Questi fanno solo danni: l’Italia rischia l’isolamento

conte di maio salvini bis

 

Il fatto che non ci siano soldi per le promesse irrealizzabili di M5s e Lega mette a rischio tutti gli italiani. Di Maio e Salvini – e se proprio vogliamo citarlo anche Conte – hanno bisogno di alzare i toni dello scontro, per non fare la parte degli inetti al potere.

Così è quasi inevitabile che nel giro di pochi giorni il nuovo establishment italiano si trovi a fare i conti con scivoloni e cortocircuiti internazionali che rischiano di compromettere quanto di più importante un Paese possa giocare nella delicata partita della politica estera: la propria credibilità.

Non meraviglia, dunque, che Salvini sacrifichi sull’altare della campagna elettorale permanente i buoni rapporti con la Tunisia. Nonostante il suo nuovo ruolo da Ministro dell’Interno.

Non sorprende neanche che festeggi il mancato accordo sulla revisione del Trattato di Dublino (e poco importa che il dossier immigrazione resterà invariato forse per anni) sulla base di un’intesa con Orban e soci che per motivi geopolitici non ha motivi di esistere.

Il blocco di Visegrad ha interesse a difendere la rotta balcanica dei migranti ed è contrario alla ricollocazione dei richiedenti asilo sul modello della ripartizione in quote. L’Italia è il primo approdo per chi arriva dal Mediterraneo e necessita proprio di solidarietà sul tema della ridistribuzione dei profughi. Cosa ne viene fuori?

Che non c’è un disegno, una visione, una strategia politica. Si plaude al decisionismo di Trump, che negli Usa mette i dazi sull’importazione di acciaio e alluminio proprio dall’Europa. Tutto per il gusto di pronunciare una frase contro Angela Merkel, per gonfiare le vele di un consenso che non può fare affidamento sulla brezza dei fatti.

Si mette a rischio la tenuta della NATO, si annuncia la volontà di rivedere le sanzioni sulla Russia – una cosa non fuori dal mondo, attenzione –  ma con modi da bulletti che dimostrano tutta l’incoscienza di chi adesso è chiamato a guidare il Paese e a confrontarsi con gli altri partner.

Perché così facendo, scardinando rapporti decennali, agendo da battitori liberi, si potrà pure ottenere il consenso disinformato della base. Si potrà pure convincere qualcuno che finalmente l’Italia fa sentire la propria voce. Ma alla fine rischiamo di ritrovarci da soli. Senza nessuno che venga ad aiutarci in caso di bisogno.

Chi vuole per amico qualcuno che urla, promette e non mantiene?

Grillo delira sull’ILVA. E il problema è che ora comanda

grillo

 

Non si scherza sul futuro delle persone. Non è più tempo di “vaffa Day”, di Maalox dopo elezioni perse. Beppe Grillo, se ancora non lo avesse capito, è il leader morale e il fondatore del partito di maggioranza al governo. Per questo motivo non può permettersi di trattare con superficialità e arroganza un tema delicato come quello dell’ILVA.

Ne parla profilando una possibile “riconversione”, prospettando una bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa da tradursi magari nella nascita di un “parco archeologico”. Ma Grillo il visionario questa volta è andato fuori tema. Vagheggia di un modello ILVA sullo stile della Ruhr, in Germania. Ma i sogni, in politica, devono fare i conti con la realtà. Sempre.

C’è un investitore, Mittal. Un colosso indiano che ha deciso dopo diverse controversie di accettare la sfida pugliese. Chiudere l’ILVA significherebbe condannare 20mila lavoratori alla disoccupazione, oltre che certificare che al Sud fare industria è impossibile. Riconvertirla vorrebbe dire un salto nel vuoto. Proprio quello che migliaia di famiglie non possono permettersi.

Salvate l’ILVA. E mettete fine a questi deliri.

Il governo del “ma anche”

cetto laqualunque

 

Se è grazie a Walter Veltroni che la retorica del “ma anche” è divenuta celebre, sarà merito però del professor Conte se il “movimento ma-anchista” troverà al governo il suo pieno compimento. Nel tentativo di coniugare un mondo un po’ buonista e irrealizzabile, nella speranza di fare del Partito Democratico appena nato il contenitore di tutto un po’ “ma anche” del suo opposto, Veltroni si era scontrato con la forza trainante di un Berlusconi in quella fase inarrestabile.

