Conte e Salvini, adesso basta: è ora di parlarsi davvero

Come in tutte le discussioni è difficile individuare chi abbia cominciato. Nel caso specifico chi, tra Salvini e Conte, abbia trasceso il confronto politico portandolo sul piano personale. Ci sono buone ragioni per credere che tutto sia iniziato nel giorno della resa dei conti in Senato, quando il “nuovo” Conte dismise i panni del sovranista infliggendo al Capitano una dura lezione, ritagliando su sé stesso, come un abile sarto, i panni del perfetto erede di sé stesso.

I leali a Conte giurerebbero che ad infliggere la prima pugnalata sia stato Salvini, reclamando per sé “pieni poteri” dopo aver assicurato sostegno al governo dell’allora “avvocato del popolo“. Dalle parti della Lega, però, risponderebbero che la vera frattura umana si è consumata quando Conte ha abbandonato Salvini al suo destino sulla vicenda Gregoretti, negando una sua responsabilità nel mancato sbarco dei migranti costato un processo al leader del Carroccio.

Da lì in poi le relazioni tra i due sono state sbatacchiate da una parte all’altra, vittime dei colpi inflitti fra sgarbi istituzionali e reciproci dispetti, precipitando inevitabilmente in un’assenza di dialogo, se si fa eccezione per le bordate a mezzo social e le telefonate di finta cortesia.

Comunque la si pensi, è giunta l’ora di mettere un punto. Con il Paese entrato a pieno titolo in una seconda ondata che promette di avere costi – almeno sociali – se possibile più gravosi della prima, è lecito attendersi dal leader del governo e da quello d’opposizione la maturità giusta per mettere da parte ripicche e incomprensioni.

In primavera non ne furono in grado: uno convinto d’essersi trasformato in Churchill, l’altro ignaro del fatto che in tempi di guerra ci si stringe tutti attorno al governo, levandosi la maglia della propria squadra per indossare quella del Paese. Se qualcosa questi primi giorni di ritorno del contagio ci stanno dicendo, è che lo spirito di unità che contraddistinse l’Italia del marzo scorso è ormai evaporato. Legittima rabbia dei settori più colpiti dalle strette, unita a stanchezza e mancanza di fiducia nelle istituzioni stanno insinuandosi in sempre più cospicue frange della popolazione. Fino a minare gli sforzi della collettività.

Per invertire l’inerzia, ritrovare la compattezza che serve ad uscire integri dall’occhio del ciclone, serve sotterrare l’ascia tra rivali, per riservarne i fendenti solo al virus, tornando a parlarsi davvero. Con la promessa di incrociare nuovamente le spade, certo. Ma solo quando questo incubo sarà finito.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

L’ultimo tentativo prima di chiudere tutto

L’ultimo tentativo prima di chiudere tutto. Si può sintetizzare in questo modo il nuovo Dpcm firmato nella notte da Giuseppe Conte in materia di contenimento del contagio.

Dopo aver letto il documento di 21 pagine che il premier presenterà all’ora di pranzo, si ha la netta sensazione di cogliere lo spirito che ha animato il governo nella stesura del provvedimento: salvare il salvabile.

Eppure non mancano le contraddizioni. Ad esempio viene disposta la chiusura di bar e ristoranti dalle 18 in avanti, come quella di palestre e piscine, ma si lasciano aperti i centri commerciali nei fine settimana: col serio rischio di lasciare in circolazione una bomba virologica pronta ad esplodere.

Lo stesso può dirsi per le norme adottate rispetto alla Didattica a distanza nei licei, prevista “almeno al 75%”. Se c’è una fascia di studenti a cui si poteva chiedere un sacrificio maggiore, anche se non a cuor leggero, era proprio questa. Con ogni probabilità saranno i governatori di Regione a portare la percentuale al 100%, disponendo la chiusura totale degli istituti superiori.

Si tratta di misure che vengono adottate, procedendo un po’ a tentoni. E a mio avviso con un certo ritardo. Se applicate un paio di settimane fa, quando in giro per l’Europa infiammava il contagio di ritorno, avremmo forse avuto qualche motivo in più per sperare di appiattire la curva. Quanto oggi non siamo più in condizione di dire: perché i buoi sono già scappati dalla stalla.

Possiamo però sperare di limitare i danni. In questo senso, due sono le cose da fare: primo, coinvolgere (davvero) l’opposizione nelle scelte per compattare il fronte interno; secondo, attivare il Mes oggi, al più tardi domani, perché di una sanità più forte avremo purtroppo bisogno.

Ah, c’è anche una terza cosa, per chi ci crede: farsi il segno della croce.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Non è troppo tardi per sostituire Arcuri con Bertolaso

Vivere all’interno di un déjà vu è esperienza straniante. Pure se il calendario indica il 21 di ottobre, la sensazione è quella di essere improvvisamente ripiombati nelle angosce di marzo.

Eppure, in confronto alla scorsa primavera, l’andamento del virus aveva fatto all’Italia un regalo inatteso. Se nei giorni della prima ondata chiedevamo a noi stessi e al Cielo perché proprio noi, fra tutti, fossimo colpiti dal morbo prima e più degli altri, nelle prime settimane d’autunno, vedendo i contagi dei vicini aumentare a dispetto dei nostri, abbiamo cullato l’idea d’essere diventati improvvisamente immuni ad un’ondata di ritorno.

Così dimenticando come il virus c’aveva ferito. Quasi abolendo il ricordo degli appelli lanciati ai cugini d’Europa nei mesi scorsi, quando li invitavamo ad avvantaggiarsi, a non aspettare tempo, che prima o poi sarebbe finito, pure per loro.

Ma come spesso nella storia umana accade, in specie a queste latitudini, la lezione non è servita. Piuttosto abbiamo scelto di gonfiare il petto parlando di un inesistente “modello Italia“, dimostrando così di non aver compreso la straordinaria occasione fornitaci dal virus in questa fase: intervenire prima piuttosto che curare dopo. Tra interminabili riunioni e indefiniti confronti, fra indecisioni e ritardi, il tempo è infine scaduto. Non siamo più nelle condizioni di controllare il virus, ci tocca di nuovo inseguirlo. Come a marzo, sapendo già di perdere la corsa. Eccolo, l’aspetto più inaccettabile di questo déjà vu: l’aver intimamente compreso che tante morti non c’abbiano insegnato niente, che la paura non è stato un deterrente tale da metterci al riparo.

In questa serie di corsi e ricorsi, idee e soluzioni della prima ondata tornano purtroppo di moda. Ad esempio, quella proposta da questo blog in tempi non sospetti: affidare a Guido Bertolaso la gestione dell’emergenza a livello nazionale.

Uscendo dal “loop” che ci vede ricalcare lo stesso drammatico rituale del passato recente: tra Dpcm, scontri tra Governo e Regioni, Governo e opposizione, Governo e sindaci, virologi e virologi, possiamo – volendolo realmente fare – cogliere ancora i vantaggi che l’esperienza ci ha fornito. Sappiamo, per esempio, che Domenico Arcuri non è la persona adatta a svolgere il ruolo di commissario per l’emergenza anti-Covid. Senza astio: semplicemente non è il suo mestiere.

Certo, per nominare Bertolaso servirebbe a Conte una dose di coraggio e di umiltà forse insperata, poiché significherebbe ammettere che in questi mesi la gestione della crisi non è stata quella dovuta. Ma l’altro lato della medaglia offre innegabili vantaggi all’esecutivo stesso: su tutti sterilizzare in partenza le critiche e le accuse provenienti da un campo, il centrodestra, che guarda a Bertolaso come uomo della propria area. Compattando così il fronte in vista di inevitabili sofferenze.

Senza dimenticare l’altro aspetto, il più importante: Guido Bertolaso è il numero uno quando si tratta di gestire le emergenze. Non è troppo tardi.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?

Che si sia entrati in una nuova fase è chiaro ormai da giorni, cioè da quando la drastica impennata dei contagi ha spazzato via l’illusione che, avendo pagato un conto salatissimo nella prima ondata, l’Italia avesse potuto meritarsi una sorta di impenetrabile scudo contro sofferenze di ritorno. A certificare però che il clima è definitivamente cambiato sarà questa sera la conferenza stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, chiamato ad illustrare i dettagli del Dpcm che, nelle speranze del governo, dovrebbe portare nel giro di alcune settimane a frenare il ritmo dei ricoveri.

Le lancette dell’orologio tornano dunque alla scorsa primavera, a quando le dirette tv del premier rosicchiavano di volta in volta nuovi spazi alle nostre vite, disegnando confini sempre più stretti, tanto intollerabili quanto necessari.

Prepariamoci allora a compulsare freneticamente la pagina Facebook del premier, a dare voce nella stanza accanto per dire che è stato avviato il segnale da Palazzo Chigi, a prendercela con Rocco Casalino per la mancata puntualità della diretta, a stimare l’innata capacità di Enrico Mentana di intrattenerci per interminabili minuti parlando di tutto e di niente, neanche fosse un alunno impreparato e noi i professori da irretire con fiumi di parole.

Tutto come prima, dunque? Non proprio, perché da marzo ad oggi sono trascorsi addirittura sette mesi. Sette mesi nei quali avremmo dovuto accumulare conoscenze e competenze tali da escludere un drammatico ritorno al passato. Così, almeno c’era stato detto. A differenza di quanto accade con le promesse dei politici in campagna elettorale, dimenticate poche settimane dopo il voto e per questo facili da eludere, in questo caso troppo forte è stato il trauma subito da milioni di italiani per non ricordare che il governo aveva assicurato che all’appuntamento con la seconda ondata ci saremmo fatti trovare pronti.

E lo stesso presidente Conte deve esserne consapevole, se è vero che dai retroscena viene descritto come interprete di una linea meno prudente del passato, al punto che un paio di giorni fa, intervistato a Genova, sottolineava che “il lockdown viene usato da chi non ha i mezzi“.

Un modo per affermare che la prima linea di difesa, stavolta, è robusta. Nella speranza, però, che non si ripeta quanto verificatosi il 31 gennaio, non del secolo scorso, ma del 2020, quando in seguito alla scoperta dei primi due casi di coronavirus in Italia il premier assicurò che “la situazione è sotto controllo“.

Di nuovo: le assonanze tra ieri e oggi non mancano, ma sono imputabili al premier solo fino ad un certo punto. Nessuno, all’epoca, poteva immaginare la tempesta perfetta che avrebbe finito per travolgerci. Ma Conte è di certo chiamato a rispondere del tempo trascorso tra un’ondata e l’altra.

Nel frattempo, la conferenza sta per iniziare. Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Non è stato un “anno bellissimo”

Il volto rassicurante del premier Conte non ci rassicura. Il fatto che questo avvocato fino a poco tempo fa sconosciuto sia diventato nel giro di un annetto un papabile per la presidenza della Repubblica per il post-Mattarella è un dato inquietante: dà l’idea del vuoto politico in cui l’Italia è piombata, la dimensione di precarietà che viviamo.

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio a Villa Madama è stata l’ennesima conferma della maggiore qualità di Conte: ottimo dribblatore, mediatore capace di conciliare opinioni divergenti, anche quando le opinioni divergenti sono le sue.

Non c’è dubbio che rappresenti un esercizio complicato per chiunque, anche per il più abile dei prestigiatori, quello di far sembrare “normale” ciò che normale non è: e cioè che Giuseppe Conte guidi oggi un governo appoggiato dal Pd, dopo aver guidato per 14 mesi un esecutivo dove l’impronta della Lega era predominante. Il soprannome assegnatogli su queste pagine in tempi non sospetti, quell’affettuoso “Avvocato Azzeccagarbugli” sembra giorno dopo giorno il migliore per descriverne l’arte di muoversi e districarsi tra i meandri delle sue contraddizioni.

Qualche esempio. Non c’è dubbio che la politica tutta urla e hashtag #portichiusi messa in atto da Matteo Salvini abbia rappresentato un successo mediatico e un fallimento politico. Ma rivendicare i risultati positivi sui rimpatri oggi sotto la gestione Lamorgese, sconfessando il vecchio titolare del Viminale, non è quanto meno tafazziano per colui che, come recita la Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri“? Conte non era a Palazzo Chigi quando Salvini (mal)gestiva le politiche migratorie in nome del suo governo?

E non è un atteggiamento leggermente vigliacco – Conte non si arrabbierà – quello che rimanda ad un’indagine sui messaggi scambiati nelle chat Whatsapp o tramite mail per verificare se realmente ci sia stata una condivisione degli atti sulla gestione (sbagliata e disumana) della nave Gregoretti carica di migranti lasciati per giorni ad annaspare in mare aperto?

Ecco, al di là della capacità di Conte di svicolare dalle vere questioni, sorvolando sulle doti d’equilibrista che nessuno mette in discussione (bravo lui, meno gli altri che glielo consentono e ne fanno uno statista), fatto salvo per alcuni sprazzi d’orgoglio che qui abbiamo elogiato, sembra di notare una pochezza preoccupante in termini di concretezza. Eccetto per lo scongiurato aumento dell’Iva, non sembra che questo governo abbia risolto finora un problema che sia uno, raggiunto un risultato da consegnare ai posteri. Vittima della sua litigiosità, tenuto insieme dalla paura (legittima, ma da affrontare) che alla fine al governo arrivi Salvini, il Conte bis non è stato fino ad oggi nulla di indimenticabile. E per questo da dimenticare. Doveva essere un “anno bellissimo”. Forse lo è stato per Conte. Di certo non per l’Italia.