“Io so’ Torre Maura”

Felpa Adidas nera, rigorosamente. Cappuccio tirato su, d’ordinanza. Movenze da rapper. Eh vabbé, sono i tempi. Simone ha 15 anni. Ed è un ragazzo della sua generazione. Libero da condizionamenti, forte di quel senso di giustizia che anima solo chi è (e resta) puro dentro, ha il coraggio di guardare negli occhi i leader di Casapound, la formazione neofascista che ha tentato di lucrare sul malcontento di Torre Maura dopo il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura del posto.

Simone è giovane, forse inesperto, ma è lucido, più di chi gli sta di fronte. Non si lascia imbrigliare dalla narrazione populista dominante, quella che parla sempre e comunque di “invasione”, che si tratti di rom o di africani. Lo ribadisce alla sua maniera, con la cadenza di cui va fiero, perché “Tore Maura è il quartiere mio“. E combatte contro la narrazione che caratterizza tanto Casapound quanto la Lega di Salvini, quella per cui se un reato lo commette uno straniero è un problema, se invece è un italiano allora no, perché qualcosa si dovrà pur fare per campare…

E nella logica disarmante dei suoi 15 anni Simone individua il problema: “A me 70 persone nun me cambiano ‘a vita“. Dillo a Salvini, Simone, che si impunta su 49 migranti..

Simone invece conosce i numeri, le proporzioni. Sa che Torre Maura fa parte del Sesto Municipio di Roma: sono 270mila persone. Ma la sua è una battaglia che va oltre la borgata: è l’affermazione di un principio di giustizia, “nessuno deve essere lasciato dietro“. Perché “‘sta cosa che bisogna andare sempre contro una minoranza a me non me sta bene che nno!“. Con quella parlata musicale, con quell’accento che lo fà romano tra i romani, Simone non cade nel tranello di chi gli chiede: “Ti sembrano una minoranza i rom?“. Risposta: “E’ una minoranza che sì, siamo 60 milioni“.

Il capolavoro però arriva sul finire, quando Simone si è ormai tolto il cappuccio e rimboccato le maniche, accaloratosi nel tentativo di fronteggiare i grandi e i prepotenti. Ce n’è uno che prova ad intimidirlo, gli si avvicina agitando il dito all’altezza del suo viso, gli impone di farlo parlare, gli dà un buffetto sulla guancia, prova ad indottrinarlo dall’alto della sua età con la solita solfa del “si stava meglio quando si stava peggio”, perché Torre Maura prima “nunn’era così“.

E Simone spiazza, disarma, stupisce, inorgoglisce: “E che è corpa d’i rom?“.

Ecco, bravo Simone. Perché le colpe del degrado delle periferie sono di tutti. Perché tutti in questi anni hanno governato.

E non è un caso che il ragazzo risponda a chi lo accusa di essere di parte con un’indignazione degna di un futuro grande uomo: “Io non c’ho nessuna fazione politica, io so’ Torre Maura“. E’ questa la sua bandiera. E’ libero, e libero deve restare. Lontano da strumentalizzazioni di ogni tipo, da corse ad accaparrarsene l’immagine e l’appoggio. Ha 15 anni, ha fatto chiarezza, seminato buon senso. Il futuro è suo. Speriamo arrivi presto.

Parola agli iscritti

L’arresto di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il nuovo stadio della Roma non ha portato alle dimissioni di Virginia Raggi. Non che rappresenti una novità: i vari scandali e tutti i terremoti politici che in questi anni hanno colpito la sua amministrazione sono sempre stati archiviati in nome di un “poltronismo” spudorato.

Luigi Di Maio ha trattato la vicenda De Vito con prontezza, per una volta, decidendone l’immediata espulsione. Era la sola mossa sensata che potesse compiere. La notizia è che l’ha compiuta. La riflessione successiva è che non basta. Roma da potenziale fiore all’occhiello del MoVimento 5 Stelle si è rivelato il grattacapo quotidiano dei grillini. Non c’è giorno che non arrivino notizie inquietanti su un’amministrazione che dal giorno dell’insediamento chiede tempo, senza rendersi conto che tra un po’ il suo mandato scadrà e le condizioni della Capitale saranno addirittura peggiori di quando ne ha preso le redini.

Ecco allora una provocazione per Luigi Di Maio. Tra rimpasti, inchieste, scandali, l’amministrazione Raggi ha certamente un’immagine diversa da quella uscita dalle urne. Se la sindaca non vuole dimettersi, rimettendo il suo mandato nelle mani degli elettori, allora sia Di Maio ad assumere un’iniziativa. Non si chiede che la sfiduci pubblicamente, sarebbe chiedere uno sforzo di onestà intellettuale evidentemente eccessivo, si domanda però una votazione in stile Diciotti su Rousseau (pensate un po’ di cosa ci accontentiamo) e senza condizionamenti.

Il quesito da sottoporre agli iscritti del MoVimento 5 Stelle dovrebbe suonare più o meno così: “Alla luce degli ultimi accadimenti nella Capitale pensate che Virginia Raggi debba dimettersi da sindaca di Roma?”. Se la votazione non servirà a liberare la Città Eterna da un problema epocale, avrà almeno il merito di misurare il livello di integralismo e masochismo degli iscritti pentastellati.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.