Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Ma quale unità

Renzi e Zingaretti

Non c’è da sorprendersi che il nuovo “leader” di un partito decida di attorniarsi di gente di cui si fida. Chi si meraviglia del fatto che nella nuova segreteria del Pd di Zingaretti non ci sia nemmeno un renziano vive su Marte. Era chiaro fin dall’inizio, fin da prima della vittoria alle primarie, che stava nascendo un nuovo partito. Un nuovo partito che si sarebbe prima o poi scomposto in due partiti. Se non di più.

Perché parliamoci chiaro, gente come Renzi, come Calenda, con le idee di Zingaretti, Zanda, Sereni, mettiamoci pure Bersani, non ha mai avuto nulla a che spartire. Credere che bastasse cambiare leadership, privare un gruppo dirigente della parola “dirigente”, andare in televisione a spiattellare lo slogan “unità, unità” nemmeno il Pd si fosse trasformato in un MoVimento 5 Stelle qualsiasi (lì era “onestà, onestà”) significava entrare in una sessione di auto-convincimento senza approdo.

Ma nascondere la polvere sotto il tappeto non serve, mai. Il caso Lotti-CSM appare per quello che è: un caso che non avrebbe dovuto esserci. Perché non c’è motivo che giustifichi un politico che si interessa delle trame della magistratura. Trame che, peraltro, neanche dovrebbero esserci. Però la messa all’angolo di Lotti da parte della nuova dirigenza, cerchiobottismo di Zingaretti a parte, sa di resa dei conti, di vendetta da consumare sul più vicino a Renzi perché tale, di sfida politica ridotta a faida interna.

Con Zingaretti troppo scaltro per intestarsi la responsabilità dello strappo, sono gli altri ad andare avanti per azzannare il “colpevole” (presunto, non sia mai qualcuno lo abbia scordato). Di fondo c’è una partita a scacchi, parallela a quella del governo, dove Salvini e Di Maio tentano ogni volta di passarsi il cerino per la caduta dell’esecutivo. Così nel Pd, se ancora così si può chiamare, Renzi vorrebbe andare, anzi, dovrebbe andare, ma resta in attesa di condizioni migliori. E Zingaretti, che di Renzi si vorrebbe liberare, non può strappare, per non essere un giorno additato lui, proprio lui, come quello che predicava pluralità, campo largo, ma solo a parole.

E’ l’immagine di un partito destinato ad avere un doppio spartito. Di un partito, se ne prenda atto, che non è un solo partito.

Ne scaturisce un’esclamazione, più che una domanda. Una constatazione, più che un dubbio. Ma quale unità…

Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Il futuro dopo Siri: c’è l’embrione di un nuovo governo

Dietro la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul caso Siri non si cela soltanto la fretta del MoVimento di risolvere una questione imbarazzante per l’auto-proclamato “governo del cambiamento”. Né la questione è catalogabile solo come la volontà di Di Maio e Conte – sempre più premier M5s – di esibire lo scalpo di un fedelissimo di Salvini ai propri elettori e ringalluzzirli in vista delle elezioni Europee. C’è certamente questo, ma non solo.

La manovra di ieri rivela una volta di più che la frattura tra Di Maio e Salvini non è ricomponibile. Dopo le Europee verrà scelto dal leader della Lega un casus belli per rompere il patto di governo.

Non è convenienza di Salvini sacrificare l’esecutivo sull’altare di Siri. In primis perché – per quanto si possa essere garantisti – non v’è certezza che il sottosegretario sia innocente come dice. Impostare poi una campagna elettorale sull’indisponibilità a rinunciare ad un sottosegretario indagato per corruzione significherebbe un clamoroso autogol.

