L’ultima curva di Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

In politica come nella vita si può perdere. Luigi Di Maio deve averlo capito. Dalla notte del 4 marzo non fa altro: nel giro di pochi mesi ha visto dimezzare i voti del MoVimento, diminuire il suo potere contrattuale nel governo, crollare i suoi indici di gradimento, affondare la sua credibilità. Eppure, forse, ha ancora qualcosa da perdere.

Mentre Matteo Salvini continua nella sua opera di trasformazione progressiva della politica in fiction. In attesa di capire se dopo Sabaudia sarà un’altra la tappa – o se preferite la puntata – giusta per conoscere il finale della storia, sta proprio a Luigi Di Maio scegliere la propria, di fine.

Perché è chiaro che per l’attuale politico grillino una parte di futuro sia stata scritta, è evidente a tutti – forse a lui per primo – che il suo giro di giostra si avvia alla conclusione, che salire sul ponte di comando senza aver fatto nemmeno il mozzo sia stato un salto troppo grosso.

Di Maio, lo stesso che nei giorni precedenti alla nascita del governo Conte si era impuntato sulla sua nomina a premier, non salirà mai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio come invece aveva sperato. Per uno strano caso della vita, forse, questo onore toccherà all’altro, quello più rozzo, più truce, quello che riempie i suoi comizi non di chissà quali proposte programmatiche, ma di frasi riferite egoriferite. Come ieri, quando da Sabaudia parlava di se stesso come “omo de panza, omo de sostanza”. Vette altissime.

E se è chiaro che un MoVimento 5 Stelle che si piegasse alle richieste di rimpasto di Salvini – che pure pubblicamente nega questi giochini da Prima Repubblica – ne uscirebbe agonizzante, lo è pure che Luigi Di Maio sarà il primo ad essere impallinato una volta conclusa l’esperienza dell’autoproclamato “governo del cambiamento”. Sarà Di Battista? Sarà Fico? E’ una Morra che fa poca differenza.

C’è però un’ultima curva, prima dell’arrivo. E non c’è bisogno di essere Ayrton Senna o Michael Schumacher per sapere come affrontarla, per capire che prima del rettilineo, della bandiera a scacchi, si può scegliere di alzare il piede dall’acceleratore. Questo per Luigi Di Maio vorrebbe dire indignarsi, denunciare il ricatto di Salvini, non cedere alla tentazione di ingoiare l’ennesimo rospo nella speranza di non perdere tutto, nell’illusione che il tempo restituisca le occasioni andate. Significherebbe stringersi la mano, dopotutto, guardarsi allo specchio e vedere se come si è detto per anni si è poi così diversi da tutti gli altri.

Non cambierà il risultato. Sarà comunque l’ultima curva. La corsa è finita. Ma tra salvare la poltrona e salvare la faccia c’è tutta la differenza del mondo.

Pure la Madonna

Salvini cita la Vergine Maria in relazione all'approvazione del decreto Sicurezza-bis

In principio fu il rosario agitato in piazza Duomo. Poi il giuramento tenendo il vangelo in mano. Dopo vennero i continui richiami al “buon Dio”. Il tutto seguito da una rivisitazione del pensiero di Papa Giovanni Paolo II per adattarlo al proprio credo. E infine toccò alla Madonna. Che da ieri, sappiatelo, è la responsabile dell’approvazione del decreto sicurezza-bis. Se vi state chiedendo chi sia il soggetto di queste temerarie sortite religiose ne deriva una certezza: siete più fortunati di chi scrive, non sapete che il nuovo successore di Pietro si chiama Matteo.

Che ogni giorno scrive su Twitter i suoi comandamenti, che si fa beffe di noialtri, additati perfino come i responsabili della sua ascesa, soltanto perché puntuali nel coglierne e denunciarne le derive. Sarebbe più giusto, forse, bussare alla porta delle opposizioni, chiedergli conto della loro paura di tornare al voto, talmente folle da aiutare il governo a sopravvivere, consentendogli di sfornare danni, scelleratezze e schifo.

Schifo sì, schifo. E non provate a definirci moralisti, bacchettoni, bigotti, buonisti, nell’ordine che preferite. Non stavolta, non questa. Non riuscirete ad insinuare il dubbio, sia pure per un solo istante, che magari siamo noi quelli “sbagliati”.

E no che non è accanimento, no è che non è un’ossessione. Piuttosto è rinnovato disgusto, quotidiano squallore. Credeteci: noi di Salvini vorremmo non parlarne. Ma come fai a non sbottare dinanzi ad un ministro che chiama in causa la Madonna per il provvedimento meno cristiano degli ultimi anni? Come puoi tacere dinanzi alla mancanza di rispetto continua, per chi crede e per chi no, che questo presunto leader produce? Risposta: non puoi.

E allora venite pure, attaccateci, assaliteci con cura. Diteci che sbagliamo, che facciamo il suo gioco, giustificatene i mezzi, esaltatene i modi, glorificatene gli scopi, osannatelo come un Dio. Noi restiamo qui. Forse pochi, ma convinti che la “politica” sia tutt’altro. Potete giurarci.

Spiaggiato

Salvini al Papeete Beach

Spiaggiato. Ma non come un delfino, di cui non possiede la dignità. E neanche come una balena, perché sarà la storia a ridimensionarlo, a rendere chiaro che la sua apparente grandezza altro non era che un inganno, il risultato di un gioco di specchi. E allora spiaggiato punto. Spiaggiato al lido. Nel senso di Papeete Beach, Milano Marittima, diventato il centro gravitazionale della politica italiana nel 2019. Il segno dei tempi. Pure quello del degrado.

Salvini con le cuffie da deejay, Salvini a torso nudo, Salvini in infradito. E va bene, vorrai mica andare al mare coi mocassini? Vorrai mica stare in spiaggia col maglione? Vorrai mica che un ministro si goda le ferie in maniera riservata?

Ma lo spettacolo delle cubiste che ammiccanti davanti a lui ballano l’Inno di Mameli, questo no, non è dovuto. E’ il troppo che stroppia. E se un velo di tristezza ci assale nel vedere l’uomo che incarna le istituzioni italiane totalmente preso, e forse perso, dal suo strapotere quotidiano, ignaro della portata che ogni suo gesto ha sul popolo osannante, ecco che il lato comico della vicenda emerge inatteso ma puntuale, a ricordarci che siamo seri, qui non c’è proprio nulla di serio.

Quando il deejay al suo fianco fa partire il “popopopopopopo” dei Mondiali vinti nel 2006, i giovani festanti che lo intonano pensando di esaltare l’Italia in presenza del più nazionalista di tutti forse non sanno che in mezzo a loro c’è un intruso. Forse non sanno che Salvini, la notte in cui Zidane colpì con una testata Materazzi, tifava Francia.

E con questa chiudiamo, perché è perfetta per raccontare la contraddizione vivente rappresentata da Salvini. Di un ministro che chiede rispetto delle regole e poi domanda ai poliziotti di scarrozzare il figlio su una moto d’acqua. Di un leader che invoca sovranità e poi con le sue scelte ci rende più deboli. Di un “capo” che doveva fare il “governo del cambiamento” ed è finito spiaggiato.

Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.

I figli no, i figli mai, Salvini sì

Il figlio di Matteo Salvini a bordo della moto d'acqua della Polizia

I figli no. I figli mai. Che Federico Salvini, 16 anni, figlio di Matteo, venga usato per attaccare il padre proprio no. Non è da noi. Ma Salvini, il ministro, lui sì che qualche spiegazione ce la deve.

Lui sì, lui solo, deve rispondere del fatto che il figlio abbia fatto “un giro” a bordo di una moto d’acqua della Polizia di Stato. Lui che ha sempre attaccato la bontà altrui non può ora confidare nel “buonismo” di milioni di italiani con figli. Non può cavarsela denunciando un “errore da papà”.

Non si tratta di una concessione come un’altra. Non è un gelato, un capriccio assecondato, un sì ad un concerto fino a ieri proibito, un regalo costoso e neanche troppo meritato. L’uomo che ogni giorno rivendica di parlare “da ministro e da papà” ha commesso un errore più grave nella sua essenza, prim’ancora che nella sostanza. Ha dimostrato, per l’ennesima volta, di essere un ignorante. E non si legga offesa in questa definizione, ma solo una constatazione: Salvini ignora il valore delle istituzioni che rappresenta, non conosce il modo per rispettarle, fatica a comprendere che non sono un suo possedimento.

Come non lo era neanche quella moto d’acqua della Polizia, ridotta a giostra personale del figlio. L’unico in qualche modo giustificato a sbagliare. Non fosse altro per l’età, per il peso non comune di crescere con un padre che per tutto il mondo è “Salvini”, per lui resta sempre e comunque “papà”. Ma non se ne faccia scudo, Salvini. Non riduca il suo gesto ad “eccesso di cuore”, a comprensibile “amor patris”.

