Mai così distanti

Questa volta il gioco delle parti c’entra poco. Perché il ritiro delle deleghe da sottosegretario di Armando Siri ad opera di Danilo Toninelli è stato vissuto in casa Lega per quello che è: un colpo basso, indipendentemente dalla vicenda giudiziaria in sé, un salto di qualità nella ricerca continua della polemica, che è il sintomo di un barometro che da ormai settimane resta fisso su bufera.

Il segno dei tempi lo dà la modalità dello scontro. Perché Di Maio che “denuncia” sui social la tentazione della Lega di tornare con Berlusconi è la prova della fine delle comunicazioni tra lui e Salvini. Di più: è l’evidente tentativo di mettere in difficoltà l’avversario sul piano personale, perché personale è il rapporto tra Siri e Salvini, personale è l’attacco sulla “legalità” che Di Maio indirizza alla Lega (“Senza di noi chissà che cosa sarebbe accaduto”).

Come se d’un tratto sia emersa l’urgenza di rivendicare quella “diversità” del MoVimento rispetto a tutti gli altri. Smentita dai fatti, dalle inchieste che colpiscono tutti, dall’attaccamento alle poltrone, dall’incapacità di dare seguito alle promesse elettorali, eppure spiattellata in faccia al partner/rivale nel momento più difficile.

Non è un caso che Salvini risponda su Facebook premendo su “l’amico Luigi”, gli “amici dei 5 stelle”. Come dire: “Ecco, menomale che siete amici…”. E’ una sottolineatura voluta, cercata, marcata, che svela la realtà dei rapporti di oggi, passati dalla diffidenza all’ostilità, dallo scetticismo alla rissosità, in un’escalation di tensione di cui onestamente non si vede la fine.

Perché il punto alla fine resta questo: forse nessuno dei due ha il coraggio di strappare realmente. Per quanto le incompatibilità giustificherebbero ben più della vicenda Siri l’interruzione di questo esperimento di non-governo che fa solo del male all’Italia. Eppure, in uno scenario in cui l’uno sembra frenato dall’altro, che il tema sia la Tav o i porti chiusi, le infrastrutture o la politica economica, nessuno dei due trova il coraggio di rompere.

Salvini perché non è certo di essere autosufficiente e di non dover tornare a bussare da Berlusconi. Di Maio perché nell’ultimo anno ha perso troppi voti e i tempi per un eventuale cambio di maggioranza col Pd non sono ancora maturi, con Zingaretti deciso a capire se l’operazione sorpasso è davvero possibile oppure è una chimera.

Resta l’impressione di una partita a scacchi estenuante, di un’attesa sfibrante che si consuma sull’Italia. Di uno strappo che a livello umano si è già verificato. Come in una coppia che sa che stavolta è finita, ma per dirselo attende la prossima lite. In una frase: mai così distanti.

Come isolare Salvini sul diritto alla cittadinanza

Il fatto che il dibattito sul diritto alla cittadinanza sia stato riaperto da un ragazzino di 13 anni di nome Rami che ha salvato 50 compagni di classe da un attentato la dice lunga sulla qualità della nostra agenda politica. C’è chi ha pensato, mostrando scarsa capacità di visione, che l’unica cittadinanza importante fosse quella del reddito. Non è così, non se abbiamo la pretesa di considerarci un Paese civile.

Bisogna dunque uscire per una volta dagli schemi classici, renderci conto che certi temi non sono – come qualcuno vorrebbe far credere – appannaggio della sola sinistra. Si tratta di buon senso. Se due bambini nati in Italia vanno a scuola insieme, giocano a calcio insieme, tifano la stessa squadra insieme, trascorrono un mucchio di ore davanti alla PlayStation insieme, amano la pizza in maniera esagerata insieme, allora non si vede perché la discriminante per decidere la loro nazionalità debba essere il luogo di nascita del loro papà.

Personalmente sono contrario ad uno ius soli che segua il modello americano, che pure rimane la più grande democrazia del mondo: non penso che per l’Italia concedere la cittadinanza a chiunque nasce sul suo territorio sia la soluzione migliore. Vorrebbe dire incentivare il fenomeno della migrazione di migliaia di persone, che vedrebbero in un viaggio disperato la speranza di un futuro migliore per i loro figli. Penso invece che la discriminante debba essere la cultura. Mettere la scuola al centro. Chi cresce leggendo Dante, studiando educazione civica, chi un giorno suderà sette camicie cercando di tradurre i classici greci e latini, ha il diritto di essere considerato italiano come noi.

