Che fai, lo cacci?

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La politica italiana si conferma all’avanguardia. Sta inaugurando un nuovo genere: il reality-thriller. Ogni giorno una polemica, ogni ora una minaccia di crisi di governo. Un meccanismo perfetto per alzare gli ascolti. Fino a quando il pubblico, in attesa permanente del colpo di scena (che non arriva), capisce che non succede niente: è tutto un bluff, meglio cambiare canale.

I protagonisti di queste ore sono indubbiamente due: Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Il premier ha dimostrato in questi mesi una capacità di galleggiamento nel mare agitato della politica onestamente sorprendente. Presiedere due governi dopo essere apparso sulla scena da perfetto sconosciuto non è impresa da tutti. In poco tempo è emersa la maggiore caratteristica dell’autoproclamato “avvocato del popolo”: è un ottimo avvocato di sé stesso.

Ma quando si parla di schermaglie politiche, di colpi di fioretto, Matteo Renzi ha dalla sua un’esperienza diversa. A dirla tutta l’aveva anche Matteo Salvini, ma il caldo d’agosto e la brama di “pieni poteri” lo hanno trascinato in una botola da cui fatica ad uscire. Renzi non ha questi problemi. Al contrario: la fretta, la velocità, sono i suoi maggiori nemici. Logorare Conte va bene fino a quando non si rompe il governo. Per questo motivo nella diretta Facebook in cui ha aperto e subito dopo chiuso il confronto con Conte c’è un passaggio fondamentale: “Caro presidente del Consiglio la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi ma non rinunciamo alle nostre idee, rispetteremo la tua scelta. Puoi cambiare maggioranza, lo hai già fatto, sai come si fa, quello che non puoi dire è che noi siamo opposizione maleducata perché se lo siamo voi non avete la maggioranza“.

La politica vive dei suoi riti, è perfino ciclica. Vi sembra di avere già assistito a qualcosa di simile? Sì, è vero. Renzi ha rievocato il “Che fai, mi cacci?” di Gianfranco Fini. Ma Conte a differenza di quel Berlusconi è meno forte. Il drappello di (ir)responsabili pronti a sostituire il governo esiste, uscirà fuori al momento opportuno, se mai dovesse essercene bisogno. L’istinto di conservazione del Parlamento è esemplare. La salvezza momentanea di Conte coinciderebbe anche con la sua fine a livello d’immagine. Conte ha sancito il suo percorso di vita con una frase passata in sordina, pronunciata strategicamente prima di Capodanno, con gli italiani storditi dalle mangiate natalizie e sazi quanto basta di politica: “Dopo questo mio intenso coinvolgimento, non vedo un futuro senza politica. Non mi vedo novello Cincinnato che mi ritraggo e mi disinteresso della politica“.

Questo è il punto: Renzi ha bisogno di tempo per dare ad Italia Viva una dimensione che attualmente non possiede. Conte non può rischiare di passare come l’uomo attaccato alle poltrone, il vecchio politico che passa da una maggioranza all’altra come niente fosse.

Renzi, però, nei prossimi mesi dovrà capire da che parte stare. Il progetto di fare al Pd ciò che ha fatto Macron ai socialisti francesi sembra difficile da realizzare soprattutto per un motivo: egli non viene percepito come un uomo di sinistra, al massimo di centrosinistra. Ed è chiaro che Italia Viva difficilmente potrà presentarsi alle prossime elezioni in coalizione con Pd e M5s, a maggior ragione nelle vesti di junior partner. Pensare ad un’alleanza con Salvini è fantapolitica, Renzi non entrerà nel centrodestra. L’ipotesi più percorribile è che tenti di creare il centro. E’ un’operazione lunga e complicata, anche questa. Serve convincere Forza Italia, +Europa, Azione di Calenda, Udc e altri partitini a formare un unico blocco, ma soprattutto a rinunciare alle garanzie che la permanenza nei rispettivi poli fornisce.

Ecco perché al di là dei riti della politica, dei suoi cicli, i déjà-vu avvengono ma con qualche variante. Renzi ha minacciato la crisi. Ma non l’aprirà. La questione è ribaltata. Il cerino nelle mani di Conte: “Che fai, lo cacci?”.

