Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.

So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

Salvì Babà e i 49 milioni

matteo salvini

 

Nel suo “Inno alle Muse”, Solone spiega che gli eccessi umani agli dèi non piacciono. E per questo motivo ad essere puniti possono essere non solo i responsabili di tali eccessi, ma pure la loro discendenza.

Se dunque è vero, come diceva il politico ateniese, che le colpe dei padri ricadono sui figli, allora è giusto che Matteo Salvini sconti un prezzo per la “presunta” (ancora la sentenza è di primo grado) truffa ai danni dello Stato da 49 milioni di euro della Lega targata Umberto Bossi e Francesco Belsito.

Lui che della Lega è stato militante, attivista e adesso indiscusso leader, non può pensare di archiviare l’intera pratica come un “processo alla storia” che non lo riguarda. Non è mai simpatico che la magistratura entri in tackle nella vita politica di un Paese. Né conosco i motivi che hanno spinto i magistrati di Genova ad accogliere il ricorso alla Procura e ad autorizzare la confisca dei futuri versamenti fino alla somma di 49 milioni in presenza di una sentenza non definitiva.

Ma Salvini non può scaricare tutte le responsabilità di questa sentenza alla vecchia dirigenza. Lui è l’erede di quella Lega. Un Carroccio diverso, lontano anni luce dal partito che fu di Umberto Bossi. Ma comunque Lega era e Lega è.

Si assuma le sue responsabilità. Scelga, se vuole, di abbandonare quel nome e ripartire da zero. Ma non pensi di continuare con la narrazione dell’accerchiamento da parte della magistratura.

Come per l'”Apriti sesamo” di Alì Babà e i 40 ladroni. Adesso Salvì e i 49 milioni. Quando c’è un saccheggio, tocca sempre a qualcuno risponderne. Stavolta spetta a lui.

Il nuovo partito di Salvini farà bene, a tutti gli altri

 

Come quando da piccoli si giocava a nascondino. C’è l’ultimo, quello rimasto coperto fino alla fine, che ha il potere di salvare i compagni precedentemente catturati. Tana libera tutti, si urlava. Ma basta sostituire “tana” con “Lega” per rendersi conto che il nuovo – nascente – partito di Salvini avrà il merito di porre fine a tutti i bluff iniziati dopo l’Apocalisse del 4 marzo.

Perché se tra qualche giorno, come sembra probabile, il Tribunale di Genova confischerà i conti della Lega per la truffa ai danni dello Stato targata Bossi e Belsito, allora ecco che tutti i giocatori – volenti o nolenti – dovranno uscire dai loro rifugi.

Salvini quasi non vede l’ora: essere il Re del Nord non basta più. Trasformare la Lega da un partito settentrionale ad un contenitore di destra è possibile. Il piano è formare un partito sul modello dei Repubblicani americani, dove la componente conservatrice è preponderante, ma non mancano sfumature moderate. Sfumature, appunto.

Ma pure tutti gli altri saranno contagiati dal “domino” innescato dalla “morte” leghista. Perché a quel punto dovrà essere Berlusconi, lui sì fondatore del centro-destra, a rivolgersi alla sua gente, ai moderati e ai liberali italiani, e a dirgli se davvero può essere il partito di Salvini la loro nuova casa politica. Sarà allora, soltanto allora, che Berlusconi dovrà decidere se piegarsi ad un delfino che per se non avrebbe mai scelto. Sarà a breve, che il Cavaliere dovrà scegliere se venire a patti con un ribaltamento della storia, dove non è più lui quello che fa il predellino e lancia il Popolo della Libertà, ma è quello che lo subisce, che si vede costretto ad ingoiarlo, quello che fa “la fine di Fini”.

