Senza di Mes

Salvini e Giuseppe Conte, scontro sul Mes

Tra i soliti strepiti di Matteo Salvini, che accusa – a torto – Giuseppe Conte di “alto tradimento”, e la debolezza di una classe dirigente che ha scambiato l’Europa per una balia (se non proprio una matrigna), si trova la verità sul Mes.

Un illustre economista come Carlo Cottarelli – personalità che non può essere di certo accusata di anti-europeismo o simpatie sovraniste – ha messo in guardia il nostro governo dal firmare una riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità che così concepita metterebbe a rischio il nostro Paese. Secondo l’analisi del direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – un signore che le nostre finanze le conosce bene – l’errore di fondo sta nel fatto che uno Stato, per accedere agli aiuti del Mes, debba ristrutturare il proprio debito (ovvero ripagare solo in parte i propri creditori, come fece la Grecia nel 2012).

Quest’analisi, molto lucida come spesso lo sono quelle di Cottarelli, mette in evidenza l’impatto “psicologico” che la notizia di una ristrutturazione del debito italiano potrebbe comportare sui mercati. Sì, perché ciò che dimentichiamo è che i “mercati” non sono entità astratte – eppure i politici li descrivono molto spesso come cattivoni impegnati a sabotare le loro politiche in nome di chissà quali complotti – ma cittadini, privati, società, banche, fondi che decidono di investire i loro denari sull’acquisto di titoli di stato finanziando l’Italia.

Nel momento in cui per accedere al Mes venisse chiesto all’Italia di ristrutturare il proprio debito pubblico, la reazione dei mercati sarebbe dettata dal panico. Il nostro Paese verrebbe ritenuto non in grado di ripagare i suoi investitori. Chi possiede titoli di stato italiani interpreterebbe il segnale come un principio di insolvenza e sarebbe portato a sbarazzarsene al più presto, per evitare danni maggiori. Come conseguenza lo spread tornerebbe ad aumentare a dismisura: per ottenere soldi dai mercati, infatti, l’Italia dovrebbe assicurare ai compratori dei suoi titoli di stato degli interessi molto alti. Un effetto domino a dir poco insostenibile per un Paese come il nostro.

Detto ciò, sarebbe sbagliato ma più probabilmente frutto di una strumentalizzazione politica in chiave anti-europea, dire no a priori ad una riforma del Mes. Ed è qui che di volta in volta si coglie l’incapacità di partiti come Lega e Fratelli d’Italia di condurre una politica priva di tratti populisti.

Il Mes inteso come meccanismo che aiuta i Paesi in crisi è iniziativa lodevole. Punto. Bisogna però calibrarla perché non arrechi degli svantaggi all’Italia. Se è naturale che le altre nazioni europee pretendono delle garanzie per essere certe che i soldi dei loro contribuenti non vengano spesi “invano”, allo stesso tempo è doveroso che l’Italia – tra i Paesi potenzialmente più a rischio – stabilisca dei paletti non dannosi per la sua condizione.

Se ristrutturare il debito significa rivedere le condizioni originarie di un prestito per alleggerire il carico del debitore, non si può fare a meno di sottolineare che il 70% del debito pubblico nostrano sia in mano agli italiani stessi. Ciò si tradurrebbe per loro in una patrimoniale mascherata in nome del rafforzamento dei conti pubblici. Qualcosa di inammissibile.

Ecco perché non bisogna confondere i piani della discussione. Il Mes è una rete di protezione, ma più che un sovranista è un populista o un illuso chi ritiene che gli altri Paesi europei debbano costruirla senza ottenere garanzie in cambio. E’ qui che si gioca la partita. Ed è solo per questo che, alle condizioni attuali, bisogna dire “senza di Mes”.

Beppe Grillo è il nuovo Garante del Pd

Luigi Di Maio e Beppe Grillo

Non si può negare la capacità di Beppe Grillo di tenere la scena. D’altronde è un comico, stare sul palco è il suo mestiere, è ciò che gli riesce meglio. La telecamera che lo riprende è la sua compagna più fidata, l’arte ironica viene esercitata con maestria, e in quel “non rompete i coglioni” riservato al controcanto M5s nei confronti di Luigi Di Maio sta tutta la forza dissacrante di un leader che è ancora di fatto il “padrone” della sua creatura. Gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, contenti o meno rispetto alla conferma di Luigi Di Maio, da ieri si sono in qualche modo ricompattati. Perché? Perché “ha parlato Beppe”. L’Elevato – autoproclamato – è sceso in Terra tra i suoi figli e ha riportato la quiete dopo una tempesta di cui non si vede onestamente la fine.

Poi, però, vai a vedere la sostanza del messaggio, analizzi con attenzione tutti i passaggi di quel video in cui Grillo tenta di mettere il coperchio su una pentola in continua ebollizione, e ti rendi conto che di nuovo c’è ben poco, di ambiguo parecchio. Ci sono i soliti discorsi di populismo visionario, quelli che propongono di fatto di “abolire le malattie” per rendere meno pesante il carico sulle spalle della sanità, quelli che esaltano il momento di cambiamento mondiale e le possibilità che esso porta in dote.

Ma i passaggi concreti, quelli destinati a scolpire un possibile immaginario, sono contenuti in un paio di frasi.

  • La prima: “Magari facciamo da tramite tra una destra che arriva e che è un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì (in Emilia-Romagna, ndA). E quando parlo di progetti insieme alla sinistra parlo di progetti alti, bellissimi“.
  • La seconda: “Non siamo più quelli che eravamo 10 anni fa, mettetevelo bene in testa ed è meraviglioso“.

Sono due messaggi a loro modo dirompenti nell’universo stellato. L’ultimo è rivolto alla tanto agitata “base”, a quella marea di persone che pensa di aver perso il senso della propria esistenza politica, a coloro che preferirebbero tornare all’opposizione anche subito, a quanti continuano a vedere nel Pd un nemico atavico, giammai un alleato politico.

Già, il Pd. Nella promessa di “progetti insieme alla sinistra” di Grillo è forse racchiuso il paradosso di un partito arrivato a fine corsa. Lontani i tempi in cui Fassino dichiarava: “Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. E perché non lo fa?“. Com’è andata a finire lo ricordiamo tutti. E che ora quello stesso Partito Democratico sia appeso all’intervento di Grillo per non lasciare il governo e confrontarsi con la realtà (le urne) è un dato sul quale riflettere.

Beppe ha fondato un partito. Secondo lo Statuto del MoVimento 5 Stelle ne è il Garante. Ma siamo sicuri che da ieri non sia diventato anche il Garante del Pd?

Deri(l)va grillina

Di Maio e Arcelor Mittal

L’elenco degli errori (e degli orrori) nella gestione dell’Ilva è lungo, meriterebbe un libro. E chissà se basterebbe. Ma nel giorno in cui ArcelorMittal, il gigante mondiale dell’acciaio, ufficializza il suo intento di lasciare l’acciaieria più grande d’Europa al proprio destino, c’è bisogno di una riflessione di più ampio respiro.

A causa dell’Ilva è morta tanta gente, si parla di migliaia di persone, e purtroppo non si può escludere che ne muoia ancora. Questo è un dato di fatto acclarato nel 2012 dalla Procura di Taranto. Ma la politica non può “usare” la questione ambientale – drammatica, tragica, prioritaria sul resto – per venire meno ad un proprio dovere: quello di curare le questione occupazionale. Sembrano perfette in questo caso le parole pronunciate qualche giorno fa da Barack Obama in un incontro con alcuni ragazzi: “Questa idea di purezza ideologica, il fatto che non si debbano mai fare compromessi, tutte queste cose, beh, dovreste superarle rapidamente. Il mondo è un casino“.

Ecco, anche l’Ilva è un casino. Lo è da decenni, ma non è con la demagogia politica che si può pensare di risolvere ogni problema. La scelta di eliminare il cosiddetto “scudo penale” nei confronti di ArcelorMittal non è, come sostenuto dai 5 Stelle, una garanzia per gli abitanti di Taranto che la loro salute verrà tutelata. Semmai è la certezza che quei territori saranno abbandonati.

D’altronde la credibilità sul tema del MoVimento è pari a zero. Sono gli stessi che l’Ilva volevano chiuderla, gli stessi che una volta al governo hanno parlato di “riconversione economica”, “bonifica” e perfino di una gara “illegittima”, talmente illegittima che non poteva essere annullata. Sono gli stessi che per bocca del loro fondatore, Beppe Grillo, proponevano la trasformazione della più grande industria del Sud Italia in un parco giochi. Ogni commento sarebbe superfluo.

Ma l’Ilva, al netto delle bugie di chi ha costruito per anni il suo consenso lucrando sulle disgrazie di migliaia di persone, deve restare aperta. E aver tolto lo scudo penale a protezione di un investitore da 4,2 miliardi significa aver messo nero su bianco un ragionamento folle. Perché mai dei manager dovrebbero accettare di essere esposti a dei rischi di natura legale nel tentativo di risanare una situazione che hanno ereditato e non causato?

Tra posti di lavoro “diretti” e indotto sono 20mila le persone che rischiano di andare a casa dopo il passo indietro annunciato da ArcelorMittal. Se tutto questo non basta, ecco un altro dato: secondo un’analisi commissionata dal Sole 24 Ore, se si azzerasse la produzione in capo all’Ilva andrebbero perse 6 milioni di tonnellate di acciaio. L’Italia vedrebbe scendere il suo Pil dell’1,4 per cento, per un valore pari a circa 24 miliardi di euro. Breve promemoria: evitare l’aumento dell’Iva è costato 23 miliardi. Far nascere questo governo a cos’è servito se pur di restare in sella si è deciso di assecondare la deri(l)va grillina?

Il governo di Nessuno

Giorno dopo giorno emerge sempre con maggiore chiarezza che questo governo non è di nessuno.

Il governo non è del MoVimento 5 Stelle, che attraverso Luigi Di Maio non perde occasione per rivendicare soltanto i provvedimenti che gli fanno comodo, evidentemente troppo preso dal rinviare (perché evitare non si può) la fine della sua esperienza politica.

Il governo non è del Pd, che con Nicola Zingaretti non fa altro che rincorrere alleati – o presunti tali – anziché preoccuparsi di sfornare una ricetta economica credibile per la crescita di questo Paese. Bussa ironicamente alla porta il segretario dem, fa “toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo Governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?“. Ma gli sfugge un fatto: nessuno può sentirlo. Il suo tocco è debole, quasi inesistente, certamente non è magico. Carisma cercasi.

Il governo non è di Italia Viva, che con Matteo Renzi sta scoprendo che scegliere di abbassare le tasse quando si è alleati di Pd e M5s non è la cosa più facile di questo mondo, che fare politica – per gli altri – significa fare polemica. E che forse sarebbe stato più giusto – e onesto – dar vita soltanto ad un governo di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, di certo non di legislatura.

Ma soprattutto questo governo non è degli italiani, che non l’hanno voluto, non l’hanno votato. Ma sono obbligati a subirlo.

Ora nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operazione di palazzo messa in atto dopo la crisi aperta da Salvini nel mese d’agosto; nessuno si sogna nemmeno di mettere in discussione la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva lasciato in dote dalla coppia Salvini-Di Maio. Ma allo stesso tempo nessuno avrebbe potuto immaginare che a meno di due mesi dalla nascita dell’esecutivo il livello di litigiosità sarebbe stato tale da farci rimpiangere quello giallo-verde. Sì, perché lì almeno le sparavano così grosse da farci divertire nel commento.

Nel governo giallo-rosso si parla invece di tasse sulle auto aziendali, sulla plastica, sulle merendine. La preoccupazione è assicurare il futuro della legislatura fino al 2023, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, impedire l’avanzata di Salvini, ma come? Se non si parla di lavoro, di imprese, di sostegno al ceto medio (visto anzi come un nemico da tartassare), di agricoltura, di turismo. Nell’agenda non trovano posto argomenti come scuola, cultura, educazione civica.

Nessuno pensa al Paese di domani, piuttosto si è in continua lotta sui rancori di ieri.

E viene in mente l’Odissea, con Ulisse che per sfuggire al gigante Polifemo disse di chiamarsi “Nessuno”. Ecco, avviso ai naviganti: qui non funziona così. Allo scaricabarile non ci crede più nessuno.

Nicola Zingaretti e il pesciolino rosso

Nicola Zingaretti

Durante le primarie meno entusiasmanti della storia del Pd avevo scritto che Nicola Zingaretti era rimasto il fratello del commissario Montalbano.

Una constatazione del fatto che il governatore del Lazio mancasse del carisma necessario al leader di una comunità per affermarsi come tale. Un capo non dev’essere un comandante, neanche un Capitano. Ma dev’essere in grado di indicare la rotta, di rappresentare una guida soprattutto quando tira vento di burrasca.

Nicola Zingaretti non è tutto questo. E non significa che il segretario del Pd sia una cattiva persona. Ma un pesciolino rosso messo in una piscina di squali difficilmente riuscirà a sopravvivere a lungo. Nella migliore delle ipotesi, rintanandosi in un angolo, nascondendosi, non visto, potrà guadagnare del tempo. Questo ha fatto Zingaretti nell’immediatezza della crisi agostana aperta da Salvini. E così facendo ha scavato la fossa a sé stesso e al Partito Democratico.

Quando Matteo Renzi ha dato il via alla sua partita personale, aprendo le porte all’accordo di governo con il MoVimento 5 Stelle, Nicola Zingaretti ha perso il treno per il voto. In quella fase storica il Pd era intorno al 25%. La fase tracotante di Salvini, quella dei “pieni poteri” per intenderci, avrebbe posto le condizioni per formare un’alleanza di ampio respiro, non sbilanciata a sinistra, appetibile anche per i centristi e i moderati italiani. Le Politiche sarebbero diventate un referendum sulla figura di Salvini: e di solito in Italia questi tipi di elezioni finiscono sempre allo stesso modo. Male. Per coloro che tentano di mettere le mani sul Paese.

Una volta ammessa (coi fatti) la propria subalternità rispetto a Renzi e al suo disegno, vuoi per senso di responsabilità, vuoi per mancanza di coerenza e coraggio, Nicola Zingaretti ha compiuto il secondo errore della sua esperienza da segretario: l’alleanza col MoVimento 5 Stelle. Non ha concesso al governo una fase di rodaggio, agli elettori un tempo di “ambientamento”. Ha spinto sull’acceleratore presentando in Umbria un insieme di sigle per paura di Salvini. E questa paura è stata percepita dagli elettori – che non sono scemi – e interpretata come figlia di un’ammucchiata senza domani. Correttamente.

Ora Zingaretti è vicino al suo terzo errore. Quello fatale. Il voto regionale ha attestato che il Pd, inteso come maggior partito del centrosinistra, dispone di uno zoccolo duro di consensi importante. Siamo intorno al 20/25%. Il crollo del M5s dà certamente modo a Zingaretti di far sentire il proprio peso nell’alleanza. Il Pd è junior partner in Parlamento ma è più forte nel Paese. Questa condizione potrebbe suggerire a Zingaretti l’idea di un azzardo: quella di porre fine prematuramente all’alleanza con un MoVimento 5 Stelle prosciugato e morente per tornare al voto e sfidare Salvini. Magari con Conte candidato premier, a patto che il suo indice di gradimento sia anche sinonimo di voti. Perché lo ricordiamo: “Giuseppi” non si è mai misurato con le urne, è un’incognita.

C’è questa tentazione. Ma è troppo tardi.

Un voto oggi non sarebbe più un referendum su Salvini. Ma tra Salvini e quelli che hanno tentato di aggirare il voto per restare aggrappati alle poltrone. E’ certamente una semplificazione, ma è anche il prezzo da pagare per aver perso il treno del voto quando stava passando. Zingaretti è all’angolo. Può solo tentare di fare ancora il pesciolino rosso. Perché nella vita saper scegliere i tempi è importante. In politica di più.