Quindi chi è il traditore?

berlusconi salvini

 

All’epoca del governo Monti, quando Forza Italia decise di sostenere l’esecutivo del Professore – pagandone poi un prezzo altissimo – la Lega restò all’opposizione. Fu quello il primo mattone della ricostruzione, quello il trampolino di lancio che ha portato il partito di Salvini dal 4% all’obiettivo 40.

Nessuno mai, però, quando un giorno sì e l’altro pure la Lega bombardava il governo dei tecnici e i partiti che lo sostenevano, si sognò minimamente di mettere in dubbio l’alleanza di centrodestra. Il leader riconosciuto della coalizione, Silvio Berlusconi, aveva evidentemente una credibilità tale da suggerire che, prima o poi, i cammini di Forza Italia e Lega si sarebbero nuovamente incrociati. Come alla fine è successo.

A pochi anni da quei giorni, la situazione si è ribaltata. La Lega è al governo. Forza Italia è all’opposizione: dichiaratamente, esplicitamente. Risulta dunque strano che dinanzi alle posizioni avverse dei berlusconiani, i leghisti gridino costantemente al tradimento dell’alleanza di centrodestra.

Il no di Forza Italia alla nomina di Marcello Foa a presidente Rai usato dal Carroccio come pretesto per attaccare Berlusconi, per insinuare che alla fine l’uomo di Arcore preferisca (e forse è vero) il Matteo di Rignano anziché quello di Milano, tradisce la voglia maledetta di Salvini di smarcarsi definitivamente dal fondatore del centrodestra.

In Abruzzo, a meno che non si riesca a ricucire, la Lega ha annunciato che correrà da sola. Lo ha deciso, così come per Foa, unilateralmente, senza consultare chicchessia in Forza Italia, senza preoccuparsi che dall’ennesimo atto ostile potrà scaturire la fine della coalizione.

O forse siamo ingenui. Forse Salvini e la Lega se ne sono preoccupati. Eccome se lo hanno fatto.

L’importante è capirlo. L’importante è domandarsi se ha tradito Berlusconi, che ha semplicemente votato no su Foa perché bellamente ignorato da quello che ama definirsi “alleato”. Oppure ha tradito Salvini, che in un pomeriggio d’agosto ha rotto ufficialmente il centrodestra annunciando che la Lega correrà da sola in Abruzzo.

Io non ho dubbi.

Sul pugnale che ha colpito, sta uccidendo, seppellirà il centrodestra ci sono le impronte digitali di Matteo Salvini.

Salvini e le minacce a Berlusconi. Ma stavolta caschi male, Matteo

berlusconi salvini meloni

 

In politica come nella vita, ci vuole stile. Puoi essere il più forte, il numero uno, ma se “non sai vincere”, se non hai abbastanza classe per trionfare senza strafare, allora è tutto inutile.

Salvini non solo non ha vinto le elezioni, ma è anche andato al governo. Ha potuto grazie ad almeno un paio di condizioni: il 14% preso da Forza Italia e il via libera di Berlusconi all’alleanza col M5s. Ma l’irriconoscenza non è passata di moda, neanche ora che si fa un gran parlare di “cambiamento”. No, i traditori ci saranno sempre.

Ma cosa succede se, da bulletto qual è, Salvini decide che Forza Italia dev’essere non un partito alleato, ma un movimento di servitori? Cosa succede se a questo disegno umiliante ad un certo punto, forse pure troppo tardi, Berlusconi si sottrae? Capita semplicemente che il segretario della Lega minaccia.

Minaccia di prendersi tutti gli eletti di Forza Italia che vogliono salire sul (suo) carro, minaccia di dichiarare l’esperienza del centrodestra finita, minaccia uno scisma di cui si vede vincitore certo. Minaccia, minaccia di schiacciare tutto e tutti: lo fa con la forza dei sondaggi, con quella dell’età anagrafica, con parole volgari, con atteggiamenti da savana.

Questo è lo stile di Salvini. Non quello di un leader, al massimo di un capo. Di uno sceriffo abituato a trattare “amici” e nemici con modi sferzanti. Come quando ha evocato il ritiro della scorta a Saviano, come quando ha promesso la chiusura dei porti, come quando ha lasciato centinaia di migranti in mare aperto.