E tutti gli altri? Non potranno che beneficiarne. Da una parte perché al Nord, vuoi o non vuoi, si perderà parte della spinta elettorale dettata dalla territorialità che dalla sua nascita è stata la caratteristica predominante della Lega. Il nuovo partito di Salvini sarà uno dei tanti in lizza per prendere voti: più nordista di altri, magari, ma comunque non solo del Nord. E va bene che già alle Politiche del 4 marzo la Lega era solo Lega, ma era – ancora- pur sempre la Lega.

Il MoVimento 5 Stelle sarà costretto a guardarsi dentro e intorno. A scegliere cos’è e cosa vuol diventare. Se la costola di un partito di destra o una “cosa” senza direzioni, costretta a giocare sull’antagonismo a prescindere verso tutto e tutti.  E il Pd, o ciò che sorgerà al suo posto? Potrà guadagnare il centro, lasciato smarrito dalla svolta a destra della Lega Repubblicana by Salvini.

Per questo motivo ben venga il nuovo partito di Salvini. Costringerà gli altri a buttare giù le maschere. Sarà un bene per tutti. Noi.

5 domande a Silvio Berlusconi

 

Se qualche anno fa a Silvio Berlusconi avessero detto che un giorno non troppo lontano sarebbe stato rimpianto anche dai comunisti….forse c’avrebbe creduto. Lui soltanto, però.

Eppure così è: nell’Italia del 2018 è successo pure questo. Che i nemici storici rimpiangano l’antagonista primo, che si dicano disposti a stringergli la mano, pur di scacciare per sempre il cancro populista.

Ma di Berlusconi in questa folle estate ci sono poche tracce. Qualche cena in Sardegna, la presa di posizione sul no a Marcello Foa come presidente di vigilanza Rai, la solidarietà a Matteo Salvini per l’inchiesta del pm di Agrigento.

E poco altro, forse troppo poco.

Allora provo a fargli qualche domanda. Con Salvini e Di Maio non sono stato fortunato, ma magari Silvio risponde.

Caro Presidente Berlusconi, Lei è stato il fondatore del centrodestra italiano. Anzi, Lei è stato il centrodestra in Italia. Dal 4 marzo, però, col sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, il baricentro dell’alleanza si è spostato molto a destra, al punto che di centro, di moderato, di liberale, pare essere rimasto ben poco.

Domanda numero 1: Non crede che la deriva assunta da Salvini sia lontana dagli ideali di cui Lei si è fatto portavoce per più di un Ventennio? Non pensa che Salvini sia un ottimo leader per la Lega ma al contrario una pessima guida per il centrodestra unito? Insomma: non ritiene sia arrivata l’ora di mollarlo? 

Caro Presidente Berlusconi, sul fatto che lei non sia di sinistra non ci sono dubbi. Ha combattuto i comunisti per una vita intera, ne è stato l’incubo ricorrente, nessuno può insinuare niente di simile. Per questo motivo è impossibile immaginare un’alleanza futura tra Pd e Forza Italia. E questo è un fatto che ha ribadito in più di un’occasione.

Domanda numero 2: Ma se si creasse un fronte largo, aperto alla società civile, senza bandiere ideologiche, ispirate soltanto alla difesa della libertà, delle istituzioni repubblicane, dei valori democratici oggi messi a repentaglio dal governo M5s-Lega. Se ci fosse la possibilità di ritrovarsi in uno schieramento simile, lontano anche dalla connotazione classica di “centrodestra”, Lei si farebbe trovare pronto?

Caro Cavaliere, anche i suoi acerrimi rivali le hanno sempre riconosciuto una dote invidiabile: la tenacia, la grinta, il piglio di chi lotta fino in fondo perché crede nella battaglia che conduce. È vero però che i tempi cambiano, che nell’era dei social serve una presenza quotidiana, non bastano più – da soli – i videomessaggi e i comunicati. Non basta più lo sprint nell’ultimo mese di campagna elettorale. Serve un leader.

