Silvio ci pensa. Silvio, pensaci

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ci pensa, in questi giorni di caos. Consapevole che per il tempo che gli è dato non avrà ancora molte carte da giocare. Trattasi di ultima mossa, o giù di lì. Meglio non stare a sottilizzare. Perché la carta d’identità è impietosa, avara di sconti, più feroce della difesa del Milan di Sacchi, e sottolinea, meschina, che è tempo di ricordarsi che tempo non c’è. Non ci sarà.

E allora il Cavaliere, da imprenditore qual è stato per lavoro e qual è ancora per indole, ragiona su più fronti, diverse opzioni, provando a vedere se una scelta meno ovvia oggi possa regalargli una resa maggiore domani. Così, tirato per la giacca come sempre gli accade, nell’eterna guerra tra falchi e colombe di turno, tra consiglieri più o meno fedeli, Silvio deve scegliere il suo futuro. O meglio: la fine della propria storia.

Non è un caso che in questi giorni sia tornato nei retroscena il nome di Gianni Letta. L’anima istituzionale di Berlusconi, tra le menti più lucide che abbiano messo piede ad Arcore, lavora perché Forza Italia sia coinvolta nel cosiddetto governo “Ursula” che sta prendendo piede. Gli effetti di questa manovra sarebbero molteplici: in primis darebbe al partito la possibilità di tornare, sebbene marginalmente, al governo. In secondo luogo, ed è l’aspetto che più intriga Berlusconi, da sempre in cerca di una sorta di riconoscimento della propria figura di “statista”, consentirebbe al Cavaliere di accreditarsi come l’uomo che ha messo da parte i propri interessi per contribuire a salvare l’Italia dopo i fallimenti del governo a trazione Salvini.

Salvini, già. Il vero nodo da sciogliere, l’emblema del dilemma che dilania Berlusconi. Perché Silvio, diciamocelo, non vedrebbe l’ora di separarsi da quel giovane arrivista che lo tratta come un ingombro piuttosto che come un padre nobile. Ma se fatica a separarsene, a dar vita ad un nuovo “predellino”, non è soltanto perché non ha più le forze di 10 anni fa, ma al contrario perché coltiva il sogno, o forse l’illusione, di tornare leader del centrodestra. Restare al traino di Salvini oggi significa presidiare il campo nella speranza che prima o poi Matteo si sgonfi e gli elettori di quella parte tornino a scegliere di nuovo lui. Eppure abbandonarlo potrebbe voler dire confinarlo a destra estrema, Le Pen italiano.

E’ a questo che Silvio pensa. Silvio, pensaci.

Il delitto (quasi) perfetto

Salvini

“Non c’è più una maggioranza”: usa questa espressione Matteo Salvini per invocare il ritorno al voto. Quasi fosse subentrato un fatto nuovo, come se non sapesse da sempre, da quando ha firmato il contratto di governo con Di Maio, che il MoVimento 5 Stelle il Sì alla Tav non l’avrebbe mai potuto votare.

Era questo, fin dall’inizio, insieme alle autonomie, il tema designato per lo strappo, la scusa buona da usare come exit strategy quando le cose si fossero complicate maledettamente. Ma il paradosso è che il governo cade non perché la Tav non si farà, ma perché i grillini (per una volta) sono stati coerenti con loro stessi.

Non gli ha concesso di salvarsi la faccia, Salvini, che nel gioco del cerino è costretto a scottarsi le dita, almeno un po’. Però se Conte e Di Maio non hanno avuto il coraggio e la dignità di ritrarsi prima di lui, se i 5 Stelle sono ora troppo presi dal panico che comporta loro la prospettiva di un ritorno al voto (e dunque a casa), onestà intellettuale vuole che si denunci l’inganno di un leader che non ha avuto neanche il coraggio di assumersi la piena responsabilità della rottura.

Parla, Salvini, di insulti quotidiani (anche questi non una novità nel reciproco teatrino di stoccate e veleni) e non si nega un’ultimo sprazzo marcatamente populista, con quel passaggio dedicato ai parlamentari che “a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani“. Spettacolo.