Quel pregiudizio del governo su Renzi

Renzi

Se la politica italiana recuperasse onestà – non il ritornello urlato nelle piazze dai grillini, ma la capacità di analizzare i problemi esercitando buon senso, senza preconcetti, posizioni pregiudiziali, logiche del reciproco dispetto – sarebbe una buona notizia. Questa notizia, però, non sembra essere all’orizzonte. Più facile vedere comparire una crisi di governo.

Parliamoci chiaramente: è comprensibile il punto di vista di chi crede che quella di Matteo Renzi sulla prescrizione sia una battaglia ingaggiata per mettersi in mostra, per ottenere una centralità che altrimenti la realtà politica odierna non gli riserverebbe. E ancora: si può capire chi ha interpretato come un errore, uno sgarbo istituzionale, la mancata presenza della delegazione di Italia Viva al Consiglio dei Ministri odierno. Ma con la stessa chiarezza bisogna dire che è lecito dal punto di vista del nuovo soggetto renziano reclamare ascolto e pari dignità su un tema sensibile come quello del garantismo.

Per quanto sembri difficile da credere, anche su un argomento come la prescrizione, se c’è volontà politica posizioni sulla carta inconciliabili come quelle incarnate da Alfonso Bonafede e Matteo Renzi possono trovare un compromesso. Il punto, in questa vicenda, sembra essere proprio questo. Al di là dei tecnicismi, dei diversi pareri su dove si trovi la ragione, non tenendo conto di due visioni della giustizia antitetiche, tacendo dell’approccio giustizialista con cui questa vicenda è stata affrontata dal partito di maggioranza relativa in Parlamento, ma soprattutto di come è stato clamorosamente appoggiato da un partito che si dice democratico ed un tempo perfino garantista, bisogna ammettere che il problema, per qualcuno, è solamente è uno: Renzi.

Fin dalla scissione con il Pd, la sua presenza al tavolo del governo, il fatto che ne fosse diventato d’un tratto azionista, è stato vissuto con disappunto, con malcelato fastidio. Un sentimento provato non solo dal MoVimento 5 Stelle, ma a maggior ragione dal Pd, che il partito renziano deve tentare di ucciderlo nella culla, per non rischiare di vederselo un giorno cresciuto e potenzialmente pericoloso. E allora arriviamo al dunque: tutto questo caos sulla prescrizione, queste polemiche per l’atteggiamento di Italia Viva, le strigliate dello statista Conte, la denuncia di “maleducazione” (ohibò!), l’ipotesi di un ritorno al voto messa in campo come una minaccia, cosa sono se non la conseguenza di un “peccato” originale?

Quale? La presenza di Renzi al governo. Interpretata al di là dei suoi torti o delle sue ragioni. Come quando si ha un pregiudizio su qualcuno, giusto o sbagliato che sia. Il punto, però, è che stavolta non c’è di mezzo né Renzi, né Italia Viva. C’è in gioco l’Italia.

Capitan Paura: Salvini si batte da solo

Salvini Emilia-Romagna

La frase più azzeccata da un po’ di tempo a questa parte Matteo Salvini la pronuncia pochi minuti dopo la mezzanotte: “Il popolo, quando vota, ha sempre ragione”. Quando si presenta in sala stampa, primo tra i leader nazionali per influenzare il dibattito, le prime proiezioni hanno già chiarito che la tanto annunciata “spallata” al governo l’Emilia-Romagna non la darà, ma il Capitano preferisce costruire una narrazione improntata all’ottimismo: “Abbiamo una partita, non era così scontato”.

Vero, verissimo. Ma festeggiare una sconfitta dopo aver raccontato per mesi di una possibile vittoria non è quello che si definirebbe un trionfo di onestà intellettuale.

Se Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni non è – soltanto – per l’ottimo lavoro svolto da governatore. E nemmeno si può pensare che il Partito Democratico abbia risolto d’un tratto i suoi problemi, riallacciato il contatto col suo popolo, ritrovato l’essenza di quella parola chiamata “sinistra”. Paradosso vuole che se il governo oggi si rafforza, se trova insperato abbrivio per proseguire nella sua corsa, lo debba soprattutto al suo peggiore incubo: Matteo Salvini.

“Capitan Paura”, così potremmo soprannominarlo, ha sbagliato per la seconda volta in pochi mesi la strategia politica della sua partita più importante. Dopo la forzatura d’agosto, la crisi aperta d’estate nel convincimento di andare presto al voto, ecco l’errore di rendere l’Emilia-Romagna la madre di tutte le elezioni, l’ora o mai più, l’occasione irrinunciabile per mandare a casa “i sinistri”. Ne è risultata una mobilitazione che ha pochi precedenti recenti. Tutto è tornato indietro come un boomerang. Non è stato l’effetto sardine a battere il centrodestra: è stato l’effetto Salvini.

Il rischio che una destra sovranista potesse salire al potere, abbattere le mura di una delle ultime roccaforti rosse ancora in piedi, ha portato migliaia di persone allontanatesi dalla politica a votare Bonaccini. Magari turandosi il naso, di sicuro senza dimenticare le delusioni patite dal Pd. Ma di certo convinte che arrestare l’avanzata di Salvini avesse la priorità su tutto il resto.

Da queste regionali, e in particolare dalla dimenticata Calabria, emerge poi un dato allarmante per la Lega e il suo leader. Non solo l’arretramento numerico importante in termini di consensi, ma anche la conferma che il centrodestra ha più possibilità di vincere quando la guida della coalizione è a trazione moderata. Soprattutto nel delinearsi di un ritorno al bipolarismo risultato dell’agonia pentastellata. Il segnale di risveglio in Calabria di Forza Italia, altrimenti moribonda in Emilia-Romagna, è senza dubbio “dopato” dalla presenza dell’azzurra Santelli a capo dello schieramento, ma è anche indicativo della resistenza che un certo elettorato oppone al tentativo di colonizzazione leghista: e per motivi geografici, e per motivi politici.  

Più del declino inesorabile del MoVimento 5 Stelle, anticipato su queste pagine diversi mesi fa, il dato politico che emerge dalla notte elettorale è proprio questo: in un referendum tra “sovranisti” e “democratici” la destra esce sconfitta. La Lega vince dove non è fondamentale: ha una grande forza di cui rischia di non farsi niente. Salvini si batte da solo.

Non è stato un “anno bellissimo”

Il volto rassicurante del premier Conte non ci rassicura. Il fatto che questo avvocato fino a poco tempo fa sconosciuto sia diventato nel giro di un annetto un papabile per la presidenza della Repubblica per il post-Mattarella è un dato inquietante: dà l’idea del vuoto politico in cui l’Italia è piombata, la dimensione di precarietà che viviamo.

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio a Villa Madama è stata l’ennesima conferma della maggiore qualità di Conte: ottimo dribblatore, mediatore capace di conciliare opinioni divergenti, anche quando le opinioni divergenti sono le sue.

Non c’è dubbio che rappresenti un esercizio complicato per chiunque, anche per il più abile dei prestigiatori, quello di far sembrare “normale” ciò che normale non è: e cioè che Giuseppe Conte guidi oggi un governo appoggiato dal Pd, dopo aver guidato per 14 mesi un esecutivo dove l’impronta della Lega era predominante. Il soprannome assegnatogli su queste pagine in tempi non sospetti, quell’affettuoso “Avvocato Azzeccagarbugli” sembra giorno dopo giorno il migliore per descriverne l’arte di muoversi e districarsi tra i meandri delle sue contraddizioni.

Qualche esempio. Non c’è dubbio che la politica tutta urla e hashtag #portichiusi messa in atto da Matteo Salvini abbia rappresentato un successo mediatico e un fallimento politico. Ma rivendicare i risultati positivi sui rimpatri oggi sotto la gestione Lamorgese, sconfessando il vecchio titolare del Viminale, non è quanto meno tafazziano per colui che, come recita la Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri“? Conte non era a Palazzo Chigi quando Salvini (mal)gestiva le politiche migratorie in nome del suo governo?

E non è un atteggiamento leggermente vigliacco – Conte non si arrabbierà – quello che rimanda ad un’indagine sui messaggi scambiati nelle chat Whatsapp o tramite mail per verificare se realmente ci sia stata una condivisione degli atti sulla gestione (sbagliata e disumana) della nave Gregoretti carica di migranti lasciati per giorni ad annaspare in mare aperto?

