Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Vaffa Day?

Di Maio e Di Battista

C’è della sottile ironia nel fatto che i promotori del Vaffa Day contro la politica, oggi, diventati a loro volta politica, decidano di celebrare contro loro stessi un nuovo Vaffa Day.

Ne farà forse le spese Luigi Di Maio, colui che ha portato il MoVimento dalle 5 Stelle alle attuali stalle e di cui in molti, ora, chiedono la testa.

A chiunque sia capitato su queste pagine in questi mesi è chiaro che non v’è particolare simpatia per Giggino. La sua modalità di gestione del patrimonio politico grillino è stata scellerata, la sua attività da ministro del Lavoro kamikaze, quella dello Sviluppo Economico inesistente se non dannosa.

Però lo spettacolo che sta per celebrarsi all’interno del MoVimento 5 Stelle è umanamente molto triste. Oltre che inquietante. Perché parliamoci chiaro: l’alternativa a Di Maio si chiama Di Battista. E fa specie, anche un po’ senso, ma non sorprende, scoprire che Dibba ha improvvisamente cancellato tutti i suoi imprescindibili impegni sull’agenda, i suoi megagalattici progetti di scrittura di libri best-seller, i suoi improcrastinabili viaggi in giro per il mondo. Fa un po’ effetto (nel senso di disgusto), vederlo accerchiato da giornalisti affamati di notizie sullo stato della congiura, mentre tenta di accreditarsi come la coscienza del MoVimento e di fatto come l’alternativa già pronta.

E poco importa che non abbia capito niente di quella che lui ha definito “scoppola” e Di Maio “lezione”, a conferma della differenza che passa tra i due anche nel linguaggio. Non importa che la richiesta di maggiore severità che a suo dire serviva dall’inizio nei confronti di Salvini sia stata smentita dai flussi elettorali. Gli elettori persi dai 5 Stelle hanno votato in gran parte Lega: non volevano il MoVimento contro Salvini, volevano che il MoVimento facesse più movimento. Atti. Fatti.

Di Maio ha capito che l’obiettivo, per chi lo circonda, è sfruttare il crollo dei suoi voti per accelerare il crollo della sua figura. Nel post in cui annuncia il voto su Rousseau sul suo ruolo da capo politico – in cui non manca una buona dose di vittimismo – c’è una frase da sottolineare due volte, con tutti i pennarelli che volete: “A differenza di alcuni sono sei anni che non mi fermo e credo di aver onorato sempre i miei doveri“. Tradotto: il capo dei congiurati è Di Battista.

Si potrebbe concludere dicendo che “chi di Vaffa ferisce di Vaffa perisce”. E andrebbe bene così. Per l’Italia, però, Giggino è meglio di Dibba, non c’è Paragone.

Dal “MoVimento del cambiamento” al “cambiamento del MoVimento”

Doveva finire così. In fondo era scritto. Il MoVimento del Vaffa ha mandato a…..pure se stesso. Nel calcio si chiamano falli di reazione: ti buttano a terra e tu scalci, frustrato, provi a colpire l’avversario pur sapendo che non si fa, non è giusto. Così Di Maio si illude che basti stravolgere M5s, snaturarne l’indole, fare del MoVimento qualcosa di più simile ad un partito, per arginare una caduta tanto rapida quanto fragorosa.

Via al tetto del doppio mandato nei Comuni. Ma come? Non era un modo per impedire che la politica diventasse una professione? Non era il metodo per evitare che ci si attaccasse troppo alle poltrone? Sì alle alleanze con le liste civiche, e addio per sempre all’ideale di purezza. Sono come gli altri,
anzi peggio. Verginità perduta, o forse mai avuta.

Il compromesso che diventa abitudine, d’altronde se è successo a Roma di allearsi con la Lega, perché non può capitare lo stesso in un comune di 3mila anime? Fila tutto, il discorso è logico. Ma la prossima volta risparmiateci tutta la retorica sulla superiorità morale, sulla nuova politica, sull’etica di cui voi soli siete i custodi, sull’onestà, onestà. Onestà?

In tutto ciò c’è Di Maio, un leader che il giorno dopo la sconfitta più pesante da quando guida il MoVimento si preoccupa di assicurare che il suo ruolo non è in discussione per almeno 4 anni. Se volevate una prova della crisi che attraversa quella classe (non)dirigente eccola, servita. Non c’è un confronto che non sia con Casaleggio. Gli iscritti, la famosa “base”, vengono consultati solo per ratificare scelte impopolari, vedi Diciotti, per salvare la faccia a chi la faccia non ha il coraggio di metterla.