Ma c’è chi ha aggirato il problema. Portare un pastrocchio alla guida del Paese si può. Basta presentarsi divisi alle urne come MoVimento 5 Stelle e Lega hanno fatto, allearsi dopo il voto, e cercare di mettere insieme tutto, “ma anche” le cose che insieme si annullano.

Il governo Conte è quello che vuole inserire il reddito di cittadinanza, una misura assistenzialista che sulla carta dovrebbe aiutare per qualche tempo i disoccupati, e dunque i più poveri. “Ma anche” quello che promette di varare la flat tax, la “tassa piatta” che fa un favore ai ricchi.  E che c’è di male? Potrebbe protestare qualcuno: se ci sono i soldi per aiutare tutti, perché no? Appunto, se…

Ma il “maanchismo” al potere non si limita alle misure economiche, gli idealisti del “ma anche”, i convinti del “impossible is nothing”, non sono al governo da neanche una settimana che già hanno creato i primi cortocircuiti internazionali con i nostri alleati storici. L’annuncio di una “revisione del sistema delle sanzioni” nei confronti della Russia nel discorso sulla fiducia al Senato di Conte – una mossa non concordata con gli altri partner della Nato – ci è già costata una bella tirata d’orecchie dagli americani e dagli altri alleati atlantici. Perché non è possibile, in questa fase, stare con gli Usa “ma anche” con Putin. Le scelte di campo, soprattutto in politica estera, sono necessarie.

Aprire a più possibilità, tentare di presentarsi come un esecutivo dialogante su tutto e con tutti, presenta un rischio concreto: quello di diventare il governo del cambiamento, “ma anche” delle contraddizioni.

Non è vero che Conte peggio degli altri non potrà fare

conte senato

 

Nel giorno in cui il Presidente Conte si presenta all’Italia per ciò che è, tra i tanti interventi dell’opposizione spiccano quelli di Mario Monti e Matteo Renzi, due che a dirla tutta non si sono mai presi. Ma il paradosso della cosiddetta Terza Repubblica è proprio questo: Berlusconi è più vicino alla sinistra che ha combattuto per un ventennio, piuttosto che allo storico “alleato” leghista. E i comunisti rossi a loro volta rimpiangono l’uomo di Arcore: il vecchio mondo è sempre più rassicurante del nuovo che avanza.

Così, nell’aula di un Senato in cui l’entusiasmo assomiglia pericolosamente ad incoscienza, a turbare il clima arrivano le parole del Professore. Non Conte,  l’originale. Monti ha lo stile compassato di sempre, non è mai stato un capo-popolo, e mai lo sarà. Ma con la precisione di un tecnico di prim’ordine agita lo spettro della Troika. Ricorda a Conte e al suo governo che senza la responsabilità di Forza Italia, del Pd e dell’allora Terzo Polo, “voi oggi sareste ridotti ad agenti di un governo semi-coloniale“. Di più, lancia un monito che inquieta soltanto a sentirlo formulare: “non è escluso che l’Italia possa dover subire ciò che ha evitato allora: cioè l’umiliazione della Troika“.

Dall’altra parte c’è Renzi, che al ruolo di showman non si sottrae, che alla tentazione di evidenziare le anomalie della maggioranza Lega-5 Stelle cede volentieri. Così l’occasione è ghiotta per sottolineare che il governo del cambiamento rappresenta in realtà soltanto un aggiornamento del vocabolario politico: “Quello che nella XVII Legislatura si chiamava inciucio oggi si chiama contratto; quello che nella XVII Legislatura si chiamava partitocrazia oggi si chiama democrazia parlamentare, quello che nella XVII Legislatura si chiamava condono oggi si chiama pace fiscale, quello che nella XVII Legislatura si chiamava un uomo che tradisce il proprio mandato oggi si chiama cittadino che aiuta il governo a superare la fase di crisi”.

Da questi due interventi, da quello di un senatore a vita rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che ha messo in ginocchio l’Italia, e da quello di un leader sconfitto nelle urne ma condannato dalla sua indole a restare un capo, si evince la verità che molti oggi negano.

Non è vero che Conte sicuramente non farà peggio di chi lo ha preceduto. In questi anni siamo cresciuti poco e male. Si poteva fare certamente di più e sicuramente meglio. Ma in qualche modo abbiamo salvato la pelle.

E nessuno ci assicura che cambiamento faccia sempre rima con miglioramento.

Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto

conte fiducia

 

Parla per un’ora e 11 minuti. Ma ne sono bastati sinceramente un paio per rendersi conto che Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto. Usa il Senato come fosse una piazza, alza la voce quando vuole l’applauso, legge un discorso che è il festival delle banalità. Un misto di citazioni dotte che sembrano buttate lì a casaccio, quasi fossero state recuperate su Google la sera prima.

Sembra crederci, Giuseppe Conte. Sembra, appunto. Tant’è che la frase più significativa di 71 minuti da dimenticare è quella in cui annuncia che non si soffermerà sui singoli punti del contratto di governo.

Sa che non può farlo. Sa che i fondi per finanziare ciò che dice non ci sono. Sa che è meglio prolungare la campagna elettorale all’infinito.

E allora non un numero, non una copertura, non un messaggio d’apertura al Paese. Non un messaggio di distensione all’Italia divisa.

Diceva di essere l’avvocato di tutti gli italiani ma si è già distinto per essere quello di una sola parte. Dell’Italia manettara e giustizialista, di quella degli slogan e dei populisti.

Sarà ricordato come il discorso della s-fiducia. Quella di un popolo che dopo questo intervento ha chiara una cosa: milioni di italiani, da oggi, non hanno un premier.

Cosa dirà Giuseppe Conte nel suo discorso sulla fiducia (e cosa no)

giuseppe conte premier

 

Il discorso sulla fiducia al Senato è per Giuseppe Conte il primo vero esame da Presidente del Consiglio. Non un concetto nuovo, per il Professore, che per una volta si troverà dall’altra parte della “cattedra”: lui il giudicato, lui quello chiamato a dimostrare di padroneggiare a dovere la materia.

Indiscrezioni delle ultime ore parlano di un discorso preparato in autonomia (e ci mancherebbe altro) ma tenendo conto delle considerazioni e delle istanze dei due veri azionisti del governo gialloverde: Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Sarà un intervento senza particolari picchi, non indimenticabile. Un discorso volto perlopiù a rassicurare l’esterno del Parlamento, a conferma del fatto che difficilmente nel corso della legislatura il perimetro dell’esecutivo potrà allargarsi (fatta eccezione, forse, per Fratelli d’Italia).

Conte cercherà dunque di dare seguito alla richiesta di credito inoltrata poco tempo fa da Di Maio ai mercati (“Fateci prima iniziare a lavorare“), tentando di proporre il suo governo non come un assembramento di pericolosi reazionari, bensì come un propulsore delle innovazioni necessarie al Paese per diventare competitivo con il resto d’Europa.

E proprio l’Europa sarà l’oggetto principale e il convitato di pietra della discussione a Palazzo Madama. Conte ribadirà con forza la collocazione europea dell’Italia, senza rinunciare però a quei distinguo tanto cari soprattutto a Salvini, affermando così la necessità di ripensare l’Unione per renderla più vicina agli italiani e rilanciando l’impegno a ridiscutere i Trattati più penalizzanti dal nostro punto di vista.

“L’avvocato degli italiani” non si sottrarrà alla tentazione di elencare i punti programmatici che hanno di fatto caratterizzato il contratto del “governo del cambiamento”: reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della riforma Fornero. Ciò che non dirà (ma c’è da capirlo) è come pensa di realizzare queste misure e dove crede il suo governo di trovare i soldi. Così come sarebbe una sorpresa scoprire la strategia dell’Italia in fatto di politica estera: saldamente ancorata al blocco atlantico o pronta a strizzare tutti e due gli occhi verso la Russia di Putin?

Come primo esame Conte proverà a strappare un 18. Non il migliore dei crocevia, per chi si propone di riscrivere la storia…

Tra Brexit e Apocalisse: vade retro Quitaly

quitaly

 

Nemmeno il tempo di uscire dalla crisi di governo (e istituzionale) che la realtà torna a bussare alla nostra porta. Lo fa sommessamente, senza strilli, senza bisogno di chiamare in causa i mercati. Lo fa attraverso gli esempi, le storie vere, appunto. Che sono quelle che più colpiscono l’immaginario: se una cosa brutta è successa a mio fratello, per quanto incredibile possa risultare, ci credo. Eccome se ci credo.

E c’è da sperare che avremo in futura memoria buona, che mai ci lasceremo tentare dall’uscita dall’Europa, che “battere i pugni” sul tavolo – alla fine – non sortisca l’effetto di ribaltare tutto. Noi per primi.

