Sergio parla benissimo

Sergio, il ragazzo dislessico ridicolizzato da Salvini

Immaginate di trovarvi davanti ad una grande folla, una platea importante. Non siete abili oratori, non siete protagonisti nati. E non avete studiato, non avete preparato nulla, ma siete così appassionati, talmente vivi, che decidete di lanciarvi lo stesso. “Che sarà mai, dopotutto, se per un attimo mentre parlo mi inceppo?”

Ora pensate che quell’incertezza, quella titubanza latente, sia un po’ colpa dell’emozione e un po’ della condizione che vi accompagna fin da bambini. No, non è timidezza, carenza di carisma, insicurezza che avanza: si chiamano DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Qualcuno ha difficoltà nel parlare, altri commettono errori di scrittura, per altri ancora la matematica si rivelerà sempre un incubo (più del normale).

Adesso pensate al coraggio che avete preso a due mani, alla forza che avete sentito scorrere nelle vostre vene in quegli istanti di adrenalina purissima, alla gente, tanta, che nonostante tutto batteva le mani per voi, al senso di comunità che avete sperimentato, all’idea solleticante di sentirvi, per pochi attimi della vostra vita, un leader. Qualcuno.

E poi mettete tutto questo da parte.

Perché può succedere che l’ex vicepremier di questo strano Paese chiamato Italia, il leader di partito più votato del momento, l’uomo in predicato di diventare Presidente del Consiglio non appena si tornerà al voto, decida ad un certo punto di fare di voi, delle vostre incertezze, della vostra lingua che si incarta, della bocca impastata, della saliva azzerata, sparita, finita, forse mai esistita, una caricatura, una macchietta. Esponendovi al pubblico ludibrio. Rendendovi popolare nella maniera che mai avreste desiderato. Fregandosene della dote primaria di cui un vero leader dovrebbe disporre: la sensibilità.

Ora qualcuno verrà a dirci che a prendere in giro Sergio, di sicuro, non è stato mica Salvini! Lui lavora tutto il giorno: volete scherzare? Oltre alle parodie del Papa, a postare foto del pane e Nutella, a mandare bacioni, lui lavora.

Certamente, se mai si degneranno a parlare, ci diranno che è stato quel diavolo di Morisi. Morisi chi? Ma sì, quello che gestisce “La Bestia”, il mostro social che macina like e offese, fake news e qualunquismo da bar. E senza dubbio, potete scommetterci, diranno che il male è negli occhi di chi guarda, che nessuno di loro, dei leghisti, poteva immaginare che Sergio avesse dei disturbi specifici dell’apprendimento. Catalogheranno il tutto come un innocuo sfottò. Se fossero abili cercherebbero addirittura un chiarimento di persona con l’interessato, perché di strumentalizzazioni e teatrini nella politica d’oggi, non ce n’è mai abbastanza.

Fateli fare, fateli dire. Dopotutto, però, la lezione più bella è un’altra: che nonostante la lingua arrotolata, i battiti a mille, la saliva che prima o poi torna, dovrà tornare, le parole in disordine, i disturbi e quant’altro, Sergio una cosa l’ha detta per bene: da che parte stare. Mai con Salvini.

Il cambio di regime in Iran è un “sogno”

Proteste in Iran contro il regime

C’è vita per le strade di Teheran. I semi della storia non si disperdono, prima o poi tornano a maturare. Il popolo dell’Iran non ha dimenticato la profondità della sua provenienza. L’Antica Persia è un mito che vive nei vicoli delle città, nei bazar, nei gesti di una civiltà diversa. Le immagini degli studenti universitari che evitano di calpestare le bandiere degli Stati Uniti e d’Israele, ribellandosi all’obbligo informale imposto dal regime, entrano di diritto tra i segni più rivoluzionari di questo 2020. Non un anno qualunque. Ma in politica, e ancora di più in politica estera, bisogna distinguere speranze e ambizioni. Sogno e realtà.

Le migliaia di persone scese in piazza a protestare contro le autorità della Repubblica Islamica sono la prova che la teocrazia vive tempi duri. Più dell’uccisione di Qassem Soleimani, più della rappresaglia da fiction nei confronti degli americani, hanno fatto l’abbattimento per errore dell’aereo ucraino su cui viaggiavano tanti iraniani, molti dei quali studenti (un dato da non sottovalutare), ma soprattutto le bugie che il regime ha opposto per giorni alla dura e improcrastinabile realtà.

Un’economia al collasso, la strategia della “massima pressione” messa in atto dalla Casa Bianca con nuove sanzioni, lo shutdown di internet, le dure repressioni dei mesi scorsi, sono tutti elementi che lasciano intravedere la fine di una storia iniziata nel 1979 con la rivoluzione khomeneista. Una delle domande, allora, è la seguente: è possibile un “regime change”, un cambio di regime, un colpo di Stato per rovesciare gli ayatollah? La risposta è che sarebbe auspicale, ma allo stato è molto difficile.

Per farlo servirebbe il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti: l’opzione militarmente più efficace sarebbe il via di una guerra, con tanto di “boots on the ground”, stivali dei soldati sul terreno. Gli Usa vincerebbero, è scontato. Ma qui bisogna tornare a fare i conti con lo “Zeitgest”, lo spirito del tempo. Che anno è? Il 2020. Negli Stati Uniti si vota e Donald Trump vuole vincere le elezioni. Questo significa che non è suo interesse, ad oggi, portare gli americani in un nuovo conflitto. La stanchezza del popolo a stelle e strisce è nota, la volontà di guardare al proprio ombelico piuttosto che al lontano Medio Oriente pure. No, questa opzione ad oggi non è percorribile.

Nemmeno l’idea di replicare quanto accaduto con Soleimani, ucciso durante un raid aereo mirato, sembra credibile. In primis perché operazioni di questo tipo vengono organizzate più facilmente quando l’obiettivo si trova su un territorio amico (non è un caso che il generale iraniano sia stato colpito in Iraq). In secondo luogo perché uccidere la Guida Suprema Khamenei o il presidente Rouhani potrebbe sortire l’effetto contrario: quello di ricompattare il popolo iraniano contro il “nemico occidentale”.

Si illude chi spera che le sole sanzioni economiche possano provocare un regime change. Queste, infatti, storicamente trovano effetto quando la minaccia di un’invasione è concreta, tale da sortire un motivo di preoccupazione imminente per il governante alle strette. Come abbiamo visto, però, la Casa Bianca al momento non mette in conto di entrare in guerra con l’Iran.

Nemmeno l’idea di sobillare dall’interno i gruppi di opposizione al regime sembra oggi credibile. Non fosse altro perché le formazioni in questione hanno una storia non limpidissima, quasi tutte sono state accusate in passato dagli americani di essere organizzazioni terroristiche. Un elemento, questo, che conferma un altro dato di fatto: l’eventuale caduta della Repubblica Islamica non sarebbe la certezza di un Iran filo-occidentale.

Il fatto che Trump scriva su Twitter in “farsi” – registrando peraltro il cinguettio più popolare mai pubblicato in questa lingua sulla piattaforma social -, la volontà di distinguere il popolo iraniano dai suoi oppressori, la scelta di supportare – almeno a parole – le proteste di piazza, sono tutti segnali del fatto che alla Casa Bianca non hanno abbandonato il sogno di un cambio di regime. Ma di questo si tratta, di un sogno, non di una speranza. Sarebbe la prima volta che una rivolta popolare, senza influenze esterne, si rende protagonista di un cambio di regime. Difficile, improbabile, ma sognare non costa nulla.

Morti in una guerra mai iniziata

Aereo abbattuto in Iran

Il linguaggio della guerra è chiaro a chi la pratica. Meno ai civili, portati per indole a non comprenderne le ragioni, a temerne le conseguenze, a pagarne il prezzo. L’ammissione di colpevolezza da parte dell’Iran rispetto all’aereo ucraino precipitato a Teheran su cui viaggiavano 176 innocenti è la conferma di ciò che tutti avevano immaginato apprendendo la notizia dello schianto: la fatalità esiste, ma non sempre.

Le scuse dell’Iran sono arrivate in ritardo: in questi giorni abbiamo visto le autorità della Repubblica Islamica, nell’ordine: negare la consegna delle scatole nere, ripulire l’area dello schianto con delle ruspe, sostenere con sdegno più volte la propria estraneità ai fatti e, infine, ammettere l’evidenza grazie alle pressioni della comunità internazionale e al video girato da un suo ignaro (forse) cittadino.

Detto che l’aereo ucraino è stato abbattuto per sbaglio (non ci sarebbe motivo di colpire un velivolo civile), la definizione migliore per ciò che è accaduto è proprio quella di “errore umano”. Non è lo stesso errore umano di cui parla in presenza di un incidente automobilistico, una svista causata da un’indecisione, una manovra azzardata. Questo errore è “umano” perché figlio dell’umana paura della guerra. Nelle ore seguite all’uccisione di Qassem Soleimani, nei minuti della rappresaglia iraniana, la forze di difesa di Teheran hanno creduto di essere a loro volta assalite dagli americani. E’ stato un atto “imperdonabile” ma “comprensibile”, con tutte le virgolette del caso, necessarie poiché da uomini addestrati sarebbe lecito attendersi un più alto livello di competenza e freddezza.

Quelle 176 persone a bordo dell’aereo abbattuto hanno pagato con la vita l’essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Capita, in guerra. Diventa più difficile da accettare quando una guerra non c’è stata, non c’è, e forse (per fortuna) non ci sarà.

Conte e Di Maio: un disastro di proporzioni libiche

Giuseppe Conte e il generale Haftar a Roma

Non bisogna cedere alla tentazione del “piove, governo ladro“. Se la situazione in Libia per l’Italia è complicata, per non dire compromessa, la colpa non è solo del governo Conte. Certo, in particolare il premier ha avuto diverso tempo a disposizione per imprimere la propria visione strategica in materia di politica estera ai due esecutivi che ha avuto l’onore e l’onere di guidare fino ad oggi. Se non l’avete afferrata non preoccupatevi: non siete i soli. Ma non bisogna sovraccaricare di eccessive responsabilità questo presidente del Consiglio: fa male dirlo, ma Giuseppi non conta così tanto.

Un discorso simile può essere fatto per il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, impegnato da mesi nel dare voce ad un ritornello un po’ d’antan, neanche fosse in predicato di salire sul palco di Sanremo. D’altronde non ci sarebbe da sorprendersi: nei giorni in cui il mondo ha vissuto una delle crisi potenzialmente più pericolose degli ultimi anni, quella tra Usa e Iran, in Italia il dibattito era incentrato fondamentalmente sulla presenza o meno di Rula Jebreal all’Ariston. Eppure il cantare di Di Maio risulta stonato. O meglio, fuori tempo. Ripetere all’infinito che per la Libia non esiste soluzione militare, non distoglierà gli attori principali della regione dal cercarla. Di più: escludere un intervento sul campo dei nostri soldati, producendo un pacifismo da salotto antistorico e antigeopolitico, non fa altro che consolidare le certezze degli altri Paesi interessati a spartirsi ciò che resta del nostro “fu cortile di casa“.

La frenesia diplomatica italiana delle ultime ore in relazione a ciò che accade oltre il Canale di Sicilia, l’incontro tra Conte e il generale Haftar, così come quello saltato col premier Sarraj, denunciano non una ritrovata centralità sullo scacchiere libico da parte dell’Italia, bensì la volontà di limitare i danni, il consolidarsi di un caos che avvantaggia tutti, meno che noi. Non c’è da prendersela con la sorte, ma con noi stessi. Dal 2011 in poi non ne abbiamo azzeccata una. Fosse possibile, resusciteremmo Gheddafi anche subito: come minimo potremmo parlare di Libia in maniera compiuta, e non dell’insieme di città, tribù, milizie che ormai da anni ragionano per proprio conto.

Il solito atteggiamento italiano, quello di muoversi a seconda di dove il vento soffia più forte, non ha prodotto i risultati sperati. Avevamo puntato su un cavallo, Fayez al Sarraj, e lo abbiamo abbandonato (ma ufficialmente anche no) alle prime difficoltà, lasciando che la Turchia di Erdogan avesse la possibilità di proiettare sulla Libia le sue reminiscenze da Impero Ottomano. Il motivo? Loro sono disponibili a dislocare sul terreno un contingente militare e ad offrire protezione a chi gliene fa richiesta. Noi no, noi strimpelliamo canzonette di pace o proviamo a vincere la guerra semplicemente passando da un fronte all’altro.

