Toc toc: Tav e Tap?

di maio bersaglio mobile

 

Bussi alla porta del governo, “toc toc”: e ti aspetteresti di ricevere risposta, “chi è?”. E invece qui le cose vanno al contrario. Se proprio hai voglia di battere le nocche sull’uscio, se davvero credi che bussare serva pure a qualcosa, in conto devi mettere il fatto di farla tu una domanda: “Toc toc, chi c’è?”.

Sì, perché se chiedi al Presidente del Consiglio Conte ti senti rispondere che sulla Torino-Lione non hanno ancora deciso niente. Al massimo ti rimanda al ministro per le Infrastrutture Toninelli, che com’è tipico di questo governo compra tempo: ripassa in autunno, almeno.

Salvini invece un’idea sua già ce l’ha, da buon tuttologo. Con la Tav bisogna andare avanti. E col Tap? Col gasdotto che dovrebbe rifornire l’Italia direttamente dal Mar Caspio? Su quello per ora non interviene. Tanto non sono problemi suoi. Piuttosto toccherà a Di Maio spiegare alla gente di Melendugno che quando si è impegnato a bloccare il progetto scherzava: erano solo promesse. Il MoVimento come tutti gli altri…

Perché alla fine nemmeno i populisti potranno a lungo schivare gli ostacoli che l’amministrazione di una grande nazione come l’Italia comporta. Perché uscire unilateralmente dall’accordo sulla Tav, oggi, significherebbe pagare almeno 2 miliardi di euro di penale. Quanto alla Tap, i numeri fanno impressione. C’è chi valuta i danni complessivi di un eventuale stop all’operazione tra i 40 e i 70 miliardi di euro. Il governo si limita a 15, che fanno comunque una legge di bilancio.

E allora eccolo, uno dei primi veri bivi della storia a 5 Stelle. Come si coniuga l’ancoraggio alle origini con la responsabilità di governo? Il prezzo da pagare per arrivare alla vittoria è stato promettere l’impossibile.

Ma il conto al tavolo, prima o poi, arriva sempre.

E verrà il giorno che gli elettori del Val Susa e quelli di Melendugno, ma non solo, busseranno alla porta di Di Maio e del M5s: “Toc toc: Tav e Tap?”.

Meglio Silvio

berlusconi salvini centrodestra

 

Alla fine il guaio è sempre quello: non è facile dirsi addio. Pure se la carta d’identità segna impietosa 81 primavere, pure quando i sondaggi per la prima volta dal 1994 ti descrivono dentro un vortice che pare risucchiarti e condannarti all’ininfluenza, pure adesso che pensare di invertire il senso di un declino che ha del fisiologico pare fanta-politica.

Ma se c’è un uomo capace di ribaltare i pronostici, se proprio qualcuno capace ancora di tirare fuori il coniglio dal cilindro esiste, questi è Silvio Berlusconi.

Così è tra amarezza e rimpianto, tra speranza e illusione che l’uomo di Arcore carica i suoi parlamentari e vaticina la fine del governo Conte-Di Maio-Salvini. Lo fa credendoci sul serio, ottimista per natura e convinto com’è che, alla fine, le incompatibilità tra M5s e Lega schiacceranno i populisti sotto il peso delle loro promesse irrealizzabili.

Lo fa, sopratutto, attingendo da quel bagaglio di imprenditore che lo ha reso per anni l’uomo allo stesso tempo più amato, odiato e invidiato d’Italia. Te ne accorgi quando attacca frontalmente Salvini e Di Maio, quando spiega che sì, “è importante comunicare bene un buon prodotto per esaltarne le qualità” ma “non serve a nulla comunicare bene un prodotto mediocre, perché presto il pubblico se ne accorge”.

C’è chi bollerà le sue parole come quelle di un vecchietto a cui ad un certo punto non si dà più peso: che dica ciò che vuole. C’è chi ai suoi proclami di rinascita, alla sua eterna voglia di battaglia e di rivalsa, guarderà con ammirazione per la fibra. E niente di più.

Ma il punto è che Berlusconi, piaccia o meno, è più moderno di Salvini, che nel 2018 crede ancora basti alzare muri e chiudere i porti per sentirsi più sicuri. Ed è più moderno di Di Maio, che col decreto Dignità ha mostrato di essere un giovane ministro soltanto anagraficamente, di coltivare idee datate e dannose, e presto lo capiranno anche i lavoratori.

