Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…

“Purtroppo Silvio c’è”

Perché Salvini, nel lodare l’operato del governo coi 5 Stelle, dice che questi risultati insieme ad altri non li avrebbe ottenuti neanche nello spazio di 9 anni? Perché non sceglie un’altra cifra? Perché non dice 10, 15, 20 anni? Risposta: perché nove sono gli anni in cui è stato al governo Berlusconi Silvio, l’unico, l’ultimo, ostacolo rimasto in piedi sul suo progetto di conquista del Paese.

E’ tutta una provocazione, una ricerca continua del fallo di reazione nell’alleato, se così si può ancora definire un partner che viene spremuto a livello locale e schifato a livello nazionale. Eppure Berlusconi, che di Salvini ha tracciato il ritratto del traditore ormai da mesi, non cede alla tentazione di fare il Berlusconi. Che significherebbe sfidarlo a campo aperto, sparigliare, andare al braccio di ferro e vedere chi vince.

Non lo fa, Silvio. Non perché non voglia, più che altro perché non può permettersi di sbagliare mossa, consapevole che la prossima potrebbe essere l’ultima. Così attende il momento buono, quello del passo falso altrui, trovandosi costretto ad una partita di contropiede che per lui, teorico del possesso palla anche da presidentissimo del Milan, è un contrappasso fin troppo ingeneroso.

Il vero paradosso, però, è che anche così, pure dal letto d’ospedale in cui ha atteso i risultati della Basilicata, metaforicamente incarcerato più della sua ernia inguinale, anche se ridotto a numeri che mai avrebbe pensato di ritrovarsi a celebrare, Berlusconi è il centrale, l’ago di una bilancia perennemente in bilico.

Perché quel 9-10% che definisce la soglia di sopravvivenza del Cavaliere politico, quella percentuale che è da mesi il primo risultato osservato da Salvini subito dopo quello della Lega, è anche l’ultima diga rimasta in piedi prima che il fiume sovranista strabordi, sommergendo la parola “centro” da centro-destra e facendo di una coalizione una volta casa comune dei moderati il nuovo ritrovo dei fascisti d’Italia.

E’ quella, la linea del Piave. L’asticella che Berlusconi deve riuscire a fissare anche alle Europee se vuole continuare a contare. Eppure le imboscate potrebbero arrivare prima, come sembra di capire. Perché appurato che Berlusconi nel centrodestra i suoi voti continuerà a prenderli finché campa, allora Salvini sta pensando di provare a portarselo via, il centrodestra. Come? Magari partendo dal Piemonte. Presentando un suo candidato, venendo meno ai patti che assegnavano il governatore a Forza Italia, sancendo ufficialmente la rottura del vecchio schema del centrodestra proprio a ridosso delle Europee che per Salvini saranno un vero trionfo non se la Lega prenderà il 30% e oltre (quello è ormai scontato) ma se il pacchetto di voti di Berlusconi sarà più vicino al 5% che al 10%.

C’è spazio allora per un altro paradosso, l’ultimo: dalla sopravvivenza politica di Berlusconi dipende da una parte la continuità (tragica per il Paese) del governo M5s-Lega – che Salvini terrà in vita fino a quando non avrà i numeri per vincere da solo – ma pure l’unica possibilità per l’Italia di tornare ad un bipolarismo “sano”, tra centrodestra classico e centrosinistra.

Si diceva, una volta, “menomale che Silvio c’è”. Oggi per Salvini vale l’opposto: “Purtroppo Silvio c’è…”. Perché è ammaccato, è vero, “eppure Silvio c’è”.

Come isolare Salvini sul diritto alla cittadinanza

Il fatto che il dibattito sul diritto alla cittadinanza sia stato riaperto da un ragazzino di 13 anni di nome Rami che ha salvato 50 compagni di classe da un attentato la dice lunga sulla qualità della nostra agenda politica. C’è chi ha pensato, mostrando scarsa capacità di visione, che l’unica cittadinanza importante fosse quella del reddito. Non è così, non se abbiamo la pretesa di considerarci un Paese civile.

Bisogna dunque uscire per una volta dagli schemi classici, renderci conto che certi temi non sono – come qualcuno vorrebbe far credere – appannaggio della sola sinistra. Si tratta di buon senso. Se due bambini nati in Italia vanno a scuola insieme, giocano a calcio insieme, tifano la stessa squadra insieme, trascorrono un mucchio di ore davanti alla PlayStation insieme, amano la pizza in maniera esagerata insieme, allora non si vede perché la discriminante per decidere la loro nazionalità debba essere il luogo di nascita del loro papà.

