Grazie Fognini, fulmine rosso

fognini

 

Ha un fulmine rosso stampato sul petto e sul rosso della terra di Roma disegna lampi che squarciano pure le difese di un campione del presente e del futuro. Fabio Fognini torna Imperatore, e ti emoziona perché la corona stavolta se la mette da sola. In quella Capitale che l’anno scorso lo vide imporsi sul numero 1 del mondo, oggi sul numero 1 (o giù di lì) della terra.

Corre da una parte all’altra, pota le rose che delimitano il campo – tanto Thiem lo sbatte fuori con un kickone che i bambini nelle scuole-tennis da domani cercheranno di imitare – cade a terra, rotola, si rialza. Fognini urla, sbraita, tira un calcio alla racchetta ma stavolta la raccoglie, non la spacca.

Alla fine la rompe l’austriaco, Thiem, che davvero non pensava di trovarsi dall’altra parte della rete un Fognini così. Così…così maturo, così bravo, così forte. Così Fognini.

Fabio che ti mette la pelle d’oca, che ti scoraggia, che pensi sempre possa cedere sul più bello. Ma stavolta non molla, continua a picchiare sulla palla, a correre più veloce della luce, come quel fulmine rosso che ha stampato sulla maglia.

Fabio che chiede al pubblico del Foro di farsi sentire, e gli italiani alla continua ricerca di eroi applaudono, si alzano in piedi. Standing ovation. Speranze. Illusioni? Forse. Ma intanto Fognini oggi c’è stato. Grazie Fabio.

L’ultimo taglio di Roberta Vinci

roberta vinci

 

La magia dura poco, il tempo di un set, ma non era questa la partita da vincere per Roberta Vinci. Per lei del resto il tennis non è mai stato questo: prima il bel gioco, poi si vedrà. Così contro la serba Krunic, in un campo Pietrangeli che è un catino tricolore, “Roby” ci racconta il perché e il per come di una scelta che sa di liberazione. Ci sono gli anni, c’è un fisico non più attrezzatissimo, ma c’è anche il sollievo, la liberazione di non doversi svegliare, domani mattina, per allenarsi di nuovo.

Vacanza“, urla. Finalmente.

Ma nel finale di match ogni suo punto si trasforma in un boato. Come se il pubblico non volesse lasciarla andare via. E lei ci prova, a restare. Resiste finché può, forse pure un po’ di più. Poi cede. Dopotutto ha ragione di farlo.

Adesso è il tempo delle lacrime. Il momento di congedarsi, di prendersi il tempo per un giro di campo che sia l’ultimo. A patto di rivedersi in altre vesti, sempre in questo mondo.

Così per la regina dello slice è ora di darci un taglio. L’ultimo, il più sofferto, quello che mette la pelle d’oca, quello che fa piangere i grandi e i bambini.

Come una palla corta che si ferma sulla terra rossa dopo un lento rimbalzo.

E’ stato un tempo lungo, ma è passato troppo in fretta.

Seppi, uno di noi che ce l’ha fatta

andreas seppi

 

Non chiedetegli di fare lo show-man, non è nelle sue corde. Se volete, però, Andreas Seppi per voi colpirà forte la pallina. Quello sì, con le corde della racchetta gli riesce bene, al netto di un fisico normale. Normale, l’aggettivo è quello giusto.

Andreas è l’amico d’infanzia, il compagno del circolo col cappellino di traverso che ce l’ha fatta. Quello su cui il maestro non avrebbe scommesso una lira, il meno dotato, il più silenzioso, il giocatorino smilzo che al torneo sociale veniva seguito soltanto dai genitori. Non è il talento puro, non il campione annunciato, non il fenomeno che fa il fenomeno. Non lo è mai stato, né ha mai voluto esserlo.

Sarà per quel suo modo di essere un italiano di Bolzano. I modi educati, i capelli biondi, la barba pure. Ma nella valigia c’è dentro tanto altro, non solo luoghi comuni. Seppi il sottovalutato, Seppi che alla fine c’è sempre, che pure in Coppa Davis ci prova coi più forti, che se si sveglia col piede giusto (e l’altro con quello sbagliato) batte pure Federer.

Seppi il dimenticato, Seppi l’italiano tifato dagli italiani in assenza d’altri. Fognini ha perso? Vabbé dai, seguiamo Andreas. Seppi lì da tanto, lì da sempre. Su un campo secondario ad allenarsi, sul Centrale inaspettatamente, quando a suon di rovesci lungolinea riesce a meritarsi la sua oretta e mezza di gloria passeggera.

