Perché il voto ai 16enni (da subito) è una gran parac*lata

Enrico Letta e Luigi Di Maio

Il fatto che la proposta Letta-Di Maio sull’estensione del diritto di voto ai 16enni sia diventata argomento pressoché prioritario all’interno del governo la dice lunga sulla qualità del dibattito e dell’agenda politica italiana. C’è chi ne fa una questione di ideali, chi prova a farla passare come un’apertura nei confronti dei tanti giovani che alcuni giorni fa hanno sfilato a favore dell’ambiente nel nome di Greta.

Ecco, tradurre quella mobilitazione in una legge che dia modo a parte di quel popolo di esprimere il proprio voto una volta compiuti 16 anni è una risposta ruffiana. Non è una risposta politica.

Non è tanto una questione di ormoni impazziti, di esperienza carente, di impreparazione vera o presunta delle nuove generazioni: il voto di milioni di adulti è la prova provata di come molti italiani siano soliti ascoltare di più quel che dice la pancia che non il cervello.

Si tratta invece di essere seri, di evitare – per usare una terminologia cara ai più giovani – di essere dei gran parac*li.

Specifichiamolo: l’idea non è sbagliata, ma è innanzitutto ininfluente. I 16-17enni residenti oggi in Italia sono poco più di un milione. Il loro peso elettorale? Uguale a circa il 2%.

Certo, si può insistere su questo discorso per incoraggiare i cittadini di domani a svolgere un ruolo più attivo nella vita del proprio Paese. Ma una politica sana dovrebbe essere più impegnata a mettere in cantiere delle proposte che facciano il loro bene concretamente. In primo luogo investendo sull’istruzione, sull’educazione, sulla formazione, sull’università, sulla facilità d’inserimento nel mondo del lavoro una volta terminati gli studi.

Prima di aprire al diritto di voto, dunque, è forse più corretto garantire a chi ha 16 anni il diritto ad essere un cittadino consapevole. Di nuovo: nessuno dice che al compimento dei 18 anni si diventi di colpo più preparati, colti, consapevoli e responsabili. Ma questo non è un buon motivo per allargare la platea di chi sceglie il futuro dell’Italia senza conoscere il nome del Presidente della Repubblica, senza essere in grado di valutare l’impatto e l’importanza del proprio voto, senza aver letto la Costituzione almeno una volta nella vita.

Questo Paese è troppo spesso preda di una frenesia malata. Non conosce il valore della programmazione, della pianificazione. Si vuole proprio aprire al voto ai 16enni? Bene, ma non da domani. Prima si introduca a regime l’educazione civica fin dalle scuole elementari: sia resa materia oggetto di valutazione (deve fare media), la si affronti con cadenza frequente (per dire: un’ora a settimana non basta), la si insegni con approfondimenti legati all’attualità politica e sociale (il libricino da solo non è sufficiente). Insomma, diventi una cosa seria. E a partire dal prossimo anno si inizi a rendere i 16enni che verranno migliori dei loro genitori e dei loro nonni. Ce n’è un disperato bisogno.

Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

letta renzi

 

Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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