Doveva essere il “MoVimento del cambiamento”, alla fine hanno fatto altro: il “cambiamento del MoVimento”.

Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

  • Il flop alle elezioni suppletive di Cagliari
  • La debacle alle regionali in Abruzzo
  • I sondaggi nazionali in picchiata

Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.

Il nuovo partito di Salvini farà bene, a tutti gli altri

 

Come quando da piccoli si giocava a nascondino. C’è l’ultimo, quello rimasto coperto fino alla fine, che ha il potere di salvare i compagni precedentemente catturati. Tana libera tutti, si urlava. Ma basta sostituire “tana” con “Lega” per rendersi conto che il nuovo – nascente – partito di Salvini avrà il merito di porre fine a tutti i bluff iniziati dopo l’Apocalisse del 4 marzo.

Perché se tra qualche giorno, come sembra probabile, il Tribunale di Genova confischerà i conti della Lega per la truffa ai danni dello Stato targata Bossi e Belsito, allora ecco che tutti i giocatori – volenti o nolenti – dovranno uscire dai loro rifugi.

Salvini quasi non vede l’ora: essere il Re del Nord non basta più. Trasformare la Lega da un partito settentrionale ad un contenitore di destra è possibile. Il piano è formare un partito sul modello dei Repubblicani americani, dove la componente conservatrice è preponderante, ma non mancano sfumature moderate. Sfumature, appunto.

Ma pure tutti gli altri saranno contagiati dal “domino” innescato dalla “morte” leghista. Perché a quel punto dovrà essere Berlusconi, lui sì fondatore del centro-destra, a rivolgersi alla sua gente, ai moderati e ai liberali italiani, e a dirgli se davvero può essere il partito di Salvini la loro nuova casa politica. Sarà allora, soltanto allora, che Berlusconi dovrà decidere se piegarsi ad un delfino che per se non avrebbe mai scelto. Sarà a breve, che il Cavaliere dovrà scegliere se venire a patti con un ribaltamento della storia, dove non è più lui quello che fa il predellino e lancia il Popolo della Libertà, ma è quello che lo subisce, che si vede costretto ad ingoiarlo, quello che fa “la fine di Fini”.

E tutti gli altri? Non potranno che beneficiarne. Da una parte perché al Nord, vuoi o non vuoi, si perderà parte della spinta elettorale dettata dalla territorialità che dalla sua nascita è stata la caratteristica predominante della Lega. Il nuovo partito di Salvini sarà uno dei tanti in lizza per prendere voti: più nordista di altri, magari, ma comunque non solo del Nord. E va bene che già alle Politiche del 4 marzo la Lega era solo Lega, ma era – ancora- pur sempre la Lega.

Il MoVimento 5 Stelle sarà costretto a guardarsi dentro e intorno. A scegliere cos’è e cosa vuol diventare. Se la costola di un partito di destra o una “cosa” senza direzioni, costretta a giocare sull’antagonismo a prescindere verso tutto e tutti.  E il Pd, o ciò che sorgerà al suo posto? Potrà guadagnare il centro, lasciato smarrito dalla svolta a destra della Lega Repubblicana by Salvini.

Per questo motivo ben venga il nuovo partito di Salvini. Costringerà gli altri a buttare giù le maschere. Sarà un bene per tutti. Noi.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.

Non accettare caramelle da Di Maio

di maio luigi

 

Quando vedono i loro sottoposti tentati dall’abbraccio con Di Maio, tanto Berlusconi quanto Renzi si mostrano increduli. “Ma davvero – sbottano – non vi rendete conto che in questo modo saremmo fagocitati dai 5 Stelle?”. Un ragionamento, il loro, che non vede d’accordo tutti. Perché sarà difficile, ripetono i teorici dell’intesa, dire no a prescindere dopo gli abboccamenti di Di Maio.

Un patto sui temi, va proponendo il candidato premier grillino, ricordando che in qualità di prima forza politica sente il dovere di parlare con tutti. O quasi. Con Berlusconi, ad esempio, non vuol parlare.

Ne ha fatto una questione di principio, fornendo di fatto l’assist al Cavaliere per bloccare Salvini. Quest’ultimo davvero tra due fuochi: perché al governo coi 5 Stelle lui andrebbe di corsa, ma non può permettersi di farlo senza tutto il pacchetto. A meno che non voglia rischiare di passare per il traditore di turno e riconsegnare la leadership del centrodestra, o di quel che ne rimane, al suo fondatore.

