Più che 5 Stelle un motel

Bonafede, Crimi e Di Maio

Il coronavirus è quello che gli esperti definiscono un cigno nero: un evento raro, inatteso (se non dagli scienziati, ma si sa che in tempi normali non vengono mai ascoltati), capace di sconvolgere la Storia, il mondo in cui viviamo.

La parabola dei 5 Stelle al governo, a confronto, è al massimo un brutto anatroccolo, ma senza i buoni sentimenti che la fiaba di Hans Christian Andersen è in grado di suscitare: siamo sull’orlo della crisi peggiore dal dopoguerra e a decidere come l’affronteremo c’è il partito meno preparato e affidabile della storia repubblicana. Auguri.

La cronaca di questi giorni è piena zeppa di avvisaglie, campanelli d’allarme che rendono evidente il vuoto politico in cui i grillini sono soliti nuotare. Prendete il caso Bonafede: la rissa tv con Nino Di Matteo è solo l’ultimo esempio di ignoranza istituzionale fornito dal ministro e dal suo schieramento. Oggi Di Maio fa lo statista alla Farnesina, ma chi ha buona memoria ricorderà che fu lui ad invocare il procedimento di impeachment per Sergio Mattarella. Per dire: neanche Salvini si è spinto a tanto.

Il decreto con cui Alfonso Bonafede ha pensato di rimediare alle accuse più o meno velate del pm antimafia è una toppa peggiore del buco, ma nessuno deve ripetere l’errore di sottovalutare dj Fofò. Questo ministro è pericoloso. Ma non nel senso inteso dai complottisti grillini, quelli secondo cui Bonafede rappresenta un presidio di legalità contro il malaffare diffuso in Italia. No, nel senso che dal suo arrivo in via Arenula, il “nostro” ha già rivoluzionato la Giustizia italiana. In peggio. Spazzacorrotti, stop alla prescrizione, sono solo alcuni dei provvedimenti che plasmano lo Stato rendendolo giustizialista, manettaro, forcaiolo. Un vero Travaglio per i liberali.

Il paradosso è che dobbiamo sperare le sue iniziative non rispondano ad una strategia ben congegnata del governo in toto (e nel migliore dei casi significa che non c’è controllo da Palazzo Chigi) ma ad una personale, e distorta, visione delle cose.

Dopotutto non ci sarebbe da meravigliarsi dal momento che dopo l’addio scravattato di Di Maio alla guida del MoVimento è diventato capo politico tale Vito Crimi, splendidamente ribattezzato “gerarca minore” da Massimo Bordin. Parliamo di un ectoplasma politico, nostalgico di Salvini come può esserlo un ex sequestrato del suo carceriere. Tragicamente affetto da una sindrome di Stoccolma che si manifesta coi no al Mes, alla regolarizzazione dei migranti e a tutti i temi che necessitano di una riflessione che vada oltre gli hashtag.

Dunque chi resta? Alessandro Di Battista lancia in resta. Novello Adam Kadmon, leader a singhiozzo, poco genio e tanta sregolatezza, forse troppo pavido per andare oltre lo sproloquio sui social, per intestarsi la guida del MoVimento e le responsabilità che ne conseguono. Ma contemporaneamente troppo borioso per rinunciare a mettere il becco su tutto, per non attaccare Mario Draghi, per non mostrarsi talmente avanti (così crede) da arrivare a risolvere l’enigma che assilla da anni fior di analisti: insomma, dice Dibba, lasciamo perdere l’Europa e leghiamoci alla Cina che “vincerà la Terza Guerra Mondiale senza sparare un colpo“. Beato lui che ha queste certezze.

Una cosa, comunque, su questo blog l’abbiamo sempre detta: Di Maio era il miglior politico del MoVimento (pensate gli altri). Non avremmo pensato, però, che le seconde e terze linee c’avrebbero portati a rimpiangerlo. Il livello d’altronde è questo: più che 5 Stelle un motel.

Capitan Paura: Salvini si batte da solo

Salvini Emilia-Romagna

La frase più azzeccata da un po’ di tempo a questa parte Matteo Salvini la pronuncia pochi minuti dopo la mezzanotte: “Il popolo, quando vota, ha sempre ragione”. Quando si presenta in sala stampa, primo tra i leader nazionali per influenzare il dibattito, le prime proiezioni hanno già chiarito che la tanto annunciata “spallata” al governo l’Emilia-Romagna non la darà, ma il Capitano preferisce costruire una narrazione improntata all’ottimismo: “Abbiamo una partita, non era così scontato”.

