A che titolo Davide Casaleggio incontra Conte a Palazzo Chigi?

Chi è Davide Casaleggio? Per dirla con le parole rintracciabili sul suo sito è “presidente della Casaleggio Associati e presidente e fondatore dell’Associazione Rousseau, la piattaforma di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle“. Punto.

Ora che sappiamo chi è Davide Casaleggio, domando: a che titolo costui si incontra per più di tre ore con il presidente del Consiglio italiano? Per inciso, parliamo dello stesso Giuseppe Conte che poco prima, in conferenza stampa, aveva parlato della possibilità di vedersi con Davide Casaleggio “un attimo, se riesco” compatibilmente con i “miei tempi stretti“.

In ragione di quali meriti questo piccolo imprenditore ha l’opportunità di discorrere così a lungo con il premier alla vigilia del Consiglio Europeo che deciderà molto del futuro di questo Paese nei prossimi anni? Perché non è stato invitato agli Stati Generali tra le “menti brillanti“, visto che il criterio di selezione delle stesse dipendeva dalle simpatie/antipatie di Giuseppe Conte?

Nessuno cade dalle nuvole: è risaputo che Casaleggio sia un’importante figura del MoVimento 5 Stelle. Sulla carta risulta socio fondatore insieme a Luigi Di Maio del “nuovo” M5s costituito nel 2017. Ma Casaleggio ha sempre negato un suo coinvolgimento politico nel MoVimento, limitando il suo raggio d’azione a quello di supporto tecnico. Una sorta di nerd con ottimi agganci. Casaleggio dunque ci tiene a passare come il capo di un sito sul quale i grillini ogni tanto cliccano per indirizzare le loro scelte. E dunque quelle del Parlamento. E di conseguenza del governo. E in ultima istanza dell’Italia.

Facendo un esempio calcistico: sarebbe come se il direttore di Milanello, il campo di allenamento del Milan, avesse preteso qualche anno fa di incontrare Berlusconi per dirgli se acquistare o meno Ronaldinho, Shevchenko e Ibrahimovic. Non solo sarebbe stato paradossale, ma in primis il presidente rossonero avrebbe domandato: “Mi consenta, ma Lei a che titolo parla?“.

Conte invece questo appunto non ha sentito il bisogno di farlo. Non solo non ha chiesto a Casaleggio a che titolo parlasse (evidentemente lo sa benissimo), ma si è anche incontrato con il figlio di Gianroberto non in un bar o al ristorante (liberissimo di farlo), bensì nella sede istituzionale della Presidenza del Consiglio: a Palazzo Chigi.

Di nuovo: sarebbe curioso sapere a quale titolo questo incontro è avvenuto. E ancora più importante sarebbe conoscere i temi affrontati in quell’attimo tramutatosi tre ore. Ma si sa, l’era dello streaming è finita da un pezzo.

Non sono i milioni di Chavez il problema dei 5 Stelle in Venezuela

Mentirei se dicessi di conoscere la verità sul presunto finanziamento da 3.5 milioni di euro che l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chavez, avrebbe dirottato nelle casse del MoVimento 5 Stelle di Gianroberto Casaleggio. La consegna avvenuta in una valigetta sa molto di “spy story“. Ed è vero che certe cose non accadono soltanto nei film, semmai i film spesso prendono spunto dalla realtà. Ma onestamente prima di dare per buona un’inchiesta serve più della pubblicazione di un documento su un giornale. Consiglio ai lettori di questo blog una pellicola, a mio avviso sottovalutata, di pochi anni fa: “Truth“, con Robert Redford e Cate Blanchett. Film esemplare per capire la differenza sottile tra scoop della vita e bufala che rovina la carriera: anche i caratteri di un documento contano, e spesso possono cambiare la storia di un Paese.

Basta spoiler. La cronaca. Davide Casaleggio difende l’onore del padre. Dal suo punto di vista fa bene, sarebbe sorprendente il contrario. A Caracas stanno pensando di adire a vie legali contro Abc, l’emittente spagnola che ha pubblicato lo scoop. E anche questo era nelle cose. Il giornalista che ha firmato il servizio, Marcos Garcia Rey, si è detto tranquillo: “Il mio lavoro è verificato da più fonti e non ho mai pubblicato alcun articolo basato su notizie false“. Tutti i tasselli sono al loro posto: una delle parti mente di sicuro, solo il tempo dirà quale. Nota a margine: la vedete anche voi la ruota che gira? I complottisti per eccellenza costretti a difendersi dal fango. Ovviamente una difesa in stile complottista: “Si intravede la mano americana“, ha detto un senatore grillino rimasto anonimo all’HuffPost. , c’è sempre una manina.

