Renzi (r)esiste, ma ora lasci il Pd

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Strappa alla sinistra un suo simbolo, Francesco De Gregori, lui che di sinistra probabilmente non è mai stato e non sarà mai. E sulle dolci note di “Quelli che restano” Matteo Renzi torna a fare il Renzi. Non quello di governo, più che altro quello degli albori, il rottamatore, quello che giurava guerra a D’Alema, che prometteva la rivoluzione, che alla fine quando si mette a fare comizi è secondo a pochi, per capacità di infiammare il pubblico senza trascendere.

Per dire che la Leopolda non è il Vaffa Day, orgogliosamente non lo è. Ma è da quel palco che può nascere l’alternativa, una delle poche credibili, al governo M5s-Lega. Perché quel nome diventato inviso ai più, quel Renzi diventato negli ultimi due anni l’emblema del potere da mandare a casa ad ogni costo, è ancora oggi il detentore di milioni di voti, piaccia o no a Zingaretti, Gentiloni e a quella classe dirigente che ritiene di incarnare la sinistra ed è invece soltanto casta.

C’è solo un problema. Di orgoglio e di opportunità. Perché Renzi non recupererà mai quella sinistra che in lui ha visto da sempre il demonio. Così come difficilmente, da solo, riuscirà a sbrindellare il consenso dei populisti quanto basta per superarli. E allora serve allargare il proprio bacino di voti, guardare al centro: a quelli che una volta si chiamavano moderati, cattolici, liberali. A quelli, per essere chiari, che ancora oggi fanno riferimento a Silvio Berlusconi. Strano a dirsi, difficile a proporsi. Serve che quei due si parlino. Perché Renzi (r)esiste ancora. L’Italia con Salvini e Di Maio non so fino a quando.  Di fare gli schizzinosi e di tenere il broncio non è più tempo.

Il nuovo partito di Salvini farà bene, a tutti gli altri

 

Come quando da piccoli si giocava a nascondino. C’è l’ultimo, quello rimasto coperto fino alla fine, che ha il potere di salvare i compagni precedentemente catturati. Tana libera tutti, si urlava. Ma basta sostituire “tana” con “Lega” per rendersi conto che il nuovo – nascente – partito di Salvini avrà il merito di porre fine a tutti i bluff iniziati dopo l’Apocalisse del 4 marzo.

Perché se tra qualche giorno, come sembra probabile, il Tribunale di Genova confischerà i conti della Lega per la truffa ai danni dello Stato targata Bossi e Belsito, allora ecco che tutti i giocatori – volenti o nolenti – dovranno uscire dai loro rifugi.

Salvini quasi non vede l’ora: essere il Re del Nord non basta più. Trasformare la Lega da un partito settentrionale ad un contenitore di destra è possibile. Il piano è formare un partito sul modello dei Repubblicani americani, dove la componente conservatrice è preponderante, ma non mancano sfumature moderate. Sfumature, appunto.

Ma pure tutti gli altri saranno contagiati dal “domino” innescato dalla “morte” leghista. Perché a quel punto dovrà essere Berlusconi, lui sì fondatore del centro-destra, a rivolgersi alla sua gente, ai moderati e ai liberali italiani, e a dirgli se davvero può essere il partito di Salvini la loro nuova casa politica. Sarà allora, soltanto allora, che Berlusconi dovrà decidere se piegarsi ad un delfino che per se non avrebbe mai scelto. Sarà a breve, che il Cavaliere dovrà scegliere se venire a patti con un ribaltamento della storia, dove non è più lui quello che fa il predellino e lancia il Popolo della Libertà, ma è quello che lo subisce, che si vede costretto ad ingoiarlo, quello che fa “la fine di Fini”.

E tutti gli altri? Non potranno che beneficiarne. Da una parte perché al Nord, vuoi o non vuoi, si perderà parte della spinta elettorale dettata dalla territorialità che dalla sua nascita è stata la caratteristica predominante della Lega. Il nuovo partito di Salvini sarà uno dei tanti in lizza per prendere voti: più nordista di altri, magari, ma comunque non solo del Nord. E va bene che già alle Politiche del 4 marzo la Lega era solo Lega, ma era – ancora- pur sempre la Lega.

Il MoVimento 5 Stelle sarà costretto a guardarsi dentro e intorno. A scegliere cos’è e cosa vuol diventare. Se la costola di un partito di destra o una “cosa” senza direzioni, costretta a giocare sull’antagonismo a prescindere verso tutto e tutti.  E il Pd, o ciò che sorgerà al suo posto? Potrà guadagnare il centro, lasciato smarrito dalla svolta a destra della Lega Repubblicana by Salvini.

Per questo motivo ben venga il nuovo partito di Salvini. Costringerà gli altri a buttare giù le maschere. Sarà un bene per tutti. Noi.

5 domande a Silvio Berlusconi

 

Se qualche anno fa a Silvio Berlusconi avessero detto che un giorno non troppo lontano sarebbe stato rimpianto anche dai comunisti….forse c’avrebbe creduto. Lui soltanto, però.

Eppure così è: nell’Italia del 2018 è successo pure questo. Che i nemici storici rimpiangano l’antagonista primo, che si dicano disposti a stringergli la mano, pur di scacciare per sempre il cancro populista.

Ma di Berlusconi in questa folle estate ci sono poche tracce. Qualche cena in Sardegna, la presa di posizione sul no a Marcello Foa come presidente di vigilanza Rai, la solidarietà a Matteo Salvini per l’inchiesta del pm di Agrigento.

E poco altro, forse troppo poco.

Allora provo a fargli qualche domanda. Con Salvini e Di Maio non sono stato fortunato, ma magari Silvio risponde.

Caro Presidente Berlusconi, Lei è stato il fondatore del centrodestra italiano. Anzi, Lei è stato il centrodestra in Italia. Dal 4 marzo, però, col sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, il baricentro dell’alleanza si è spostato molto a destra, al punto che di centro, di moderato, di liberale, pare essere rimasto ben poco.

Domanda numero 1: Non crede che la deriva assunta da Salvini sia lontana dagli ideali di cui Lei si è fatto portavoce per più di un Ventennio? Non pensa che Salvini sia un ottimo leader per la Lega ma al contrario una pessima guida per il centrodestra unito? Insomma: non ritiene sia arrivata l’ora di mollarlo? 

Caro Presidente Berlusconi, sul fatto che lei non sia di sinistra non ci sono dubbi. Ha combattuto i comunisti per una vita intera, ne è stato l’incubo ricorrente, nessuno può insinuare niente di simile. Per questo motivo è impossibile immaginare un’alleanza futura tra Pd e Forza Italia. E questo è un fatto che ha ribadito in più di un’occasione.

Domanda numero 2: Ma se si creasse un fronte largo, aperto alla società civile, senza bandiere ideologiche, ispirate soltanto alla difesa della libertà, delle istituzioni repubblicane, dei valori democratici oggi messi a repentaglio dal governo M5s-Lega. Se ci fosse la possibilità di ritrovarsi in uno schieramento simile, lontano anche dalla connotazione classica di “centrodestra”, Lei si farebbe trovare pronto?

Caro Cavaliere, anche i suoi acerrimi rivali le hanno sempre riconosciuto una dote invidiabile: la tenacia, la grinta, il piglio di chi lotta fino in fondo perché crede nella battaglia che conduce. È vero però che i tempi cambiano, che nell’era dei social serve una presenza quotidiana, non bastano più – da soli – i videomessaggi e i comunicati. Non basta più lo sprint nell’ultimo mese di campagna elettorale. Serve un leader.

Domanda numero 3: Ha la forza e la voglia di spendersi attivamente come leader politico? Ha la consapevolezza che Antonio Tajani è un ottimo comprimario ma non sarà mai un trascinatore? Ha chiaro dentro di sé che la riorganizzazione di Forza Italia da sola non basta se allo stesso tempo non arriva dall’alto una spinta importante. Insomma: c’è bisogno di Berlusconi. Ma Berlusconi non è nato per fare il secondo di Salvini. Concorda?

Caro Presidente, credo che se potesse tornare indietro con la macchina del tempo, almeno negli anni recenti, sceglierebbe di non rompere il Patto del Nazareno con Renzi sull’altare di Sergio Mattarella. I cattivi consigli di D’Alema e le reciproche incomprensioni hanno fatto saltare un’intesa che avrebbe potuto garantire un progresso importante al Paese in termini di riforme e spianato la strada ai populisti.

Domanda numero 4: Se è vero che in tanti pensano a Matteo Renzi come il suo erede naturale, se è chiaro che le sue vedute sono più simili al Matteo del Pd che a quello della Lega, se per caso, e dico se, fosse Renzi il promotore di quel rassemblement che si oppone a Di Maio e Salvini, sarebbe pronto ad appoggiarlo?

Caro Presidente, spero abbia modo, tempo e voglia di leggere questi miei quesiti.

Domanda numero 5: Mi risponde? 