Ma il punto è un altro: nel piano studiato nei dettagli da giorni (solo un caso la tempistica della rottura di Toti con Forza Italia?), nella drammatizzazione che ha anticipato il comunicato di oggi, giunto appena in tempo per l’apertura dei TG, Salvini ha agito sulla base di un calcolo che prescinde dalla condotta dei 5 Stelle. La prossima manovra lacrime e sangue, i sondaggi che oltre una certa soglia non possono andare. Tutto ha portato a pensare che era questo il momento: quello dell’ora o mai più.

Sembra il delitto perfetto. La coltellata che ti aspetti ma non vedi arrivare. Con un grande “se” da verificare: la gestione della crisi. Quella spetta a Mattarella. E lì Salvini può solo attendere. E sperare.

L’ultima curva di Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

In politica come nella vita si può perdere. Luigi Di Maio deve averlo capito. Dalla notte del 4 marzo non fa altro: nel giro di pochi mesi ha visto dimezzare i voti del MoVimento, diminuire il suo potere contrattuale nel governo, crollare i suoi indici di gradimento, affondare la sua credibilità. Eppure, forse, ha ancora qualcosa da perdere.

Mentre Matteo Salvini continua nella sua opera di trasformazione progressiva della politica in fiction. In attesa di capire se dopo Sabaudia sarà un’altra la tappa – o se preferite la puntata – giusta per conoscere il finale della storia, sta proprio a Luigi Di Maio scegliere la propria, di fine.

Perché è chiaro che per l’attuale politico grillino una parte di futuro sia stata scritta, è evidente a tutti – forse a lui per primo – che il suo giro di giostra si avvia alla conclusione, che salire sul ponte di comando senza aver fatto nemmeno il mozzo sia stato un salto troppo grosso.

Di Maio, lo stesso che nei giorni precedenti alla nascita del governo Conte si era impuntato sulla sua nomina a premier, non salirà mai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio come invece aveva sperato. Per uno strano caso della vita, forse, questo onore toccherà all’altro, quello più rozzo, più truce, quello che riempie i suoi comizi non di chissà quali proposte programmatiche, ma di frasi riferite egoriferite. Come ieri, quando da Sabaudia parlava di se stesso come “omo de panza, omo de sostanza”. Vette altissime.

E se è chiaro che un MoVimento 5 Stelle che si piegasse alle richieste di rimpasto di Salvini – che pure pubblicamente nega questi giochini da Prima Repubblica – ne uscirebbe agonizzante, lo è pure che Luigi Di Maio sarà il primo ad essere impallinato una volta conclusa l’esperienza dell’autoproclamato “governo del cambiamento”. Sarà Di Battista? Sarà Fico? E’ una Morra che fa poca differenza.

C’è però un’ultima curva, prima dell’arrivo. E non c’è bisogno di essere Ayrton Senna o Michael Schumacher per sapere come affrontarla, per capire che prima del rettilineo, della bandiera a scacchi, si può scegliere di alzare il piede dall’acceleratore. Questo per Luigi Di Maio vorrebbe dire indignarsi, denunciare il ricatto di Salvini, non cedere alla tentazione di ingoiare l’ennesimo rospo nella speranza di non perdere tutto, nell’illusione che il tempo restituisca le occasioni andate. Significherebbe stringersi la mano, dopotutto, guardarsi allo specchio e vedere se come si è detto per anni si è poi così diversi da tutti gli altri.

Non cambierà il risultato. Sarà comunque l’ultima curva. La corsa è finita. Ma tra salvare la poltrona e salvare la faccia c’è tutta la differenza del mondo.

Tav: opposizioni, sveglia!

Toninelli e Salvini

Compito delle opposizioni, da manuale, è quello di far emergere le contraddizioni all’interno della maggioranza e – se si creano le condizioni – farla cadere. In queste ore al Senato si discutono 6 mozioni sulla Tav. Quella politicamente più importante è quella presentata contro la realizzazione dell’Alta Velocità da parte del MoVimento 5 Stelle. Se dovesse passare, lo chiariamo subito, la Tav non subirebbe alcuno stop: la mozione, infatti, impegna il Parlamento a ridiscutere i trattati internazionali che hanno autorizzato la Tav. Impresa impossibile, visto che i 5 Stelle non troveranno mai una maggioranza su questo tema e in questo Parlamento.

Ora ne deriva una conclusione semplice, banalmente logica: chi oggi vuole provare a far cadere il governo ha una buona occasione. Se Pd e Forza Italia decidessero di non partecipare al voto della mozione grillina farebbero sì che la mozione pentastellata contro la Tav venisse approvata. Promemoria: non significa che la Tav verrebbe bloccata. In sede di ridiscussione, infatti, il Parlamento boccerebbe ogni richiesta di modifica dei trattati internazionali. E allora perché non fare questa manovra parlamentare? Perché non mettere a nudo le contraddizioni di un governo che si scontra su tutto? Perché non capire se Salvini ha davvero il coraggio di tornare al voto dinanzi ad un alleato – che come lui stesso ama ripetere – che chiede di tornare indietro anziché andare avanti? Perché non vedere se Di Maio ha la forza di perseguire nella richiesta di bloccare la Tav al costo di rinunciare alla poltrona o se invece – come dicono i “maliziosi” – questa mozione l’ha presentata soltanto per provare a salvare la faccia coi suoi dopo il via libera di Conte all’opera?

Chi sostiene che bisogna votare contro la mozione M5s commette un errore, si dimostra miope, nasconde dietro la parola “coerenza” una gigantesca paura: il ritorno al voto. Chi nutre questo sentimento, chi teme il giudizio degli elettori, dovrebbe cambiare mestiere. Provate a chiedere ad un italiano che ha votato un partito d’opposizione che cosa si aspetta dalle opposizioni: che votino per una mozione politicamente ininfluente aiutando il governo o che invece escano dall’aula provando ad innescarne la crisi? La risposta è ovvia.

Dunque chi oggi parla di coerenza se ne ricordi pure domani: quando ci dirà che questo governo è il male assoluto per l’Italia. Magari a qualcuno verrà spontaneo porre un quesito: perché non avete provato a farlo cadere quando ne avevate l’occasione, anziché impiccarvi ad una mozione priva di senso?

Pure la Madonna

Salvini cita la Vergine Maria in relazione all'approvazione del decreto Sicurezza-bis

In principio fu il rosario agitato in piazza Duomo. Poi il giuramento tenendo il vangelo in mano. Dopo vennero i continui richiami al “buon Dio”. Il tutto seguito da una rivisitazione del pensiero di Papa Giovanni Paolo II per adattarlo al proprio credo. E infine toccò alla Madonna. Che da ieri, sappiatelo, è la responsabile dell’approvazione del decreto sicurezza-bis. Se vi state chiedendo chi sia il soggetto di queste temerarie sortite religiose ne deriva una certezza: siete più fortunati di chi scrive, non sapete che il nuovo successore di Pietro si chiama Matteo.

Che ogni giorno scrive su Twitter i suoi comandamenti, che si fa beffe di noialtri, additati perfino come i responsabili della sua ascesa, soltanto perché puntuali nel coglierne e denunciarne le derive. Sarebbe più giusto, forse, bussare alla porta delle opposizioni, chiedergli conto della loro paura di tornare al voto, talmente folle da aiutare il governo a sopravvivere, consentendogli di sfornare danni, scelleratezze e schifo.

Schifo sì, schifo. E non provate a definirci moralisti, bacchettoni, bigotti, buonisti, nell’ordine che preferite. Non stavolta, non questa. Non riuscirete ad insinuare il dubbio, sia pure per un solo istante, che magari siamo noi quelli “sbagliati”.

E no che non è accanimento, no è che non è un’ossessione. Piuttosto è rinnovato disgusto, quotidiano squallore. Credeteci: noi di Salvini vorremmo non parlarne. Ma come fai a non sbottare dinanzi ad un ministro che chiama in causa la Madonna per il provvedimento meno cristiano degli ultimi anni? Come puoi tacere dinanzi alla mancanza di rispetto continua, per chi crede e per chi no, che questo presunto leader produce? Risposta: non puoi.

E allora venite pure, attaccateci, assaliteci con cura. Diteci che sbagliamo, che facciamo il suo gioco, giustificatene i mezzi, esaltatene i modi, glorificatene gli scopi, osannatelo come un Dio. Noi restiamo qui. Forse pochi, ma convinti che la “politica” sia tutt’altro. Potete giurarci.

Spiaggiato

Salvini al Papeete Beach

Spiaggiato. Ma non come un delfino, di cui non possiede la dignità. E neanche come una balena, perché sarà la storia a ridimensionarlo, a rendere chiaro che la sua apparente grandezza altro non era che un inganno, il risultato di un gioco di specchi. E allora spiaggiato punto. Spiaggiato al lido. Nel senso di Papeete Beach, Milano Marittima, diventato il centro gravitazionale della politica italiana nel 2019. Il segno dei tempi. Pure quello del degrado.

Salvini con le cuffie da deejay, Salvini a torso nudo, Salvini in infradito. E va bene, vorrai mica andare al mare coi mocassini? Vorrai mica stare in spiaggia col maglione? Vorrai mica che un ministro si goda le ferie in maniera riservata?

Ma lo spettacolo delle cubiste che ammiccanti davanti a lui ballano l’Inno di Mameli, questo no, non è dovuto. E’ il troppo che stroppia. E se un velo di tristezza ci assale nel vedere l’uomo che incarna le istituzioni italiane totalmente preso, e forse perso, dal suo strapotere quotidiano, ignaro della portata che ogni suo gesto ha sul popolo osannante, ecco che il lato comico della vicenda emerge inatteso ma puntuale, a ricordarci che siamo seri, qui non c’è proprio nulla di serio.

Quando il deejay al suo fianco fa partire il “popopopopopopo” dei Mondiali vinti nel 2006, i giovani festanti che lo intonano pensando di esaltare l’Italia in presenza del più nazionalista di tutti forse non sanno che in mezzo a loro c’è un intruso. Forse non sanno che Salvini, la notte in cui Zidane colpì con una testata Materazzi, tifava Francia.

E con questa chiudiamo, perché è perfetta per raccontare la contraddizione vivente rappresentata da Salvini. Di un ministro che chiede rispetto delle regole e poi domanda ai poliziotti di scarrozzare il figlio su una moto d’acqua. Di un leader che invoca sovranità e poi con le sue scelte ci rende più deboli. Di un “capo” che doveva fare il “governo del cambiamento” ed è finito spiaggiato.

Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.

I figli no, i figli mai, Salvini sì

Il figlio di Matteo Salvini a bordo della moto d'acqua della Polizia

I figli no. I figli mai. Che Federico Salvini, 16 anni, figlio di Matteo, venga usato per attaccare il padre proprio no. Non è da noi. Ma Salvini, il ministro, lui sì che qualche spiegazione ce la deve.

Lui sì, lui solo, deve rispondere del fatto che il figlio abbia fatto “un giro” a bordo di una moto d’acqua della Polizia di Stato. Lui che ha sempre attaccato la bontà altrui non può ora confidare nel “buonismo” di milioni di italiani con figli. Non può cavarsela denunciando un “errore da papà”.

Non si tratta di una concessione come un’altra. Non è un gelato, un capriccio assecondato, un sì ad un concerto fino a ieri proibito, un regalo costoso e neanche troppo meritato. L’uomo che ogni giorno rivendica di parlare “da ministro e da papà” ha commesso un errore più grave nella sua essenza, prim’ancora che nella sostanza. Ha dimostrato, per l’ennesima volta, di essere un ignorante. E non si legga offesa in questa definizione, ma solo una constatazione: Salvini ignora il valore delle istituzioni che rappresenta, non conosce il modo per rispettarle, fatica a comprendere che non sono un suo possedimento.

Come non lo era neanche quella moto d’acqua della Polizia, ridotta a giostra personale del figlio. L’unico in qualche modo giustificato a sbagliare. Non fosse altro per l’età, per il peso non comune di crescere con un padre che per tutto il mondo è “Salvini”, per lui resta sempre e comunque “papà”. Ma non se ne faccia scudo, Salvini. Non riduca il suo gesto ad “eccesso di cuore”, a comprensibile “amor patris”.

Perché colui che diceva di avere 60 milioni di figli, ha lanciato invece un segnale sbagliato: che ci sono figli e figliastri. Figli e poi più figli degli altri. Oggi Federico, domani quelli del Nord rispetto a quelli del Sud, dopodomani quelli della Lega rispetto a tutti gli altri.

Non è stato un errore da papà, quel giro sulla moto d’acqua. E’ stato un peccato di arroganza e strafottenza. Una presunzione d’onnipotenza. Succede a chi si sente invincibile e intoccabile.

Per questo, i figli no, i figli mai. Ma Salvini sì, Salvini ha sbagliato: da ministro, prim’ancora che da papà.

Un passo indietro per dignità

Giuseppe Conte

C’è sempre una sorta di esasperante incertezza nel valutare le parole e i comportamenti di Giuseppe Conte. Dettata da quel dubbio di fondo che spesso riemerge: se sia esclusivamente vittima o sotto sotto complice degli altri due. Se sia il burattino di Salvini e Di Maio o se invece non trami nell’ombra per tagliare i fili di quella marionetta che ha le sue sembianze e provare (chissà) a camminare da solo.

Riscuote umana solidarietà il suo tentativo di frapporre tra sé e i vicepremier una distanza di forma, quella che è propria del professionista, l’avvocato, rispetto a due politicanti di professione. E sebbene nel suo linguaggio arzigogolato, tecnicista, istituzionale, si perda spesso l’immediatezza del messaggio, è chiaro che Giuseppe Conte è un premier migliore di quanto avrebbe potuto essere Luigi Di Maio e forse sarà Matteo Salvini.

Ma resta questa l’unica concessione che è possibile fargli: riconoscergli il ruolo di migliore tra i peggiori. Non fosse altro per il fatto di aver accettato di farsi carico delle bugie altrui. Stop.

Perché poi nella sostanza della sua azione, nei tentativi di imporre la propria linea politica (se una linea politica esiste) Conte non riesce a dar seguito alle buone intenzioni, sconta il peccato originale di essere un nominato, un notaio, più che un avvocato. Cosa ne è stato, per esempio, dell’ultimatum di inizio giugno con cui Conte chiedeva a Lega e MoVimento 5 Stelle se avessero realmente voglia di proseguire nell’azione di governo? Chi sa che fine ha fatto il moto: “Sobri nelle parole e operosi nelle azioni“? E chi può dirci dove sono naufragati i buoni propositi incarnati da quel “non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi” pronunciato in un discorso alla nazione di cui oggi quasi nessuno ha ricordo?

La sensazione è che nel valzer disordinato di questi mesi di governo, una gestione ondivaga e incerta abbia portato Conte a subire un mutamento della sua missione: da avvocato del popolo italiano a parafulmine di Salvini e Di Maio. Non una bella parabola per chi si definisce un indipendente al servizio dello Stato.

Sta a lui, adesso più che mai, dare la dimensione della sua esperienza politica. Rimettere il mandato, inchiodando le forze di governo alla propria incoerenza, ad una sterile litigiosità, alle contraddizioni di una maggioranza che ha perso di vista l’interesse generale: questo sarebbe il primo vero atto politico di livello da quando Giuseppe Conte è diventato premier. Un passo indietro per dignità. Come prova inconfutabile che lui, rispetto a quegli altri, è realmente diverso. E in quanto tale meritevole di stima.

Sì Tav (ma con inevitabile scaricabarile)

Conte dice sì alla Tav

Nei nove minuti scarsi di diretta Facebook in cui Giuseppe Conte annuncia di fatto il Sì alla Tav Torino-Lione si annidano i peccati originali più gravi e inquietanti di questo non-governo del cambiamento.

Così com’era avvenuto sull’Ilva, così com’era accaduto col Tap, anche sull’Alta Velocità l’esecutivo viene sconfessato dai dati di realtà messi in fila, uno dopo l’altro, da quanti hanno capito per tempo che questo esperimento di governo altro non è che un grande bluff.

Così, a parte le bugie svelate, come le fantomatiche “condizioni mutate” che oggi portano a dire Sì e ad archiviare il No, a parte le famose “penali” da pagare in caso di uscita unilaterale dal progetto che prima venivano negate e oggi sono citate come motivo principale della realizzazione dell’opera, a parte la retorica di colui che si presentò come “avvocato difensore del popolo” e oggi si propone addirittura come “padre di famiglia” degli italiani (Salvini docet), a parte questo – dicevamo – nei modi e nella sostanza c’è il volto di un governo che ha fatto dello scaricabarile il proprio marchio.

Sono quelli della manina, quelli incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie idee e delle proprie azioni. Sono quelli che per orgoglio preferiscono far passare la Tav come un’opera dannosa anziché festeggiare un progetto importante per l’Italia. Sono quelli che prima di ammettere un torto devono andarci a sbattere, ma così facendo portano noi a sbattere. Sono quelli senza memoria e senza vergogna. Sono quelli del No Tav, poi mitigato in Ni Tav, infine diventato Sì Tav. Ma con scaricabarile inevitabile. Come dire: siamo al governo, ma è come non ci fossimo.