Il governo è come Mark Caltagirone

Salvini da Giletti

Il quesito che ora si presenta impellente, alla luce dello spettacolo imbarazzante andato in onda da Giletti, è capire a partire da quando “Non è la D’Urso” preferirà trasmettere in prima serata le vicende del governo piuttosto che gli “scoop” su Pamela Prati.

Il materiale per farci sopra una puntata c’è tutto. C’è il personaggio centrale: Salvini. L’arrogante per cui la routine è fatta di inviti ai giudici a candidarsi e minacce di denunce ai pm: insomma, uno pacifico.

Poi c’è Toninelli, il rissoso con gli occhiali. Quello che per una volta non c’entra niente e chiamato in causa da Salvini sullo sbarco di quei 47 disperati a bordo della Sea Watch trova dentro di sé un impeto di coraggio e un briciolo d’orgoglio:”Se vuole dirmi qualcosa me la dica in faccia”.

Ma è evidente che lo show non è abbastanza coinvolgente se sullo sfondo non c’è una storia d’amore. E allora ecco arrivare il leader mediterraneo, l’abbronzato Luigi Di Maio, lui sì che nell’amore con Salvini c’ha creduto. Da un po’ di tempo, però, ha capito che il loro era un rapporto a senso unico: a stare bene era solo Matteo. Così da qualche settimana ha tirato fuori il carattere, forse pure troppo. La sua vena polemica è onestamente irritante. Il dubbio che attanaglia i fan è capire se tiri la corda per romperla o per attirare a sé Salvini, per conquistarsi i propri spazi nella coppia.

In questi intrecci da Beautiful si muove la realtà. Quella di un esecutivo che per stessa ammissione di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, trova che “governare diventa impossibile”. Perfino un Consiglio dei ministri diventa un ostacolo insormontabile, al punto che decreto Sicurezza-bis, decreto Natalità e per le autonomie diventano più che materie di discussione oggetto di scontro. Dunque speranza di non-incontro.

E’ tutto un “vediamo se il Cdm può slittare”, un “cerchiamo di farlo dopo le Europee”, “vediamoci ma scegliamo un altro ordine del giorno: magari ‘varie ed eventuali'”.

Va in onda lo stallo, il disfacimento dei rapporti umani e di lavoro, la fuga della realtà. Perché è evidente: il governo è come Mark Caltagirone. Non esiste.

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.

Quanto ci costano le sparate “spreadgevoli” di Salvini

Di Maio e Salvini

Ha troppo spesso gioco facile, Matteo Salvini, nel dire che prima dello spread vengono gli italiani. Peccato che l’andamento dello spread, che lo vogliamo o no, sia strettamente collegato alle fortune economiche degli italiani.

Se il vicepremier della settima economia al mondo – per inciso, l’Italia – si rende responsabile di frasi del tipo: “Del 3% me ne frego” succede una cosa molto semplice: tutti gli investitori, quelli che hanno comprato il nostro debito, capiscono che di questo Paese già così indebitato non ci si può fidare. Iniziano a vendere i nostri titoli di Stato e lo spread si impenna. In soldoni: perdiamo parecchi soldoni. Quanti?

Dal 4 marzo 2018 al 3 maggio, data dell’ultimo rilevamento della Fondazione Hume, si calcola che la ricchezza degli italiani tra titoli di Stato, obbligazioni e azioni sia diminuita di 90 miliardi di euro. I circa 30 punti guadagnati dallo spread in questi ultimi giorni fanno avvicinare pericolosamente il conto fino a 100 miliardi.

Ora fa sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che Luigi Di Maio abbia scoperto il valore della prudenza proprio a ridosso della campagna elettorale. E’ bello notare che tutto ciò che gli veniva contestato ora viene utilizzato proprio da lui per far sembrare Salvini l’unico responsabile dello sfacelo.

La verità è che questi 100 miliardi di euro andati in fumo, che sarebbero tornati utilissimi ora che il governo è impegnato in un’affannosa ricerca di risorse per evitare l’aumento dell’Iva (che impatterà direttamente sulla spesa di milioni di famiglie), altro non sono che la diretta conseguenza degli errori politici del governo Lega-M5s.

Certo in un clima di grande incertezza globale, con la guerra dei dazi tra Usa e Cina che manda a picco le Borse, delle sparate di Salvini non si sentiva il bisogno.