Cosa ne penso io? Penso che questo presunto finanziamento, per quanto grave se confermato, conta molto meno della postura geopolitica che il MoVimento 5 Stelle ha assunto in nome dell’Italia nei confronti di Caracas. Anziché assecondare la spinta della comunità italiana in Venezuela, due milioni di discendenti accertati e fino a tre milioni di eredi misti che rappresentano almeno il 10% della popolazione, Roma ha deciso vigliaccamente di appellarsi ad un immaginario “principio di non ingerenza” nelle altrui questioni.

Erano i tempi di Guaidò, il leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela. Quelli in cui Maduro sembrava sull’orlo della destituzione. In quei giorni, mentre l’alleato americano chiedeva una netta presa di posizione all’Italia del governo gialloverde, il MoVimento 5 Stelle sceglieva di non scegliere. Non afferrando che tale comportamento si traduceva in diplomazia in un sostanziale appoggio nei confronti del dittatore in carica. O forse, aggiungiamo malignamente, afferrandolo perfettamente. L’Italia si schierava così dalla parte di una compagnia che te la raccomando: Cina, Russia, Iran e Turchia, tanto per gradire. Tanto per scommettere ancora una volta contro gli Usa, dopo averli irritati con la Via della Seta. Anche in questo caso: non per ingenuità, semmai per convincimenti profondamente errati. Certi dell’imminenza del declino americano. O, per dirla alla maniera di Di Battista, ragionevolmente sicuri che “la Cina vincerà la Terza Guerra Mondiale senza sperare un colpo“. Forse letture sbagliate, forse solo arroganza.

Qualcuno potrebbe argomentare che alla fine è stato meglio fare la parte degli ignavi, visto che Maduro è rimasto al suo posto. La realtà è che i destini delle collettività raramente si decidono in un arco di tempo ristretto. In formula: il chavismo, o ciò che ne è rimasto, non sarà eterno. Maduro prima o poi cadrà. Nel frattempo, però, i 5 Stelle a nome dell’Italia hanno voltato le spalle al proprio interlocutore naturale: la folta e capacissima comunità di “paisanos” di stanza in Venezuela. Rinunciando così alla loro conoscenza del luogo, alla loro influenza, al loro radicamento verso la madrepatria o, ancora più concretamente: alla manna dal cielo che potrebbe rappresentare l’avere un gruppo dirigente di origini italiane nel primo Paese al mondo per riserve petrolifere.

I 5 Stelle hanno scelto di chiudere gli occhi davanti ai soprusi e alle violenze perpetrate da Maduro nei confronti degli italiani in Venezuela, presi di mira perché bianchi, raro esempio di razzismo al contrario messo in atto dal chavismo. Prima ancora di quei 3 milioni e mezzo di euro, è per tutto questo che dovremmo scandalizzarci. Di questo tradimento che dovremmo chiedere conto al MoVimento.

Grillo ci ha dato il MoVimento 5 Stelle: almeno ci salvi da Di Battista

Alessandro Di Battista è tornato. Di nuovo.

Ora che la politica italiana, nel mezzo della crisi peggiore dal Dopoguerra, debba discutere e scervellarsi sulle dichiarazioni di questo ex deputato grillino (non chiedetemi perché) la dice lunga sul degrado del dibattito in questo Paese. Ma fare gli schizzinosi non è concesso. Perciò commentiamo le parole di chi, intervistato da Lucia Annunziata, ha detto di non vedere grosse differenze tra le politiche di Matteo Salvini ed Emma Bonino. Giuro, l’ha detto.

I passaggi politicamente più importanti dell’intervento di Di Battista sono tre. Il primo è quello in cui il grillino afferma la sua lealtà nei confronti di Giuseppe Conte. Lealtà, sostiene, dimostrata dal fatto che le sue critiche siano pubbliche. Non come quei “determinati poteri politici che vogliono buttarlo giù (Conte), magari per prender mano a denaro della ricostruzione“. Questa è la carezza.

Il secondo passaggio importante è quello in cui, stuzzicato sui sondaggi che danno Conte al 14%, Di Battista si rifiuta di sottostare alla “sondaggiocrazia“, ma comunque si diverte a mettere in dubbio l’attendibilità di certe rilevazioni citando il caso di Mario Monti. Guarda caso la figura a cui Conte è stato spesso accostato dai suoi avversari in questi mesi. Questa è la stoccata.

Il terzo e ultimo passaggio da sottolineare arriva subito dopo. Quando Di Battista, riflettendo sull’ipotesi di un Conte capo politico del MoVimento 5 Stelle alza le barricate. Chiede un Congresso, un’Assemblea costituente, degli Stati Generali, qualunque cosa purché il MoVimento 5 Stelle discuta al suo interno la linea da prendere. E questo conta: perché sottintende che a Di Battista la linea attuale, quella al traino di Conte per intenderci, proprio non piace. Questa è la svolta.

Per questo motivo, aggiunge Dibba, sia chiaro che lui è per un rafforzamento dello Stato, per la lotta alle politiche globaliste e liberali, e “vedremo chi vincerà“.

Adesso il punto è uno. Uno solo. Questo Paese ne ha viste tante. Non solo, ma anche a causa dei grillini. Di assecondare teorie superate dalla storia, ideologie spogliate di ogni ideologia e complottismi ossessivi l’Italia no, caro Alessandro Di Battista, proprio non può permetterselo. Sembra averlo capito pure Grillo, che non pare intenzionato ad assecondare troppe fantasie.

Ed è a lui che ci rivolgiamo: ci ha già dato il MoVimento 5 Stelle, ci salvi almeno Di Battista.

Più che 5 Stelle un motel

Il coronavirus è quello che gli esperti definiscono un cigno nero: un evento raro, inatteso (se non dagli scienziati, ma si sa che in tempi normali non vengono mai ascoltati), capace di sconvolgere la Storia, il mondo in cui viviamo.

La parabola dei 5 Stelle al governo, a confronto, è al massimo un brutto anatroccolo, ma senza i buoni sentimenti che la fiaba di Hans Christian Andersen è in grado di suscitare: siamo sull’orlo della crisi peggiore dal dopoguerra e a decidere come l’affronteremo c’è il partito meno preparato e affidabile della storia repubblicana. Auguri.

La cronaca di questi giorni è piena zeppa di avvisaglie, campanelli d’allarme che rendono evidente il vuoto politico in cui i grillini sono soliti nuotare. Prendete il caso Bonafede: la rissa tv con Nino Di Matteo è solo l’ultimo esempio di ignoranza istituzionale fornito dal ministro e dal suo schieramento. Oggi Di Maio fa lo statista alla Farnesina, ma chi ha buona memoria ricorderà che fu lui ad invocare il procedimento di impeachment per Sergio Mattarella. Per dire: neanche Salvini si è spinto a tanto.

Il decreto con cui Alfonso Bonafede ha pensato di rimediare alle accuse più o meno velate del pm antimafia è una toppa peggiore del buco, ma nessuno deve ripetere l’errore di sottovalutare dj Fofò. Questo ministro è pericoloso. Ma non nel senso inteso dai complottisti grillini, quelli secondo cui Bonafede rappresenta un presidio di legalità contro il malaffare diffuso in Italia. No, nel senso che dal suo arrivo in via Arenula, il “nostro” ha già rivoluzionato la Giustizia italiana. In peggio. Spazzacorrotti, stop alla prescrizione, sono solo alcuni dei provvedimenti che plasmano lo Stato rendendolo giustizialista, manettaro, forcaiolo. Un vero Travaglio per i liberali.

Il paradosso è che dobbiamo sperare le sue iniziative non rispondano ad una strategia ben congegnata del governo in toto (e nel migliore dei casi significa che non c’è controllo da Palazzo Chigi) ma ad una personale, e distorta, visione delle cose.

Dopotutto non ci sarebbe da meravigliarsi dal momento che dopo l’addio scravattato di Di Maio alla guida del MoVimento è diventato capo politico tale Vito Crimi, splendidamente ribattezzato “gerarca minore” da Massimo Bordin. Parliamo di un ectoplasma politico, nostalgico di Salvini come può esserlo un ex sequestrato del suo carceriere. Tragicamente affetto da una sindrome di Stoccolma che si manifesta coi no al Mes, alla regolarizzazione dei migranti e a tutti i temi che necessitano di una riflessione che vada oltre gli hashtag.

Dunque chi resta? Alessandro Di Battista lancia in resta. Novello Adam Kadmon, leader a singhiozzo, poco genio e tanta sregolatezza, forse troppo pavido per andare oltre lo sproloquio sui social, per intestarsi la guida del MoVimento e le responsabilità che ne conseguono. Ma contemporaneamente troppo borioso per rinunciare a mettere il becco su tutto, per non attaccare Mario Draghi, per non mostrarsi talmente avanti (così crede) da arrivare a risolvere l’enigma che assilla da anni fior di analisti: insomma, dice Dibba, lasciamo perdere l’Europa e leghiamoci alla Cina che “vincerà la Terza Guerra Mondiale senza sparare un colpo“. Beato lui che ha queste certezze.

Una cosa, comunque, su questo blog l’abbiamo sempre detta: Di Maio era il miglior politico del MoVimento (pensate gli altri). Non avremmo pensato, però, che le seconde e terze linee c’avrebbero portati a rimpiangerlo. Il livello d’altronde è questo: più che 5 Stelle un motel.

Capitan Paura: Salvini si batte da solo

La frase più azzeccata da un po’ di tempo a questa parte Matteo Salvini la pronuncia pochi minuti dopo la mezzanotte: “Il popolo, quando vota, ha sempre ragione”. Quando si presenta in sala stampa, primo tra i leader nazionali per influenzare il dibattito, le prime proiezioni hanno già chiarito che la tanto annunciata “spallata” al governo l’Emilia-Romagna non la darà, ma il Capitano preferisce costruire una narrazione improntata all’ottimismo: “Abbiamo una partita, non era così scontato”.

Vero, verissimo. Ma festeggiare una sconfitta dopo aver raccontato per mesi di una possibile vittoria non è quello che si definirebbe un trionfo di onestà intellettuale.

Se Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni non è – soltanto – per l’ottimo lavoro svolto da governatore. E nemmeno si può pensare che il Partito Democratico abbia risolto d’un tratto i suoi problemi, riallacciato il contatto col suo popolo, ritrovato l’essenza di quella parola chiamata “sinistra”. Paradosso vuole che se il governo oggi si rafforza, se trova insperato abbrivio per proseguire nella sua corsa, lo debba soprattutto al suo peggiore incubo: Matteo Salvini.

“Capitan Paura”, così potremmo soprannominarlo, ha sbagliato per la seconda volta in pochi mesi la strategia politica della sua partita più importante. Dopo la forzatura d’agosto, la crisi aperta d’estate nel convincimento di andare presto al voto, ecco l’errore di rendere l’Emilia-Romagna la madre di tutte le elezioni, l’ora o mai più, l’occasione irrinunciabile per mandare a casa “i sinistri”. Ne è risultata una mobilitazione che ha pochi precedenti recenti. Tutto è tornato indietro come un boomerang. Non è stato l’effetto sardine a battere il centrodestra: è stato l’effetto Salvini.

Il rischio che una destra sovranista potesse salire al potere, abbattere le mura di una delle ultime roccaforti rosse ancora in piedi, ha portato migliaia di persone allontanatesi dalla politica a votare Bonaccini. Magari turandosi il naso, di sicuro senza dimenticare le delusioni patite dal Pd. Ma di certo convinte che arrestare l’avanzata di Salvini avesse la priorità su tutto il resto.

Da queste regionali, e in particolare dalla dimenticata Calabria, emerge poi un dato allarmante per la Lega e il suo leader. Non solo l’arretramento numerico importante in termini di consensi, ma anche la conferma che il centrodestra ha più possibilità di vincere quando la guida della coalizione è a trazione moderata. Soprattutto nel delinearsi di un ritorno al bipolarismo risultato dell’agonia pentastellata. Il segnale di risveglio in Calabria di Forza Italia, altrimenti moribonda in Emilia-Romagna, è senza dubbio “dopato” dalla presenza dell’azzurra Santelli a capo dello schieramento, ma è anche indicativo della resistenza che un certo elettorato oppone al tentativo di colonizzazione leghista: e per motivi geografici, e per motivi politici.  

Più del declino inesorabile del MoVimento 5 Stelle, anticipato su queste pagine diversi mesi fa, il dato politico che emerge dalla notte elettorale è proprio questo: in un referendum tra “sovranisti” e “democratici” la destra esce sconfitta. La Lega vince dove non è fondamentale: ha una grande forza di cui rischia di non farsi niente. Salvini si batte da solo.