Adesso è il turno di Berlusconi. Silvio, fai come ti dico o di te farò un sol boccone. Questo è il senso della mossa tutta politica di Salvini. Laddove vige la legge della giungla, il più forte pensa di poter imporre i suoi voleri.

Qui però siamo tra uomini, Salvini. E con l’uomo di Arcore, fidati, caschi male.

Dai, che Silvio si è rotto…

berlusconi arrabbiato

 

L’umiliazione più grande resterà per sempre quella delle consultazioni al Quirinale. Non quelle del Silvio-show, non quelle in cui Berlusconi contava i punti elencati da Salvini, quasi a dire: “Stiamo attenti che non te ne dimentichi nessuno, ragazzo”. No, il disagio si è manifestato in quelle successive, dove il vecchio leader, quello abituato a stare sempre al centro della scena, ha dovuto accettare la consegna del silenzio e la posizione da scagnozzo, tristemente a lato, e per giunta a sinistra del leghista: un paradosso per l’uomo che per una vita intera ha combattuto i comunisti.

Ma nel mondo ribaltato in cui destra e sinistra appaiono superate, in cui la differenza più che nei contenuti sta negli approcci, tra populismo e moderazione Silvio Berlusconi non nutre più dubbi. Il casus belli sarà anche la nomina a Presidente Rai di Marcello Foa, ma il caso si sarebbe potuto archiviare con le scuse ufficiali di Salvini, del leader emergente che offre rispetto al suo più anziano protettore. Nella realtà però c’è altro: un’insofferenza di natura umana, da parte di entrambi.

Salvini è così forte – oggi – da voler andare fino in fondo. Vuole mettere Berlusconi all’angolo: capire fino a che punto l’uomo di Arcore è pronto a spingersi. Verificare se davvero è convinto di smarcarsi ora che è più debole di sempre.

E Berlusconi sa che nel rimpallo di accuse che seguirà la probabile rottura del centrodestra non sarà facile imporre la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ma va bene così, è tutto messo in preventivo. Soprattutto si è andati troppo oltre, per pensare di poter recuperare il rapporto.

Credeva di ricevere lealtà, da quella Lega che non aveva mai cannibalizzato quando invece avrebbe potuto. Chiedeva un rapporto da pari a pari, o giù di lì. Salvini ha trattato Forza Italia come un partito satellite e Berlusconi come un peso.

E alla fine è successo che Silvio si è rotto. Menomale. Per fortuna.

Meglio Silvio

berlusconi salvini centrodestra

 

Alla fine il guaio è sempre quello: non è facile dirsi addio. Pure se la carta d’identità segna impietosa 81 primavere, pure quando i sondaggi per la prima volta dal 1994 ti descrivono dentro un vortice che pare risucchiarti e condannarti all’ininfluenza, pure adesso che pensare di invertire il senso di un declino che ha del fisiologico pare fanta-politica.

Ma se c’è un uomo capace di ribaltare i pronostici, se proprio qualcuno capace ancora di tirare fuori il coniglio dal cilindro esiste, questi è Silvio Berlusconi.

Così è tra amarezza e rimpianto, tra speranza e illusione che l’uomo di Arcore carica i suoi parlamentari e vaticina la fine del governo Conte-Di Maio-Salvini. Lo fa credendoci sul serio, ottimista per natura e convinto com’è che, alla fine, le incompatibilità tra M5s e Lega schiacceranno i populisti sotto il peso delle loro promesse irrealizzabili.

Lo fa, sopratutto, attingendo da quel bagaglio di imprenditore che lo ha reso per anni l’uomo allo stesso tempo più amato, odiato e invidiato d’Italia. Te ne accorgi quando attacca frontalmente Salvini e Di Maio, quando spiega che sì, “è importante comunicare bene un buon prodotto per esaltarne le qualità” ma “non serve a nulla comunicare bene un prodotto mediocre, perché presto il pubblico se ne accorge”.

C’è chi bollerà le sue parole come quelle di un vecchietto a cui ad un certo punto non si dà più peso: che dica ciò che vuole. C’è chi ai suoi proclami di rinascita, alla sua eterna voglia di battaglia e di rivalsa, guarderà con ammirazione per la fibra. E niente di più.

Ma il punto è che Berlusconi, piaccia o meno, è più moderno di Salvini, che nel 2018 crede ancora basti alzare muri e chiudere i porti per sentirsi più sicuri. Ed è più moderno di Di Maio, che col decreto Dignità ha mostrato di essere un giovane ministro soltanto anagraficamente, di coltivare idee datate e dannose, e presto lo capiranno anche i lavoratori.

Che poi Berlusconi abbia la forza di convincere gli italiani di questo, è altro conto. Ma sulla questione non c’è dubbio: meglio Silvio.

Ha ragione Berlusconi, sui migranti e sull’Europa

berlusconi sorriso

 

Lo rimpiangono in tanti, in Europa. E in Italia qualche altro sta iniziando. Era meglio Berlusconi, ripetono sottovoce. Perché alla fine il pregiudizio resterà sempre. Pochi avranno il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma il nemico di un’epoca non era il demonio che tutti dipingevano.

Basta leggere la lettera sull’Europa e sui migranti inviata al Corriere da Berlusconi in persona, per rendersi conto che alzare la voce come fa Salvini non serve. Andare al muro contro muro, se la tua parete è la più debole, a cosa serve se non a farti crollare?

Il Cavaliere scopre una terza via, tra il buonismo e il cattivismo. Si possono aiutare i disperati, senza rimetterci. Si possono difendere gli interessi nazionali, senza per questo isolarsi.

Per questo motivo, se è vero che “il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa“, d’altra parte lo è pure che “se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere“.

L’uomo di Arcore enuncia un principio di realtà: “Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono“. Un messaggio diretto prima di tutti a Salvini, soprattutto quando Berlusconi ricorda che “non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati“, con espresso riferimento al blocco di Visegrad e al tedesco Seehofer (gli amici di Salvini), proprio gli stessi che si oppongono al ricollocamento dei migranti che arrivano in Italia.

Buon senso, realismo, moderazione, dignità, europeismo. Cinque concetti semplici, che appaiono oggi rivoluzionari.

Anche su queste basi si fonda la differenza tra Berlusconi e Salvini, tra politica e propaganda, tra centrodestra a guida moderata e centrodestra a trazione leghista.

Un esempio lampante di come non sempre, nella vita, la via nuova sia preferibile alla vecchia.

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

5 consigli per chi farà opposizione

di maio salvini

 

Il punto vero, quando nasce un nuovo governo, è che chi fa politica si divide in due grandi categorie: chi comanda e chi no.

E chi sta all’opposizione, di solito – detto molto chiaramente – “rosica”.

Facciamo l’esempio del Partito Democratico. Dopo aver governato gli ultimi 5 anni con Letta, Renzi e Gentiloni si può umanamente comprendere una certa dose di sconvolgimento e resistenza alla prospettiva che adesso a dare le carte siano due “non propriamente statisti” come Di Maio e Salvini.

Lo stesso si può dire per Forza Italia, che per la prima volta nella sua storia è stata superata all’interno del centrodestra da un alleato della coalizione, dal quale peraltro – a meno che Berlusconi non decida di smarcarsi da Salvini al più presto – rischia di essere fagocitata.

Dunque, come si esce dall’angolo? Probabilmente applicando il buon senso, come in tutte le cose.

Un piccolo manuale per tornare al governo, 5 consigli da tenere bene a mente.

  1. Per il Pd: scegliere un leader. Ma che sia uno, però. Va bene la collegialità. Va bene la direzione nazionale, lo Statuto e anche l’Assemblea. Ma un capo serve. Scelto democraticamente, ovviamente. Ma che sia un capo.
  2. Per Forza Italia: Berlusconi deve ripagare Salvini con la stessa moneta. Quando responsabilmente il Cavaliere appoggiò il governo Monti, la Lega se ne lavò le mani e fece un’opposizione spietata. Dal 4% è passata al 17%. La buona notizia è che Silvio deve ripartire dal 14%, o giù di lì.
  3. Non bisogna inseguire i populisti sul loro terreno. Saranno le loro stesse proposte irrealizzabili a chiarire quanto le hanno sparate grosse. Sull’immigrazione, ad esempio, Salvini si scontrerà presto con la realtà, capendo che la politica dei rimpatri si può attuare soltanto con accordi bilaterali coi Paesi di provenienza. E se alla fine si dimostrasse un ministro dell’Interno meno efficace di Minniti?
  4. Serietà e responsabilità. Devono essere queste le parole d’ordine di un’opposizione che pretenda di avere una qualsivoglia credibilità. Il terreno dello scontro con i nuovi leader non devono essere le dirette Facebook, non ci si confronta a colpi di cuoricini sui social, non si esce dall’aula del Parlamento per fare rumore. Tutto questo è teatro. Non politica.
  5. Tornate tra la gente. Ma davvero. Che non sia uno slogan, una frase fatta da ripetere per rubare un applauso in un talk-show. Usate un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti, non solo a chi ha due lauree. Parlate al cuore delle persone, stringete mani. Siate onesti. Sinceri. Con loro e con voi stessi. Così, forse, tornerete al governo.

Berlusconi, molla Salvini

berlusconi salvini

 

Usa un videomessaggio vecchio stile, per tornare a farsi vivo. Berlusconi non è cambiato: è ancora quello del ’94. E a Salvini e Di Maio, ai giovani diarchi che vanno avanti a colpi di dirette Facebook, oppone un contenuto studiato nei dettagli, fornendo il primo atto da vera opposizione al governo appena nato.

La frase più importante la pronuncia dopo 5 minuti di discorso: “O noi, o loro“, rendendo ufficiale la spaccatura che ogni elettore di centrodestra ha percepito nel momento stesso in cui Salvini ha dato il via al dialogo coi 5 Stelle. Ed è nel leit motiv di un’epopea durata 25 anni, nel referendum perpetuo “o di qua, o di là“, che giunge a maturazione la consapevolezza di Berlusconi che dall’alleato leghista ci si dovrà prima o poi separare.

Magari dopo le amministrative, quasi sicuramente in vista delle Europee del 2019. E non è un caso che Berlusconi scandisca a chiare lettere “noi siamo per l’Europa“. Perché c’è modo e modo di imporsi a Bruxelles, è convinto il Cavaliere: a dirla tutta il primo vero euroscettico d’Italia. Ma estremista no, disfattista mai.

Allora eccola, la scommessa di Silvio. L’ennesima di una vita che negli ultimi anni sta affastellando troppe sconfitte, per uno abituato a vincere sempre. Salvini fallirà.  Agli Interni non riuscirà a mantenere tutte le sue promesse sui migranti. E soprattutto in materia fiscale non riuscirà ad applicare le politiche del centrodestra.

Per questo motivo Berlusconi può provare a smarcarsi. Con calma, senza urlarlo troppo forte, perché non venga attribuita a lui la frattura nella coalizione che è già nei fatti.

Perché restare nel grigiore sta convincendo anche i berlusconiani di ferro a guardarsi intorno, perché ci sono milioni di italiani che a sinistra non voteranno mai, ma neanche si riconoscono nella dialettica estremista di Salvini, perché il gregariato nulla ha a che fare con la narrazione di un ventennio.

Ci vorrebbe un Berlusconi. Ma in assenza di eredi vale ancora l’originale.

Silvio, mollalo.

Perché il Fronte Repubblicano è una buona idea

fronte repubblicano

 

A lanciare l’idea del Fronte Repubblicano è stato un uomo concreto come Carlo Calenda. E già questo dovrebbe deporre a favore di un progetto che per tanti è soltanto un esercizio di fantasia. L’idea che si riescano a superare – almeno temporaneamente – le categorie di destra e sinistra, a difesa della Repubblica, in nome dell’istituzione che negli ultimi 70 anni ci ha tenuti insieme, è a dir poco affascinante.

Ha il sapore della pacificazione, porta in dote la consapevolezza che errori sono stati compiuti da una parte e dall’altra ma che, come sempre hanno fatto gli italiani nei momenti più difficili della loro storia, dinanzi ad un pericolo incombente ci sia la capacità di mobilitarsi, di ritrovarsi, di riunirsi.

E in questo momento i pericoli sono più di uno. Sono le ventate di populismo che spirano potenti su un Paese fragile. Sono i mercati internazionali che guardano all’Italia con preoccupazione e per questo ci preoccupano. Sono Salvini e Di Maio, per dirla chiaramente, che giocano una partita continuamente al rialzo, suggerendo che il loro vero obiettivo sia quello di far saltare il banco.

Ma se salta il “sistema”, se vincono le urla sulle buone ragioni, se le teorie del complotto fanno più rumore delle verità, allora c’è bisogno di qualcosa di straordinario. Serve togliersi le casacche indossate per anni, accantonare per un po’ questa o quella fede, spiegare agli italiani – ad uno ad uno, in maniera semplice e concreta – che per una volta è necessario individuarla una parte giusta della storia.

E in questo caso è quella che vede il suo leader in Sergio Mattarella, nell’arbitro che resterà imparziale sempre, ma che dei giocatori scorretti hanno messo proprio al centro della contesa.

Aprire un Fronte Repubblicano, dunque, significa spiegare che per un’Italia migliore non serve ricorrere agli estremisti e ai “nuovisti”. Piuttosto serve mettere insieme le competenze migliori e il buon senso. Dimenticare gli scontri ideologici e dimostrare che la buona politica serve.

Il percorso di costituzione dovrà essere rapido, anche più di quanto servirebbe normalmente per mettere da parte orgoglio e rancori. Servirà soprattutto un sacrificio da parte di due leader: Renzi e Berlusconi.

Dovranno essere loro, se il progetto vuole sperare di andare in porto, a superare da una parte l’idea di un Pd rissoso e autoreferenziale, e dall’altra la rassegnazione che il centrodestra debba essere quello estremista rappresentato da Salvini e Meloni.

Magari con partiti nuovi, che suggeriscano un’evoluzione del Partito Democratico e di Forza Italia, capaci di attrarre tutti gli italiani di centrosinistra e centrodestra che alla “vera democrazia” non vogliono rinunciare, che quando hanno sentito accusare Mattarella di tradimento si sono sentiti personalmente feriti, che alla Repubblica credono ancora.

Tu quoque Salvini, il centrodestra pugnalato

salvini uscita

 

Parlano ormai la stessa lingua, utilizzano gli stessi argomenti e gli stessi toni. Si sono conosciuti, piaciuti, reciprocamente apprezzati: si sono presi, Di Maio e Salvini. E non si lasceranno.

Troveranno il modo per riunirsi, per continuare la crociata folle contro il “sistema”, lo stesso di cui vogliono tornare a far parte da qui a qualche mese.  Resta soltanto da capire il modo, la maniera per far digerire alle rispettive basi un’alleanza che oramai è nei fatti.

Arrivano da Barbara D’Urso in successione,  Luigi e Matteo, ma è soltanto per non ufficializzare il matrimonio troppo presto, per non bruciarsi tutte le cartucce adesso, che non intervengono in contemporanea. I diarchi dell’abortita Terza Repubblica sanno che il loro parto è travagliato, ma non per questo rinunceranno all’idea di mettere al mondo un governo che si ostinano a considerare legittimo.

La rottura col centrodestra di Salvini è negli atteggiamenti, nelle dichiarazioni che il leader del Carroccio si lascia volutamente sfuggire a Pomeriggio 5, a dispetto di un Berlusconi che ancora pochi minuti prima dell’intervista diffonde una nota in cui auspica che la coalizione resti unita. Ma Matteo freme per rompere: nel pianeta a 5 Stelle ha scoperto un mondo a lui più affine.

Profetizza scenari da politica 2.0, “le prossime elezioni non saranno destra contro sinistra“, dice. Lo fa per far materializzare l’idea che la categoria in cui è stato per anni, il centrodestra, è superata, passata, sepolta.

Il fatto vero, però, è che a seppellirla sarà lui. Tenterà di fagocitare Berlusconi e i suoi elettori, probabilmente andrà in coalizione con la sola Meloni, per isolare un Cavaliere mai così debole. Lo stesso che il centrodestra lo ha fondato e tenuto insieme, pure quando la Lega era al 4% .

Ma le stagioni cambiano, gli uomini pure.

E chissà se prima di subire l’ultima pugnalata, Silvio, avrà la forza di urlare “Tu quoque, Matteo“.

Sottrarsi alla congiura, in un estremo fremito di vita, complicato.

Pure per uno come lui.