Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.

Cosa è rimasto di Silvio

Cosa è rimasto di Silvio. E dunque di noi. Perché è inutile negarlo che nelle foto di famiglia che fanno capolino alle sue spalle sia racchiusa anche un po’ della nostra, è impossibile non ammetterlo che nella cadenza che riconosceremmo pure ad occhi chiusi ci sia qualcosa di noi stessi e delle nostre vite, il tratto distintivo che ci fa voler bene ad un vecchio amico, il senso di comunanza che si sviluppa dopo venticinque anni di vita più o meno insieme. Un tempo lungo, che non passa in fretta, anche se oggi potrebbe sembrare. Quasi d’un tratto Berlusconi non c’appartenesse più, quasi il presente avesse fatto irruzione senza bussare, senza avvertire.

Come se “l’Italia è il Paese che amo” fosse una poesia studiata a scuola tempo addietro, un sogno che c’è stato e poi è svanito. “Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Sono versi che non puoi dimenticare, musicalità che difficilmente potrai eguagliare. Ed è proprio in questa consapevolezza, nell’irripetibilità di ciò che è stato, che si annida pure la malinconia di un lungo addio, di una guerra contro il tempo persa in partenza, ma non per questo da non combattere.

Perché è inevitabile che in 25 anni sia cambiato tutto o quasi, è innegabile che le prospettive dell’imprenditore che si presentava all’Italia con la solidità dell’uomo realizzato siano oggi diverse da quelle del vecchio Silvio, del Cavaliere ferito e chissà come ancora in piedi. Eppure dietro quella scrivania, la stessa del ’94, non siede un uomo che s’è arreso, non parla un vinto.

Stringe i pugni con la grinta di cui è ancora capace, quando ripete “Forza Italia, Forza Europa”. Ammicca alla telecamera, sorride. Silvio è questo. Lo è sempre stato. Un inguaribile ottimista e un sognatore. Forse troppo, è vero. Ma neanche il demonio descritto da quella sinistra comunista che per la prima volta dopo 25 anni ha ammesso non esistere più. Berlusconi è stato il protagonista indiscusso di una stagione che la cronaca ha definito controversa, la storia certificherà sicuramente migliore di quella che stiamo vivendo.

Non ha avuto per il suo partito il compleanno che avrebbe sperato. E neanche per la sua storia personale l’epilogo che si sarebbe scelto. Costretto a dare fondo al proprio serbatoio d’energia per evitare l’oblio, obbligato a sgomitare, a rigettarsi nella mischia tra “nuovi” che in cuor suo considera barbari, portato a interrogarsi sul perché di un cortocircuito con gli italiani che mai avrebbe pensato possibile.

Eppure lì, ancora, probabilmente per l’ultima volta. Deciso a scrivere un finale di proprio pugno. Senza rinunciare alla pugna. Ecco, quel che è rimasto, tra gli errori e i rimpianti, tra i successi e i rimorsi, l’immagine di un catalizzatore di passioni, di un uomo che ha vissuto tante vite, il verso di un ruggito forse meno forte, ma non per questo privo del suo senso.

Il carattere e l’indole, il piglio e l’idea, l’utopia e il coraggio. Silvio. E’ rimasto Silvio.

Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare, se è furbo (e lo è)

Dopo la richiesta di autorizzazione a procedere presentata dal Tribunale dei Ministri in relazione al caso Diciotti, Salvini ha nel suo mazzo anche la carta che gli consentirebbe di rinunciare all’immunità parlamentare. Significa scegliere scientemente di farsi processare, andare allo scontro aperto con la magistratura, certi di essere scagionati da tutte le accuse. Questo perché l’impianto accusatorio – diciamocelo chiaramente – non regge.

Si parla innanzitutto di “arresto illegale” e per quanto vergognosa sia stata la gestione del caso Diciotti non risulta che nessuno dei migranti sia stato arrestato sulla nave. Poi c’è il “sequestro di persona aggravato”: qui la privazione della libertà personale è illegittima? La decisione di tenere in ostaggio quei migranti è stata certamente disumana e strumentale, ma di sicuro politica. Lo si dimentica spesso: ma la separazione dei poteri esiste.

