Illusioni, orgoglio ed errori: così la seconda ondata ci ha sorpreso

Giuseppe Conte

Ricordate le esultanze dopo l’accordo trovato in Europa sul Recovery Fund? Sembrava che l’Italia si fosse appena laureata campione del mondo. Mancavano soltanto i caroselli in strada. Il sottotesto, il non-detto ma chiaramente pensato, era che non si facevano unicamente per il rischio contagio, altrimenti il successo diplomatico di Conte avrebbe potuto giustificare tanta euforia.

Questo blog, insieme a pochi altri, scelse la via della prudenza. A costo di perdere like e lettori, col rischio di passare per sovranisti o leghisti – ma chi legge gli articoli, senza limitarsi ai titoli sa che non è così – mise in guardia dai facili entusiasmi.

Primo: quei soldi non sarebbero stati disponibili subito. Secondo: Conte aveva certamente vinto la sua partita, l’Italia meno, perché lo sblocco dei fondi era vincolato al buon cuore di Rutte e degli altri Frugali. Terzo: la ciclopica somma destinata al Belpaese avrebbe dovuto prima o poi essere spesa. E questo, senza adeguati anticorpi – visto che sempre di virus parliamo – avrebbe scatenato gli appetiti ingordi di lobbisti, politici, cordate poco limpide, mafie, e chi più ne ha più ne metta.

Queste tre condizioni invitavano alla calma e alla circospezione. Si è scelta un’altra strada: quella più semplice, la più sbagliata. Quella di far credere agli italiani che avessero vinto alla Lotteria, che il peggio della pandemia fosse ormai stato archiviato. Si trattava soltanto di svegliarsi ogni mattina, e come prima cosa, dopo aver lavato i denti, controllare la carta di credito. Tanto tranquilli, il bonifico sarebbe arrivato.

Il tempo, però, purtroppo è sempre galantuomo. In questo caso è stato bastardo. La seconda ondata, tanto temuta e annunciata dagli esperti, si è presentata sull’uscio delle nostre case. Prima ha bussato, poi ha iniziato a sfondare le porte. La stragrande maggioranza degli italiani sta facendo tutto ciò che è in suo potere per scacciarla, ma una cospicua minoranza si ostina a vivere come se il mondo là fuori fosse lo stesso di un anno fa, lamenta una dittatura sanitaria e fatica a comprendere che a renderla tale sono proprio i suoi comportamenti scellerati.

Governo e Regioni, messi alle strette dalle ragioni dell’economia, hanno commesso errori in serie, alimentato l’idea che il morbo fosse svanito, sconfitto, evaporato col sole d’agosto. Si è deciso a quel punto di prendersela con i virologi, di attaccare il loro presenzialismo televisivo (per qualcuno onestamente eccessivo), si è arrivati a sostenere che indossare una mascherina all’aperto in tempo di pandemia rappresentasse un’intollerabile limitazione alle libertà personali.

Si è discusso all’infinito sulla necessità di prorogare o meno lo stato d’emergenza, anche in questo caso denunciando una deriva democratica, sempre dimenticando che nessuna cura era stata trovata, alcun vaccino approvato, prodotto, distribuito, somministrato. Si è così festeggiato come barbari la mancanza del numero legale in Aula per approvarlo, quello stato d’emergenza, scambiando una vergognosa figura per una vittoria politica.

Per non parlare dei ritardi e dell’improvvisazione sul fronte sanitario. Non siamo neanche ai livelli dei cugini europei a livelli di contagi, che già ci mettono in guardia: “Molti ospedali sono già al collasso, vedete voi come regolarvi“. E la domanda, scusate, ma sorge spontanea: che avete fatto in questi mesi? E dove sono quelli che criticavano i privati – ripetiamo, privati – che hanno finanziato l’Ospedale in Fiera di Guido Bertolaso? Che fine hanno fatto i centri Covid che avrebbero dovuto sorgere al Centro e al Sud Italia per prevenire le prossime, certe, pandemie?

Abbiamo creduto che un lanciafiamme potesse salvarci, che la risposta stesse nel pugno di ferro ostentato in conferenza stampa, ci siamo perfino illusi che il ritorno alle urne, le polemiche della campagna elettorale, il solito rimpallo di ricostruzioni inconciliabili con la realtà su chi avesse vinto e avesse perso dopo il voto, avesse segnato ufficialmente la riapertura del nostro amatissimo e sgangherato “Teatrino Italia“. Dimenticandoci di rafforzare la medicina sul territorio, senza capire che il sistema dei tamponi non avrebbe retto all’aumento fisiologico dei contagi in autunno, senza investire ogni attimo del nostro tempo per migliorare le strutture sanitarie più degradate, senza assumere medici e infermieri a sufficienza per parare i colpi di questo maledetto virus.

Ad un certo punto, poi, abbiamo perso letteralmente la testa. Non ci bastava esserci riappropriati della possibilità di uscire, di andare al mare, di vedere amici e parenti. Volevamo anche ballarci appassionatamente, gli uni avvinghiati agli altri. Come se non ci fosse un domani: e per molti non c’è stato. Non ci accontentavamo di riappropriarci di una stringata forma di normalità, delle partite di calcio, delle polemiche sul campionato: volevamo riaprire gli stadi, tornare ad accalcarci in massa, ad urlarci contro. Non potevamo continuare a fare la spesa con gli ingressi contingentati come durante il lockdown o una volta per tutta la settimana. Era troppo chiedere di proseguire con un ponderato smart working. Dovevamo riprenderci tutto e subito, senza mezze misure, senza capire che ci stavamo scavando la fossa.

E adesso siamo qui, ad inizio autunno, a dirci che siamo più preparati di prima (e di certo lo siamo), ma nessuno che abbia il coraggio di dire che l’ipotesi di un nuovo lockdown esiste, perché è l’unico metodo certo per abbassare la curva. E che passeranno mesi prima che possiamo vaccinarci, e che se davvero non cambiamo modo di pensare e comportarci, se non torniamo allo spirito di marzo, vedremo il Paese franarci sotto i piedi. Senza allarmismi, con onestà, maturità. Quella che servirebbe a mettere da parte ideologia e orgoglio e attivare subito il Mes, prenderci 37 miliardi di euro per intervenire subito sulla sanità in toto. Prima che sia tardi, se non lo è già. Ora o Mes più.


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