La solitudine degli ‘ex’ numeri primi

Luigi Di Maio

Forse non è stato corretto contestare a Luigi Di Maio i suoi tanti (troppi) errori politici. Forse è stato sbagliato incolparlo per come ha dilapidato la fiducia malriposta di milioni di italiani, per la miopia di una condotta che ha consegnato parte di questo Paese tra le braccia di Matteo Salvini. E nemmeno ha avuto senso scagliarsi contro di lui per le giravolte infilate una dopo l’altra, promessa tradita dopo promessa mancata; per gli strappi istituzionali che lo hanno portato a chiedere perfino l’impeachment (e gli Usa in queste ore insegnano che la messa in stato d’accusa di un presidente è una cosa seria) nei confronti di quel galantuomo che risponde al nome di Sergio Mattarella. Dopotutto ogni uomo ha i suoi limiti.

Piuttosto avremmo dovuto indignarci (e lo abbiamo fatto) per il modo in cui, nelle due trattative che hanno portato nel 2018 al governo con la Lega e nel 2019 a quello col Pd, ha “commerciato” ruoli e poltrone neanche fosse impegnato in una entusiasmante partita di “Mercante in fiera” sotto Natale. Di più avremmo dovuto preoccuparci del fatto che neanche un minimo dubbio lo abbia scalfito nell’accettare il ruolo di ministro degli Esteri, nemmeno un sospetto di inadeguatezza abbia fatto capolino nella sua coscienza.

Più preoccupato di conservare la propria leadership che non dei destini del Paese, il capo politico del MoVimento 5 Stelle è stato protagonista e artefice del patto col Pd come lo si è normalmente quando ci si trova davanti ad un bivio le cui strade portano una dritta al precipizio, l’altra su una via che nella migliore delle ipotesi bucherà le ruote della macchina. Nessuna possibilità di scelta: solo la ricerca poco convinta del male minore.

Per questo Di Maio ha creduto, sbagliando, che stare con un piede nel governo e con l’altro fuori fosse l’unico modo per assicurarsi la sopravvivenza. Ha pensato, in poche parole, di fare il Salvini di questo nuovo esecutivo: colui che bombarda dall’esterno pur restando dentro, quello che critica e destabilizza, che spiazza e ricuce i suoi stessi strappi.

Non si è accorto, nel frattempo, che attorno a lui stava prendendo piede quanto di più simile ad una congiura possa esistere. Conte è stato indicato con un muto referendum nuovo leader dei 5 Stelle, Di Battista continua a tirare le fila dei parlamentari più “movimentisti” nella consapevolezza che più dura il governo col Pd meno si riduce il suo spazio personale, e Grillo per il “deputatino” di Pomigliano non s’è mai infervorato, percependolo umanamente troppo distante dalla sua idea di MoVimento (e la V maiuscola non è casuale).

Ecco perché la parabola di Luigi Di Maio, oggi, fa quasi tristezza. Non c’è neanche l’onore delle armi da rendere. Il solo-ufficialmente-capo-politico-M5s resterà a galla ancora un po’. Fino a quando Grillo, tra una battuta e un silenzio, non deciderà di desautorarlo del tutto. Fino a quando gli stessi che lo hanno acclamato non gireranno i pollici verso il basso per sancirne la fine. E’ la politica, si dirà. E’ il prezzo delle sue scelte sbagliate, si argomenterà. Tutto vero. Ma parafrasando un titolo si può dire anche che è “la solitudine degli ‘ex’ numeri primi”. E questo sì, umanamente fa una gran tristezza.

E vissero felici e Conte-nti?

Una crisi di governo surreale, condotta alla maniera di due promessi sposi che tutto vorrebbero meno che maritarsi. Non si sono mai visti, se non in qualche occasione, e in quelle poche volte non si sono mai presi. Oggetto di progetti che non sembrano riguardare i sentimenti ma solo le occorrenze, Pd e MoVimento 5 Stelle si studiano, si squadrano, ma non si piacciono. E’ un matrimonio d’interesse. Così nemmeno la politica riesce a fare breccia nella ragnatela dei personalismi e dei tatticismi. Neppure il principio del “male minore” sembra un ideale che valga la pena di perseguire.

C’è chi ha deciso di impiccarsi sulla figura di Giuseppe Conte premier. E c’è chi ha capito, forse tardi, che gli ultimatum dei 5 Stelle sono difficilmente negoziabili. In questo ritardo di comprensione della strategia avversaria, Nicola Zingaretti ha già perso una mossa rispetto a Luigi Di Maio.

Il segretario del Pd ha deciso di ripetere lo “schema Casellati”. In quell’occasione, protagonista della giocata vincente fu Salvini: Forza Italia indicò Paolo Romani come presidente del Senato, il M5s disse no e il leader della Lega provò a sparigliare scegliendo in autonomia un’altra esponente di Forza Italia, la Bernini. Un’imposizione definita da Berlusconi come “atto ostile” di Salvini, dalla quale si venne fuori soltanto con l’indicazione della Casellati da parte degli azzurri.

Zingaretti ha tentato lo stesso schema: ha creduto che Conte, il primo nome con cui Di Maio si è presentato, fosse un nome scelto per essere bruciato. Poi ha fatto sapere che il Pd non avrebbe avuto problemi a stare insieme in un governo guidato dal Presidente della Camera, Roberto Fico. Il finale, però, è stato diverso: dai grillini non è arrivata la reazione attesa, la proposta di un nome terzo. Di Maio è rimasto fermo su Conte, a conferma del fatto che al premier i 5 Stelle non vogliono rinunciare.

Se ne esce soltanto in due casi: o Conte si rende conto di essere d’intralcio e decide di fare un passo indietro in nome di quella cultura istituzionale che ha accusato Salvini di non possedere, oppure Zingaretti ammette di aver perso il primo braccio di ferro di questa partita e accetta l’avvocato premier.

Non c’è molto da discutere, chissà quanto da ragionare. Nel matrimonio d’interesse vige la logica dello scambio, del guadagno reciproco. Ma non è detto che alla fine un punto d’equilibrio si raggiunga, che celebrate le nozze, finiscano per vivere tutti felici e Conte-nti.

Il MoVimento 5 Stelle si vergogna del Pd

Di Maio

Come se ad aver perso 6 milioni di elettori nel giro di un anno non fosse il suo MoVimento. Come se ad essere passati dal 32 al 17% fossero altri. Come se la crisi di governo aperta da Salvini fosse un suo merito, un suo successo politico, Luigi Di Maio stabilisce pre-condizioni, emette diktat, scandisce i tempi e i modi del confronto con il Pd.

Come se 14 mesi di sfacelo non bastassero, come se non avesse mai governato, come se le sue parole fossero minimamente credibili, il capo politico dei 5 Stelle delinea punti programmatici, prova a rifarsi una verginità politica e ad incollarsi alla poltrona, consapevole che un altro treno no, difficilmente passerà.

E in questa spregiudicatezza, demerito di un Pd che a sua volta subisce il gioco anziché farlo, c’è tutta l’arroganza di chi avrà pure archiviato l’era del “non ci alleiamo con nessuno” – salvo poi cercare sponde con tutti – ma allo stesso modo chissà perché continua a sentirsi superiore, ontologicamente diverso, fondamentalmente altro.

Così può spuntare un Di Battista qualunque e chiedere oltre al taglio dei parlamentari anche la revoca immediata delle concessioni autostradali ai Benetton. Oppure può capitare che Grillo e Di Maio pretendano come “conditio sine qua non” per governare che il Presidente del Consiglio non solo sia 5 stelle, ma anche specificatamente Conte. E già che ci siamo perché non chiedere ai dem di dire no alla Tav?

Se vi sembrano richieste evidentemente eccessive, se pensate che a tutto c’è un limite, che questa più che una trattativa sembra un ricatto, sappiate che l’impressione è corretta, la realtà ben delineata. Se il MoVimento 5 Stelle arriva a chiedere al Pd oltre il politicamente comprensibile, se si spinge a tirare la corda correndo il rischio che si spezzi non è – solo – perché un altro forno con la Lega resta comunque aperto. La verità è che del Pd si vergogna maledettamente. Come la sua base, prevalentemente contraria ad un accordo con quello che fino a pochi giorni fa era il “Partito di Bibbiano” e da qualche ora si è trasformato nel salvagente per restare aggrappati al governo. Non le migliori premesse, per dirsi di sì.

E se avessero scherzato?

