Il bellissimo calcio al razzismo di Mario Balotelli

Forse ci toccherà restare per sempre col dubbio. Non sapremo mai quale sia la “vera” esultanza di Mario Balotelli, del ragazzo che anni fa, a chi chiedeva perché non si lasciasse andare ad uno slancio di gioia dopo un gol, disse che l’urlo più bello lo teneva in serbo per quando avrebbe deciso con una sua rete la finale dei Mondiali di calcio con la maglia dell’Italia. La storia ha preso col tempo un’altra piega. Balotelli è stato Balotelli solo a tratti. O forse lo è stato troppo, per far sì che a quel sogno di ragazzo seguissero i fatti.

Forse sarà proprio lui, un giorno, a fine carriera, a chiedersi se nella promessa (mantenuta) al padre scomparso, quella di tornare un giorno ad indossare la maglia della Nazionale, non vi fosse una dose eccessiva di arrendevole umiltà, per nulla coerente con un talento calcistico tanto arrogante quanto affascinante. Chissà se sarebbe bastato porre l’asticella più in alto, chissà se sarebbe servito.

Ma nella potenzialità non tradotta in realtà del calciatore, nei limiti (molti) dell’uomo, è rimasta dopotutto la sensibilità del ragazzo. Mario Balotelli nella sua carriera è andato e tornato al Milan, la sua squadra del cuore da bambino. Ora, a 29 anni, si è concesso il tempo di un altro ritorno. Quello a casa, nella “sua” Brescia.

Giunto a Verona, davanti a quel pubblico che in passato aveva stuzzicato con dei tweet dal forte sapore campanilista, Super Mario sapeva di doversi aspettare dei fischi. Li aveva messi in conto. Ma i cori, gli ululati razzisti, quelli no. Balotelli non li ha accettati. Per questo ha smesso di fare la cosa che, nonostante tutto, gli piace più di ogni altra: giocare a calcio. Ha stoppato l’azione, preso il pallone tra le mani, e lo ha calciato con la forza devastante delle sue fibre bianche (tu guarda, il destino) contro la curva dalla quale provenivano quelle offese infamanti (per chi le compie).

Non erano insulti di campo, che quelli Balotelli e i suoi colleghi sono abituati a sopportarli. Erano quelli che anni fa, quando ancora si pensava di costruire una Nazionale attorno al suo talento, lo portarono a reagire male: “Solo a Roma e Firenze succedono certe cose”, disse. Erano parole sbagliate, ma figlie di una delusione genuina, di una ferita che non si sana neanche dopo un gol importante, di un sentirsi emarginato, diverso, soltanto per il colore della propria pelle.

Ora ci saranno i distinguo, le giustificazioni, la tempesta mediatica e poi, di nuovo, il grande silenzio. Arriveranno le promesse, scorreranno le parole di ferma condanna e poi, forse, verranno pure i titoli di coda su un gioco sempre meno gioco, sempre più business e polemiche. Ma resterà il suo bellissimo calcio al razzismo. Quel potente fuoricampo, per ricordare a tutti che Balotelli, il bad-boy, il personaggio vittima di sé e delle sue “balotellate”, ha perso tanti treni e forse l’occasione per essere un campione in campo e fuori, ma ha compreso il senso di essere uomo. Altri no.

Sì, siamo razzisti con i razzisti.

Sinisa, nella paura e nel coraggio

Non puoi fare a meno di pensare che sia tutto un incubo se te lo dice pure lui, Sinisa, che ancora fatica a credere sia tutto vero. Perché capita sempre così, quando un treno ti finisce addosso: è tutto troppo brutto per ritenerlo credibile, fa tutto troppo male per pensarlo possibile. E la tecnica dei pizzicotti non funziona, stavolta non ti svegli. Chissà perché nei film fanno sempre così.

Parla, Sinisa. Parla e ti arriva al cuore. Perché pure nel giorno più buio, l’uomo vero non cambia. Non si tratta di indossare una maschera, di ostentare la corazza del “Sergente”. Mihajlovic conosce un solo modo per affrontare la vita, anche nella malattia: a petto in fuori, a testa alta. Ma se per una volta colui che sfondava le porte coi suoi sinistri violenti vacilla, se oggi il padrone della tecnica e della potenza non ha riferimenti, è lì che bisogna sostenerlo, aiutarlo.