Dall’altra parte c’è il Pd. E quindi Renzi. Che in pubblico non si mostra, ma in privato continua a tenere il punto su quanto ribadito il 5 marzo , su quel “Sapete che c’è: fate il governo da soli” che è il nuovo slogan dei renziani di ferro. Tiene in mano il Partito, per quanto con più fatica di prima, consapevole che il reggente Martina non potrà che assecondarlo, se davvero vuole la conferma alla segreteria. E quindi no all’incontro con Di Maio. Meglio non sentirle le tentazioni del diavolo a 5 stelle.

D’altronde il rischio è alto, ma la strada per la sopravvivenza una sola. Da una parte un’opinione pubblica che potrebbe non perdonare i responsabili dello stallo. Dall’altra la certezza che un appoggio ad un governo grillino sancirebbe la fine del centrodestra o del centrosinistra, a seconda di chi dovesse decidere di accettarne l’abbraccio.

L’unico che la pensa diversamente è Salvini, che smania per andare al governo, sicuro del fatto che la diarchia con Di Maio eliminerebbe sia Berlusconi che Renzi dalla mappa politica, inaugurando un nuovo bipolarismo tra Movimento e Lega. Sì ma c’è l’ostacolo di cui sopra: il maledetto veto che Di Maio ha posto su Berlusconi, dal quale Salvini non può prescindere.

Il punto, però, è che tanto Berlusconi quanto Renzi, non faranno nulla per facilitare il compito dei due amanti. Intimamente sperano in un logoramento lungo che dia prova della loro incapacità. Realisticamente Berlusconi vuole che Salvini lo molli, così da accusarlo di tradimento, Renzi che tutto il centrodestra vada con Di Maio. Perché chi si presenterà come alternativa, un giorno, raccoglierà i delusi dei 5 stelle.

E saranno tanti, dicono. Non accettare caramelle da Di Maio, è l’unica che cosa che chiedono.

Come si elegge il presidente della Camera? Risposta: ne vedremo delle belle…

camera dei deputati

 

Il conto alla rovescia è partito. Il 23 marzo si eleggono i nuovi presidenti di Camera e Senato. Punto di snodo di una 18esima legislatura che, in un modo o nell’altro, dovrà darsi un inizio. Ma come si elegge il Presidente della Camera? E allo stato attuale c’è una forza politica che può fare tutto da sola? Risposta: no.

  • Il regolamento

Andiamo a vedere cosa dice il regolamento della Camera dei Deputati:

  • L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

Ora traduciamo. Al primo scrutinio non verrà eletto nessuno. Va bene lo scrutinio segreto, ma nessuno possiede i due terzi dei componenti della Camera. Un po’ di numeri: i parlamentari eletti sono 630. In attesa di conoscere le ripartizioni ufficiali (sì, non ci sono ancora), i conteggi delineano questo scenario:

  • CENTRODESTRA: 260 seggi
  • MOVIMENTO 5 STELLE: 221 seggi
  • PD + SVP: 112 seggi
  • LIBERI E UGUALI: 14 seggi

Nessuno ha i due terzi.

  • Cosa succede quindi?

Si va avanti: al secondo scrutinio anche le schede bianche vengono considerate come voti validi. Ma pure in questo caso sembra difficile un accordo. Servono 400 voti e rotti, a seconda dei votanti. Dunque, a meno che il centrodestra non trovi l’accordo con i grillini per spartirsi Camera e Senato  (e dunque Palazzo Chigi) non ci sono i numeri. Fino al secondo scrutinio, pur volendo, anche il Partito Democratico è tagliato fuori: aggiungendo i suoi 112 seggi a quelli di Movimento 5 Stelle o centrodestra non si arriva al magic number.

  • Terzo scrutinio: pop-corn

Ecco, da qui in poi ci si diverte: preparate i pop-corn. Al terzo scrutinio basta avere la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il Presidente della Camera. Quindi su 630 eletti il numerino magico diventa 316. E qui con un’alleanza i numeri ci sono:

  • CENTRODESTRA + MOVIMENTO 5 STELLE = 481
  • CENTRODESTRA + PD = 372 
  • MOVIMENTO 5 STELLE + PD = 333 

Sarà dal terzo scrutinio in poi – perché può darsi ce ne vogliano comunque molti di più e si prosegua ad oltranza- che capiremo che forma prenderà questa legislatura. E se ci sarà un governo, soprattutto…

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

franceschini-dario

Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai