Almeno De Luca ci mette la faccia

Era nell’aria: Vincenzo De Luca annuncia il lockdown per la Regione Campania. “Niente di più, niente di meno di quello che abbiamo fatto a marzo e ad aprile“. Il governatore sgombra così le ipotesi di una quarantena più blanda nei modi, per i tempi si vedrà. Nell’ormai tradizionale diretta Facebook sull’andamento dei contagi, lo “sceriffo” guarda a quanto sta accadendo in Germania, dove sta diventando una prassi l’applicazione della tesi nota come “Il Martello e la Danza“, dal titolo dell’articolo più letto al mondo sulla gestione del coronavirus, firmato da Tomas Pueyo allo scoppio della prima ondata.

Cosa dice in breve questa teoria? “Che la strategia di mitigazione è probabilmente una scelta terribile e che la strategia di soppressione del virus ha un enorme vantaggio a breve termine“. Attuare la seconda opzione significa che “se martelli il coronavirus, nel giro di poche settimane lo controlli e sei in una condizione molto migliore per affrontarlo“. L’orizzonte temporale fissato da De Luca è di “30-40 giorni di chiusura totale“, ad eccezione delle attività lavorative indispensabili.

Qui nessuno appartiene al “partito del lockdown, ed è chiaro che c’è un problema enorme, in molti casi di sopravvivenza, che riguarda migliaia di famiglie in Campania: senza lavoro, chi porta il pane a casa? In un Paese normale la risposta sarebbe chiara: lo Stato. In questa condizione di déjà vu che investe ogni sfera della nostra quotidianità, tra contagi, paure e incertezze, tornano drammaticamente d’attualità le parole pronunciate mesi fa da Mario Draghi: la sola ricetta per superare la crisi è fare debito. Il rischio adesso però è un altro: che la scelta di De Luca, autonoma rispetto alle indicazioni del governo, non venga supportata dallo Stato, alimentando l’ennesimo cortocircuito istituzionale di questo nostro sgangherato “teatrino Italia”.

Certo, nessuno mette in dubbio che si sarebbe potuto fare di più e meglio, che i mesi estivi siano andati tragicamente persi sotto il profilo della prevenzione, dell’approvvigionamento di mezzi, uomini e risorse per affrontare la seconda ondata. Questo è vero in Campania come in Italia. Ma c’è una fondamentale differenza, oggi, tra De Luca e chi ci governa. C’è chi ha deciso di assumersi la responsabilità di una decisione altamente impopolare adesso – quando ancora serve a qualcosa – e chi invece sta aspettando che la richiesta di un nuovo lockdown venga direttamente dal basso, dagli italiani impauriti e alle corde. E’ una mossa che si spiega soltanto con la volontà di non alienarsi il consenso del popolo, di non esporsi alle critiche (chiaramente meschine) delle opposizioni. Al prezzo – proprio in questi istanti – di migliaia di vite.

Ecco, di questo bisogna dare atto: almeno De Luca ci mette la faccia.

Un patto per salvare l’Italia dalla seconda ondata

La seconda ondata è arrivata. Fregandosene delle nostre speranze, ignorando l’esistenza dei negazionisti.

La realtà con cui facciamo i conti è quella denunciata più volte da questo blog: non esiste alcun “modello Italia” nella gestione della pandemia. Esistono gli italiani intelligenti e accorti che in primavera hanno piegato la curva del contagio. Il governo Conte ha avuto soprattutto un merito – su queste pagine ampiamente riconosciuto – quello di riuscire a tenere insieme un Paese terrorizzato da un “cigno nero” (in)atteso, la crisi sanitaria che arriva “once in a century“, come dicono gli americani, “una volta in un secolo“, questa.

Come inguaribili cicale abbiamo tratto poco o niente dalla lezione impartitaci dal morbo. Certi che il peggio fosse alle spalle, abbiamo ignorato la storia – errore sempre fatale – dimenticando che nelle pandemie la seconda ondata è sempre la più temibile. Così facendo abbiamo tardato nell’allestire le nostre difese, cadendo nella trappola confezionata dalle nostre illusioni, scambiandole per giustificato ottimismo. Ora, con una crescita dei contagi tornata ad essere esponenziale, con una fetta imprecisata di casi che sfuggono al sistema di tracciamento alimentando l’appetito insaziabile del virus, ci sorprendiamo del fatto che potremmo non riuscire nell’impresa di salvare il Natale, mentre dovremmo temere di perdere il Paese.

A differenza di marzo, quando la paura fece il grosso del lavoro nel catechizzare gli italiani, il rischio dell’autunno è dato dalla spaccatura sociale creatasi in seno all’opinione pubblica. Detto chiaramente: non è affatto scontato che un secondo lockdown ottenga i risultati del primo, poiché maggiori sarebbero le resistenze ad attuarlo.