Così abbiamo provato a sondare Haftar, ma il generale ha degli sponsor ben più credibili di noi: Francia, Russia, Egitto. Ognuno ha ben chiaro ciò che deve fare. Persino gli americani, apparentemente disinteressati a ciò che accade in questa parte di mondo dopo aver avallato il caos con Hillary Clinton, sono ben contenti di osservare le medie potenze nell’atto di spendere energie e risorse in una guerra per procura. Gli unici perennemente indecisi siamo noi. Non è “piove, governo ladro” ma poco ci manca. Alla fine saranno gli altri a decidere per noi.

Il problema è la Bomba

Trump parla alla Casa Bianca

Donald Trump doveva dare un indirizzo all’America e all’Occidente sugli sviluppi in Iran dopo la rappresaglia della Repubblica Islamica. Ha fatto molto di più, indicando chiaramente qual è il vero problema degli Stati Uniti in Medio Oriente: assicurarsi che l’Iran non abbia mai e poi mai la Bomba.

All’arma atomica Trump ha dedicato gran parte del suo breve intervento dalla Casa Bianca. Lo ha fatto dopo aver assicurato una volta di più che nel raid persiano “nessun americano è stato ferito“, che i danni riportati sono “minimi“, le basi “al sicuro” e l’Iran “in svantaggio“. Come delegittimare nel giro di pochi istanti tutta la costruzione della propaganda iraniana. Come esporre i teocrati del regime al malcontento di un popolo stanco ma furente per l’uccisione di quello che considerava un semi-Dio: Qassem Soleimani. Se la sua vita vale così poco – sarà il pensiero collettivo – allora dov’è la tanto decantata forza del vecchio impero persiano? Poggia su fondamenta fragili “il perno dell’Universo“.

Le parole di Trump sono quelle di chi è pienamente padrone della situazione. Ha giocato da “gambler“, ha scommesso, ha visto il bluff iraniano, portato a casa l’uccisione del leader avversario più temibile, avuto ragione, trionfato su tutta la linea. Gli è andata così bene da aver capito che ci sono ancora margini per tenere Teheran sotto schiaffo. Così ha deciso di mantenere la scure sul capo degli iraniani: “Mentre continuiamo a valutare varie azioni per rispondere all’aggressione…“. Sì, anche quella militare.

Allo stesso tempo ha scelto di schiacciare una volta di più il Paese avversario nella morsa di nuove sanzioni. Siamo su un doppio binario: missili e diplomazia. Fino a quando? Per dirlo con le sue parole: “Fino a quando Iran non cambierà atteggiamento“. Questo vuol dire una cosa sola: l’Iran deve rinunciare al nucleare.

In mezzo, Trump ha infilato una buona dose di campagna elettorale: c’è da capirlo, quest’anno si vota. L’obiettivo? Obama, i Democratici, il loro accordo sul nucleare: “L’Iran ha continuato con attacchi internazionali, chiuso i cieli ai droni americani. Abbiamo dato loro oltre 1,4 mld di dollari e loro cantavano “Morte all’America“. I missili lanciati ieri sono stati pagati dai soldi messi a disposizione da Obama“.

Poi di nuovo il chiodo fisso, il vero nocciolo geopolitico della questione: “Loro devono abbandonare ogni ambizione verso il nucleare e smettere di sostenere i terroristi. Devono abbandonare tutto quello che resta di quell’accordo (quello del 2015, ndr) e lavorare insieme per arrivare ad un accordo“.

Sul finire, ecco il ritorno del “dealer“, l’uomo d’affari capace di essere duro ma allo stesso tempo ammaliare, sedurre l’avversario, portarlo dalla propria parte: “L’Iran potrebbe essere un grande Paese. L’Isis è un nemico naturale dell’Iran. Noi dovremmo lavorare insieme su questo e altre priorità condivise. E infine ai leader dell’Iran: noi vogliamo che voi abbiate un bel futuro, il futuro che meritate prospero, di armonia, di pace. Gli Usa sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano“.

Resta l’interrogativo di sempre: quello della deterrenza nucleare. Kim Jong-un ha la Bomba e per ora è vivo. Saddam e Gheddafi non hanno fatto in tempo: sappiamo che fine hanno fatto. Cosa deciderà l’Ayatollah? E soprattutto: può davvero scegliere?