Quindi chi è il traditore?

berlusconi salvini

 

All’epoca del governo Monti, quando Forza Italia decise di sostenere l’esecutivo del Professore – pagandone poi un prezzo altissimo – la Lega restò all’opposizione. Fu quello il primo mattone della ricostruzione, quello il trampolino di lancio che ha portato il partito di Salvini dal 4% all’obiettivo 40.

Nessuno mai, però, quando un giorno sì e l’altro pure la Lega bombardava il governo dei tecnici e i partiti che lo sostenevano, si sognò minimamente di mettere in dubbio l’alleanza di centrodestra. Il leader riconosciuto della coalizione, Silvio Berlusconi, aveva evidentemente una credibilità tale da suggerire che, prima o poi, i cammini di Forza Italia e Lega si sarebbero nuovamente incrociati. Come alla fine è successo.

A pochi anni da quei giorni, la situazione si è ribaltata. La Lega è al governo. Forza Italia è all’opposizione: dichiaratamente, esplicitamente. Risulta dunque strano che dinanzi alle posizioni avverse dei berlusconiani, i leghisti gridino costantemente al tradimento dell’alleanza di centrodestra.

Il no di Forza Italia alla nomina di Marcello Foa a presidente Rai usato dal Carroccio come pretesto per attaccare Berlusconi, per insinuare che alla fine l’uomo di Arcore preferisca (e forse è vero) il Matteo di Rignano anziché quello di Milano, tradisce la voglia maledetta di Salvini di smarcarsi definitivamente dal fondatore del centrodestra.

In Abruzzo, a meno che non si riesca a ricucire, la Lega ha annunciato che correrà da sola. Lo ha deciso, così come per Foa, unilateralmente, senza consultare chicchessia in Forza Italia, senza preoccuparsi che dall’ennesimo atto ostile potrà scaturire la fine della coalizione.

O forse siamo ingenui. Forse Salvini e la Lega se ne sono preoccupati. Eccome se lo hanno fatto.

L’importante è capirlo. L’importante è domandarsi se ha tradito Berlusconi, che ha semplicemente votato no su Foa perché bellamente ignorato da quello che ama definirsi “alleato”. Oppure ha tradito Salvini, che in un pomeriggio d’agosto ha rotto ufficialmente il centrodestra annunciando che la Lega correrà da sola in Abruzzo.

Io non ho dubbi.

Sul pugnale che ha colpito, sta uccidendo, seppellirà il centrodestra ci sono le impronte digitali di Matteo Salvini.

Salvini e le minacce a Berlusconi. Ma stavolta caschi male, Matteo

berlusconi salvini meloni

 

In politica come nella vita, ci vuole stile. Puoi essere il più forte, il numero uno, ma se “non sai vincere”, se non hai abbastanza classe per trionfare senza strafare, allora è tutto inutile.

Salvini non solo non ha vinto le elezioni, ma è anche andato al governo. Ha potuto grazie ad almeno un paio di condizioni: il 14% preso da Forza Italia e il via libera di Berlusconi all’alleanza col M5s. Ma l’irriconoscenza non è passata di moda, neanche ora che si fa un gran parlare di “cambiamento”. No, i traditori ci saranno sempre.

Ma cosa succede se, da bulletto qual è, Salvini decide che Forza Italia dev’essere non un partito alleato, ma un movimento di servitori? Cosa succede se a questo disegno umiliante ad un certo punto, forse pure troppo tardi, Berlusconi si sottrae? Capita semplicemente che il segretario della Lega minaccia.

Minaccia di prendersi tutti gli eletti di Forza Italia che vogliono salire sul (suo) carro, minaccia di dichiarare l’esperienza del centrodestra finita, minaccia uno scisma di cui si vede vincitore certo. Minaccia, minaccia di schiacciare tutto e tutti: lo fa con la forza dei sondaggi, con quella dell’età anagrafica, con parole volgari, con atteggiamenti da savana.

Questo è lo stile di Salvini. Non quello di un leader, al massimo di un capo. Di uno sceriffo abituato a trattare “amici” e nemici con modi sferzanti. Come quando ha evocato il ritiro della scorta a Saviano, come quando ha promesso la chiusura dei porti, come quando ha lasciato centinaia di migranti in mare aperto.

Adesso è il turno di Berlusconi. Silvio, fai come ti dico o di te farò un sol boccone. Questo è il senso della mossa tutta politica di Salvini. Laddove vige la legge della giungla, il più forte pensa di poter imporre i suoi voleri.

Qui però siamo tra uomini, Salvini. E con l’uomo di Arcore, fidati, caschi male.

Dai, che Silvio si è rotto…

berlusconi arrabbiato

 

L’umiliazione più grande resterà per sempre quella delle consultazioni al Quirinale. Non quelle del Silvio-show, non quelle in cui Berlusconi contava i punti elencati da Salvini, quasi a dire: “Stiamo attenti che non te ne dimentichi nessuno, ragazzo”. No, il disagio si è manifestato in quelle successive, dove il vecchio leader, quello abituato a stare sempre al centro della scena, ha dovuto accettare la consegna del silenzio e la posizione da scagnozzo, tristemente a lato, e per giunta a sinistra del leghista: un paradosso per l’uomo che per una vita intera ha combattuto i comunisti.

Ma nel mondo ribaltato in cui destra e sinistra appaiono superate, in cui la differenza più che nei contenuti sta negli approcci, tra populismo e moderazione Silvio Berlusconi non nutre più dubbi. Il casus belli sarà anche la nomina a Presidente Rai di Marcello Foa, ma il caso si sarebbe potuto archiviare con le scuse ufficiali di Salvini, del leader emergente che offre rispetto al suo più anziano protettore. Nella realtà però c’è altro: un’insofferenza di natura umana, da parte di entrambi.

Salvini è così forte – oggi – da voler andare fino in fondo. Vuole mettere Berlusconi all’angolo: capire fino a che punto l’uomo di Arcore è pronto a spingersi. Verificare se davvero è convinto di smarcarsi ora che è più debole di sempre.

E Berlusconi sa che nel rimpallo di accuse che seguirà la probabile rottura del centrodestra non sarà facile imporre la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ma va bene così, è tutto messo in preventivo. Soprattutto si è andati troppo oltre, per pensare di poter recuperare il rapporto.

Credeva di ricevere lealtà, da quella Lega che non aveva mai cannibalizzato quando invece avrebbe potuto. Chiedeva un rapporto da pari a pari, o giù di lì. Salvini ha trattato Forza Italia come un partito satellite e Berlusconi come un peso.

E alla fine è successo che Silvio si è rotto. Menomale. Per fortuna.

Meglio Silvio

berlusconi salvini centrodestra

 

Alla fine il guaio è sempre quello: non è facile dirsi addio. Pure se la carta d’identità segna impietosa 81 primavere, pure quando i sondaggi per la prima volta dal 1994 ti descrivono dentro un vortice che pare risucchiarti e condannarti all’ininfluenza, pure adesso che pensare di invertire il senso di un declino che ha del fisiologico pare fanta-politica.

Ma se c’è un uomo capace di ribaltare i pronostici, se proprio qualcuno capace ancora di tirare fuori il coniglio dal cilindro esiste, questi è Silvio Berlusconi.

Così è tra amarezza e rimpianto, tra speranza e illusione che l’uomo di Arcore carica i suoi parlamentari e vaticina la fine del governo Conte-Di Maio-Salvini. Lo fa credendoci sul serio, ottimista per natura e convinto com’è che, alla fine, le incompatibilità tra M5s e Lega schiacceranno i populisti sotto il peso delle loro promesse irrealizzabili.

Lo fa, sopratutto, attingendo da quel bagaglio di imprenditore che lo ha reso per anni l’uomo allo stesso tempo più amato, odiato e invidiato d’Italia. Te ne accorgi quando attacca frontalmente Salvini e Di Maio, quando spiega che sì, “è importante comunicare bene un buon prodotto per esaltarne le qualità” ma “non serve a nulla comunicare bene un prodotto mediocre, perché presto il pubblico se ne accorge”.

C’è chi bollerà le sue parole come quelle di un vecchietto a cui ad un certo punto non si dà più peso: che dica ciò che vuole. C’è chi ai suoi proclami di rinascita, alla sua eterna voglia di battaglia e di rivalsa, guarderà con ammirazione per la fibra. E niente di più.

Ma il punto è che Berlusconi, piaccia o meno, è più moderno di Salvini, che nel 2018 crede ancora basti alzare muri e chiudere i porti per sentirsi più sicuri. Ed è più moderno di Di Maio, che col decreto Dignità ha mostrato di essere un giovane ministro soltanto anagraficamente, di coltivare idee datate e dannose, e presto lo capiranno anche i lavoratori.

Che poi Berlusconi abbia la forza di convincere gli italiani di questo, è altro conto. Ma sulla questione non c’è dubbio: meglio Silvio.