Perché colui che diceva di avere 60 milioni di figli, ha lanciato invece un segnale sbagliato: che ci sono figli e figliastri. Figli e poi più figli degli altri. Oggi Federico, domani quelli del Nord rispetto a quelli del Sud, dopodomani quelli della Lega rispetto a tutti gli altri.

Non è stato un errore da papà, quel giro sulla moto d’acqua. E’ stato un peccato di arroganza e strafottenza. Una presunzione d’onnipotenza. Succede a chi si sente invincibile e intoccabile.

Per questo, i figli no, i figli mai. Ma Salvini sì, Salvini ha sbagliato: da ministro, prim’ancora che da papà.

In difesa dei “buonisti”

L'indagato per la morte di Mario Rega bendato e Matteo Salvini

Mai avrei pensato di ritrovarmi a scrivere in quest’occasione, con la “sbornia” dello choc per la morte di un carabiniere di 35 anni ancora fresca. Mai onestamente avrei creduto che il sacrificio di Mario Rega sarebbe diventato ennesimo motivo di divisione in un Paese che solitamente ha l’abitudine di riunirsi, di stringersi forte soltanto (almeno) nelle tragedie. Questa volta non solo non è successo, ma è andata addirittura peggio. E allora bisogna fissarli dei paletti, c’è necessità di piazzarli dei puntini sulle “i”. Perché quanti, come noi, vengono tacciati di “buonismo” abbiano una sorta di manifesto a cui appellarsi, un richiamo alla ragione da opporre a chi ha fatto dell’odio la sua bandiera.

Parto dal caso che brucia di più: quello di Mario Rega. E’ così ovvio che ribadirlo risulta superfluo, ma evidentemente ce n’è bisogno: il vicebrigadiere morto a Roma è l’unica vittima di questa assurda storia. Lo è da solo, ma in compagnia della sua famiglia e dei suoi amici, di chi gli voleva bene, di chi tra una decina di giorni continuerà a rimpiangerne il sorriso mentre politici, haters e polemici passeranno al nuovo argomento del giorno.

L’indagato bendato durante l’interrogatorio? Non è una vittima. Ma qui l’accusa di “buonismo” non possiamo accettarla. Se gli stessi carabinieri hanno catalogato l’episodio come “inaccettabile” è perché sono “buonisti” o perché conoscono la Costituzione? Lo abbiamo detto: noi abbiamo sete di giustizia, non coltiviamo il desiderio di vendetta. Non ci interessa, non ci restituirà il carabiniere morto, anche volendo cedere all’istinto non riuscirebbe a riportare indietro le lancette. Ma la dinamica per cui chi non chiede lavori forzati, Guantanamo, torture corporali, ghigliottina, pena di morte per impiccagione in piazza e simili è un “buonista”, deve finire.

“Buonista”: è questo il termine in cui mi sono imbattuto maggiormente in questi giorni tra i commenti ai post dedicati a Mario Rega. Pensi che la giustizia debba fare il suo corso senza eccessi? Sei un buonista. Credi e vuoi che l’Italia sia (ancora) uno Stato di diritto? Sei un buonista.

Va così da un po’ di tempo, su tante materie, sintomo che il contrario del buonismo, il cattivismo, è stato sdoganato da un po’. Ma è qui che si cela l’inganno, l’inghippo, lo scarto tra chi predica odio e chi chiede giustizia. L’esempio più lampante? Prendiamo i migranti. Ci sono quelli che ti scrivono:”Se ci tieni tanto perché non ne accogli uno a casa tua?”. Risposta: “Noi pensiamo che rientri tra i compiti dello Stato”. Obiezione: “Ma l’Italia non può prenderli tutti”. Controreplica: “Siamo d’accordo. Ma salvarli è un obbligo, prima di tutto morale. Sull’accoglienza si ragiona e si discute con gli altri Paesi, dopo”.

Quelli che ci attaccano si professano spesso e volentieri orgogliosamente “sovranisti”, ci trattano come “traditori della Patria”, senza sapere che noi l’Italia l’amiamo forse più di loro, senza capire che se tendiamo a cercare un compromesso, a preferire la via della politica rispetto a quella dei muscoli è perché abbiamo chiaro che da soli non andiamo da nessuna parte.

Eccola, la differenza. Non è buonismo. E’ rendersi conto che tra nero e bianco c’è spesso dell’altro. Una sfumatura il più delle volte tendente al grigio. Un patto con la realtà che è tutto il contrario dell’arrendevolezza e della debolezza. Significa accettare la complessità dei problemi. Provare a risolverli senza vendere slogan e illusioni. Vuol dire anche confrontarsi con il dolore di una morte ingiusta. Come quella di Mario. Restare dalla sua parte sempre, anche adesso. E dunque dal lato dello Stato. Che non si fa criminale come chi Mario lo ha ucciso. Non è buonismo, è usare il cervello. Provateci.