Di Maio e Salvini

Sarebbe curioso ritrovarsi a scoprire che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dopotutto, hanno scherzato. Come se la “dichiarata rottura polemica” denunciata da Mattarella altro non fosse che un teatrino estivo, uno spettacolo per intrattenere il pubblico pagante in attesa della programmazione televisiva di settembre. Eppure il rischio che alla fine questa crisi di governo si risolva nello strumento per ottenere un rimpasto, c’è eccome. Che sia per questo motivo che Di Maio ha lasciato a Conte l’onore e l’onere di fare il poliziotto cattivo in Senato con Salvini? Per lasciarsi una porta aperta? Un’uscita d’emergenza nel caso in cui un accordo col Pd fosse risultato complicato e indigesto?

Che fossero irresponsabili lo abbiamo capito a più riprese, in questi 14 mesi. Che giocassero coi risparmi degli italiani, che trattassero lo spread come un problema che non li riguarda, che sapessero solo fare deficit (e debito) come se i loro figli, i loro nipoti, non fossero italiani, c’era chiaro da tempo. Ma non vogliamo pensare che Luigi Di Maio, dopo aver invocato un anno fa l’impeachment per Mattarella, abbia ritenuto lecito utilizzare il Quirinale, le nostre istituzioni, per portare a compimento il suo personale disegno di vita: quello di diventare premier di questo Paese.

Magari è un’opzione maturata nelle ultime ore, forse è il tentativo disperato di Salvini di non essere relegato all’opposizione per anni, probabilmente è una tentazione alla quale in pochi sarebbero in grado di rinunciare. Ma qualora dovessimo ritrovarci a commentare un nuovo contratto di governo Lega-M5s, un rimpastino in stile Prima Repubblica, un accordicchio al ribasso pensato per spedire Conte a Bruxelles, Toninelli al Brennero e Di Maio a Palazzo Chigi, cosa dovremmo pensare?

Forse che il potere, le future nomine delle partecipate statali in scadenza, la possibilità di scegliere un Presidente della Repubblica populista nel 2022, in una parola, le poltrone, valgono più della coerenza, del buon gusto, della dignità, del bene degli italiani? Forse.

Il delitto (quasi) perfetto

Salvini

“Non c’è più una maggioranza”: usa questa espressione Matteo Salvini per invocare il ritorno al voto. Quasi fosse subentrato un fatto nuovo, come se non sapesse da sempre, da quando ha firmato il contratto di governo con Di Maio, che il MoVimento 5 Stelle il Sì alla Tav non l’avrebbe mai potuto votare.

Era questo, fin dall’inizio, insieme alle autonomie, il tema designato per lo strappo, la scusa buona da usare come exit strategy quando le cose si fossero complicate maledettamente. Ma il paradosso è che il governo cade non perché la Tav non si farà, ma perché i grillini (per una volta) sono stati coerenti con loro stessi.

Non gli ha concesso di salvarsi la faccia, Salvini, che nel gioco del cerino è costretto a scottarsi le dita, almeno un po’. Però se Conte e Di Maio non hanno avuto il coraggio e la dignità di ritrarsi prima di lui, se i 5 Stelle sono ora troppo presi dal panico che comporta loro la prospettiva di un ritorno al voto (e dunque a casa), onestà intellettuale vuole che si denunci l’inganno di un leader che non ha avuto neanche il coraggio di assumersi la piena responsabilità della rottura.

Parla, Salvini, di insulti quotidiani (anche questi non una novità nel reciproco teatrino di stoccate e veleni) e non si nega un’ultimo sprazzo marcatamente populista, con quel passaggio dedicato ai parlamentari che “a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani“. Spettacolo.

Ma il punto è un altro: nel piano studiato nei dettagli da giorni (solo un caso la tempistica della rottura di Toti con Forza Italia?), nella drammatizzazione che ha anticipato il comunicato di oggi, giunto appena in tempo per l’apertura dei TG, Salvini ha agito sulla base di un calcolo che prescinde dalla condotta dei 5 Stelle. La prossima manovra lacrime e sangue, i sondaggi che oltre una certa soglia non possono andare. Tutto ha portato a pensare che era questo il momento: quello dell’ora o mai più.

Sembra il delitto perfetto. La coltellata che ti aspetti ma non vedi arrivare. Con un grande “se” da verificare: la gestione della crisi. Quella spetta a Mattarella. E lì Salvini può solo attendere. E sperare.