Appunti di tattica politica: Conte e la “fiducia di Pirro”

Narra Plutarco che Re Pirro, sovrano dell’Epiro, dopo aver sconfitto i Romani nella battaglia di Ascoli rispose alla gioia dei suoi per il successo appena ottenuto dicendo che “un’altra vittoria così e si sarebbe rovinato”. Secondo lo storico Orosio, invece, Re Pirro la frase in questione la pronunciò dopo aver battuto i romani ad Eraclea e suonava più o meno così: “Un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza più nemmeno un soldato”.

Cambia poco: il rischio concreto è che il 19 gennaio scorso, in Senato, Giuseppe Conte abbia incassato una “fiducia di Pirro”. Per dirla con la Treccani: una vittoria che costa “perdite tanto gravi da essere quasi peggio di una sconfitta”.

Basterebbe l’analisi degli equilibri di forza nelle commissioni parlamentari permanenti, ovvero gli organi collegiali che esaminano i provvedimenti, li modificano, li emendano prima di farli approdare in Parlamento, per rendersi conto che la situazione politica del governo Conte non solo non è seria (con Ciampolillo decisivo non può mai esserlo), ma è soprattutto grave, per citare Ennio Flaiano.

Su 14 commissioni permanenti alla Camera, le forze di governo sono minoranza in tre (Trasporti, Attività produttive e Difesa) e sono pari nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia: casualmente quelle che si occupano di legge elettorale e Bonafede, non proprio un dettaglio.

La situazione nelle commissioni al Senato, dando come base di partenza le votazioni di fiducia espresse martedì, ci dice che senza Italia Viva il governo controlla solo 4 commissioni su 14 ed è pari in altre 5. Breve promemoria: in caso di parità, sia alla Camera che al Senato, il testo viene respinto.

Questo vuol dire di fatto non poter portare avanti la propria agenda legislativa: per essere ancora più chiari, non poter governare. Qualcosa che va ben oltre il concetto di anatra zoppa.

Così si spiega la necessità di “allargare la maggioranza” ribadita in queste ore dai partiti di governo, sebbene affiori di ora in ora la consapevolezza di essersi cacciati in un imbuto a suon di dichiarazioni fin troppo baldanzose. Il riferimento alle prese di posizione di Conte e M5s sull’impossibilità di far rientrare Renzi dopo la rottura non è puramente casuale.

Si spiega sulla base di questi elementi, allora quello che gli esperti chiamano “spin”: ovvero la narrazione, molto in voga in queste ore, che le elezioni siano più vicine di quanto si potrebbe immaginare perché la maggioranza fatica a trovare sbocchi. Non che non sia vero: ma trattasi di mossa disperata per reclutare “disponibili” terrorizzati dalle urne, magari convincendoli a lasciare Renzi.

La contraerea, però, com’è ovvio esiste: i parlamentari di Italia Viva, infatti, in una nota fanno sapere che “si muoveranno tutti insieme in modo compatto e coerente in un confronto privo di veti e pregiudizi”. Tradotto dal politichese: non andate a caccia di “volenterosi”, siamo un blocco unico, ma potenzialmente pronto a rientrare in una maggioranza che sia guidata (anche) da Conte.

Premier che dovrebbe dunque accettare l’idea di perdere l’onore reimbarcando Renzi a pochi giorni dalla rottura. Al pari di quel MoVimento 5 Stelle che dichiarava di aver ormai chiuso per sempre con il senatore di Rignano.

Così quella prova di forza in Senato che sembrava vittoria rischia di tradursi davvero in una vittoria di Pirro. A maggior ragione considerando che sempre più voci si levano dal centrodestra a lasciar intendere di essere pronte a sostenere un governo di unità nazionale che scongiuri le elezioni ed abbia come unico vincolo quello che a guidarlo non sia Conte.

Prospettiva che potrebbe tra pochi giorni diventare concreta qualora lo scouting del presidente del Consiglio non si rivelasse fruttuoso. A meno di venire a patti con l’idea di smentire se stesso e riabbracciare Renzi.

Opzioni che Conte dovrà ponderare bene: per non fare la fine di Pirro. Non tanto nel senso di tornare in Epiro, quanto a Volturara Appula.

Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Conte La Qualunque: promesse e offerte ai “disponibili” pur di non mollare la poltrona

Chi è Giuseppe Conte? Forse non è tardi per domandarselo. Non dopo quanto andato in scena oggi in Parlamento: teatro di uno spettacolo che ci saremmo onestamente risparmiati, palcoscenico dell’ennesimo episodio di una serie tv intitolata “Conte allo specchio”.

Oggetto della trama il racconto delle meravigliose imprese del premier, con tanto di tifo da stadio ad alzarsi dai banchi della maggioranza. E allora forse non è un caso che nel parlare del Recovery Plan, Conte sia incappato ad un certo punto del suo discorso in un lapsus che solo gli ingenui non possono definire freudiano: “Recovery Fan”, prima di correggersi rapidamente, ma comunque troppo tardi.

Di fan è in cerca nel Paese, di fan è a caccia nel Parlamento. A loro si rivolge quando domanda l’appoggio di “forze parlamentari volenterose”, quelle che un tempo erano responsabili e oggi si chiamano costruttori. Ma soprattutto alle “persone disponibili a mantenere elevata la dignità della politica”: Conte ci perdonerà se sottolineiamo che è stato un po’ lungo: lui cerca “persone disponibili”, punto.

Lo si è intuito in maniera chiara quando ha chiesto il sostegno di “liberali”, “popolari” e “socialisti”. Mancava chiedesse l’aiuto di No Vax e terrapiattisti (ops, forse quello ce l’ha già) per completare il suo personale pantheon di ideali in Parlamento. Così facendo ha chiarito che Conte non cerca la fiducia per il Conte Ter. No, Conte chiede il voto per varare il “Cont-eterno”, nuovo capitolo di una saga in cui il premier si pensa indispensabile e insostituibile. Pronto a tutto pur di non tornare ad insegnare.

Distillato di arroganza, Conte si sente padrone di dare risposte per gli altri, di parlare a nome degli italiani tutti. Come quando dice che i cittadini non colgono alcun “plausibile fondamento” all’apertura della crisi. O come quando, ancora, si fa una domanda e si dà la risposta: “C’era davvero bisogno di aprire una crisi politica in questa fase? No”. Chiusa ogni discussione, bollate come “attacchi scomposti” tutte le manifestazioni di dissenso. C’è spazio solo per gli auto-elogi, per gli articoli dei Nobel per l’economia che ne approvano le mosse (non per quelli che le criticano, s’intende).

Si arriva persino ad agitare lo spettro dello spread, cavallo di battaglia di un suo predecessore molto noto ma molto poco popolare: anche lui salito a Palazzo Chigi da non eletto, anche lui tentato dall’irresistibile fascino dell’agone politico, poi clamorosamente respinto dalle urne che voleva sbancare. Ma la storia non sempre porta consiglio.

Oggi però più che della storia è il tempo della cronaca: e i fatti ci dicono che Conte si trova perfettamente a suo agio nel Parlamercato che un tempo sosteneva suscitargli ribrezzo. Lascia intendere di essere pronto ad assegnare il ministero dell’Agricoltura, libera come in un puzzle da scomporre e ricomporre persino l’Autorità delegata ai Servizi, con un annuncio che più tempista non potrebbe essere: altra tessera da regalare al un sodale per far posto al primo dei “disponibili” che voglia presentarsi alla sua corte. Si spinge addirittura oltre, e cioè a promettere, lui che poco prima aveva criticato chi non comprende le priorità della gente, una legge elettorale di impianto proporzionale, così da sottrarre al giogo dei sovranisti le formazioni moderate utili allo scopo ma oggi a corto di voti.

Infila poi evidenti contraddizioni, se non vere e proprie gaffes geopolitiche, tornando ad equiparare Stati Uniti e Cina, immaginando addirittura per l’Italia il ruolo di raccordo fra le due potenze: esibizione manifesta della sproporzione tra il Conte pensiero e la dura realtà di Paese satellite americano, che non può e non deve permettersi sortite in avanti così ardite. Lezione che dal primo governo Conte al probabile terzo non è stata ancora recepita.

La vetta della comicità si raggiunge però quando Conte esorta il Parlamento: “A tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia, chiedo oggi: aiutateci”. Il sospetto che abbia utilizzato il “nos maiestatis” è fortissimo, tanto il discorso è stato improntato ad assicurarsi un prosieguo, poco importa a quali condizioni. Un po’ come quel politico inventato, eppure così vero, che per assicurarsi l’altrui favore prometteva “cchiù ppilu pe’ tutti”. Si chiamava Cetto, ma oggi Conte La Qualunque non ha sfigurato al suo cospetto.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Con una mossa il centrodestra può liberarsi di Conte

Sebbene sia chiara la tendenza che oggi vede Conte in palese difficoltà rispetto al giorno d’apertura della crisi, sono in pochi a notare che le difficoltà del premier si devono soprattutto alla tenuta sin qui mostrata dal centrodestra.

Quando l’hashtag #AvantiConConte lanciato da Rocco & friends aveva esaltato le ambizioni dei contiani, erano in tanti a credere che l’UDC di Lorenzo Cesa, col suo prezioso pacchetto di tre senatori, sarebbe passato dalla parte della maggioranza senza farsi particolari problemi.

Come nel più classico dei paradossi, sarebbe stato proprio Silvio Berlusconi – privatamente il leader con i rapporti più cordiali con Giuseppe Conte – a bloccare l’operazione sul nascere, facendo valere se non altro il fatto che i senatori dello scudo crociato sono parte di un gruppo che lascia poco spazio ad interpretazioni: “Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC”.

E proprio il Cavaliere, più dei suoi più giovani colleghi capi di partito del centrodestra, sembra aver compreso preoccupazioni e istinti di sopravvivenza dei tanti corteggiati di queste ore in Parlamento. Se è vero, come Renzi ha detto, che l’ipotesi del voto come soluzione alla crisi non esiste, lo è pure che i proclami con cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affannano ad indicare le urne come “strada maestra” nel caso in cui Conte non raggiunga la maggioranza assoluta di 161 voti al Senato, rappresentano ennesima prova di miopia da parte dei due leader sovranisti.

Per intenderci, la paura è sempre un gran collante, e molti parlamentari oggi dubbiosi se scegliere Conte o la sponda avversa, potrebbero non sentirsi rassicurati – per usare un eufemismo – dalle richieste di “elezioni subito” che provengono dal centrodestra. A maggior ragione considerando che il prossimo Parlamento, complice la mossa kamikaze del recente referendum, accoglierà molti meno deputati e senatori di quelli che oggi ospita. Tradotto: al di là delle promesse che i due schieramenti oggi millantano, anche i più ingenui sanno bene che fra gli scranni non ci sarà spazio per tutti nella prossima legislatura.

Da qui la mossa tattica che il centrodestra dovrebbe compiere per attirare a sé gli indecisi, quanto meno per evitare che votino la fiducia a Conte: far trapelare l’intenzione, o almeno la disponibilità, a dare vita ad un governo di unità nazionale, di scopo, di “salute pubblica”, per riesumare una vecchia formula tragicamente adatta alla situazione sanitaria che il nostro Paese sta vivendo.

Quanto Berlusconi ha ampiamente compreso, al punto da uscire ieri con una nota dai tratti solo apparentemente ambigui, nella quale chiede che “si ridia subito la parola al Capo dello Stato per metterlo in condizione di assumere nel più breve tempo possibile le determinazioni necessarie”. Elezioni? Neanche nominate.

Sensibilità che ancora Salvini e Meloni non hanno sviluppato, preferendo lo scontro di muscoli al lavoro di ricamo. Forse perdendo l’opportunità di mettere con una mossa nel sacco Conte.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Parlamercato: quando Conte si diceva contrario ai “responsabili”

Sapevamo che il mese di gennaio fosse quello del calciomercato. Il 2021 ci insegna che è anche quello del Parlamercato. Il mercato dei parlamentari, appunto.

Con tutto il rispetto che possiamo portare a degli eletti dal popolo sovrano, ciò che oggi viene sancito è l’ennesimo scadimento della politica nostrana. Da diverse ore, ma forse addirittura da più giorni, cioè da prima che Matteo Renzi aprisse ufficialmente la crisi di governo, è in corso una caccia al voto del responsabile di turno, del senatore che fa la differenza tra la sopravvivenza dell’esecutivo e la sua caduta.

Attenzione: è tutto legittimo, accade tutto all’interno del recinto dei regolamenti parlamentari, ma sentire oggi Dario Franceschini, capodelegazione Pd, nell’atto di dire che il termine “responsabili” non esprime più “negatività” come in passato e che “non c’è niente di male nel dialogare apertamente e alla luce del sole con forze politiche disponibili“, onestamente, a chi scrive, ha fatto un certo effetto.

Vorrei portare all’attenzione del lettore soltanto un dato, che è unicamente politico: a pronunciare frasi di questo tipo, a cercare di raccattare qua e là dei transfughi per tenere in vita Conte, sono gli stessi che accusavano Silvio Berlusconi di compravendita di senatori quando faceva esattamente le stesse operazioni. Sarebbe curioso sapere cos’è cambiato. O forse qualcuno ad un certo punto avrà il coraggio di uscire allo scoperto, di affermare con presunzione e convizione che quando queste trattative le fa il centrosinistra sono “accordi politici” e quando le fa il centrodestra sono acquisti al mercato delle vacche. Punto.

Voglio ribadirlo: nessuno contesta la legittimità dell’operazione imbastita da Conte e i suoi, né ci si meraviglia per la normale controffensiva dell’opposizione, decisa a giocare fino all’ultima la partita per sfiduciare Conte in Parlamento all’inizio della prossima settimana. Però è evidente che rispetto ai vecchi schemi e ai vecchi partiti politici, ciò che stride maggiormente è la posizione del premier dell’ormai fu “governo del cambiamento“, espressione peraltro del partito che voleva introdurre il vincolo di mandato in Costituzione.

Il MoVimento 5 Stelle ne ha fatto per anni un suo cavallo di battaglia. Luigi Di Maio ha denunciato pubblicamente, in più occasione, i cosiddetti “voltagabbana“, minacciando anche la possibilità di introdurre multe da 100mila euro per i trasformisti/traditori. Ecco, ripensare oggi, nel pieno del mercanteggiamento – nessuno si senta offeso, di questo si tratta – all’indignazione di chi si faceva paladino di una solo presunta integrità morale, spiazza.

Così come spiazza ripescare dal proprio personale taccuino la frase annotata il 16 dicembre 2019. A pronunciarla Giuseppe Conte, che in merito ai cambi di casacca decretava: “Sarei per rendere più difficili questi passaggi“. Ecco, giusto per essere chiari: senza “questi passaggi” Giuseppe Conte oggi non sarebbe premier, e neanche potrebbe esserlo domani.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Il bluff di Conte: così può perdere Palazzo Chigi

Se Renata Polverini (Forza Italia) dice che “al Senato siamo già 15“, parlando di se stessa come una dei “responsabili” o, per usare la forma edulcorata di queste ore, dei “costruttori”, significa che l’operazione per sostituire i 18 renziani nella maggioranza è già partita. Resta però difficile da credere che la compagine di cui sopra si sia già ingrossata a tal punto: se così fosse stato, infatti, senza esitazioni e perdite di tempo avremmo già visto formarsi un nuovo gruppo. Con sommo gaudio di Conte, vincitore della partita in trasferta, ovvero sul terreno di gioco che Renzi più di lui certamente conosce: il Parlamento.

Analizzando atteggiamenti, dichiarazioni e fatti delle ultime 48 ore, invece, sembra di poter dire che ad oggi Conte una maggioranza non ce l’abbia. Non senza Italia Viva, almeno. Ne è la prova più lampante l’ultima sortita del premier per le vie di Roma, poco prima che parlasse Renzi, per promettere un non meglio precisato “patto di legislatura”. Contentino svuotato di significato politico, poiché privo dell’assicurazione che esso avrebbe contenuto il Mes.

Perché dunque, è il ragionamento, prestarsi a questo estremo tentativo di mediazione, se in cantiere è già pronta una pattuglia di responsabili? E perché, visto che con Renzi il feeling non è mai scattato, non spingere invece per favorire questa sostituzione indolore, con Italia Viva fuori e i nuovi contiani dentro? La risposta può essere soltanto una: perché al momento, almeno fino a ieri, i numeri non c’erano.

Ecco perché Conte rischia di pagare a carissimo prezzo il bluff di due giorni fa, quando fonti di Palazzo Chigi facevano sapere che “se il leader di Iv Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia viva“. Questo è stato lo strappo deciso da Conte, l’azzardo con cui sperava di vincere la partita, convinto che mai e poi mai Renzi avrebbe rischiato un rilancio con la concreta prospettiva di salutare il governo.

Il senatore di Rignano, invece, ha deciso di vedere se il premier aveva o meno il punto. Così facendo ha posto Conte dinanzi ad un bivio: raccattare un manipolo di responsabili – durissimo contrappasso da sopportare per il premier del fu “governo del cambiamento” – oppure andare a Canossa, cospargersi il capo di cenere e smentire sé stesso, accettando di buon grado il rientro dei renziani nella sua maggioranza come unica opzione per restare a Palazzo Chigi.

Altra soluzione non sembra esserci per il presidente del Consiglio, che tra i due scenari – in queste ore – mostra risentito e orgoglioso di preferire di gran lunga il primo. Offeso con Renzi, spera e crede di riuscire a sopravvivergli. Magari infliggendogli una lezione come quella impartita in Senato a Salvini. Allora, però, a rendere possibile la sua vittoria fu proprio il sostegno insperato di Renzi. Mentre adesso si fatica onestamente a pensare che ad incarnare il ruolo di kingmaker possa essere davvero Clemente Mastella.

Rebus che solo Conte può sciogliere. Con il rischio di restare vittima del suo bluff, quando gli stessi parlamentari che oggi twittano l’hashtag #AvantiConConte, accortisi che responsabili ce ne sono sì, ma non abbastanza, potrebbero sacrificare il loro nuovo idolo sull’altare del proprio seggio.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!