Un passo indietro per dignità

Giuseppe Conte

C’è sempre una sorta di esasperante incertezza nel valutare le parole e i comportamenti di Giuseppe Conte. Dettata da quel dubbio di fondo che spesso riemerge: se sia esclusivamente vittima o sotto sotto complice degli altri due. Se sia il burattino di Salvini e Di Maio o se invece non trami nell’ombra per tagliare i fili di quella marionetta che ha le sue sembianze e provare (chissà) a camminare da solo.

Riscuote umana solidarietà il suo tentativo di frapporre tra sé e i vicepremier una distanza di forma, quella che è propria del professionista, l’avvocato, rispetto a due politicanti di professione. E sebbene nel suo linguaggio arzigogolato, tecnicista, istituzionale, si perda spesso l’immediatezza del messaggio, è chiaro che Giuseppe Conte è un premier migliore di quanto avrebbe potuto essere Luigi Di Maio e forse sarà Matteo Salvini.

Ma resta questa l’unica concessione che è possibile fargli: riconoscergli il ruolo di migliore tra i peggiori. Non fosse altro per il fatto di aver accettato di farsi carico delle bugie altrui. Stop.

Perché poi nella sostanza della sua azione, nei tentativi di imporre la propria linea politica (se una linea politica esiste) Conte non riesce a dar seguito alle buone intenzioni, sconta il peccato originale di essere un nominato, un notaio, più che un avvocato. Cosa ne è stato, per esempio, dell’ultimatum di inizio giugno con cui Conte chiedeva a Lega e MoVimento 5 Stelle se avessero realmente voglia di proseguire nell’azione di governo? Chi sa che fine ha fatto il moto: “Sobri nelle parole e operosi nelle azioni“? E chi può dirci dove sono naufragati i buoni propositi incarnati da quel “non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi” pronunciato in un discorso alla nazione di cui oggi quasi nessuno ha ricordo?

La sensazione è che nel valzer disordinato di questi mesi di governo, una gestione ondivaga e incerta abbia portato Conte a subire un mutamento della sua missione: da avvocato del popolo italiano a parafulmine di Salvini e Di Maio. Non una bella parabola per chi si definisce un indipendente al servizio dello Stato.

Sta a lui, adesso più che mai, dare la dimensione della sua esperienza politica. Rimettere il mandato, inchiodando le forze di governo alla propria incoerenza, ad una sterile litigiosità, alle contraddizioni di una maggioranza che ha perso di vista l’interesse generale: questo sarebbe il primo vero atto politico di livello da quando Giuseppe Conte è diventato premier. Un passo indietro per dignità. Come prova inconfutabile che lui, rispetto a quegli altri, è realmente diverso. E in quanto tale meritevole di stima.

Sì Tav (ma con inevitabile scaricabarile)

Conte dice sì alla Tav

Nei nove minuti scarsi di diretta Facebook in cui Giuseppe Conte annuncia di fatto il Sì alla Tav Torino-Lione si annidano i peccati originali più gravi e inquietanti di questo non-governo del cambiamento.

Così com’era avvenuto sull’Ilva, così com’era accaduto col Tap, anche sull’Alta Velocità l’esecutivo viene sconfessato dai dati di realtà messi in fila, uno dopo l’altro, da quanti hanno capito per tempo che questo esperimento di governo altro non è che un grande bluff.

Così, a parte le bugie svelate, come le fantomatiche “condizioni mutate” che oggi portano a dire Sì e ad archiviare il No, a parte le famose “penali” da pagare in caso di uscita unilaterale dal progetto che prima venivano negate e oggi sono citate come motivo principale della realizzazione dell’opera, a parte la retorica di colui che si presentò come “avvocato difensore del popolo” e oggi si propone addirittura come “padre di famiglia” degli italiani (Salvini docet), a parte questo – dicevamo – nei modi e nella sostanza c’è il volto di un governo che ha fatto dello scaricabarile il proprio marchio.

Sono quelli della manina, quelli incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie idee e delle proprie azioni. Sono quelli che per orgoglio preferiscono far passare la Tav come un’opera dannosa anziché festeggiare un progetto importante per l’Italia. Sono quelli che prima di ammettere un torto devono andarci a sbattere, ma così facendo portano noi a sbattere. Sono quelli senza memoria e senza vergogna. Sono quelli del No Tav, poi mitigato in Ni Tav, infine diventato Sì Tav. Ma con scaricabarile inevitabile. Come dire: siamo al governo, ma è come non ci fossimo.