Ha ragione Berlusconi, sui migranti e sull’Europa

berlusconi sorriso

 

Lo rimpiangono in tanti, in Europa. E in Italia qualche altro sta iniziando. Era meglio Berlusconi, ripetono sottovoce. Perché alla fine il pregiudizio resterà sempre. Pochi avranno il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma il nemico di un’epoca non era il demonio che tutti dipingevano.

Basta leggere la lettera sull’Europa e sui migranti inviata al Corriere da Berlusconi in persona, per rendersi conto che alzare la voce come fa Salvini non serve. Andare al muro contro muro, se la tua parete è la più debole, a cosa serve se non a farti crollare?

Il Cavaliere scopre una terza via, tra il buonismo e il cattivismo. Si possono aiutare i disperati, senza rimetterci. Si possono difendere gli interessi nazionali, senza per questo isolarsi.

Per questo motivo, se è vero che “il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa“, d’altra parte lo è pure che “se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere“.

L’uomo di Arcore enuncia un principio di realtà: “Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono“. Un messaggio diretto prima di tutti a Salvini, soprattutto quando Berlusconi ricorda che “non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati“, con espresso riferimento al blocco di Visegrad e al tedesco Seehofer (gli amici di Salvini), proprio gli stessi che si oppongono al ricollocamento dei migranti che arrivano in Italia.

Buon senso, realismo, moderazione, dignità, europeismo. Cinque concetti semplici, che appaiono oggi rivoluzionari.

Anche su queste basi si fonda la differenza tra Berlusconi e Salvini, tra politica e propaganda, tra centrodestra a guida moderata e centrodestra a trazione leghista.

Un esempio lampante di come non sempre, nella vita, la via nuova sia preferibile alla vecchia.

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

5 consigli per chi farà opposizione

di maio salvini

 

Il punto vero, quando nasce un nuovo governo, è che chi fa politica si divide in due grandi categorie: chi comanda e chi no.

E chi sta all’opposizione, di solito – detto molto chiaramente – “rosica”.

Facciamo l’esempio del Partito Democratico. Dopo aver governato gli ultimi 5 anni con Letta, Renzi e Gentiloni si può umanamente comprendere una certa dose di sconvolgimento e resistenza alla prospettiva che adesso a dare le carte siano due “non propriamente statisti” come Di Maio e Salvini.

Lo stesso si può dire per Forza Italia, che per la prima volta nella sua storia è stata superata all’interno del centrodestra da un alleato della coalizione, dal quale peraltro – a meno che Berlusconi non decida di smarcarsi da Salvini al più presto – rischia di essere fagocitata.

Dunque, come si esce dall’angolo? Probabilmente applicando il buon senso, come in tutte le cose.

Un piccolo manuale per tornare al governo, 5 consigli da tenere bene a mente.

  1. Per il Pd: scegliere un leader. Ma che sia uno, però. Va bene la collegialità. Va bene la direzione nazionale, lo Statuto e anche l’Assemblea. Ma un capo serve. Scelto democraticamente, ovviamente. Ma che sia un capo.
  2. Per Forza Italia: Berlusconi deve ripagare Salvini con la stessa moneta. Quando responsabilmente il Cavaliere appoggiò il governo Monti, la Lega se ne lavò le mani e fece un’opposizione spietata. Dal 4% è passata al 17%. La buona notizia è che Silvio deve ripartire dal 14%, o giù di lì.
  3. Non bisogna inseguire i populisti sul loro terreno. Saranno le loro stesse proposte irrealizzabili a chiarire quanto le hanno sparate grosse. Sull’immigrazione, ad esempio, Salvini si scontrerà presto con la realtà, capendo che la politica dei rimpatri si può attuare soltanto con accordi bilaterali coi Paesi di provenienza. E se alla fine si dimostrasse un ministro dell’Interno meno efficace di Minniti?
  4. Serietà e responsabilità. Devono essere queste le parole d’ordine di un’opposizione che pretenda di avere una qualsivoglia credibilità. Il terreno dello scontro con i nuovi leader non devono essere le dirette Facebook, non ci si confronta a colpi di cuoricini sui social, non si esce dall’aula del Parlamento per fare rumore. Tutto questo è teatro. Non politica.
  5. Tornate tra la gente. Ma davvero. Che non sia uno slogan, una frase fatta da ripetere per rubare un applauso in un talk-show. Usate un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti, non solo a chi ha due lauree. Parlate al cuore delle persone, stringete mani. Siate onesti. Sinceri. Con loro e con voi stessi. Così, forse, tornerete al governo.