In questo senso è giusto dire sì allo “ius culturae”. E ripeto: non è una proposta di sinistra. Silvio Berlusconi in passato si disse favorevole ad una legge che concedesse la cittadinanza italiana dopo un esame che valutasse il livello di integrazione dei figli nati da stranieri. Non si vuole essere troppo pro-migranti perché a livello elettorale non paga? Si decida allora di modificare leggermente il progetto di riforma renziana che attribuiva la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi. Si aggiunga un’assicurazione in più: è italiano chi ha studiato per almeno 5 anni nelle nostre scuole. Significa aver fatto tutte le scuole elementari in Italia oppure le scuole medie più i primi due anni di liceo. Davvero non basta?

Diverso è il discorso per lo “ius sanguinis”: non è francamente attuale un discorso secondo cui un ragazzino nato e cresciuto in Italia diventi “dei nostri” soltanto al compimento del 18esimo anno di età. In questo caso si applichi un concetto “securitario”, chissà che ne pensa la Lega: ha diritto alla cittadinanza un bambino figlio di genitori stranieri che risiedano in Italia da almeno 7-8 anni (scegliete voi) e che non abbiano commesso neanche un reato.

Su queste proposte un centrodestra moderato e non succube di Salvini si gioca non solo la faccia, ma anche la possibilità di mostrare alla maggioranza degli italiani – che non è razzista – il vero volto del leader della Lega e, di conseguenza, la possibilità di recuperare la sua centralità all’interno della coalizione. Il Pd a sua volta ha il compito di non estremizzare il dibattito: ha la responsabilità di non chiedere una cittadinanza indiscriminata e per tutti che sarebbe – oltre che sbagliata – anche indigeribile per quella parte di centrodestra che già è chiamata ad una prova di coraggio non da poco agli occhi del suo elettorato tradizionale. Il MoVimento 5 Stelle, infine, ha una chance più unica che rara: isolare Salvini su un tema di buon senso, ma Di Maio ha dimostrato di essere come sempre in ritardo quando ha detto che il tema non fa parte del contratto di governo e quindi non è in agenda.

Eppure il gioco vale la candela. Se non si vuole farlo per Rami e i suoi fratelli, lo si faccia allora per i propri destini politici. Spiegare la realtà agli italiani è forse un esercizio faticoso, ma anche l’unico possibile per inchiodare Salvini alla verità delle sue posizioni: semplicemente razziste.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.

L’ora della veriTAV

Per la prima volta, da quando del tunnel si discute, la luce in fondo ad esso non si intravede. Si è scelto di spingere il vagone fino all’ultimo metro del binario, ma il bivio è lì da venire, la rotaia terminata, e decidere cosa sarà della Tav è ormai un obbligo, un’incombenza urgente.

Lo sarebbe pure, in effetti, dire sì all’opera senza tanti conclavi, senza troppi proclami. Perché spacciare il completamento di un’opera già finanziata e in lavorazione non dovrebbe risultare una conquista epocale in un Paese che fosse soltanto normale, nemmeno speciale. Ma nell’Italia del “cambiamento” capita di arrivare in fondo alle scadenze come l’alunno discolo che ha avuto settimane e settimane per preparare l’interrogazione, e sui libri s’è messo soltanto la sera prima.

Sulla Tav, però, è andato in scena uno spettacolo da circo scadente. Si è spiegato per mesi che l’analisi costi-benefici sarebbe stata cruciale, dirimente. Poi si è detto che chi l’ha redatta non era un arbitro, semmai il giocatore di una squadra travestito. Tutto da rifare. Come, su che criteri, non è dato sapere.

Così sarebbe curioso entrare nella sala dei vertici, dove tecnici e politici si alternano, dove il modo di uscire da un pantano melmoso è la preoccupazione unica di Salvini e Di Maio, il Paese viene dopo, semmai.

Il primo, in caso di No alla Tav, sarebbe costretto a svestire i panni di fantomatico garante dell’Italia che produce, trovandosi a gestire – guarda un po’ il destino – una complicata insurrezione, o chiamatela se volete “secessione”, nordista. Il secondo, in caso di Sì alla Tav, dopo aver ingoiato l’impossibile – persino la legittima difesa! – e cambiato idea su Ilva, Tap, Terzo Valico, trivelle, condoni, si troverebbe a dover motivare anche la retromarcia su una battaglia storica (e assurda) del MoVimento, con tanti grillini portati giustamente a chiedersi a cosa sia servito dare il 32,5% al M5s se poi tutto non si può fare, se poi sono sempre gli altri a comandare.

L’uscita d’emergenza dalla galleria Torino-Lione dà su una zona franca inesplorata. Perché coerenza vorrebbe che il governo saltasse, viste le posizioni inconciliabili dei due alleati. Eppure Salvini non è abbastanza forte per vincere senza Berlusconi, da cui non vuole tornare. E per Di Maio l’elezione di Zingaretti è troppo fresca per tentare col Pd un approccio – tradotto, un inciucio – che superi l’alleanza con la Lega con una manovra parlamentare.

Non se ne esce, non c’è via che non passi per una scelta: la faccia o la poltrona. E’, finalmente, l’ora della veritTAV.

Un nuovo vecchio Pd

Zingaretti vince, anzi trionfa. Un successo accompagnato dal jingle del “ponci ponci po po po”: “Ti piace vincere facile?”. Non c’era un’alternativa in grado di contrastare il ritorno della vecchia sinistra alla guida del Partito Democratico, c’erano piuttosto due doppioni che si sono divisi quel po’ di elettorato che ha trovato dentro di sé abbastanza fede per recarsi ai gazebo.

Perché per quanto possa venire istintivo paragonare i numeri di queste primarie alle scorse, è chiaro che ad eleggere Zingaretti non sia stato lo stesso popolo che ha fatto segretario Renzi. Sono elettori di ritorno che rimpiazzano quelli fino a ieri maggioranza, da oggi quasi fuoriusciti. Perché la divisione che il governatore del Lazio promette di superare è infatti prima di tutto interna al proprio mondo, al di là delle correnti. Chi ha votato Zingaretti non poteva votare Renzi. Chi votò Renzi difficilmente voterà Zingaretti.

Quando parla per la prima volta da segretario dedicando la vittoria a Greta Thunberg, la 15enne svedese che lotta contro i cambiamenti climatici, Zingaretti fa una buona mossa: si intesta una battaglia ambientale, ma prima di tutto culturale, che in altri Paesi europei ha prodotto buoni risultati elettorali (basta vedere i numeri dei Verdi tedeschi) e manca totalmente dal dibattito italiano.

Quando si rivolge ai giovani, ai poveri e ai disoccupati, fa quello che Nanni Moretti avrebbe definito “qualcosa di sinistra”. Ma in un discorso un po’ esaltato, e per giunta prolisso, pur definendosi “leader” e non “capo” (stoccata a Renzi subito, subitissimo) di una comunità già ringrazia “l’Italia che non si piega”. Errore: c’è vita e resistenza al governo anche oltre il Pd. Eccome se ce n’è.

Il rischio è quello di alimentare una bolla destinata a scoppiare al primo contatto con la realtà: le prossime Europee. Zingaretti è il segretario del maggior partito di centrosinistra, da ieri sembra solo di sinistra: al resto d’Italia deve ancora parlare. Si vedrà come. Ma per ora sembra un nuovo vecchio Pd.

Fair play

renzi motorino firenze

Saper perdere, riuscire a non partecipare, pur sapendo di essere il migliore, almeno da quelle parti. Salire in sella ad una vespa azzurra, andare a votare, anche quando la prospettiva è quella di ritrovarsi in un partito rosso, che più rosso non si può. Matteo Renzi e una lezione di stile, l’ennesima, ad un partito che in questi anni non ha mostrato nei suoi confronti lo stesso garbo.

Ci vuole una buona dose di coraggio per non giocare, una sana iniezione di self-control per non reagire, quando tutti intorno provano ad ignorarti, quando sai perfettamente che buttandoti nella mischia avresti probabilmente di nuovo vinto: a meno di ammucchiate ignobili e alleanze-contro, a meno che il Pd non avesse fatto il Pd, insomma.

Dal dopo 4 marzo Matteo Renzi ha fatto però un errore. Non ha trovato il coraggio e i tempi giusti per imboccarla realmente “un’altra strada”. Per riunire un popolo che non è quello del Partito Democratico, ma il suo; per mettere insieme la gente che oggi voterà Giachetti, pensando a lui; per provare a liberarsi una volta per tutte dalle catene della ditta.

Il Pd non è casa sua. Forse non lo è mai stata. Ma oggi, intanto, ha mostrato di rispettarla più di tanti altri cosiddetti padri “nobili”. Nessuna guerriglia, nessun fallo di reazione. Si chiama fair play. E non era scontato. Non era per niente dovuto.

Primarie secondarie

Non è bastato impegnarsi davvero, scervellarsi per giorni, leggere con predisposizione d’animo i diversi appelli dei cosiddetti “padri nobili”, sorbirsi un noioso confronto tra i tre candidati, per trovare un motivo valido per cui votare alle primarie del Pd.

Mente, chi dice che “stare a casa significa favorire Salvini”. No, stavolta no, Salvini non c’entra. Non è in gioco il futuro del Paese. Semmai quello di un partito che si è fatto troppo del male per pensare di non pagarne prima o poi un prezzo.

Zingaretti è rimasto in questi mesi il fratello del commissario Montalbano. E’ nella migliore delle ipotesi una brava persona, un dirigente pacioso: qualità non scontate, si dirà, ma di certo non è l’uomo che risolleverà il Paese. E nemmeno il centrosinistra in Italia. Martina è rimasto in mezzo, troppo incerto su chi è stato ieri per sapere chi diventare domani. Giachetti ha avuto almeno il coraggio delle proprie azioni ma, a torto o a ragione, non basta presentarsi come il continuatore ideale del renzismo per interpretare la parte di Renzi.

Perché in fondo ci si può nascondere dietro espressioni come “fare squadra”, “essere inclusivi”, “basta divisioni”, ma prima o poi sarà chiaro che non sono state soltanto le lotte intestine, le vergognose faide interne, le pugnalate fratricide ad allontanare gli elettori. Piuttosto l’incapacità di rendersi conto di ciò che avveniva fuori, una buona dose di sano realismo per porre un rimedio, un argine ultimo, per evitare che spuntassero i Salvini e i Di Maio che oggi – tutti – dobbiamo somministrarci in tremende dosi massicce.

No, non c’è onestamente un motivo per votare domenica, a meno di non essere credenti ferventi. Non può esserlo una prospettiva di alleanza futura coi 5 Stelle, non può esserlo un ritorno di D’Alema o un’operazione nostalgia in stile Unione. Il Pd è finito, superato dagli eventi, impossibilitato a risorgere nonostante le ottime individualità presenti al suo interno. Il meglio che può esprimere non è rappresentato. E’ stato abbattuto (non battuto) o costretto ad emigrare per emergere (e il riferimento a Renzi e Calenda non è puramente casuale). Sono primarie senza leader, tra gregari privi di carisma, tra secondi che mai diventeranno i primi. In una frase: primarie secondarie.

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

Perché la richiesta di mandare a processo Salvini è un regalo a Salvini

Premessa: l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso Diciotti è un autogol.

Se c’era un modo per spingere la Lega al 51% alle prossime Europee eccolo, trovato. Salvini può ora fintamente immolarsi, descrivere se stesso come un martire pronto a sacrificarsi in nome della Patria, diffondere la narrazione di un perseguitato dalla giustizia “colpevole” di aver fatto gli interessi della Patria e del Popolo.

Ora, dando per scontato che i magistrati di Catania abbiano trovato dei margini giuridici per chiedere l’autorizzazione a procedere, volendo credere che la giustizia politicizzata in questa vicenda non c’entri nulla, veniamo al dunque: Salvini non finirà in ogni caso a processo.

In Senato ai voti della Lega si aggiungeranno quelli di Fratelli d’Italia con assoluta certezza, ma pure quelli di Forza Italia. Silvio Berlusconi, pur non simpatizzando per Salvini, ha subìto in prima persona una manovra di espulsione parlamentare dal Senato. Il suo sarà un voto a favore della propria storia, piuttosto che pro-Salvini.

E il M5s? Dopo essersi schierato a favore del leghista per tutti i giorni dell’indecorosa vicenda Diciotti non può di certo pensare di sconfessare se stesso. Al limite potrebbe smarcarsi qualche senatore fedele a Fico, ma poco altro. Diversamente sarebbe un suicidio politico. E il Pd? Probabilmente, rendendosi conto che il proprio voto risulterà ininfluente, voterà per l’autorizzazione a procedere, così da offrire ai propri elettori lo scalpo, almeno virtuale, del nuovo nemico. Una decisione a mio avviso sbagliata: l’avversario si batte nelle urne, punto.

L’impatto politico di questa vicenda, oltre che dalla saggezza degli altri partiti, dipenderà anche dai tempi che comporterà. Maurizio Gasparri, che sarà relatore del caso in qualità di presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha assicurato che la pratica sarà gestita con rapidità. C’è da augurarselo. A meno che non si voglia portare Salvini in carrozza al voto di maggio. Uno: non ne ha bisogno. Due: sarebbe la fine.

So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.