Da questo ragionamento ne deriva un altro: se questo governo cade è chiaro che non potrà ripresentarsi dopo le nuove elezioni Politiche identico a se stesso. E qui sta l’accelerazione di Conte. Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di occupare l’arco sinistro del Parlamento. La “sfrontatezza” con cui si decide di stuzzicare Salvini nelle ultime settimane è figlia di una sicurezza che il leader della Lega non ha: la possibilità di una maggioranza alternativa dopo le urne.

Qui interviene il Pd di Zingaretti. Perché sono sempre di più i segnali che lasciano intravedere la volontà di un dialogo tra le parti. Un sondaggio di Porta a Porta dice che il 54% degli elettori dem sarebbe disponibile ad un’alleanza coi 5 Stelle. Poco più di un elettore su 2. Una percentuale che dà l’idea della spaccatura all’interno del partito sulla questione. E che prefigurerebbe la nascita di un nuovo partito di stampo centrista di Renzi.

Di questa exit strategy non dispone, ancora, Matteo Salvini. Se il MoVimento 5 Stelle può permettersi di forzare, consapevole che prima o poi a strappare sarà la Lega per capitalizzare il proprio consenso, d’altro canto Salvini ha ancora un problema: Silvio Berlusconi. Fiaccato com’è da un intervento chirurgico non banale, recluso al San Raffaele e impossibilitato a lanciarsi in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua sopravvivenza politica, è ancora il Cavaliere il freno alle ambizioni di Salvini. Una Forza Italia marginale, ampiamente sotto il 10%, darebbe a Salvini la possibilità di lanciarsi nel suo progetto di nuovo destra-centro, costituendo un’alleanza che vedrebbe in Toti e Meloni le sue stampelle.

Fino al 27 di maggio, però, questo scenario è bloccato, sospeso. Ne deriva un vantaggio di tempo per Di Maio, autorizzato fin da ora a bombardare il suo alleato di governo, nella speranza che le Europee vedano primeggiare il M5s rispetto al Pd e gli consentano di arrivare alle Politiche, presumibilmente in autunno, con lo slancio di chi intende esprimere, dopo l’accordo con Zingaretti, il nome del prossimo premier.

Questo è lo scenario, la strategia. C’è l’embrione di un nuovo governo. Che gli italiani lo sappiano, almeno.

Sta nascendo il PDi Maio?

L’indole di una certa sinistra è la stessa da sempre: il fascino esercitato dal potere è per alcuni dirigenti irresistibile. Ma cercare di tornare alla guida del Paese aggirando il problema del consenso è un errore tragico, come il piano che sta balenando nella mente di alcuni politici del Pd, impegnati in tentativi di abboccamento a dir poco comici nei confronti del MoVimento 5 Stelle.

Graziano Del Rio è una persona seria, ma le sue parole a “La Stampa” dovrebbero preoccupare non poco gli elettori che hanno votato Partito Democratico con la consapevolezza di essere “altra cosa” rispetto ai pentastellati.

I sospetti che fin da subito hanno accompagnato l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti sembrano confermati dai movimenti delle ultime settimane. Del Rio che porge la mano ai 5 Stelle e si dice disposto a discutere su temi come salario minimo, conflitto di interessi e taglio dei parlamentari pensa di fare “qualcosa di sinistra”, ma sfoderare il repertorio di Nanni Moretti non basta a restituire rappresentanza ad un popolo.

Bisogna uscire da un equivoco: il MoVimento 5 Stelle, che si è sempre definito una forza post-ideologica, non è “la nuova sinistra” come azzardò assurdamente Eugenio Scalfari qualche tempo fa. Piuttosto è corresponsabile di un governo di estrema destra che sta distruggendo il Paese.

Qualche mese fa fu Renzi ad evitare che il Pd consegnasse il centrosinistra ai 5 Stelle. Ora quel salvagente non c’è più. Se da una parte l’intervista di Del Rio può essere letta come il tentativo di incunearsi tra MoVimento 5 Stelle e Lega per farne esplodere le contraddizioni, dall’altra c’è il rischio concreto che questa manovra si configuri come attività di preparazione del terreno in vista di future alleanze, anche senza nuove elezioni ma con un semplice cambio di maggioranza in caso di caduta del governo.

L’obiettivo del Pd, detto da chi non è del Pd, dev’essere sconfiggere il MoVimento 5 Stelle, non esserne la stampella. Dimostrare che la buona politica vince sull’anti-politica, che i progressisti sono meglio dei populisti.

Scegliere di rincorrere Di Maio, oltre a portare all’auto-distruzione, conduce anche all’umiliazione. Basta leggere la replica che il capo grillino ha riservato all’apertura di Del Rio:”Se il Pd vuole votare quelle proposte avrà l’occasione di redimersi da quanto non ha fatto in questi anni”.

Porgere la mano è diverso che porgere la guancia. Il Pd provi a fare il Pd. Non ceda alla tentazione di fondare il PDi Maio.

Mai così distanti

Questa volta il gioco delle parti c’entra poco. Perché il ritiro delle deleghe da sottosegretario di Armando Siri ad opera di Danilo Toninelli è stato vissuto in casa Lega per quello che è: un colpo basso, indipendentemente dalla vicenda giudiziaria in sé, un salto di qualità nella ricerca continua della polemica, che è il sintomo di un barometro che da ormai settimane resta fisso su bufera.

Il segno dei tempi lo dà la modalità dello scontro. Perché Di Maio che “denuncia” sui social la tentazione della Lega di tornare con Berlusconi è la prova della fine delle comunicazioni tra lui e Salvini. Di più: è l’evidente tentativo di mettere in difficoltà l’avversario sul piano personale, perché personale è il rapporto tra Siri e Salvini, personale è l’attacco sulla “legalità” che Di Maio indirizza alla Lega (“Senza di noi chissà che cosa sarebbe accaduto”).

Come se d’un tratto sia emersa l’urgenza di rivendicare quella “diversità” del MoVimento rispetto a tutti gli altri. Smentita dai fatti, dalle inchieste che colpiscono tutti, dall’attaccamento alle poltrone, dall’incapacità di dare seguito alle promesse elettorali, eppure spiattellata in faccia al partner/rivale nel momento più difficile.

Non è un caso che Salvini risponda su Facebook premendo su “l’amico Luigi”, gli “amici dei 5 stelle”. Come dire: “Ecco, menomale che siete amici…”. E’ una sottolineatura voluta, cercata, marcata, che svela la realtà dei rapporti di oggi, passati dalla diffidenza all’ostilità, dallo scetticismo alla rissosità, in un’escalation di tensione di cui onestamente non si vede la fine.

Perché il punto alla fine resta questo: forse nessuno dei due ha il coraggio di strappare realmente. Per quanto le incompatibilità giustificherebbero ben più della vicenda Siri l’interruzione di questo esperimento di non-governo che fa solo del male all’Italia. Eppure, in uno scenario in cui l’uno sembra frenato dall’altro, che il tema sia la Tav o i porti chiusi, le infrastrutture o la politica economica, nessuno dei due trova il coraggio di rompere.

Salvini perché non è certo di essere autosufficiente e di non dover tornare a bussare da Berlusconi. Di Maio perché nell’ultimo anno ha perso troppi voti e i tempi per un eventuale cambio di maggioranza col Pd non sono ancora maturi, con Zingaretti deciso a capire se l’operazione sorpasso è davvero possibile oppure è una chimera.

Resta l’impressione di una partita a scacchi estenuante, di un’attesa sfibrante che si consuma sull’Italia. Di uno strappo che a livello umano si è già verificato. Come in una coppia che sa che stavolta è finita, ma per dirselo attende la prossima lite. In una frase: mai così distanti.