Che poi Berlusconi abbia la forza di convincere gli italiani di questo, è altro conto. Ma sulla questione non c’è dubbio: meglio Silvio.

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.

Il delirio di Casaleggio sul Parlamento

casaleggio

 

Se non fosse che Davide Casaleggio è l’erede al trono del regno a 5 Stelle si potrebbe anche far finta di niente. Se non fosse che il M5s alle ultime elezioni è stato ampiamente il partito più votato si parlerebbe di una boutade senza conseguenze. Ma siccome questi “se” non contano, allora è bene soppesarle le dichiarazioni del proprietario Rousseau, lo stesso che con naturalezza disarmante, così, come parlasse del meteo d’estate al bar, ha detto che tempo qualche lustro e il Parlamento non sarà più necessario.

E va bene l’antipolitica (anzi, va malissimo), va bene prendersela con gli assenteisti, inveire contro quei politici che fanno male alla democrazia tutta, ma adesso pensare che 60 milioni di italiani possano votare tramite computer la legge del giorno no, questo è troppo.

Come se domani, invece che rispondere al sondaggio online che ci chiede cosa ne pensiamo di questo o quel sito, invece che compilare la recensione di TripAdvisor, ognuno di noi, ma proprio ognuno, potesse legiferare su questioni delicate e potenzialmente esplosive. Dagli interventi militari all’eutanasia, dalla legittima difesa alla flat tax: decidi con un click, se possibile coi server di Casaleggio.

E addio a tutti quei discorsi sulla centralità del Parlamento. Un organo di controllo evidentemente inutile secondo Casaleggio, che della Costituzione si fa un baffo: meglio la piattaforma Rousseau. Anche se a quel punto addio Parlamentarie…A Montecitorio e Palazzo Madama resterà soltanto qualche funzionario, lo stretto indispensabile per ratificare le decisioni digitate online.

Ma qualcuno le decisioni prese dagli italiani della web-democrazia dovrà pure ispirarle. Resteranno solo i leader? Forse il punto vero è questo: alla fine, per Casaleggio, più di un Parlamento espressione di tutta l’Italia, più di un organo costituzionale di controllo, sono meglio i caminetti. E lo chiamano “cambiamento”…

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

Era dunque questo il cambiamento?

di maio salvini

 

Il filo rosso di una giornata a dir poco paradossale è il sentimento di incredulità che si insinua in chiunque non sia affiliato alla combriccola legastellata. E il problema è che dovremo farci il callo, capire che il risultato del 4 marzo ha prodotto un mondo nuovo, assurdo, dove un ministro è capace di attaccare l’apparato che rappresenta e di cui fa parte, dove un altro usa la carta intestata del suo dicastero per sporgere querela contro un privato cittadino.

La gestione del Decreto Dignità, per dirne una, è la rappresentazione plastica di quanto l’improvvisazione regni sovrana (lei sì) nel governo dei populisti al potere. Un provvedimento è stato proposto, la Relazione Tecnica è stata stilata. Tutto qui. Nessuna manina misteriosa e manipolatrice. Ottomila posti in meno all’anno per quella che veniva presentata come “la Waterloo del precariato”. Questa la realtà dei numeri dell’INPS, non del Pd. Perché Boeri potrà avere sì le sue idee politiche, ma mettere in mezzo l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, una delle istituzioni di questo Paese, significa che la vicenda dell’invocato impeachment ai danni di Mattarella a Luigi Di Maio non ha insegnato niente.

Tutto si può dire, tutto si può ritrattare. Conta l’annuncio, il clamore, il successo sui social. Un po’ come il tanto decantato taglio ai vitalizi degli ex deputati, talmente contestabile da chi si vede sottrarre un diritto acquisito attraverso una legge retroattiva, che il Collegio dei Questori ha deciso di bloccare i 43 milioni di euro di risparmi fino al 2021. Giusto per prevedere ciò che l’esecutivo non ha previsto: una mole di ricorsi che potrebbe mettere in forte imbarazzo il governo e a serio rischio quei soldi. Che non a caso non potranno essere investiti almeno per i prossimi 3 anni.