Domanda numero 3: Ha la forza e la voglia di spendersi attivamente come leader politico? Ha la consapevolezza che Antonio Tajani è un ottimo comprimario ma non sarà mai un trascinatore? Ha chiaro dentro di sé che la riorganizzazione di Forza Italia da sola non basta se allo stesso tempo non arriva dall’alto una spinta importante. Insomma: c’è bisogno di Berlusconi. Ma Berlusconi non è nato per fare il secondo di Salvini. Concorda?

Caro Presidente, credo che se potesse tornare indietro con la macchina del tempo, almeno negli anni recenti, sceglierebbe di non rompere il Patto del Nazareno con Renzi sull’altare di Sergio Mattarella. I cattivi consigli di D’Alema e le reciproche incomprensioni hanno fatto saltare un’intesa che avrebbe potuto garantire un progresso importante al Paese in termini di riforme e spianato la strada ai populisti.

Domanda numero 4: Se è vero che in tanti pensano a Matteo Renzi come il suo erede naturale, se è chiaro che le sue vedute sono più simili al Matteo del Pd che a quello della Lega, se per caso, e dico se, fosse Renzi il promotore di quel rassemblement che si oppone a Di Maio e Salvini, sarebbe pronto ad appoggiarlo?

Caro Presidente, spero abbia modo, tempo e voglia di leggere questi miei quesiti.

Domanda numero 5: Mi risponde? 

Quindi chi è il traditore?

berlusconi salvini

 

All’epoca del governo Monti, quando Forza Italia decise di sostenere l’esecutivo del Professore – pagandone poi un prezzo altissimo – la Lega restò all’opposizione. Fu quello il primo mattone della ricostruzione, quello il trampolino di lancio che ha portato il partito di Salvini dal 4% all’obiettivo 40.

Nessuno mai, però, quando un giorno sì e l’altro pure la Lega bombardava il governo dei tecnici e i partiti che lo sostenevano, si sognò minimamente di mettere in dubbio l’alleanza di centrodestra. Il leader riconosciuto della coalizione, Silvio Berlusconi, aveva evidentemente una credibilità tale da suggerire che, prima o poi, i cammini di Forza Italia e Lega si sarebbero nuovamente incrociati. Come alla fine è successo.

A pochi anni da quei giorni, la situazione si è ribaltata. La Lega è al governo. Forza Italia è all’opposizione: dichiaratamente, esplicitamente. Risulta dunque strano che dinanzi alle posizioni avverse dei berlusconiani, i leghisti gridino costantemente al tradimento dell’alleanza di centrodestra.

Il no di Forza Italia alla nomina di Marcello Foa a presidente Rai usato dal Carroccio come pretesto per attaccare Berlusconi, per insinuare che alla fine l’uomo di Arcore preferisca (e forse è vero) il Matteo di Rignano anziché quello di Milano, tradisce la voglia maledetta di Salvini di smarcarsi definitivamente dal fondatore del centrodestra.

In Abruzzo, a meno che non si riesca a ricucire, la Lega ha annunciato che correrà da sola. Lo ha deciso, così come per Foa, unilateralmente, senza consultare chicchessia in Forza Italia, senza preoccuparsi che dall’ennesimo atto ostile potrà scaturire la fine della coalizione.

O forse siamo ingenui. Forse Salvini e la Lega se ne sono preoccupati. Eccome se lo hanno fatto.

L’importante è capirlo. L’importante è domandarsi se ha tradito Berlusconi, che ha semplicemente votato no su Foa perché bellamente ignorato da quello che ama definirsi “alleato”. Oppure ha tradito Salvini, che in un pomeriggio d’agosto ha rotto ufficialmente il centrodestra annunciando che la Lega correrà da sola in Abruzzo.

Io non ho dubbi.

Sul pugnale che ha colpito, sta uccidendo, seppellirà il centrodestra ci sono le impronte digitali di Matteo Salvini.

Salvini e le minacce a Berlusconi. Ma stavolta caschi male, Matteo

berlusconi salvini meloni

 

In politica come nella vita, ci vuole stile. Puoi essere il più forte, il numero uno, ma se “non sai vincere”, se non hai abbastanza classe per trionfare senza strafare, allora è tutto inutile.