Come isolare Salvini sul diritto alla cittadinanza

Il fatto che il dibattito sul diritto alla cittadinanza sia stato riaperto da un ragazzino di 13 anni di nome Rami che ha salvato 50 compagni di classe da un attentato la dice lunga sulla qualità della nostra agenda politica. C’è chi ha pensato, mostrando scarsa capacità di visione, che l’unica cittadinanza importante fosse quella del reddito. Non è così, non se abbiamo la pretesa di considerarci un Paese civile.

Bisogna dunque uscire per una volta dagli schemi classici, renderci conto che certi temi non sono – come qualcuno vorrebbe far credere – appannaggio della sola sinistra. Si tratta di buon senso. Se due bambini nati in Italia vanno a scuola insieme, giocano a calcio insieme, tifano la stessa squadra insieme, trascorrono un mucchio di ore davanti alla PlayStation insieme, amano la pizza in maniera esagerata insieme, allora non si vede perché la discriminante per decidere la loro nazionalità debba essere il luogo di nascita del loro papà.

Personalmente sono contrario ad uno ius soli che segua il modello americano, che pure rimane la più grande democrazia del mondo: non penso che per l’Italia concedere la cittadinanza a chiunque nasce sul suo territorio sia la soluzione migliore. Vorrebbe dire incentivare il fenomeno della migrazione di migliaia di persone, che vedrebbero in un viaggio disperato la speranza di un futuro migliore per i loro figli. Penso invece che la discriminante debba essere la cultura. Mettere la scuola al centro. Chi cresce leggendo Dante, studiando educazione civica, chi un giorno suderà sette camicie cercando di tradurre i classici greci e latini, ha il diritto di essere considerato italiano come noi.

In questo senso è giusto dire sì allo “ius culturae”. E ripeto: non è una proposta di sinistra. Silvio Berlusconi in passato si disse favorevole ad una legge che concedesse la cittadinanza italiana dopo un esame che valutasse il livello di integrazione dei figli nati da stranieri. Non si vuole essere troppo pro-migranti perché a livello elettorale non paga? Si decida allora di modificare leggermente il progetto di riforma renziana che attribuiva la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi. Si aggiunga un’assicurazione in più: è italiano chi ha studiato per almeno 5 anni nelle nostre scuole. Significa aver fatto tutte le scuole elementari in Italia oppure le scuole medie più i primi due anni di liceo. Davvero non basta?

Diverso è il discorso per lo “ius sanguinis”: non è francamente attuale un discorso secondo cui un ragazzino nato e cresciuto in Italia diventi “dei nostri” soltanto al compimento del 18esimo anno di età. In questo caso si applichi un concetto “securitario”, chissà che ne pensa la Lega: ha diritto alla cittadinanza un bambino figlio di genitori stranieri che risiedano in Italia da almeno 7-8 anni (scegliete voi) e che non abbiano commesso neanche un reato.

Su queste proposte un centrodestra moderato e non succube di Salvini si gioca non solo la faccia, ma anche la possibilità di mostrare alla maggioranza degli italiani – che non è razzista – il vero volto del leader della Lega e, di conseguenza, la possibilità di recuperare la sua centralità all’interno della coalizione. Il Pd a sua volta ha il compito di non estremizzare il dibattito: ha la responsabilità di non chiedere una cittadinanza indiscriminata e per tutti che sarebbe – oltre che sbagliata – anche indigeribile per quella parte di centrodestra che già è chiamata ad una prova di coraggio non da poco agli occhi del suo elettorato tradizionale. Il MoVimento 5 Stelle, infine, ha una chance più unica che rara: isolare Salvini su un tema di buon senso, ma Di Maio ha dimostrato di essere come sempre in ritardo quando ha detto che il tema non fa parte del contratto di governo e quindi non è in agenda.

Eppure il gioco vale la candela. Se non si vuole farlo per Rami e i suoi fratelli, lo si faccia allora per i propri destini politici. Spiegare la realtà agli italiani è forse un esercizio faticoso, ma anche l’unico possibile per inchiodare Salvini alla verità delle sue posizioni: semplicemente razziste.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.