E volete che in questo circo di miope orgoglio e pressapochismo diffuso non si inserisca pure Salvini? Il ministro dell’Interno utilizza la carta intestata del Viminale per annunciare la querela ai danni di Saviano. Pone lo Stato contro uno scrittore. Coinvolge il governo in uno scambio del tutto personale. E non si cura della valenza del suo gesto, non lo ritiene un abuso della sua posizione e del suo ruolo. Il velo è caduto, e al di là di esso si cela una territorio inesplorato.

Da democrazia ad autoritarismo.

Era dunque questo il cambiamento?

Scusa, Josephine

josephine

 

Dicono che ad un certo punto, a poche ore da una morte certa, tra ciò che restava di un gommone e tra le onde fredde di un mare cattivo, Josephine abbia sentito arrivare la Speranza, in carne ed ossa. Aveva la forma delle braccia forti di un 25enne spagnolo, di un ragazzo che non ha esitato a tuffarsi tra i detriti e i cadaveri, nella speranza di poterla tirare fuori dall’Inferno.

Ha stretto forte il suo salvatore, Josephine. Ha sbarrato gli occhi e non li ha più chiusi. Si è lasciata abbracciare e trasportare da quello sconosciuto, mentre il freddo sul suo corpo avanzava, centimetro dopo centimetro. Poi, una volta sulla nave, è riuscita a pronunciare soltanto il suo nome e la sua provenienza: Josephine, Camerun.

Come se poi contasse qualcosa, come se davvero non bastasse essere una donna, un essere umano, per avere diritto ad una vita degna di essere chiamata tale.

E allora scusa, Josephine.

Scusa, per le sofferenze che volenti o nolenti, colpevoli o complici, ti abbiamo procurato.

Scusa, se accanto a te sono morti una donna e un bambino, una mamma e un figlio che non siamo stati in grado di salvare.

Scusa, se siamo così deboli da non riuscire a far sentire la nostra voce contro un governo che gioca con la vita delle persone.

Scusa, se la vergogna che sentiamo non ti basta: non ti può bastare.

Scusa, se quando capiremo cosa sta succedendo in Italia, sarà comunque troppo tardi.

Scusa, se tra qualche giorno nessuno parlerà più di te.

Scusa Josephine, scusa e basta.

Di-gni-tà, di-gni-tà!

di maio pensieroso

 

Il peccato originale dei vari Vaffa Day non si lava con poche settimane di governo. Essere establishment, essere “casta”, per il partito populista il cortocircuito che manda in tilt tutto il “sistema” è un destino scritto nelle stelle (cinque).

E a poco valgono i party per il taglio dei vecchi vitalizi (un imbroglio destinato ad essere cancellato dalla Corte Costituzionale o dalla Cedu), i tentativi di smarcarsi dalla narrazione che vuole il M5s in versione Dr Jekyll e Mr Hyde, partito di governo ma pure di lotta (sì, ma contro chi?).

Il ritorno alla teoria del complotto made in Di Maio sul Decreto Dignità è lo spettacolo più indegno al quale potesse capitare di assistere. La “manina” cattiva e piddina evocata da fonti M5s (che avrebbe allegato alla relazione tecnica la stima per cui si perderanno 8000 posti di lavoro l’anno per effetto del provvedimento) cos’è se non una ridicola scusa?

Gridano al complotto, anche adesso che le oscure “stanze del potere” sono illuminate dal giallo grillino. Paventano improbabili interventi delle lobby, si sentono accerchiati, un po’ come quando dicevano che c’erano le sirene, che l’uomo non è sbarcato sulla Luna, che le Torri Gemelle le hanno buttate giù gli americani. Sì, come no…

Sono gli stessi che scandivano “o-ne-stà! o-ne-stà”, ma è già arrivato il momento di chiedergli “di-gni-tà, di-gni-tà”.

Si può stare coi migranti senza essere di sinistra

migranti gommone

 

Il nemico disegnato dai populisti ha quasi sempre la pelle scura. Forse è per questo che fin da bambini impariamo a temere “l’uomo nero”. Nel racconto del momento che viviamo, però, chi ha esasperato le paure della gente per farsi una posizione, oltre ad un capolavoro politico ha realizzato anche un guaio sociale.

Basta prendere un caffè con gli amici, una pizza coi parenti, per rendersi conto che nel dibattito non c’è sfumatura tra bianco e nero. E non nel senso di razza, di colore della pelle. Non strettamente, almeno. Il punto è che se provi a dire che capisci le difficoltà dell’accoglienza ma quelli sui barconi sempre disperati restano, alla fine ti senti rispondere: “Ma se ci tieni tanto, perché non te ne porti uno a casa tua?“.