Nella speranza di riuscire ad evitarlo, serve allora, e subito, la costituzione di un nuovo “patto” tra governo e opposizione, parti finora in guerra più o meno silenziosa. Occorre mettere da parte rancori personali, presunzioni d’onnipotenza e critiche sterili (ognuno vi legga gli attori che vuole, secondo il proprio punto di vista), magari con l’aiuto, se non proprio la regia, del capo dello Stato. Memori del fatto che alla guida della barca ci si può sempre alternare, a patto che questa non affondi del tutto.


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C’eravamo tanto odiati

Darsele di santa ragione per una vita intera, colpendo sopra e sotto la cintura. Odiarsi politicamente, non sopportarsi umanamente, pensarsi l’uno la nemesi dell’altro. Definire il rivale “ubriaco“, rispondere a tono, chiamare l’avversario “utile idiota“. E poi, diversi anni dopo, stringersi idealmente la mano, deporre le armi. Riconoscere il valore dell’altro, pur nella diversità. Ritrovarsi sotto un’unica bandiera: quella dell’Italia.

Romano Prodi e Silvio Berlusconi amici non lo sono mai stati, né lo saranno mai. Troppo distanti per sentirsi in qualche modo affini, troppo protagonisti della stessa stagione per pensare di condividerla, di cederne all’altro almeno un pezzo. Ma prima che cali l’ultimo sipario ecco le parole che non ti aspetti dal Professore: “La vecchiaia porta saggezza“, riferita al leader azzurro.

Certo, una punta di acidità è rimasta, una presunzione di superiorità pure. Perché dire che la vecchiaia porta saggezza significa due cose che a Berlusconi non faranno di certo piacere: la prima, che il tempo è passato anche per lui; la seconda, che la saggezza di oggi ieri non c’era. Ma il narcisismo deve inevitabilmente fare posto al significato politico delle parole di Prodi: c’è la legittimazione dell’avversario di un ventennio, il tentativo ultimo di pacificazione con l’uomo che a lungo la sinistra ha preferito demonizzare perché priva del coraggio di affrontare le proprie contraddizioni.

Prodi ha invece la stazza per dire ciò che in tanti pensano da anni di Silvio Berlusconi e non dicono per timore degli strali alleati: il Cavaliere non era il mostro che è stato dipinto. Di più: è un gigante rispetto ai nani politici che oggi allungano i propri artigli sul centrodestra. Certo, con Forza Italia fortemente ridimensionata, aprire oggi a Berlusconi è più facile rispetto a 10 anni fa. Ma il fatto che a pronunciare queste parole sia stato proprio Prodi fa trascendere la riflessione dal contesto quotidiano. Il Professore non ha un personale interesse a sponsorizzare il Cavaliere: credere che lo faccia in prospettiva di un’elezione al Quirinale significa sottovalutarne l’intelligenza, sottostimarne la profondità di pensiero, la coerenza delle opinioni.

La portata di questa svolta è talmente significativa che è lecito attendersi nelle prossime ore delle precisazioni da parte delle rispettive cerchie. Si tenterà di minimizzare, di contestualizzare la frase di Prodi, di ricordare le differenze che hanno separato i due per una vita e sempre li caratterizzeranno. Lo si farà per proteggere Berlusconi dal “fuoco amico” della destra. Per evitare che i populisti parlino di inciucio e via discorrendo.

Ma intanto queste parole sono state pronunciate. E sono la lezione che due vecchi leader danno alla politica sciatta e radicalizzata di oggi. Dall’alto di chi il Paese ha avuto l’onore e l’onere di guidarlo, Berlusconi e Prodi dimostrano che prima dell’interesse di partito viene quello dell’Italia. Così si può dire sì al Mes in contrasto alle idee dei propri alleati: mettendo il popolo davanti alle ideologie. E allo stesso tempo si può affermare che l’avversario di ieri non debba necessariamente essere il nemico di domani.

In una frase: c’eravamo tanto odiati, domani è un altro giorno.

Conte, Ecce Bombo, i no di Salvini e lo streaming di Meloni: ma qualcuno che pensi all’Italia c’è?

Per una volta la pratica smentisce la teoria: in questo caso il detto che “ogni popolo ha la classe politica che si merita“. Sono ormai diversi mesi che gli italiani si dimostrano migliori dei loro governanti e oppositori. Entrambi calati nella parte della politica forse più avvincente ma certamente meno utile al Paese: quella della polemica quotidiana. Miopi al punto da ignorare che la crisi dilagante che sta colpendo le famiglie italiane oggi, rischia di travolgere domani anche loro. Qualcuno parla di forconi e rivolte sociali, altri pronosticano un ben più istituzionale commissariamento sovranazionale che avrà l’effetto di spazzare via l’intera classe dirigente italiana e di eliminare ogni residua forma di sovranità. Una cosa è certa: giornate come quella odierna autorizzano a pensare che la politica nostrana meriti fischi con annesso lancio di pomodori.

La pantomima dell’incontro tra Conte e il centrodestra si trascina ormai da settimane. Più o meno da quando il premier ha dato il via agli Stati Generali. E nessuno degli attori è esente da colpe. Conte per non aver ascoltato le proposte del centrodestra nella fase dell’emergenza coronavirus e organizzato una sorta di Festival a Villa Pamphilj. Il centrodestra per essersi impuntato sulla sede dell’incontro e aver preferito la polemica alla proposta.