Una persona seria se ne va

Raffaele Cantone

L’addio di Raffaele Cantone all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, prima della scadenza del suo mandato è una notizia. Una brutta notizia. Cantone vive sotto scorta dal 2003, è l’uomo che ha fatto condannare all’ergastolo Francesco Schiavone, “Sandokan” del clan dei Casalesi, è uno che le mafie le conosce così bene che queste hanno pensato di ucciderlo in un attentato per levarselo di torno. E’ un onesto servitore dello Stato.

Ecco, che questo signore decida ad un certo punto di fare i bagagli e levare il “disturbo” dal suo ufficio, sentendosi quasi mal sopportato, notando un cambiato approccio culturale nei confronti dell’autorità che fino ad oggi ha presieduto, è un segnale preoccupante. La dice lunga sul clima che si respira nel Paese, la dice tutta di un governo che strizza l’occhio spesso e volentieri alle persone sbagliate.

Che questo magistrato sia stato isolato, spesso escluso e non ascoltato su temi di sua competenza, tenuto finché è stato possibile al suo posto per ragioni d’apparenza, per non passare come “quelli che hanno cacciato Cantone”, è qualcosa di triste, oserei dire di vergognoso.

Raffaele Cantone ha capito da tempo, prima di molti altri, che questo governo non è interessato a risolvere i problemi ma soltanto a far credere che lo siano stati. Non lo dirà in questi termini, perché conosce il valore del rispetto istituzionale, ma è chiaro che il suo disimpegno è sì voglia di dare una mano ad una magistratura che deve rinascere, ripensarsi, riformarsi, ma prima di tutto un’ammissione di impotenza di fronte ad una classe (non)dirigente che si è definita per la sua lontananza dalla realtà, più interessata a partorire slogan d’impatto, si veda la legge “spazza-corrotti”, che a sfornare provvedimenti in grado di sradicarla.

Va bene così, dev’essersi detto Cantone. Leverà le tende, tornerà a fare il magistrato, ma soprattutto lascerà a questo governo il compito di fare dell’Italia un Paese paradossalmente più manettaro e più corrotto. Perché è questo che fa un onesto quando le condizioni per lavorare non ci sono più, è questo che fa chi alla poltrona non è incollato, chi capisce che lottare contro i mulini a vento non serve. Una persona seria se ne va.

Poltrona cercasi disperatamente

dario franceschini

Ognuno fa i conti con la sua dignità usando il proprio metro. Ma arriva un punto in cui la realtà deve presentare il conto, c’è un giorno nel quale la verità deve per forza essere riaffermata. E allora è giusto parlarne, di Dario Franceschini. Una vita nell’ombra, ma sempre ben comodo. Fino al 4 marzo 2018.

L’intervista in cui l’uomo che è stato ministro due volte in 3 governi dal 2013 al 2018 auspica un’alleanza tra Pd e MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere incorniciata ed esposta come manifesto esplicativo della fine della sinistra italiana.

Senza perdersi nei meandri della sua spiegazione “morale” e psicanalitica sul perché – a volere farla breve – secondo lui i grillini sono diversi (in meglio) dai leghisti, c’è una frase che è emblematica dei motivi che spingono Franceschini a sollecitare l’abbraccio con Di Maio:”Difficilmente il Pd col proporzionale potrà arrivare al 51%“.

Eccola, dietro la spiegazione aritmetica di Franceschini, nascosta dalla motivazione ufficiale del “da soli non bastiamo”, si cela il dramma personale di uno, ma comune purtroppo a tanti dirigenti appassionati di potere, non di politica. Il loro stato d’animo attuale può essere riassunto in un annuncio: poltrona cercasi disperatamente.

Perché diciamolo chiaramente: individuare i “valori umani e costituzionali in comune” tra il Pd e chi appoggia le politiche migratorie di Salvini, o tra il Pd e chi promuove le derive anti-parlamentari di Casaleggio, risulta sinceramente complicato.

Non bastassero le differenze politiche emerse in un anno di governo, si potrebbe rispondere con una domanda a chi lavora ad un’intesa coi grillini, dietro e davanti le quinte. Ma quali prospettive può avere, quale attrazione può esercitare, un partito che rendendosi conto di non essere più capace di vincere ripiega alleandosi con il suo opposto, la propria negazione?