Sembra evidente che il leader della Lega abbia stabilito che i suoi voti – purtroppo direttamente connessi a frasi ad effetto come quelle sul vincolo del 3% – contano più dei soldi degli italiani.

Basta fare un semplice calcolo: 100 miliardi di ricchezza dello Stato bruciati a causa dello spread, diviso per 60 milioni di italiani fa circa 1.600. Sono gli euro che ogni italiano ha perso in meno di un anno a causa delle sparate “spreadgevoli” di Salvini e associati.

Se è vero che gli italiani votano con una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio lo scopriremo presto…

“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

Penne nere, non camicie

Il cappello degli alpini con la tradizionale penna nera

Sfilano gli Alpini. E ti si gonfia il petto. Come se quel cappello con la penna nera lo indossassi proprio tu. Sfilano gli Alpini, orgoglio nazionale, e pensi a quei giovani pronti ad immolarsi sulle montagne per le famiglie lasciate nelle valli, a quei ragazzi addestrati per combattere tra i ghiacci e poi inviati tra le dune del deserto, per assecondare famelici appetiti coloniali di questo o quel regime.

Li vedi marciare, fieri, come fossero loro gli eroi mandati al massacro nella campagna di Russia, loro i compagni dei caduti all’Ortigara, sempre loro, ancora loro, gli ultimi bastioni ad impedire l’ingresso degli “invasori”.

Sono gli eredi di una tradizione e di un sentimento, di un orgoglio e di una cultura. Ed è impossibile non percepire la differenza che passa tra chi indossa questa divisa per cuore e storia, come fosse una seconda pelle, e chi invece usa quella dei corpi di polizia dello Stato come uno strumento per i suoi fini elettorali. E’ innegabile il senso di nostalgia che assale chi vede sfilare queste reali espressioni di un’identità nazionale coraggiosa, nobile e incondizionata, a paragone dei nazionalismi e dei sovranismi che di patriottico hanno ben poco.

Quella degli Alpini è la storia di un’Italia semplice e di cuore. E’ quella del binomio coi muli, splendidamente fotografata da Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”: “Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai“.

In un’epoca di nuove e vecchie inquietudini, di pericolosi richiami, di fascismi diversi ma pur sempre fascismi, è bene urlare forte e chiaro il loro motto, quello degli Alpini:”Di qui non si passa“. Sono penne nere, non camicie.

Salvini e il suo personalissimo decreto Insicurezza

Salvini e il decreto sicurezza-bis, ovvero il suo personalissimo "decreto insicurezza"

Eccolo, il caso Siri ha presentato il conto. E non si tratta dei sondaggi che danno la Lega per la prima volta da mesi in forte calo. No, lo scotto lo ha pagato Salvini in persona, al di là dei voti, che alle Europee certamente verranno.

Vittima di una “sindrome da accerchiamento”. “Terrorizzato” dal fatto che gli annunciati “sviluppi” dell’inchiesta in Lombardia possano travolgere il fiore all’occhiello leghista della Sanità, Salvini ha perso la calma e tentato di tutto, in questi giorni, per tornare a dettare l’agenda, per fare cioè quel che ha fatto per 10 mesi indisturbato: il vincente, l’uomo dal tocco magico sempre e comunque.

Eppure qualcosa s’è rotto, perché la lucidità è la qualità che per prima traballa, fortemente vacilla, quando il vento che prima gonfiava le vele comincia d’un tratto, senza preavviso, a soffiarti contro.

Non serve un genio per unire i puntini: prima l’annunciata chiusura dei canapa-store (smentita da una sua stessa direttiva in cui si ordinavano soltanto controlli e non il sequestro degli esercizi commerciali). Poi la polemica con la Difesa per il salvataggio di alcuni migranti prossimi all’annegamento da parte della Marina, seguita dalla promessa:”Io porti non ne do”, sconfessata anche questa dagli sbarchi di ieri.

E ancora: la lettera inviata a Conte e Moavero in cui l’uomo che aveva promesso 600mila rimpatri chiede agli altri – lui, agli altri – un “salto di qualità” nella politica estera. Che tradotto è un messaggio di resa. Come le accise, promesse tradite.

Infine il fallo di reazione. Quello forse più grave. Il cosiddetto “decreto sicurezza-bis“: un insieme di norme da discutere in Cdm che, se approvato, farebbe di Salvini il Signore dei Mari e il nuovo ministro dei Trasporti de facto. Nel testo, infatti, il Viminale chiede la competenza a “limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica“. Come dire che Toninelli non solo non conta, adesso facciamo finta che neppure esista, togliamogli il lavoro, il ministero, ci pensa Salvini.