Tutti dimenticando che il dialogo alla vigilia del Consiglio Europeo che stabilirà quanti aiuti otterremo dall’UE è importante per tutte le parti in causa. Per Conte, che non deve più commettere l’errore di pensare a questo incontro come ad una gentile concessione. E per il centrodestra, per dimostrare per una volta con i fatti che al primo posto c’è l’interesse nazionale e non quello del partito. A suggerire uno spirito di collaborazione dovrebbe poi essere il fatto che il Piano Nazionale delle Riforme nel quale il governo inserirà le riforme che l’Italia intende compiere nei prossimi tre anni rappresenta la pietra angolare di un programma a medio-lungo termine che impegnerà anche i futuri esecutivi, potenzialmente di colore diverso rispetto a quello attuale.

Stupisce, dunque, che un premier italiano in visita in Spagna decida di ridicolizzare apertamente l’opposizione, tratteggiandola come Ecce Bombo di Nanni Moretti, così rappresentando l’idea di un Paese diviso e del quale egli rappresenta la parte migliore. Non che il rifiuto di Salvini a presenziare all’incontro col governo (almeno così pare aver deciso per ora, ma il Covid ci ha insegnato che il ragazzo cambia idea spesso) o la richiesta di streaming da parte di una Meloni riscopertasi grillina della prima ora, siano atti politici meritevoli di pubblica lode. Ma quando si è all’estero sarebbe buona norma nascondere le nostre pecche, provare quanto meno a fingere compattezza. Sperando che altrove abbiano di meglio da fare che seguire i nostri deliri, mentre il Paese affonda.

Ognuno per sé ed Io per tutti

Se perfino Salvini arriva a lusingare Berlusconi, allora non sono soltanto i giornalisti cattivi a vedere ciò che è chiaro da almeno un paio d’anni: il centrodestra in Italia non esiste. Di certo non come soggetto politico. Al massimo come cartello elettorale, insieme di sigle, parvenza di squadra, agglomerato di interessi e di idee alla lunga inconciliabili. Per questo serve blindarlo. Ostentatamente rimarcarne l’unità d’intenti. Fino a quando in autunno tutte le foglie non cadranno dall’albero. Spogliando la realtà d’ogni parvenza.

D’altronde basta parlare con gli elettori, unico termometro affidabile dello stato di salute di una coalizione, per comprendere la natura di quest’alleanza. Chi vota Lega o Fratelli d’Italia di Berlusconi non si fida. E gli azzurri del Cavaliere è da molto tempo che nutrono uno strano senso di colpa, lo spaesamento naturale di chi sente di non essere cambiato, eppure ha finito da tempo per ritrovarsi su posizioni più vicine a quelle dell’odiata sinistra, che non a quelle assunte dagli alleati. O presunti tali.

Così la ritrovata centralità del Cavaliere, regalo della debolezza endemica della maggioranza, pare essere davvero il trampolino di quella che il democristiano Rotondi definisce oggi sul Corriere la partita per “l’eternità politica” di Berlusconi. All’idea di essere riconosciuto da statista il leader di Forza Italia non ha mai rinunciato. La legittimazione di sé nello schieramento avverso è la massima ambizione di qualunque attore politico che abbia più passato alle spalle che futuro davanti agli occhi. Concetto che sfugge all’interpretazione di Salvini e Meloni, giovani leader affamati di governo e potere, ad oggi dipendenti da Berlusconi più di quanto Silvio possa esserlo da loro.

Se a legarli c’è “affetto”, come anche stamattina dice Berlusconi sul Giornale, questo non significa che il collante sarà tale da resistere per sempre. Quando le partite per le Regionali saranno archiviate, il rispetto dei patti locali lascerà spazio alla visione dell’Italia di domani e tutti i nodi verranno al pettine. La legge elettorale di stampo proporzionale che verrà partorita suggerirà a Berlusconi di tenersi le mani libere. Ognuno per sé e Io per tutti, sarà lo slogan di Silvio.

D’altronde basta confrontare le dichiarazioni passate di Berlusconi su Conte con quelle odierne per comprendere quanto il mondo sia cambiato. Un anno e mezzo fa, il Cavaliere definì il premier un signore “che sa vestire bene e fare il baciamano alle signore”, oltre a “fingere di governare”.

Oggi gli conferma personale stima, pur precisando che “la stima non è una valutazione politica sull’operato del governo”.

E’ il segno che le lusinghe dell’avvocato del popolo qualcosa hanno sortito. “La sua epopea caro presidente è scritta a caratteri cubitali sui libri di storia”, pare abbia detto Conte a Berlusconi in un incontro di qualche mese fa. Presto per dire cosa germoglierà da questa oculata semina. Il raccolto è previsto in autunno. Ma se infine Silvio preferirà Conte a Salvini, comprenderlo non sarà troppo difficile. Alle porte dell’inverno non c’è più tempo per bluffare.