Basta vedere quello che sta succedendo al Regno Unito, che a 2 anni dal referendum sulla Brexit non ha ancora trovato un accordo con Bruxelles rispetto all’unione doganale e all’adesione al mercato unico europeo. Anzi, notizia degli ultimi giorni, il governo May pare intenzionato a chiedere all’UE una proroga ulteriore, un “periodo di transizione speciale” per cercare di venire a capo delle varie questioni. Sette anni per lasciare l’Europa: 7, ed è il Regno Unito, non la piccola Italia.

Ma il problema è che la realtà non aspetta. La realtà ha tempi stretti, non dilatati come quelli della politica. Per questo motivo a partire dal prossimo 30 marzo 2019, la data che segnerà ufficialmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, potrebbe scatenarsi l’Apocalisse. E a dirlo non sono i nostalgici della Gran Bretagna in Europa (che pure sono in aumento), ma un rapporto stilato per il ministro per la Brexit in persona, David Davis.

Nello scenario che viene definito “Doomsday” (Giudizio universale), l’Armageddon si traduce nell’Apocalisse per la gente comune: tempo un paio di giorni e le regioni più lontane del Regno Unito, come la Cornovaglia e la Scozia, si troveranno senza rifornimenti. Nel giro di un paio di settimane verrebbero a mancare il cibo, i medicinali e il carburante, con il governo che si vedrebbe costretto a ricorrere alla Raf, la mitica aviazione militare, per assicurare gli approvvigionamenti.

La realtà, appunto, fa paura. Abbiamo da italiani una fortuna: l’esempio degli amici britannici. L’Europa non è una gabbia. L’Europa è la nostra rete di protezione. Vade retro Quitaly.

5 consigli per chi farà opposizione

di maio salvini

 

Il punto vero, quando nasce un nuovo governo, è che chi fa politica si divide in due grandi categorie: chi comanda e chi no.

E chi sta all’opposizione, di solito – detto molto chiaramente – “rosica”.

Facciamo l’esempio del Partito Democratico. Dopo aver governato gli ultimi 5 anni con Letta, Renzi e Gentiloni si può umanamente comprendere una certa dose di sconvolgimento e resistenza alla prospettiva che adesso a dare le carte siano due “non propriamente statisti” come Di Maio e Salvini.

Lo stesso si può dire per Forza Italia, che per la prima volta nella sua storia è stata superata all’interno del centrodestra da un alleato della coalizione, dal quale peraltro – a meno che Berlusconi non decida di smarcarsi da Salvini al più presto – rischia di essere fagocitata.

Dunque, come si esce dall’angolo? Probabilmente applicando il buon senso, come in tutte le cose.

Un piccolo manuale per tornare al governo, 5 consigli da tenere bene a mente.

  1. Per il Pd: scegliere un leader. Ma che sia uno, però. Va bene la collegialità. Va bene la direzione nazionale, lo Statuto e anche l’Assemblea. Ma un capo serve. Scelto democraticamente, ovviamente. Ma che sia un capo.
  2. Per Forza Italia: Berlusconi deve ripagare Salvini con la stessa moneta. Quando responsabilmente il Cavaliere appoggiò il governo Monti, la Lega se ne lavò le mani e fece un’opposizione spietata. Dal 4% è passata al 17%. La buona notizia è che Silvio deve ripartire dal 14%, o giù di lì.
  3. Non bisogna inseguire i populisti sul loro terreno. Saranno le loro stesse proposte irrealizzabili a chiarire quanto le hanno sparate grosse. Sull’immigrazione, ad esempio, Salvini si scontrerà presto con la realtà, capendo che la politica dei rimpatri si può attuare soltanto con accordi bilaterali coi Paesi di provenienza. E se alla fine si dimostrasse un ministro dell’Interno meno efficace di Minniti?
  4. Serietà e responsabilità. Devono essere queste le parole d’ordine di un’opposizione che pretenda di avere una qualsivoglia credibilità. Il terreno dello scontro con i nuovi leader non devono essere le dirette Facebook, non ci si confronta a colpi di cuoricini sui social, non si esce dall’aula del Parlamento per fare rumore. Tutto questo è teatro. Non politica.
  5. Tornate tra la gente. Ma davvero. Che non sia uno slogan, una frase fatta da ripetere per rubare un applauso in un talk-show. Usate un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti, non solo a chi ha due lauree. Parlate al cuore delle persone, stringete mani. Siate onesti. Sinceri. Con loro e con voi stessi. Così, forse, tornerete al governo.