Pur sapendo di vincere in tribunale, però, Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare. Il motivo è che non gli conviene dal punto di vista politico. I giudici che hanno chiesto l’autorizzazione a procedere contro di lui hanno di fatto messo all’angolo i 5 Stelle.

Salvare Salvini è – per Di Maio&Associati – la scelta più logica: questo perché ogni decisione sul caso Diciotti è stata condivisa. Eppure l’indole manettara e giustizialista vive e lotta insieme a loro. Come motivare alla base, proprio a ridosso delle Europee, la decisione di salvare quello che rimane un alleato di governo ma un avversario politico?

Capitolo centrodestra: il voto di Palazzo Madama può essere per Salvini il grimaldello per testare il livello di fedeltà di Forza Italia. Su un tema così caro a Berlusconi come quello della giustizia è praticamente impossibile che il Cavaliere si sfili, ma per Salvini costringere gli azzurri a venire sulle sue posizioni è una prova ulteriore di forza, una violenza che gli alleati saranno obbligati a subire per non vedersi additati come traditori.

Dunque Salvini ha tutto l’interesse strategico a non saltare neanche un passaggio dell’iter parlamentare. Chi rischia più di tutti è il MoVimento 5 Stelle. Lui, purtroppo, ha già vinto.

So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.

Sì al nuovo referendum

Sarebbe curioso, oggi, sapere cosa pensa in cuor suo Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, dopo aver portato la Gran Bretagna sull’orlo dell’addio all’Unione Europea contribuendo a diffondere in giro un mare di frottole (fake news, per dirla alla maniera britannica). Farage, per chi non lo sapesse, è un amico di Di Maio e Salvini. Così, tanto per conoscere il personaggio.

Sarebbe bello, adesso, parlare coi teorici della democrazia diretta, di fronte ad una questione che è chiara, lampante, incontrovertibile: uscire dall’Unione si può, ma a discapito dei cittadini britannici. Certo, la sovranità popolare. Certo, il voto conta. Ma quasi tre anni di trattative inconcludenti hanno portato la Gran Bretagna ad un accordo svantaggioso.

Chiedere agli elettori: “Siete sicuri sicuri di voler uscire a queste condizioni?”, non sarebbe una scelta irrispettosa del voto di giugno 2016. Un nuovo referendum alla luce dei fatti, non delle fake news e delle previsioni. Piuttosto sui dati economici, sulle difficoltà di tenere unito il Paese, di restare sovrani (non sovranisti) sul mercato finanziario.

La morale della Brexit, di questa favola dai tratti tragicomici, è quella di una verità che arriva, magari non subito, ma comunque sempre. Non è mai troppo tardi per affermarla, per ammettere che si è mentito, che si è sbagliato. Serve trovare il coraggio, la consapevolezza che un passo indietro oggi equivale a cento salti avanti domani.

Silvio Berlusconi, che avrà tanti difetti ma che di politica estera ha sempre capito qualcosa, a dicembre, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, disse:” Mi auguro che la Gran Bretagna possa rimanere dentro l’Unione Europea. Accendo una candelina tutte le sere affinché ci possa essere un nuovo referendum per rimanere in Europa”.

Non aveva tutti i torti.

Le pagelle dei politici nel 2018, secondo me

pagella politica

La cosa buona del 2018 a livello politico? Che sta per finire. Battute a parte, analizziamo l’anno che è appena trascorso. Doppia pagella per i protagonisti principali: un voto “generale”, diciamo “oggettivo”, e un’altro “personale”, le pagelle secondo me.

MATTARELLA, VOTO GENERALE: 9. Messo di fronte al terremoto politico del 4 marzo è riuscito nell’impresa di far nascere l’unico governo veramente possibile. Sempre vigile nei momenti più delicati, su tutti il caso Diciotti, quando il suo intervento ha sbloccato lo stallo inumano sui migranti imposto da Salvini. Avrebbe certamente preferito altri interpreti alla guida del Paese, ma come dice Paolo Savona (non uno a caso) “‘chest so’ ‘e carte e cu chest s’adda jucà”. VOTO SECONDO ME: 10. Ha tenuto insieme un Paese che nei giorni della formazione del governo rischiava l’implosione. Offeso sul personale da Di Maio, che ne ha vergognosamente chiesto l’impeachment, ha continuato a difendere la Repubblica e si è fatto garante della Costituzione. Sergio Mattarella è un gran signore e un grande Presidente. Godiamocelo.

SALVINI, VOTO GENERALE: 8,5. Politicamente non si può negare sia l’uomo dell’anno. Ha sconfitto Berlusconi in casa sua, portato la Lega dal 4 al 17% delle elezioni, e i sondaggi lo danno ora sopra il 30%. Di più: è andato al governo e chissà come (eh, chissà) ne è diventato il padrone assoluto. E’ l’uomo più popolare del momento, il dominus della scena italiana. Gli mancano un paio di step: vincere le elezioni da solo per diventare premier e conquistare l’Europa. VOTO SECONDO ME: 4,5. E’ il megafono del razzismo di Stato, il traditore di milioni di elettori di centrodestra che hanno votato Lega e si sono ritrovati con Di Maio. Il Nord produttivo inizia già a borbottare, la politica economica del governo non è quella promessa. Fornero superata? Macché. Prima o poi gli italiani si stancheranno dei tweet con pane e nutella, capiranno che c’è altro oltre alla battagli anti-migranti, si accorgeranno che c’è vita, oltre Salvini.

DI MAIO, VOTO GENERALE: 6. A Giggino quel che è di Giggino: si è candidato e ha preso il 32%. Bravo. Poi basta però. Tanto caos e tante retromarce. Ilva chiude? No. Il Tap salta? No. La prossima promessa tradita (per fortuna) sarà sulla Tav. La manina denunciata da Vespa, che si è poi scoperta essere la sua, è stata una gaffe clamorosa. Nel 2019 si gioca tutto sul reddito di cittadinanza. VOTO SECONDO ME 4,5: La sceneggiata sul balcone di Palazzo Chigi è da censura, la frase per cui la povertà è stata abolita lo perseguiterà per sempre, purtroppo.

CONTE, VOTO GENERALE 5,5. Nelle ultime settimane si è ritagliato un ruolo da mediatore tra Salvini e Di Maio, è andato in Europa a fare la parte del poliziotto buono. Però da avvocato del popolo è diventato avvocato del governo, il ché non depone bene…VOTO SECONDO ME: S.V. Conte chi?

RENZI, VOTO GENERALE: 5. La sua colpa più grande è, per dirla alla sua maniera, quella di non aver usato il lanciafiamme nel Pd. Ha fatto salire a bordo più o meno tutti. E il 4 marzo è andato a fondo con tutta la barca. Giuste le dimissioni il giorno dopo la debacle. Giusto l’aver ostacolato l’intesa col M5s. Lo volevano gli elettori. Talento ha talento, eppure…VOTO SECONDO ME: 5,5. Da troppo tempo è chiaro che Renzi e il Pd non hanno nulla da condividere. Serve coraggio per lanciare un nuovo partito, per ammettere che quella casa non è la sua, che forse non lo è mai stata. Ogni giorno nel Pd è un giorno perso.

BERLUSCONI, VOTO GENERALE: 5. Per la prima volta un candidato di centrodestra, Salvini, prende più voti di lui. Forza Italia è ai minimi storici. E l’età avanza. Lui non si arrende, è vero, ma le prossime Europee possono essere l’ultimo atto della sua storia politica. O risorge per l’ennesima volta o questa volta è finito, davvero. VOTO SECONDO ME: 6. Per ciò che è stato il 4 marzo, riletto oggi quel 14% ha del miracoloso. Berlusconi è un leone ferito, ma pur sempre un leone. Raggiunge la sufficienza in extremis: l’iniziativa dei gilet azzurri è il segnale che finalmente ha elaborato il lutto del tradimento della Lega. C’ha messo un po’ troppo, ma meglio tardi che mai. E poi c’è la scena al Quirinale, quella in cui conta accanto a Salvini. Momenti da ricordare…