Così il gigante si fa piccino: si affida ai medici perché non può far altro, alla moglie che ha voluto proteggere per qualche ora nascondendole il fatto, alle figlie che non vuole lasciare, agli amici di sempre che non vorrebbe perdere. Chiede aiuto, voglioso di fare la sua parte, desideroso di capire come un carattere forgiatosi nei Balcani può fare la differenza, incapace di considerare l’idea della sconfitta.

Eppure Sinisa fa una specie di miracolo. La sua provvisoria impotenza dà il metro della vita, anche a quelli che Sinisa non l’hanno mai visto dal vivo, a quelli che ogni tanto allo stadio o sul divano lo hanno insultato, ma non con cattiveria, da tifosi. “Miha” li stordisce, come fossero malcapitati difensori sulla traiettoria di un suo missile da fuori. Perché la storia di Mihajlovic è anche la loro, se ci pensano: Sinisa è lì da anni, per qualcuno da sempre, pensare che se ne vada è fuori discussione.

Ma è in quell’ammissione tenera e straziante, in quel “ti passa la vita davanti” cui seguono le lacrime, in quegli occhi piccoli che vorrebbero affrontare la malattia a muso duro, quasi fosse un avversario indisponente a cui insegnare come si sta al mondo in un campetto di Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, che riconosci la fibra dell’uomo, la potenza di chi muore dalla voglia di vivere.

E per questo è capace di coraggio, pur avendo una paura folle. Non è da tutti. È da Sinisa.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas, lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.

Il coraggio di restare Bonucci

 

Affronterà tra poche ore il suo passato, Leonardo Bonucci. In un controsenso che di significato invece è denso: guardare indietro per andare avanti.

E non sarà semplice fare ritorno nello stadio che lo ha reso campione, sottoporsi al trattamento severo di un pubblico che non potrà fare a meno di fischiarlo, tanto lo ha amato. Succede sempre così. Amici mai, diceva Venditti. E amici, Bonucci e la Juventus, non potranno essere più.

Tanto meno sabato, quando Leo avrà indosso una divisa rosso e nera, quella del Milan. E al braccio il simbolo che lo indica come capitano dell’armata nemica.

Ci saranno abbracci però, tra vecchi compagni. Perché in fondo Bonucci, Buffon, Barzagli e Chiellini saranno fratelli per sempre. Ad unirli il legame indissolubile delle vittorie, l’affetto che resta dopo le grandi imprese realizzate insieme. Ma non mancherà in campo quel pizzico di rivalità che è il sale dello sport: chi ha fatto meglio? Leo a lasciare o tutti gli altri a restare? Decisivo è il singolo o il gruppo?

La storia – finora – ha detto che la Juve è rimasta, Bonucci s’è perso. Almeno per un po’ ha smarrito la via. Vittima della voglia di dimostrare, dell’ambizione (o presunzione?) che lo ha portato ai vertici, di una frase che lo perseguiterà ad ogni tonfo della carriera:”Sono al Milan per spostare gli equilibri“.

Ma il campione è quello che accetta la sconfitta, che sa rimettersi in discussione il giorno dopo il ko. Così dopo gli scivoloni e le scivolate mancate, dopo gli autogol in campo e fuori, Bonucci ha ritrovato l’orgoglio. Lo ha fatto probabilmente nella notte più tragica della storia del calcio nostrano: l’Italia-Svezia che ha sancito l’esclusione della Nazionale dei Mondiali.

A San Siro, guarda caso il suo nuovo stadio, col risultato in bilico ha gettato lontano la maschera protettiva che doveva servire a tenere a riparo il setto nasale fratturato. Ha corso come un gladiatore verso il centro del campo, infondendo al pubblico l’illusione che sperare si poteva, che la Patria sarebbe stata salva, che come sempre – da Italia – in un modo o nell’altro avremmo saputo cavarcela. Così non fu, si sa.

Ma da quella notte Bonucci è tornato Bonucci. Ha ripreso in mano il suo destino, alzato il livello delle sue prestazioni, riaffermato con orgoglio il suo essere leader.

E ci vuole coraggio ad affrontare il proprio ieri sapendo che di vittoria non è tempo. C’è voluto coraggio a restare Bonucci.