E per un attimo resti lì, basito, pietrificato. Perché in fondo per essere uscito in centro a prendere un gelato con quella persona vuol dire che un po’ di credito glielo concedevi, un po’ di autonomia di giudizio glielo attribuivi. E invece no. Ti senti rispondere con la frase che è ormai diventata un “must” da social. Un po’ come dire che “vogliono venire tutti da noi“, che “tutta l’Africa in Italia non ci sta mica“. Il festival delle banalità è più nazional-popolare di Sanremo.

Ma se di fronte a queste rimostranze ce la fai pure a non rispondere, a non replicare, di fronte ad altre assurdità no, zitto proprio non riesci a stare. Quando ti dicono: “Ma com’è che stai coi migranti? Che sei, comunista?“. No, non sono comunista. E non lo sono mai stato.

Però si può stare dalla parte dei migranti, oggi più che mai, senza essere per forza di sinistra. Perché quando si tratta di temi universali, quando si parla di diritti umani, di civiltà, di aiutare persone che scappano dall’Inferno, non c’è sinistra e non c’è destra. C’è il buon senso, che è ben diverso dal buonismo.

Alla fine della passeggiata, tra le strade della tua città, ti fermi a ragionare se l’estate del 2018 sia soltanto l’inizio di un brutto sogno. Pensi che Salvini non è Hitler, ma che l’Italia meritava di meglio. Pensi che la signora che vedi urlare al comizio della Lega: “Rispediteli a casa loro!“, sia la stessa che quando vede in tv le immagini dei bambini morti sulle spiagge magari piange o per non farlo deve cambiare canale.

Non siamo razzisti. No che non lo siamo.

È che c’hanno messo tutti contro. E qualcuno ha finito per crederci.

Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi

salvini camilleri

 

Gli inglesi dicono “out of the cup”. E non c’è dubbio che l’espressione in sé risulti più signorile del nostrano “farla fuori dal vaso”. Ma alla fine di Salvini si parla, e allora “prima l’italiano”, tanto il senso quello è: i toni esasperati sempre, le invasioni di campo continue, fino a quando anche l’alleato di governo dormiente – guarda un po’! – ad un certo punto si rende conto che ora no, ora basta, calmiamoci un attimo. Fermi tutti.

Il casus belli è lo sbarco al porto di Messina di una nave militare irlandese con a bordo 106 migranti. L’occasione per il Matteo di governo è troppo ghiotta per rinunciare all’attività della casa: l’annuncio roboante da dare in pasto ai social affamati di polemica. Ma al Salvini che pensa e parla da premier, al leghista che annuncia la volontà di portare “al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo“, stavolta qualcuno risponde.

Lo fa il ministero della Difesa guidato dalla pentastellata Elisabetta Trenta, con una nota che non nasconde l’irritazione grillina e sottolinea la necessità che l’azione sia “coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali“. Ed è in questo affondo, forse, che emerge la noia che Salvini inizia a suscitare un po’ ovunque.

Non teme nessuno. Fa il tuttologo. Sa di sbarchi e vaccini, di politica estera ed economica, di legittima difesa e vu cumprà. Non si fa troppi problemi a tirare in ballo il Presidente della Repubblica sulle sentenze contro la Lega. Mentre quello del Consiglio lo consulta a stento, e soltanto a cose fatte.

Polemizza con Tunisia e Malta, con Macron e Merkel, con l’Europa tutta.

Arriva persino a pungere un’istituzione culturale del Paese come Andrea Camilleri, di cui dice di amare i libri, meno gli insulti (quali?). Però stavolta Salvini ha esagerato: perché va bene che la Lega è solo Lega, non più Nord.

Ma che sotto l’ombrellone anche lui si sia messo a leggere il vigatese di Montalbano e Catarella: beh, pare quanto meno difficile.

Per questa onnipresenza onniscente della politica italiana dei nostri giorni, però, c’è una frase che da Camilleri possiamo estrapolare. Non serve comprendere il siciliano. Ci sono artisti capaci di creare un linguaggio universale, che oltrepassa i confini. Pure coi porti chiusi.

Sì, insomma: Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi.