Conte La Qualunque: promesse e offerte ai “disponibili” pur di non mollare la poltrona

Chi è Giuseppe Conte? Forse non è tardi per domandarselo. Non dopo quanto andato in scena oggi in Parlamento: teatro di uno spettacolo che ci saremmo onestamente risparmiati, palcoscenico dell’ennesimo episodio di una serie tv intitolata “Conte allo specchio”.

Oggetto della trama il racconto delle meravigliose imprese del premier, con tanto di tifo da stadio ad alzarsi dai banchi della maggioranza. E allora forse non è un caso che nel parlare del Recovery Plan, Conte sia incappato ad un certo punto del suo discorso in un lapsus che solo gli ingenui non possono definire freudiano: “Recovery Fan”, prima di correggersi rapidamente, ma comunque troppo tardi.

Di fan è in cerca nel Paese, di fan è a caccia nel Parlamento. A loro si rivolge quando domanda l’appoggio di “forze parlamentari volenterose”, quelle che un tempo erano responsabili e oggi si chiamano costruttori. Ma soprattutto alle “persone disponibili a mantenere elevata la dignità della politica”: Conte ci perdonerà se sottolineiamo che è stato un po’ lungo: lui cerca “persone disponibili”, punto.

Lo si è intuito in maniera chiara quando ha chiesto il sostegno di “liberali”, “popolari” e “socialisti”. Mancava chiedesse l’aiuto di No Vax e terrapiattisti (ops, forse quello ce l’ha già) per completare il suo personale pantheon di ideali in Parlamento. Così facendo ha chiarito che Conte non cerca la fiducia per il Conte Ter. No, Conte chiede il voto per varare il “Cont-eterno”, nuovo capitolo di una saga in cui il premier si pensa indispensabile e insostituibile. Pronto a tutto pur di non tornare ad insegnare.

Distillato di arroganza, Conte si sente padrone di dare risposte per gli altri, di parlare a nome degli italiani tutti. Come quando dice che i cittadini non colgono alcun “plausibile fondamento” all’apertura della crisi. O come quando, ancora, si fa una domanda e si dà la risposta: “C’era davvero bisogno di aprire una crisi politica in questa fase? No”. Chiusa ogni discussione, bollate come “attacchi scomposti” tutte le manifestazioni di dissenso. C’è spazio solo per gli auto-elogi, per gli articoli dei Nobel per l’economia che ne approvano le mosse (non per quelli che le criticano, s’intende).

Si arriva persino ad agitare lo spettro dello spread, cavallo di battaglia di un suo predecessore molto noto ma molto poco popolare: anche lui salito a Palazzo Chigi da non eletto, anche lui tentato dall’irresistibile fascino dell’agone politico, poi clamorosamente respinto dalle urne che voleva sbancare. Ma la storia non sempre porta consiglio.

Oggi però più che della storia è il tempo della cronaca: e i fatti ci dicono che Conte si trova perfettamente a suo agio nel Parlamercato che un tempo sosteneva suscitargli ribrezzo. Lascia intendere di essere pronto ad assegnare il ministero dell’Agricoltura, libera come in un puzzle da scomporre e ricomporre persino l’Autorità delegata ai Servizi, con un annuncio che più tempista non potrebbe essere: altra tessera da regalare al un sodale per far posto al primo dei “disponibili” che voglia presentarsi alla sua corte. Si spinge addirittura oltre, e cioè a promettere, lui che poco prima aveva criticato chi non comprende le priorità della gente, una legge elettorale di impianto proporzionale, così da sottrarre al giogo dei sovranisti le formazioni moderate utili allo scopo ma oggi a corto di voti.

Infila poi evidenti contraddizioni, se non vere e proprie gaffes geopolitiche, tornando ad equiparare Stati Uniti e Cina, immaginando addirittura per l’Italia il ruolo di raccordo fra le due potenze: esibizione manifesta della sproporzione tra il Conte pensiero e la dura realtà di Paese satellite americano, che non può e non deve permettersi sortite in avanti così ardite. Lezione che dal primo governo Conte al probabile terzo non è stata ancora recepita.

La vetta della comicità si raggiunge però quando Conte esorta il Parlamento: “A tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia, chiedo oggi: aiutateci”. Il sospetto che abbia utilizzato il “nos maiestatis” è fortissimo, tanto il discorso è stato improntato ad assicurarsi un prosieguo, poco importa a quali condizioni. Un po’ come quel politico inventato, eppure così vero, che per assicurarsi l’altrui favore prometteva “cchiù ppilu pe’ tutti”. Si chiamava Cetto, ma oggi Conte La Qualunque non ha sfigurato al suo cospetto.


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Con una mossa il centrodestra può liberarsi di Conte

Sebbene sia chiara la tendenza che oggi vede Conte in palese difficoltà rispetto al giorno d’apertura della crisi, sono in pochi a notare che le difficoltà del premier si devono soprattutto alla tenuta sin qui mostrata dal centrodestra.

Quando l’hashtag #AvantiConConte lanciato da Rocco & friends aveva esaltato le ambizioni dei contiani, erano in tanti a credere che l’UDC di Lorenzo Cesa, col suo prezioso pacchetto di tre senatori, sarebbe passato dalla parte della maggioranza senza farsi particolari problemi.

Come nel più classico dei paradossi, sarebbe stato proprio Silvio Berlusconi – privatamente il leader con i rapporti più cordiali con Giuseppe Conte – a bloccare l’operazione sul nascere, facendo valere se non altro il fatto che i senatori dello scudo crociato sono parte di un gruppo che lascia poco spazio ad interpretazioni: “Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC”.

E proprio il Cavaliere, più dei suoi più giovani colleghi capi di partito del centrodestra, sembra aver compreso preoccupazioni e istinti di sopravvivenza dei tanti corteggiati di queste ore in Parlamento. Se è vero, come Renzi ha detto, che l’ipotesi del voto come soluzione alla crisi non esiste, lo è pure che i proclami con cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affannano ad indicare le urne come “strada maestra” nel caso in cui Conte non raggiunga la maggioranza assoluta di 161 voti al Senato, rappresentano ennesima prova di miopia da parte dei due leader sovranisti.

Per intenderci, la paura è sempre un gran collante, e molti parlamentari oggi dubbiosi se scegliere Conte o la sponda avversa, potrebbero non sentirsi rassicurati – per usare un eufemismo – dalle richieste di “elezioni subito” che provengono dal centrodestra. A maggior ragione considerando che il prossimo Parlamento, complice la mossa kamikaze del recente referendum, accoglierà molti meno deputati e senatori di quelli che oggi ospita. Tradotto: al di là delle promesse che i due schieramenti oggi millantano, anche i più ingenui sanno bene che fra gli scranni non ci sarà spazio per tutti nella prossima legislatura.

Da qui la mossa tattica che il centrodestra dovrebbe compiere per attirare a sé gli indecisi, quanto meno per evitare che votino la fiducia a Conte: far trapelare l’intenzione, o almeno la disponibilità, a dare vita ad un governo di unità nazionale, di scopo, di “salute pubblica”, per riesumare una vecchia formula tragicamente adatta alla situazione sanitaria che il nostro Paese sta vivendo.

Quanto Berlusconi ha ampiamente compreso, al punto da uscire ieri con una nota dai tratti solo apparentemente ambigui, nella quale chiede che “si ridia subito la parola al Capo dello Stato per metterlo in condizione di assumere nel più breve tempo possibile le determinazioni necessarie”. Elezioni? Neanche nominate.

Sensibilità che ancora Salvini e Meloni non hanno sviluppato, preferendo lo scontro di muscoli al lavoro di ricamo. Forse perdendo l’opportunità di mettere con una mossa nel sacco Conte.


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Parlamercato: quando Conte si diceva contrario ai “responsabili”

Sapevamo che il mese di gennaio fosse quello del calciomercato. Il 2021 ci insegna che è anche quello del Parlamercato. Il mercato dei parlamentari, appunto.

Con tutto il rispetto che possiamo portare a degli eletti dal popolo sovrano, ciò che oggi viene sancito è l’ennesimo scadimento della politica nostrana. Da diverse ore, ma forse addirittura da più giorni, cioè da prima che Matteo Renzi aprisse ufficialmente la crisi di governo, è in corso una caccia al voto del responsabile di turno, del senatore che fa la differenza tra la sopravvivenza dell’esecutivo e la sua caduta.

Attenzione: è tutto legittimo, accade tutto all’interno del recinto dei regolamenti parlamentari, ma sentire oggi Dario Franceschini, capodelegazione Pd, nell’atto di dire che il termine “responsabili” non esprime più “negatività” come in passato e che “non c’è niente di male nel dialogare apertamente e alla luce del sole con forze politiche disponibili“, onestamente, a chi scrive, ha fatto un certo effetto.

Vorrei portare all’attenzione del lettore soltanto un dato, che è unicamente politico: a pronunciare frasi di questo tipo, a cercare di raccattare qua e là dei transfughi per tenere in vita Conte, sono gli stessi che accusavano Silvio Berlusconi di compravendita di senatori quando faceva esattamente le stesse operazioni. Sarebbe curioso sapere cos’è cambiato. O forse qualcuno ad un certo punto avrà il coraggio di uscire allo scoperto, di affermare con presunzione e convizione che quando queste trattative le fa il centrosinistra sono “accordi politici” e quando le fa il centrodestra sono acquisti al mercato delle vacche. Punto.

Voglio ribadirlo: nessuno contesta la legittimità dell’operazione imbastita da Conte e i suoi, né ci si meraviglia per la normale controffensiva dell’opposizione, decisa a giocare fino all’ultima la partita per sfiduciare Conte in Parlamento all’inizio della prossima settimana. Però è evidente che rispetto ai vecchi schemi e ai vecchi partiti politici, ciò che stride maggiormente è la posizione del premier dell’ormai fu “governo del cambiamento“, espressione peraltro del partito che voleva introdurre il vincolo di mandato in Costituzione.

Il MoVimento 5 Stelle ne ha fatto per anni un suo cavallo di battaglia. Luigi Di Maio ha denunciato pubblicamente, in più occasione, i cosiddetti “voltagabbana“, minacciando anche la possibilità di introdurre multe da 100mila euro per i trasformisti/traditori. Ecco, ripensare oggi, nel pieno del mercanteggiamento – nessuno si senta offeso, di questo si tratta – all’indignazione di chi si faceva paladino di una solo presunta integrità morale, spiazza.

Così come spiazza ripescare dal proprio personale taccuino la frase annotata il 16 dicembre 2019. A pronunciarla Giuseppe Conte, che in merito ai cambi di casacca decretava: “Sarei per rendere più difficili questi passaggi“. Ecco, giusto per essere chiari: senza “questi passaggi” Giuseppe Conte oggi non sarebbe premier, e neanche potrebbe esserlo domani.


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Il bluff di Conte: così può perdere Palazzo Chigi

Se Renata Polverini (Forza Italia) dice che “al Senato siamo già 15“, parlando di se stessa come una dei “responsabili” o, per usare la forma edulcorata di queste ore, dei “costruttori”, significa che l’operazione per sostituire i 18 renziani nella maggioranza è già partita. Resta però difficile da credere che la compagine di cui sopra si sia già ingrossata a tal punto: se così fosse stato, infatti, senza esitazioni e perdite di tempo avremmo già visto formarsi un nuovo gruppo. Con sommo gaudio di Conte, vincitore della partita in trasferta, ovvero sul terreno di gioco che Renzi più di lui certamente conosce: il Parlamento.

Analizzando atteggiamenti, dichiarazioni e fatti delle ultime 48 ore, invece, sembra di poter dire che ad oggi Conte una maggioranza non ce l’abbia. Non senza Italia Viva, almeno. Ne è la prova più lampante l’ultima sortita del premier per le vie di Roma, poco prima che parlasse Renzi, per promettere un non meglio precisato “patto di legislatura”. Contentino svuotato di significato politico, poiché privo dell’assicurazione che esso avrebbe contenuto il Mes.

Perché dunque, è il ragionamento, prestarsi a questo estremo tentativo di mediazione, se in cantiere è già pronta una pattuglia di responsabili? E perché, visto che con Renzi il feeling non è mai scattato, non spingere invece per favorire questa sostituzione indolore, con Italia Viva fuori e i nuovi contiani dentro? La risposta può essere soltanto una: perché al momento, almeno fino a ieri, i numeri non c’erano.

Ecco perché Conte rischia di pagare a carissimo prezzo il bluff di due giorni fa, quando fonti di Palazzo Chigi facevano sapere che “se il leader di Iv Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia viva“. Questo è stato lo strappo deciso da Conte, l’azzardo con cui sperava di vincere la partita, convinto che mai e poi mai Renzi avrebbe rischiato un rilancio con la concreta prospettiva di salutare il governo.

Il senatore di Rignano, invece, ha deciso di vedere se il premier aveva o meno il punto. Così facendo ha posto Conte dinanzi ad un bivio: raccattare un manipolo di responsabili – durissimo contrappasso da sopportare per il premier del fu “governo del cambiamento” – oppure andare a Canossa, cospargersi il capo di cenere e smentire sé stesso, accettando di buon grado il rientro dei renziani nella sua maggioranza come unica opzione per restare a Palazzo Chigi.

Altra soluzione non sembra esserci per il presidente del Consiglio, che tra i due scenari – in queste ore – mostra risentito e orgoglioso di preferire di gran lunga il primo. Offeso con Renzi, spera e crede di riuscire a sopravvivergli. Magari infliggendogli una lezione come quella impartita in Senato a Salvini. Allora, però, a rendere possibile la sua vittoria fu proprio il sostegno insperato di Renzi. Mentre adesso si fatica onestamente a pensare che ad incarnare il ruolo di kingmaker possa essere davvero Clemente Mastella.

Rebus che solo Conte può sciogliere. Con il rischio di restare vittima del suo bluff, quando gli stessi parlamentari che oggi twittano l’hashtag #AvantiConConte, accortisi che responsabili ce ne sono sì, ma non abbastanza, potrebbero sacrificare il loro nuovo idolo sull’altare del proprio seggio.


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Perché questa crisi impopolare è inevitabile e giusta

Sono le 18 e 16 minuti del 13 gennaio 2021 quando Matteo Renzi annuncia le dimissioni delle sue ministre dal governo Conte II. La precisazione di carattere temporale è d’obbligo, perché la crisi di governo aperta oggi avrebbe potuto – e dovuto – inaugurarsi tempo addietro.

Non serve essere un mago dei sondaggi per sapere che chi oggi muove delle critiche a Giuseppe Conte – l’uomo più amato del Paese – rischia nella migliore delle ipotesi di finire insultato, nella peggiore, forse, una messa in stato d’accusa per lesa maestà.

Ma mente chi oggi finge di non sapere che questo governo fosse immobile da mesi. Vive su Marte chi sostiene si potesse proseguire di questo passo. Tenta di vincere facile chi crocifigge Renzi dipingendolo come il peggiore dei mali col solo fine di nascondere vistose inadeguatezze.

E’ infatti molto semplice, finanche scontato, cercare di individuare le ragioni del leader di Italia Viva in un fantomatico interesse personale. Già solo il fatto che il 73% degli italiani – sondaggio Ipsos di questa mattina – dica di non comprenderne le mosse, suggerisce l’opposto: che giovamento può trarre Renzi da questa crisi? Quale misterioso guadagno può sperare di ottenere? Risposta: nessuno. Almeno non nell’immediato. E si sa che nella politica italiana fare programmi a lunga scadenza è pensiero ardito, errore da principiante che Renzi non commetterebbe.

La verità è un’altra, allora. A ben guardare molto più semplice. Il vero motivo della crisi non sta- o almeno, non solo – nell’acronimo MeMeMes: ovvero quel “metodo, merito e Mes” enunciato da Renzi.

Il motivo della crisi è che questa maggioranza è nata come un governo di scopo: evitare che Salvini prendesse i pieni poteri, ma non si è data un orizzonte politico. Quando la questione prioritaria è diventata la necessità di esprimere una “visione” politica – leggasi alla voce Recovery Plan – i nodi sono venuti al pettine: con le differenze di vedute, ideologiche, addirittura antropologiche dei componenti l’ormai ex maggioranza tramutatesi in ostacoli insormontabili.

Ora, possiamo benissimo scegliere di attribuire tutte le colpe a Renzi. E’ la cosa più semplice da fare. Io che non l’ho mai votato, però, non lo farò. Penso invece che dovremmo cercare di andare più a fondo, senza limitarci alle analisi più superficiali e semplicistiche. Quelle con cui acchiappare un mare di like, per intenderci.

Se oggi la motivazione principale di chi accusa il leader di Italia Viva è che non si apre una crisi durante una pandemia, allora questo qualcuno deve anche essere tanto gentile da dirci perché durante una pandemia non si attiva il Mes sanitario. Se oggi il dogma da non mettere in discussione è Conte, allora Conte deve dimostrare che il suo valore aggiunto è quello di far ragionare su un tema di vitale importanza per il Paese anche la frangia della sua maggioranza più restia a rinunciare ad una folle ideologia. Se oggi, insomma, si decide che Renzi è il male della politica italiana, bene, lo si dica. Ma che poi si inizi anche a farne un po’, di Politica.


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