Sono tutti segnali inequivocabili di una barra non più dritta, di un’incapacità di frenare quella voglia di rivalsa che è la cifra di un’arroganza prima umana e poi politica.

Salvini ha perso una battaglia, ma per la smania di rifarsi rischia ora di perdere la guerra.

Dunque non chiamatelo “decreto sicurezza-bis”, è più giusto chiamarlo per quello che è: il suo personalissimo “decreto insicurezza”.

Governo “in fumo”

Cannabis, polemica nel governo

Che Matteo Salvini rilanci la sua campagna elettorale per le Europee sul tema della lotta ai canapa shop ci dice almeno un paio di cose: primo, in Italia è chiaro a pochi per cosa si voterà il prossimo 26 maggio; secondo, il leader della Lega sta sbandando. Qui non si tratta di essere pro-cannabis. Chi vi scrive non ha mai fumato una sigaretta in vita sua, figuriamoci se può essere favorevole alle canne.

Ma il fatto che il primo punto sull’agenda del ministro dell’Interno, quello che deve occuparsi della sicurezza di tutti gli italiani, siano i negozi che si vendono canapa industriale, che nulla ha a che vedere con gli stupefacenti o con gli aspetti ludici della cannabis, la dice lunga sul senso di realtà che in questi giorni anima Salvini. Lo Stato spacciatore non è quello che vende prodotti farmaceutici e per la cosmesi a base di canapa, è quello che non fa niente per eliminare lo spaccio di droga dalle nostre città. La lotta alle droghe (leggere e pesanti) si fa con altri strumenti e altri metodi, non chiudendo 3 negozi (giusto così se fuorilegge) per raccattare i voti dei seguaci di Giovanardi.

Qui l’approccio è sempre lo stesso: superficiale, arrangiato, propagandistico. Come quello che ha caratterizzato le politiche sull’immigrazione, che non si arresta bloccando un barcone di 49 migranti una-tantum, ma andando a discutere coi Paesi di partenza e di approdo un sistema in grado di limitare l’impatto dei flussi, che non si arresteranno solo perché lo vuole Salvini.

Resta l’immagine di un governo che è di fatto chiuso fino al voto. Tanto rissoso quanto incapace di incidere sulla vita quotidiana delle persone, tanto al capolinea che ormai ogni giorno è buono per trovare un argomento divisivo, un motivo per sottolineare che lavorare insieme non si può. La polemica sulla cannabis è l’ultimo capitolo di un esecutivo surreale, che agita lo spettro di una chiusura dei canapa shop che lascerebbe per strada diecimila persone impiegate nel settore. Ma del resto Di Maio insegna con il decreto Dignità che questo governo non si tira indietro quando si tratta di far perdere posti di lavoro.

La sensazione è quella di un esecutivo inesistente, sfasciato, di mezzi leader senza visione, di uno sguardo che il futuro non solo non lo vede, nemmeno lo immagina. Di un governo “in fumo”. O solo fumo e niente arrosto, se preferite la battuta.

Siri, c’è il primo grande errore politico di Salvini

Tra poche ore conosceremo l’epilogo del caso Siri. Scopriremo cioè se il Consiglio dei ministri costituirà la fine del teatrino del governo o l’inizio della fine del governo.

Ma in questi giorni vissuti sulle montagne russe, tra un giustizialismo sfrenato (5 Stelle) e un garantismo fin troppo ostentato (Lega), è emerso un lato del carattere di Salvini che rischia di rivelarsi in futuro come il più grande dei suoi limiti: la mania di avere sempre l’ultima parola, anche quando non ci sono le condizioni per averla. L’arroganza tipica di chi non ammette di tornare sui suoi passi, neanche quando i suoi passi sono sbagliati.

Ora è chiaro che l’indagine su Siri abbia rappresentato per la Lega un motivo d’imbarazzo umanamente e politicamente difficile da gestire, mancherebbe altro. Ma la vicenda ha assunto fin da subito – complice il pressing M5s – una piega tale che la difesa ad oltranza del sottosegretario ai Trasporti è diventata col passare dei giorni un esempio di autolesionismo incomprensibile.

Detto che il garantismo è un valore a queste latitudini sempre più raro, assodato che la doppia morale 5 Stelle è sempre in agguato, la decisione di Salvini di impuntarsi su Siri non ha una spiegazione logica.

Molto semplicemente: se vuoi far cadere il governo, aprire la crisi immolandosi per un sottosegretario indagato per corruzione non è una mossa geniale. Potevi e dovevi farlo prima: sarebbe stato più credibile farlo sulla Tav, sarebbe stato più coerente farlo sulle autonomie, sarebbe stato più intelligente farlo sul reddito di cittadinanza e in conclusione sarebbe stato meglio non firmare proprio il contratto.

Se invece fai le barricate su Siri per differenziarti dalle aggressioni manettare dei pentastellati, se lo fai per occupare un campo, perché vuoi sostituire Berlusconi nell’elettorato di centrodestra anche per quanto riguarda la battaglia per il garantismo: bene, puoi farlo, ma la Giustizia non è mai stata in cima alle priorità degli italiani, è un gioco a perdere, non vale la candela.

L’unica lettura politicamente plausibile è quella onestamente più infantile: su Siri non si arretra di un millimetro dal momento che a volere la sua testa sono Di Maio e i 5 Stelle.

Dunque Salvini, pur di difendere la propria immagine di “uomo forte”, pur di non concedere lo scalpo di Siri, decide scientemente di entrare in un vicolo cieco. Ufficialmente per non consentire a Di Maio di fruire del dividendo, della spinta elettorale alle Europee che le dimissioni ordinate da Salvini gli garantirebbero. Sostanzialmente, però, facendo ancora più danni: perché la gente normale, quella che decide negli ultimi giorni chi andare a votare, quella che osserva senza i pregiudizi del tifoso, questa indisponibilità a scaricare un indagato per corruzione – o quanto meno a metterlo in panchina fino a quando la sua posizione non sarà chiarita -proprio non se la spiega.

La riflessione è che in tempi d’oro, come quelli che Salvini sta vivendo, il leader che non cambia idea, che non modifica le proprie opinioni costi quel che costi, viene vissuto dal “popolo” come un infallibile decisionista. Ma quando il vento gira, e prima o poi questo accade, quella stessa “qualità” viene interpretata come arroganza, tendenza al dispotismo, mancanza di autocritica, assenza dell’elasticità necessaria ad un “capo”.

Adesso è evidente che Salvini abbia commesso in questo primo anno da vicepremier diversi errori politici. Ma sono errori di governo e di visione, di costruzione di un Paese che si riscopre ogni giorno più incattivito e intollerante, più razzista e, se ce n’è l’occasione, pure fascista. Tanto se una cosa la dice Salvini, perché non posso pure io…no?

Sul caso Siri, però, va in scena il primo vero grande errore politico-mediatico, se così vogliamo chiamarlo, del Salvini leader di partito. Era un terreno scivoloso, bisognava giocare su un altro campo o non giocare affatto.

È un peccato d’arroganza, che Salvini ha commesso: ha creduto di poter vincere anche questa, come sempre era successo finora. Ricapiterà, perché è la sua indole priva di limiti e moderazione che glielo impone. L’incapacità di capire che “avere carattere” non significa sempre “dimostrare di avere carattere”.

Il futuro dopo Siri: c’è l’embrione di un nuovo governo

Dietro la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul caso Siri non si cela soltanto la fretta del MoVimento di risolvere una questione imbarazzante per l’auto-proclamato “governo del cambiamento”. Né la questione è catalogabile solo come la volontà di Di Maio e Conte – sempre più premier M5s – di esibire lo scalpo di un fedelissimo di Salvini ai propri elettori e ringalluzzirli in vista delle elezioni Europee. C’è certamente questo, ma non solo.

La manovra di ieri rivela una volta di più che la frattura tra Di Maio e Salvini non è ricomponibile. Dopo le Europee verrà scelto dal leader della Lega un casus belli per rompere il patto di governo.

Non è convenienza di Salvini sacrificare l’esecutivo sull’altare di Siri. In primis perché – per quanto si possa essere garantisti – non v’è certezza che il sottosegretario sia innocente come dice. Impostare poi una campagna elettorale sull’indisponibilità a rinunciare ad un sottosegretario indagato per corruzione significherebbe un clamoroso autogol.

Da questo ragionamento ne deriva un altro: se questo governo cade è chiaro che non potrà ripresentarsi dopo le nuove elezioni Politiche identico a se stesso. E qui sta l’accelerazione di Conte. Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di occupare l’arco sinistro del Parlamento. La “sfrontatezza” con cui si decide di stuzzicare Salvini nelle ultime settimane è figlia di una sicurezza che il leader della Lega non ha: la possibilità di una maggioranza alternativa dopo le urne.

Qui interviene il Pd di Zingaretti. Perché sono sempre di più i segnali che lasciano intravedere la volontà di un dialogo tra le parti. Un sondaggio di Porta a Porta dice che il 54% degli elettori dem sarebbe disponibile ad un’alleanza coi 5 Stelle. Poco più di un elettore su 2. Una percentuale che dà l’idea della spaccatura all’interno del partito sulla questione. E che prefigurerebbe la nascita di un nuovo partito di stampo centrista di Renzi.

Di questa exit strategy non dispone, ancora, Matteo Salvini. Se il MoVimento 5 Stelle può permettersi di forzare, consapevole che prima o poi a strappare sarà la Lega per capitalizzare il proprio consenso, d’altro canto Salvini ha ancora un problema: Silvio Berlusconi. Fiaccato com’è da un intervento chirurgico non banale, recluso al San Raffaele e impossibilitato a lanciarsi in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua sopravvivenza politica, è ancora il Cavaliere il freno alle ambizioni di Salvini. Una Forza Italia marginale, ampiamente sotto il 10%, darebbe a Salvini la possibilità di lanciarsi nel suo progetto di nuovo destra-centro, costituendo un’alleanza che vedrebbe in Toti e Meloni le sue stampelle.

Fino al 27 di maggio, però, questo scenario è bloccato, sospeso. Ne deriva un vantaggio di tempo per Di Maio, autorizzato fin da ora a bombardare il suo alleato di governo, nella speranza che le Europee vedano primeggiare il M5s rispetto al Pd e gli consentano di arrivare alle Politiche, presumibilmente in autunno, con lo slancio di chi intende esprimere, dopo l’accordo con Zingaretti, il nome del prossimo premier.

Questo è lo scenario, la strategia. C’è l’embrione di un nuovo governo. Che gli italiani lo sappiano, almeno.

Salvini e 23 miliardi di bugie per comprare gli italiani

Matteo Salvini l’ha sparata grossa. E il mitra stavolta non c’entra. Siamo nel campo delle illusioni, ma la portata dell’ultima promessa è talmente spropositata da meritare un approfondimento.

Si parla dell’aumento dell’Iva e degli ormai famosi 23 miliardi da trovare per evitarne l’aumento. Salvini presenta la sua ricetta a ‘La Stampa’: “Sono serenissimo. Perché credo il 27 maggio l’Europa cambierà approccio. Lo sanno anche la Merkel e Macron, i finlandesi o gli spagnoli che domani vanno a votare. La politica europea va rivista interamente. Vedrete che dopo le elezioni nessuno ci verrà a chiedere 23 miliardi“.

Ora, a parte che “stare sereni” in politica ha dimostrato di non portare particolare fortuna, ma il messaggio che traspare da una frase di questo genere è chiaro: “Votate la Lega e nessuno dall’Europa ci chiederà quei soldi”. Bugie su bugie, 23 miliardi di bugie.

Ne elenchiamo un paio. La prima è frutto di un’amnesia. Di sicuro Salvini ha dimenticato che non è stata l’Europa a chiedere all’Italia di mettere nero su bianco l’aumento dell’Iva, ma il suo governo. Basta leggere il Def, citofonare Tria, via XX Settembre, Roma.

La seconda bugia specula sulla disinformazione di tanti italiani. Si chiamano elezioni Europee perché vota tutta l’Europa. Questo significa che Salvini e i 5 Stelle – e con loro tutti i partiti euroscettici che si candideranno in Francia, in Spagna, in Germania e così via – nel migliore dei casi controlleranno il 25% dei seggi dell’intero Europarlamento. Popolari europei, socialdemocratici e i liberali dell’Alde grazie all’ingresso di Macron, avranno la maggioranza in Europa anche dopo il 26 maggio. Lo dicono tutti i sondaggi. Salvini si metta l’anima in pace: il voto alla Lega è l’emblema del voto inutile.

È all’interno di questo contesto che bisogna inserire le promesse di Salvini. Chiamarla mancia elettorale è fargli un complimento. Questi 23 miliardi non sono nelle sue disposizioni. Se vuole comprare gli italiani provi almeno a farlo coi suoi soldi. Basterebbero 49 milioni.