Vero, verissimo. Ma festeggiare una sconfitta dopo aver raccontato per mesi di una possibile vittoria non è quello che si definirebbe un trionfo di onestà intellettuale.

Se Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni non è – soltanto – per l’ottimo lavoro svolto da governatore. E nemmeno si può pensare che il Partito Democratico abbia risolto d’un tratto i suoi problemi, riallacciato il contatto col suo popolo, ritrovato l’essenza di quella parola chiamata “sinistra”. Paradosso vuole che se il governo oggi si rafforza, se trova insperato abbrivio per proseguire nella sua corsa, lo debba soprattutto al suo peggiore incubo: Matteo Salvini.

“Capitan Paura”, così potremmo soprannominarlo, ha sbagliato per la seconda volta in pochi mesi la strategia politica della sua partita più importante. Dopo la forzatura d’agosto, la crisi aperta d’estate nel convincimento di andare presto al voto, ecco l’errore di rendere l’Emilia-Romagna la madre di tutte le elezioni, l’ora o mai più, l’occasione irrinunciabile per mandare a casa “i sinistri”. Ne è risultata una mobilitazione che ha pochi precedenti recenti. Tutto è tornato indietro come un boomerang. Non è stato l’effetto sardine a battere il centrodestra: è stato l’effetto Salvini.

Il rischio che una destra sovranista potesse salire al potere, abbattere le mura di una delle ultime roccaforti rosse ancora in piedi, ha portato migliaia di persone allontanatesi dalla politica a votare Bonaccini. Magari turandosi il naso, di sicuro senza dimenticare le delusioni patite dal Pd. Ma di certo convinte che arrestare l’avanzata di Salvini avesse la priorità su tutto il resto.

Da queste regionali, e in particolare dalla dimenticata Calabria, emerge poi un dato allarmante per la Lega e il suo leader. Non solo l’arretramento numerico importante in termini di consensi, ma anche la conferma che il centrodestra ha più possibilità di vincere quando la guida della coalizione è a trazione moderata. Soprattutto nel delinearsi di un ritorno al bipolarismo risultato dell’agonia pentastellata. Il segnale di risveglio in Calabria di Forza Italia, altrimenti moribonda in Emilia-Romagna, è senza dubbio “dopato” dalla presenza dell’azzurra Santelli a capo dello schieramento, ma è anche indicativo della resistenza che un certo elettorato oppone al tentativo di colonizzazione leghista: e per motivi geografici, e per motivi politici.  

Più del declino inesorabile del MoVimento 5 Stelle, anticipato su queste pagine diversi mesi fa, il dato politico che emerge dalla notte elettorale è proprio questo: in un referendum tra “sovranisti” e “democratici” la destra esce sconfitta. La Lega vince dove non è fondamentale: ha una grande forza di cui rischia di non farsi niente. Salvini si batte da solo.

Pd e MoVimento 5 Stelle sono stati smascherati

Zingaretti e Di Maio

Matteo Salvini non ci piace, non è il nostro leader di riferimento, non lo sarà mai. Ma a Matteo Salvini, che questo Paese lo ha diviso dilaniandolo, provocando danni al tessuto sociale che dovremo curare per anni senza certezza di guarirli, va dato atto di una cosa: avere smascherato Pd e MoVimento 5 Stelle.

Le parole con cui Nicola Zingaretti ha aperto all’ipotesi di un accordo politico con i grillini dovrebbero suonare inquietanti per qualsiasi elettore democratico: “Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico sì, sennò torna Salvini“. Non c’è un programma, una base di ideali comuni, un disegno di Paese da costruire, ma c’è un collante: l’avversità contro quello che viene considerato il nemico pubblico numero uno.

Illudersi che questo possa bastare, che l’anti-Salvinismo possa essere il motore per costruire un’Italia migliore equivale a raccontarsi una favoletta indegna di un pifferaio magico. Non è sommando i voti dei sondaggi, rallegrandosi per un 40% che in aggiunta ai voti di Renzi può arrivare intorno al 47-48%, che due elettorati diversi diventeranno un tutt’uno. La politica non è un procedimento nucleare, non si spiega con una fusione a freddo.

La manovra di palazzo che ha dato origine al governo era quanto meno giustificabile – non del tutto comprensibile – se motivata dalla volontà di salvare i conti pubblici, di evitare l’aumento dell’Iva, di porre rimedio ai danni fatti da Salvini (e Di Maio, non dimentichiamolo mai) al governo. Troppo presto, invece, si è andati troppo oltre. Quella che si prefigura oggi, dopo l’Umbria, è un’alleanza strutturale, un nuovo centrosinistra che più sinistro non si può.

Basta vedere cosa sta accadendo in Calabria, nella mia Regione, dove il Partito Democratico, guidato da personaggi che hanno sfasciato questa bella e sfortunata terra, mira a rifarsi una verginità proponendo un’alleanza coi 5 Stelle, archiviando il governatore Oliverio come fosse un dettaglio e non un motivo di imbarazzo eterno, e puntando sulla memoria storicamente corta dei calabresi. E’ troppo, persino per noi.

Per non parlare di Beppe Grillo che, dopo aver fondato un partito che mai avrebbe dovuto allearsi con alcuno, nel giro di un anno ha fatto il governo con la destra e con la sinistra, e nella kermesse dell’Italia 5 Stelle ha completato il giro della morte durato 10 anni, passando dal Vaffa Day al “vaffa” ai suoi, dal loro punto di vista giustamente riottosi nel ritrovarsi alleati al Pd un anno dopo essere stati alleati con la Lega.

Pensavamo di averle viste tutte, o comunque tante. Dovevamo renderci conto che era solo l’inizio.

Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Vaffa Day?

Di Maio e Di Battista

C’è della sottile ironia nel fatto che i promotori del Vaffa Day contro la politica, oggi, diventati a loro volta politica, decidano di celebrare contro loro stessi un nuovo Vaffa Day.

Ne farà forse le spese Luigi Di Maio, colui che ha portato il MoVimento dalle 5 Stelle alle attuali stalle e di cui in molti, ora, chiedono la testa.

A chiunque sia capitato su queste pagine in questi mesi è chiaro che non v’è particolare simpatia per Giggino. La sua modalità di gestione del patrimonio politico grillino è stata scellerata, la sua attività da ministro del Lavoro kamikaze, quella dello Sviluppo Economico inesistente se non dannosa.

Però lo spettacolo che sta per celebrarsi all’interno del MoVimento 5 Stelle è umanamente molto triste. Oltre che inquietante. Perché parliamoci chiaro: l’alternativa a Di Maio si chiama Di Battista. E fa specie, anche un po’ senso, ma non sorprende, scoprire che Dibba ha improvvisamente cancellato tutti i suoi imprescindibili impegni sull’agenda, i suoi megagalattici progetti di scrittura di libri best-seller, i suoi improcrastinabili viaggi in giro per il mondo. Fa un po’ effetto (nel senso di disgusto), vederlo accerchiato da giornalisti affamati di notizie sullo stato della congiura, mentre tenta di accreditarsi come la coscienza del MoVimento e di fatto come l’alternativa già pronta.

E poco importa che non abbia capito niente di quella che lui ha definito “scoppola” e Di Maio “lezione”, a conferma della differenza che passa tra i due anche nel linguaggio. Non importa che la richiesta di maggiore severità che a suo dire serviva dall’inizio nei confronti di Salvini sia stata smentita dai flussi elettorali. Gli elettori persi dai 5 Stelle hanno votato in gran parte Lega: non volevano il MoVimento contro Salvini, volevano che il MoVimento facesse più movimento. Atti. Fatti.

Di Maio ha capito che l’obiettivo, per chi lo circonda, è sfruttare il crollo dei suoi voti per accelerare il crollo della sua figura. Nel post in cui annuncia il voto su Rousseau sul suo ruolo da capo politico – in cui non manca una buona dose di vittimismo – c’è una frase da sottolineare due volte, con tutti i pennarelli che volete: “A differenza di alcuni sono sei anni che non mi fermo e credo di aver onorato sempre i miei doveri“. Tradotto: il capo dei congiurati è Di Battista.

Si potrebbe concludere dicendo che “chi di Vaffa ferisce di Vaffa perisce”. E andrebbe bene così. Per l’Italia, però, Giggino è meglio di Dibba, non c’è Paragone.