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

Di Maio e Salvini, via le felpe degli italiani

Della “felpa” come strumento di comunicazione politica Matteo Salvini è stato l’ideatore. Al completo giacca e cravatta degli statisti ha sostituito il messaggio dell’uomo di strada, l’omaggio locale alla città di turno che si apprestava a visitare (e conquistare). Poi è arrivato il salto di qualità securitario. Non solo felpine con la scritta “Milano” o “Piasenza”. L’uomo che deve difendere l’Italia dagli immigrati e dai criminali deve identificarsi con le forze dell’ordine. Da qui le sfilate con la maglia della polizia di stato, il cappello della Marina, la polo della Brigata San Marco, il giubbotto dei vigili del fuoco. E chissà quanti altri ne dimentico.

Di Maio, che da qualche tempo a questa parte ha iniziato a copiare le strategie social del collega di governo (ne sono un esempio le liste bugiarde su Twitter sulle cose fatte e non dall’esecutivo), si è presentato ieri in Sicilia con la felpa della Protezione Civile suscitando la forte reazione di Guido Bertolaso, l’uomo che ha affrontato in maniera eccellente l’emergenza del terremoto dell’Aquila e che ha pagato con accuse infamanti (poi smentite) la sua amicizia con Silvio Berlusconi. In qualità di ideatore di quel logo, e in relazione alle tante critiche rivolte in questi anni alla Protezione Civile proprio da Di Maio e soci, Bertolaso ha invitato il vicepremier a togliersi quella felpa.

Può sembrare un elemento marginale, ma non lo è. Si tratta di simboli, di una comunicazione deviante. Se Salvini e Di Maio svolgessero il loro ruolo da ministri come uomini delle istituzioni, nel senso di esponenti super-partes, allora non ci sarebbe nulla di male nel vederli vestiti con le divise dei corpi dello Stato. Trattandosi però di politici che alla campagna elettorale permanente non hanno rinunciato neanche adesso che sono al governo, il discorso cambia.

Se proprio ci tengono tanto, però, potrebbero lanciare una linea di abbigliamento. Per il Black Friday avevo proposto la nascita del negozio “Sovranisti&Populisti”. Non sono tanto sicuri di voler fare società per sempre o nemmeno per 5 anni? Allora diano mandato di disegnare le rispettive polo, camicie (anche scure ma al massimo verdi), scarpe e magliette di M5s e Lega. Ma lascino in pace le felpe degli italiani.

Renzi (r)esiste, ma ora lasci il Pd

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Strappa alla sinistra un suo simbolo, Francesco De Gregori, lui che di sinistra probabilmente non è mai stato e non sarà mai. E sulle dolci note di “Quelli che restano” Matteo Renzi torna a fare il Renzi. Non quello di governo, più che altro quello degli albori, il rottamatore, quello che giurava guerra a D’Alema, che prometteva la rivoluzione, che alla fine quando si mette a fare comizi è secondo a pochi, per capacità di infiammare il pubblico senza trascendere.

Per dire che la Leopolda non è il Vaffa Day, orgogliosamente non lo è. Ma è da quel palco che può nascere l’alternativa, una delle poche credibili, al governo M5s-Lega. Perché quel nome diventato inviso ai più, quel Renzi diventato negli ultimi due anni l’emblema del potere da mandare a casa ad ogni costo, è ancora oggi il detentore di milioni di voti, piaccia o no a Zingaretti, Gentiloni e a quella classe dirigente che ritiene di incarnare la sinistra ed è invece soltanto casta.

C’è solo un problema. Di orgoglio e di opportunità. Perché Renzi non recupererà mai quella sinistra che in lui ha visto da sempre il demonio. Così come difficilmente, da solo, riuscirà a sbrindellare il consenso dei populisti quanto basta per superarli. E allora serve allargare il proprio bacino di voti, guardare al centro: a quelli che una volta si chiamavano moderati, cattolici, liberali. A quelli, per essere chiari, che ancora oggi fanno riferimento a Silvio Berlusconi. Strano a dirsi, difficile a proporsi. Serve che quei due si parlino. Perché Renzi (r)esiste ancora. L’Italia con Salvini e Di Maio non so fino a quando.  Di fare gli schizzinosi e di tenere il broncio non è più tempo.