Personalmente sono contrario ad uno ius soli che segua il modello americano, che pure rimane la più grande democrazia del mondo: non penso che per l’Italia concedere la cittadinanza a chiunque nasce sul suo territorio sia la soluzione migliore. Vorrebbe dire incentivare il fenomeno della migrazione di migliaia di persone, che vedrebbero in un viaggio disperato la speranza di un futuro migliore per i loro figli. Penso invece che la discriminante debba essere la cultura. Mettere la scuola al centro. Chi cresce leggendo Dante, studiando educazione civica, chi un giorno suderà sette camicie cercando di tradurre i classici greci e latini, ha il diritto di essere considerato italiano come noi.

In questo senso è giusto dire sì allo “ius culturae”. E ripeto: non è una proposta di sinistra. Silvio Berlusconi in passato si disse favorevole ad una legge che concedesse la cittadinanza italiana dopo un esame che valutasse il livello di integrazione dei figli nati da stranieri. Non si vuole essere troppo pro-migranti perché a livello elettorale non paga? Si decida allora di modificare leggermente il progetto di riforma renziana che attribuiva la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi. Si aggiunga un’assicurazione in più: è italiano chi ha studiato per almeno 5 anni nelle nostre scuole. Significa aver fatto tutte le scuole elementari in Italia oppure le scuole medie più i primi due anni di liceo. Davvero non basta?

Diverso è il discorso per lo “ius sanguinis”: non è francamente attuale un discorso secondo cui un ragazzino nato e cresciuto in Italia diventi “dei nostri” soltanto al compimento del 18esimo anno di età. In questo caso si applichi un concetto “securitario”, chissà che ne pensa la Lega: ha diritto alla cittadinanza un bambino figlio di genitori stranieri che risiedano in Italia da almeno 7-8 anni (scegliete voi) e che non abbiano commesso neanche un reato.

Su queste proposte un centrodestra moderato e non succube di Salvini si gioca non solo la faccia, ma anche la possibilità di mostrare alla maggioranza degli italiani – che non è razzista – il vero volto del leader della Lega e, di conseguenza, la possibilità di recuperare la sua centralità all’interno della coalizione. Il Pd a sua volta ha il compito di non estremizzare il dibattito: ha la responsabilità di non chiedere una cittadinanza indiscriminata e per tutti che sarebbe – oltre che sbagliata – anche indigeribile per quella parte di centrodestra che già è chiamata ad una prova di coraggio non da poco agli occhi del suo elettorato tradizionale. Il MoVimento 5 Stelle, infine, ha una chance più unica che rara: isolare Salvini su un tema di buon senso, ma Di Maio ha dimostrato di essere come sempre in ritardo quando ha detto che il tema non fa parte del contratto di governo e quindi non è in agenda.

Eppure il gioco vale la candela. Se non si vuole farlo per Rami e i suoi fratelli, lo si faccia allora per i propri destini politici. Spiegare la realtà agli italiani è forse un esercizio faticoso, ma anche l’unico possibile per inchiodare Salvini alla verità delle sue posizioni: semplicemente razziste.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.

Ajò, Giggino: è finita

di maio pensieroso

Francesco Cossiga, uno che di Sardegna ne sapeva qualcosa, raccontava che la sua regione era un laboratorio politico. Ciò che succedeva nel piccolo, nell’isola, era l’anticipazione di ciò che sarebbe potuto accadere nel grande, nel resto d’Italia. Se la sua lettura è corretta, allora è chiaro che il risultato fotografato dagli exit poll delle regionali è la prova di ciò che poco tempo fa avevamo pronosticato: il ritorno all’ovile di molti elettori alle formazioni di centrodestra e centrosinistra, e più in generale la fine del MoVimento 5 Stelle.

Per quest’ultimo passaggio bisognerà attendere un po’ più di tempo, quello necessario perché gli elettori si rendano conto che va bene la protesta, ma sola non basta. Ciò che emerge già da oggi, però, è l’accelerazione di un processo di crisi che coincide con l’andata al governo dei 5 Stelle. Non può essere in alcun modo consolatorio – secondo la regola italiana che il giorno dopo le elezioni non ha perso nessuno – sottolineare che (forse, attendiamo lo spoglio) il MoVimento 5 Stelle è il primo partito dell’isola. Così è troppo facile: partiva dal 42% delle Politiche e non faceva parte di una coalizione, i voti non sono andati divisi tra le diverse liste.

Negare che qualcosa si sia rotto è impossibile. Gli indizi sono troppi, i sondaggi a livello nazionale un sospetto, i voti veri nelle regioni una sentenza. Chi ne deve rispondere è Luigi Di Maio: è stato già sconfessato nel voto online sulla Diciotti, sta vedendo franare il MoVimento più rapidamente di quando avrebbe pensato, la sua leadership traballa e le Europee potrebbero sancirne la caduta definitiva.

E’ stato un attimo. Bisogna prenderne atto. Ajò, Giggino: è finita.

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.

So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.