Un po’ come oggi, a Montecarlo, dove sfiderà il reattivo Nishikori, il samurai contro il compassato altoatesino. Ma non crediate che Andreas non abbia un cuore. State attenti, quando vince le partite, a guardare il ringhio che tira fuori. Con una mano tiene la racchetta, con l’altra si rivolge verso il pubblico e poi simultaneamente le alza, chiedendo che esulti insieme a lui, che lo aiuti a dimenticare il dolore di un’anca a pezzi, delle infiltrazioni che è costretto a fare per continuare a giocare, dall’alto dei suoi 34 anni.

Vivere di passione su un campo da tennis si può. Essere normali in un mondo di supereroi pure. E in questo sta l’eccezionalità di Andreas: nei riti attenti, nei gesti accorti, nel lavoro sempre.

Seppi, il normale. Seppi, per questo straordinario.

Seppi, uno di noi che ce l’ha fatta.

Seppi, quando lo vidi la prima volta, che Seppi non avrebbe tradito.

Italia-Francia, e stavolta difendiamo il confine

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Si scende in campo per la bandiera, per quel tricolore un po’ sgualcito, ammaccato, ma pur sempre splendente, che quando lo guardiamo ci inorgoglisce, ci rende fieri e grati – in fondo – di essere nati qui e non altrove.

E ancora di più torniamo a sentirci italiani se dall’altra parte della barricata ci sono i francesi. Cugini infidi, arroganti, presuntuosi. Amici mai, per chi si odia come noi.

Vicini fastidiosi, da sempre. Ultimamente troppo. Come a Bardonecchia, dove i gendarmi francesi hanno imposto la propria legge sulla nostra. E il governo Macron nemmeno ha avuto il garbo di chiederci scusa. A questo punto siamo: sforano i confini e non sentono il dovere di pronunciare un misero “pardon“.

Ma da oggi a domenica i confini del campo sono ben delineati. La terra rossa di Genova è la nostra. Facciamo in modo che lo resti. Italia-Francia si gioca sul campo da tennis. In palio una semifinale di Coppa Davis che fino a pochi anni fa sembrava utopia. Oggi possibile: è già un miracolo.

Saremo come sempre in braccio a Fognini. Al talento puro, pazzo e cristallino. All’italiano che meglio rappresenta il nostro modo di essere, tutto quel che di noi dà fastidio ai francesi.

Ci osserveranno, come sempre, dall’alto in basso: convinti di essere più forti, più belli e profumati. Ma noi siamo italiani, signori. Abituati agli strani scherzi della storia, pronti a lottare quando il gioco si fa duro. Uniti quando serve, patrioti come oggi. Racchette in mano, difendiamo la frontiera.

Roger Federer patrimonio dell’Umanità: va gestito (non rompete)

federer twitter

 

Prima soffre con Coric, poi si arrende a Del Potro, infine capitola con un tale di belle speranze – fino a ieri non mantenute – che solo il nome è un perché: Kokkinakis. Così Roger Federer perde il trono a lungo inseguito, non sarà più numero 1 – lo dice la matematica – e passerà lo scettro al nemico-amico di una vita, a quel Nadal che è per antonomasia il suo rivale, la sua nemesi tennistica, l’antagonista perfetto. E da una parte va bene così.

Poi in conferenza stampa arriva la doccia gelata, l’annuncio che avremo tre mesi senza Federer, che salterà la stagione sulla terra rossa. Quella in cui ci si sporca i calzini, si suda, si soffre, ci si infortuna. Niente Roland Garros, di nuovo. Niente Roma (cari fan italiani). Roger ci ricorda che è umano, ha quasi 37 anni, e conviene accettarle le sue condizioni, mica storcere il naso come i benpensanti hanno già iniziato a fare da un po’.

I criticoni a prescindere, i rosiconi francesi, quelli come l’ex tennista Guy Forget: “Un numero 1 deve giocare tutti gli Slam“. Ma se il concetto di “nomen omen” vale ancora Forget – che in inglese si traduce col verbo “dimenticare” – ha forse scordato cosa voglia dire viaggiare da una parte all’altra del Pianeta di settimana in settimana, allenarsi di continuo, stressare il fisico quotidianamente, vincere senza fermarsi mai. Ops, forse Forget non ha mai vinto abbastanza per rendersi conto. Pardon.

Se nulla succede per caso, però, questa doppia sconfitta nel giro di una settimana serve pure a qualcosa. Magari a svegliarci da questa folle illusione che stavamo coltivando, che aggiustamenti tecnici e tattici sarebbero bastati a fermare il tempo, che soltanto a casa Federer si utilizzasse come fuso l’ora “illegale”, che fosse tutto destinato a continuare per sempre, insomma.

Così non è, così non sarà. Prepariamo i fazzoletti, per quando succederà di dirsi addio. Impariamo a godere di questo Patrimonio dell’Umanità, quando si può. Come un’opera d’arte in esposizione soltanto in certi periodi dell’anno. Fidiamoci di Roger, punto.