Berlusconi, molla Salvini

berlusconi salvini

 

Usa un videomessaggio vecchio stile, per tornare a farsi vivo. Berlusconi non è cambiato: è ancora quello del ’94. E a Salvini e Di Maio, ai giovani diarchi che vanno avanti a colpi di dirette Facebook, oppone un contenuto studiato nei dettagli, fornendo il primo atto da vera opposizione al governo appena nato.

La frase più importante la pronuncia dopo 5 minuti di discorso: “O noi, o loro“, rendendo ufficiale la spaccatura che ogni elettore di centrodestra ha percepito nel momento stesso in cui Salvini ha dato il via al dialogo coi 5 Stelle. Ed è nel leit motiv di un’epopea durata 25 anni, nel referendum perpetuo “o di qua, o di là“, che giunge a maturazione la consapevolezza di Berlusconi che dall’alleato leghista ci si dovrà prima o poi separare.

Magari dopo le amministrative, quasi sicuramente in vista delle Europee del 2019. E non è un caso che Berlusconi scandisca a chiare lettere “noi siamo per l’Europa“. Perché c’è modo e modo di imporsi a Bruxelles, è convinto il Cavaliere: a dirla tutta il primo vero euroscettico d’Italia. Ma estremista no, disfattista mai.

Allora eccola, la scommessa di Silvio. L’ennesima di una vita che negli ultimi anni sta affastellando troppe sconfitte, per uno abituato a vincere sempre. Salvini fallirà.  Agli Interni non riuscirà a mantenere tutte le sue promesse sui migranti. E soprattutto in materia fiscale non riuscirà ad applicare le politiche del centrodestra.

Per questo motivo Berlusconi può provare a smarcarsi. Con calma, senza urlarlo troppo forte, perché non venga attribuita a lui la frattura nella coalizione che è già nei fatti.

Perché restare nel grigiore sta convincendo anche i berlusconiani di ferro a guardarsi intorno, perché ci sono milioni di italiani che a sinistra non voteranno mai, ma neanche si riconoscono nella dialettica estremista di Salvini, perché il gregariato nulla ha a che fare con la narrazione di un ventennio.

Ci vorrebbe un Berlusconi. Ma in assenza di eredi vale ancora l’originale.

Silvio, mollalo.

Lega e M5s, tocca a voi: dimostrate che abbiamo sempre avuto torto

di maio conte salvini

 

“E adesso?”. La domanda gira e rigira nella testa di quanti il governo M5s-Lega non lo hanno votato neanche per sogno. “Adesso dobbiamo sorbirci davvero 5 anni di Di Maio e Salvini?” I più sarcastici replicano che falliremo prima, ma non è questa la consolazione che un innamorato dell’Italia può augurarsi.

Adesso, più semplicemente, è il momento dell’attesa. Non infinita però. Il tempo di prendere confidenza coi comandi della nave, e poi sarà lecito aspettarsi che i nuovi capitani ci portino in acque tranquille. Lontani dalle mareggiate, fuori dalla tempesta che pure loro hanno contribuito ad alimentare.

Non che ci siano elementi di novità per essere ottimisti, anzi. Ma se è vero che da giorni si invoca il rispetto della democrazia, se lo è pure che Mattarella alla fine ha dato agli italiani il governo che avevano votato, adesso vediamoli all’opera.

Chi per anni ha maledetto l’establishment, da oggi fa parte dell’establishment. Chi per anni ha criticato la debolezza dell’Italia, da oggi è chiamato a trasferire al Paese la propria forza. Chi per anni ha detto di avere in tasca la ricetta che risolverà tutti i nostri problemi, adesso può applicarla.

La buona notizia è che la campagna elettorale è finita. Almeno per un po’. Certo arriveranno i decreti puramente propagandistici. Di Maio e Salvini non perderanno occasione, sui social, per raccontare l’Italia che improvvisamente cambia e diventa un posto felice. Ma la narrazione conta fino ad un certo punto.

Lo sa bene il Pd, che nell’ultima campagna elettorale ha raccontato un Paese diverso da quello che il Paese sapeva di essere.

Si può bluffare fino ad un certo punto, insomma.

Adesso tocca a loro, com’è giusto.

Adesso, però, dimostrate che abbiamo sempre avuto torto.