Ecco, al di là della capacità di Conte di svicolare dalle vere questioni, sorvolando sulle doti d’equilibrista che nessuno mette in discussione (bravo lui, meno gli altri che glielo consentono e ne fanno uno statista), fatto salvo per alcuni sprazzi d’orgoglio che qui abbiamo elogiato, sembra di notare una pochezza preoccupante in termini di concretezza. Eccetto per lo scongiurato aumento dell’Iva, non sembra che questo governo abbia risolto finora un problema che sia uno, raggiunto un risultato da consegnare ai posteri. Vittima della sua litigiosità, tenuto insieme dalla paura (legittima, ma da affrontare) che alla fine al governo arrivi Salvini, il Conte bis non è stato fino ad oggi nulla di indimenticabile. E per questo da dimenticare. Doveva essere un “anno bellissimo”. Forse lo è stato per Conte. Di certo non per l’Italia.

Senza di Mes

Salvini e Giuseppe Conte, scontro sul Mes

Tra i soliti strepiti di Matteo Salvini, che accusa – a torto – Giuseppe Conte di “alto tradimento”, e la debolezza di una classe dirigente che ha scambiato l’Europa per una balia (se non proprio una matrigna), si trova la verità sul Mes.

Un illustre economista come Carlo Cottarelli – personalità che non può essere di certo accusata di anti-europeismo o simpatie sovraniste – ha messo in guardia il nostro governo dal firmare una riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità che così concepita metterebbe a rischio il nostro Paese. Secondo l’analisi del direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – un signore che le nostre finanze le conosce bene – l’errore di fondo sta nel fatto che uno Stato, per accedere agli aiuti del Mes, debba ristrutturare il proprio debito (ovvero ripagare solo in parte i propri creditori, come fece la Grecia nel 2012).

Quest’analisi, molto lucida come spesso lo sono quelle di Cottarelli, mette in evidenza l’impatto “psicologico” che la notizia di una ristrutturazione del debito italiano potrebbe comportare sui mercati. Sì, perché ciò che dimentichiamo è che i “mercati” non sono entità astratte – eppure i politici li descrivono molto spesso come cattivoni impegnati a sabotare le loro politiche in nome di chissà quali complotti – ma cittadini, privati, società, banche, fondi che decidono di investire i loro denari sull’acquisto di titoli di stato finanziando l’Italia.

Nel momento in cui per accedere al Mes venisse chiesto all’Italia di ristrutturare il proprio debito pubblico, la reazione dei mercati sarebbe dettata dal panico. Il nostro Paese verrebbe ritenuto non in grado di ripagare i suoi investitori. Chi possiede titoli di stato italiani interpreterebbe il segnale come un principio di insolvenza e sarebbe portato a sbarazzarsene al più presto, per evitare danni maggiori. Come conseguenza lo spread tornerebbe ad aumentare a dismisura: per ottenere soldi dai mercati, infatti, l’Italia dovrebbe assicurare ai compratori dei suoi titoli di stato degli interessi molto alti. Un effetto domino a dir poco insostenibile per un Paese come il nostro.

Detto ciò, sarebbe sbagliato ma più probabilmente frutto di una strumentalizzazione politica in chiave anti-europea, dire no a priori ad una riforma del Mes. Ed è qui che di volta in volta si coglie l’incapacità di partiti come Lega e Fratelli d’Italia di condurre una politica priva di tratti populisti.

Il Mes inteso come meccanismo che aiuta i Paesi in crisi è iniziativa lodevole. Punto. Bisogna però calibrarla perché non arrechi degli svantaggi all’Italia. Se è naturale che le altre nazioni europee pretendono delle garanzie per essere certe che i soldi dei loro contribuenti non vengano spesi “invano”, allo stesso tempo è doveroso che l’Italia – tra i Paesi potenzialmente più a rischio – stabilisca dei paletti non dannosi per la sua condizione.

Se ristrutturare il debito significa rivedere le condizioni originarie di un prestito per alleggerire il carico del debitore, non si può fare a meno di sottolineare che il 70% del debito pubblico nostrano sia in mano agli italiani stessi. Ciò si tradurrebbe per loro in una patrimoniale mascherata in nome del rafforzamento dei conti pubblici. Qualcosa di inammissibile.

Ecco perché non bisogna confondere i piani della discussione. Il Mes è una rete di protezione, ma più che un sovranista è un populista o un illuso chi ritiene che gli altri Paesi europei debbano costruirla senza ottenere garanzie in cambio. E’ qui che si gioca la partita. Ed è solo per questo che, alle condizioni attuali, bisogna dire “senza di Mes”.