Salvini non solo non ha vinto le elezioni, ma è anche andato al governo. Ha potuto grazie ad almeno un paio di condizioni: il 14% preso da Forza Italia e il via libera di Berlusconi all’alleanza col M5s. Ma l’irriconoscenza non è passata di moda, neanche ora che si fa un gran parlare di “cambiamento”. No, i traditori ci saranno sempre.

Ma cosa succede se, da bulletto qual è, Salvini decide che Forza Italia dev’essere non un partito alleato, ma un movimento di servitori? Cosa succede se a questo disegno umiliante ad un certo punto, forse pure troppo tardi, Berlusconi si sottrae? Capita semplicemente che il segretario della Lega minaccia.

Minaccia di prendersi tutti gli eletti di Forza Italia che vogliono salire sul (suo) carro, minaccia di dichiarare l’esperienza del centrodestra finita, minaccia uno scisma di cui si vede vincitore certo. Minaccia, minaccia di schiacciare tutto e tutti: lo fa con la forza dei sondaggi, con quella dell’età anagrafica, con parole volgari, con atteggiamenti da savana.

Questo è lo stile di Salvini. Non quello di un leader, al massimo di un capo. Di uno sceriffo abituato a trattare “amici” e nemici con modi sferzanti. Come quando ha evocato il ritiro della scorta a Saviano, come quando ha promesso la chiusura dei porti, come quando ha lasciato centinaia di migranti in mare aperto.

Adesso è il turno di Berlusconi. Silvio, fai come ti dico o di te farò un sol boccone. Questo è il senso della mossa tutta politica di Salvini. Laddove vige la legge della giungla, il più forte pensa di poter imporre i suoi voleri.

Qui però siamo tra uomini, Salvini. E con l’uomo di Arcore, fidati, caschi male.

Dai, che Silvio si è rotto…

berlusconi arrabbiato

 

L’umiliazione più grande resterà per sempre quella delle consultazioni al Quirinale. Non quelle del Silvio-show, non quelle in cui Berlusconi contava i punti elencati da Salvini, quasi a dire: “Stiamo attenti che non te ne dimentichi nessuno, ragazzo”. No, il disagio si è manifestato in quelle successive, dove il vecchio leader, quello abituato a stare sempre al centro della scena, ha dovuto accettare la consegna del silenzio e la posizione da scagnozzo, tristemente a lato, e per giunta a sinistra del leghista: un paradosso per l’uomo che per una vita intera ha combattuto i comunisti.

Ma nel mondo ribaltato in cui destra e sinistra appaiono superate, in cui la differenza più che nei contenuti sta negli approcci, tra populismo e moderazione Silvio Berlusconi non nutre più dubbi. Il casus belli sarà anche la nomina a Presidente Rai di Marcello Foa, ma il caso si sarebbe potuto archiviare con le scuse ufficiali di Salvini, del leader emergente che offre rispetto al suo più anziano protettore. Nella realtà però c’è altro: un’insofferenza di natura umana, da parte di entrambi.

Salvini è così forte – oggi – da voler andare fino in fondo. Vuole mettere Berlusconi all’angolo: capire fino a che punto l’uomo di Arcore è pronto a spingersi. Verificare se davvero è convinto di smarcarsi ora che è più debole di sempre.

E Berlusconi sa che nel rimpallo di accuse che seguirà la probabile rottura del centrodestra non sarà facile imporre la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ma va bene così, è tutto messo in preventivo. Soprattutto si è andati troppo oltre, per pensare di poter recuperare il rapporto.

Credeva di ricevere lealtà, da quella Lega che non aveva mai cannibalizzato quando invece avrebbe potuto. Chiedeva un rapporto da pari a pari, o giù di lì. Salvini ha trattato Forza Italia come un partito satellite e Berlusconi come un peso.

E alla fine è successo che Silvio si è rotto. Menomale. Per fortuna.