, tra qualche anno, la domanda delle domande posta da un disilluso 5 stelle. Rivolta ad un interlocutore indefinito, lanciata magari nei meandri della Rete, come un urlo strozzato nel vuoto cosmico di ciò che poteva e invece non è stato. C’è voluto meno tempo, in fondo. Sono bastati pochi mesi, perché grandi speranze venissero sacrificate su due altari: quello del governo a tutti i costi e quello della realtà.

Perché il paradosso, alla fine, è proprio questo: ogni promessa tradita dal MoVimento 5 Stelle è un passo avanti per l’Italia. Tesi pericolose e palesemente menzognere, propugnate con arroganza e violenza verbale, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di elettori. L’utopia del nuovo, la volontà di spazzare via per sempre il vecchio, la rabbia e il dispetto, la furia e la rivalsa, ingredienti irrinunciabili di un “vaffa” che prima o poi gli italiani rispediranno al mittente.

E’ un elenco infinito di bugie, una lista di desideri irrealizzabili e per questo irrealizzati. Dall’Ilva al Tap, dalle trivelle alle banche. Oggi (per fortuna) Grillo si associa al patto a difesa della scienza. Scaricati dunque anche i no-vax. Rinnegato un pezzo di vergognosa storia grillina. Troppo tardi, verrebbe da dire.

Se non fosse che c’è sempre tempo per scrivere un libro di pagine strappate. Che dia risposta alla domanda di cui sopra. Che racconti la storia di chi voleva farla e c’è rimasto sotto. Il titolo c’è già: “Il fu MoVimento 5 Stelle”.

Una notte da premier

Prova ad uscire dall’inconsistente dimensione in cui l’hanno confinato, a bucare lo schermo e a smarcarsi dagli schemi rigidi che spettano ad un avvocato. Perché è pur vero che la linea difensiva spetta a lui, ma i due clienti, Di Maio e Salvini, hanno pretese precise, richieste chiare, che spesso non combaciano con ciò che l’uomo Conte vorrebbe dire.

Eppure negli studi di Porta a Porta, davanti ad un Bruno Vespa che lo tratta con rispetto, Giuseppe Conte potrebbe sembrare per qualche minuto il Presidente del Consiglio di un qualsivoglia governo di centrosinistra o di centrodestra. Certo, resta soprattutto sui temi economici la spocchia populista alimentata dall’irrealtà, ma è soprattutto sulla sensibilità che un governo dovrebbe avere che Conte prova forse per la prima volta dall’inizio della legislatura ad esercitare le funzioni che il suo ruolo prevede.

Succede quando si parla dei 49 migranti (finalmente in arrivo a Malta!), quando chiarisce che la politica del rigore sull’accoglienza non può essere minata da un’azione marchiata “col segno dell’eccezionalità”, quando risponde a tono (alleluia!) a Salvini che conferma i porti chiusi, annunciando di essere pronto ad andare a prendere i disperati con un aereo.

E’ un brivido fugace, probabilmente. Conte resta e resterà il vertice di un esecutivo populista e sbagliato. Un mediatore, un esecutore con scarso potere decisionale, ma il “mah” che gli rifila Salvini su Twitter è una medaglia di cui andare fieri. Giuseppe Conte, un giorno, potrà dire di aver vissuto una notte da premier. Una, almeno.

Chi di banca ferisce…

Ci sono banche e banche, evidentemente. Il salvataggio di MPS e degli istituti veneti era stato definito, da chi oggi siede al governo, come “un regalo ai banchieri“. Quello di Carige, deciso in un Consiglio dei Ministri notturno della durata di dieci minuti (10!) è invece ribattezzato – sempre da chi oggi siede al governo – “un intervento a tutela dei risparmiatori“. Parola di Di Maio e Salvini, per quel che vale.

Potenza della comunicazione, faccia tosta da vendere. Il cortocircuito, però, stavolta è evidente. Ciò che non andava bene ieri diventa oggi, magicamente, un gesto da statisti, da difensori del popolo contro gli sprechi dell’establishment dalle mani bucate. Narrazione distorta della realtà, fake news come stile di vita, doppia morale quale stella polare.

Sarà bello, tra qualche tempo, mettere insieme qualche riga. Scrivere un libro di racconti, di tutte le cose criticate e poi rifatte uguali. Altro che governo del cambiamento. Ma la verità arriva, sempre. Chi di banca ferisce…

Di Maio, i gilet gialli e la verginità perduta

Piaccia o no, il MoVimento 5 Stelle è stato per anni l’emblema dell’utopia in politica. Qualcosa va male in Italia? “Eh, ma vedrai che prima o poi i 5 Stelle…”. Racconto di un Paese che ci ha creduto, breve storia triste di una favola diventata incubo. Da salvatori della Patria ad incompiuti, da speranza concreta a simbolo vivente del “peccato, avrebbe potuto….ma alla fine non è stato”.

Luigi Di Maio si illude che basti il giallo dei gilet di Francia ad illuminare un’azione che si è ingrigita, ad invertire la rotta delle 5 stelle cadenti nell’universo politico nostrano. Auspica la nascita di un nuovo partito che si presenti in Francia, che usi Rousseau, che dreni voti alla coalizione di populisti che si presenterà alle prossime Europee. Sogna, di fatto, il ritorno ai fasti della protesta, ora che è diventato Stato.

Ma la scelta dei tempi in politica è (quasi) tutto. Così non può essere un dettaglio che Di Maio provi a mettere il cappello sui gilet gialli proprio nel momento in cui si manifesta la frattura tra il MoVimento 5 Stelle e la sua base, forse illusa ma pur sempre tradita. E non può esserlo nemmeno che l’abbraccio ai gilets jaunes arrivi quando la protesta per le vie di Francia ha perso gran parte della sua spontaneità, prestando il fianco ai violenti e ai rivoltosi.

Così affiora la comicità inconsapevole di un partito di governo che in Italia ha aumentato le tasse per 13 miliardi e in Francia sostiene chi ce l’ha con Macron perché non le ha abbassate.

E’ il canto d’un cigno triste. Di chi si illude che basti un gilet sgualcito a ritrovare la verginità perduta.