E se avessero scherzato?

Di Maio e Salvini

Sarebbe curioso ritrovarsi a scoprire che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dopotutto, hanno scherzato. Come se la “dichiarata rottura polemica” denunciata da Mattarella altro non fosse che un teatrino estivo, uno spettacolo per intrattenere il pubblico pagante in attesa della programmazione televisiva di settembre. Eppure il rischio che alla fine questa crisi di governo si risolva nello strumento per ottenere un rimpasto, c’è eccome. Che sia per questo motivo che Di Maio ha lasciato a Conte l’onore e l’onere di fare il poliziotto cattivo in Senato con Salvini? Per lasciarsi una porta aperta? Un’uscita d’emergenza nel caso in cui un accordo col Pd fosse risultato complicato e indigesto?

Che fossero irresponsabili lo abbiamo capito a più riprese, in questi 14 mesi. Che giocassero coi risparmi degli italiani, che trattassero lo spread come un problema che non li riguarda, che sapessero solo fare deficit (e debito) come se i loro figli, i loro nipoti, non fossero italiani, c’era chiaro da tempo. Ma non vogliamo pensare che Luigi Di Maio, dopo aver invocato un anno fa l’impeachment per Mattarella, abbia ritenuto lecito utilizzare il Quirinale, le nostre istituzioni, per portare a compimento il suo personale disegno di vita: quello di diventare premier di questo Paese.

Magari è un’opzione maturata nelle ultime ore, forse è il tentativo disperato di Salvini di non essere relegato all’opposizione per anni, probabilmente è una tentazione alla quale in pochi sarebbero in grado di rinunciare. Ma qualora dovessimo ritrovarci a commentare un nuovo contratto di governo Lega-M5s, un rimpastino in stile Prima Repubblica, un accordicchio al ribasso pensato per spedire Conte a Bruxelles, Toninelli al Brennero e Di Maio a Palazzo Chigi, cosa dovremmo pensare?

Forse che il potere, le future nomine delle partecipate statali in scadenza, la possibilità di scegliere un Presidente della Repubblica populista nel 2022, in una parola, le poltrone, valgono più della coerenza, del buon gusto, della dignità, del bene degli italiani? Forse.

Il delitto (quasi) perfetto

Salvini

“Non c’è più una maggioranza”: usa questa espressione Matteo Salvini per invocare il ritorno al voto. Quasi fosse subentrato un fatto nuovo, come se non sapesse da sempre, da quando ha firmato il contratto di governo con Di Maio, che il MoVimento 5 Stelle il Sì alla Tav non l’avrebbe mai potuto votare.

Era questo, fin dall’inizio, insieme alle autonomie, il tema designato per lo strappo, la scusa buona da usare come exit strategy quando le cose si fossero complicate maledettamente. Ma il paradosso è che il governo cade non perché la Tav non si farà, ma perché i grillini (per una volta) sono stati coerenti con loro stessi.

Non gli ha concesso di salvarsi la faccia, Salvini, che nel gioco del cerino è costretto a scottarsi le dita, almeno un po’. Però se Conte e Di Maio non hanno avuto il coraggio e la dignità di ritrarsi prima di lui, se i 5 Stelle sono ora troppo presi dal panico che comporta loro la prospettiva di un ritorno al voto (e dunque a casa), onestà intellettuale vuole che si denunci l’inganno di un leader che non ha avuto neanche il coraggio di assumersi la piena responsabilità della rottura.

Parla, Salvini, di insulti quotidiani (anche questi non una novità nel reciproco teatrino di stoccate e veleni) e non si nega un’ultimo sprazzo marcatamente populista, con quel passaggio dedicato ai parlamentari che “a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani“. Spettacolo.

Ma il punto è un altro: nel piano studiato nei dettagli da giorni (solo un caso la tempistica della rottura di Toti con Forza Italia?), nella drammatizzazione che ha anticipato il comunicato di oggi, giunto appena in tempo per l’apertura dei TG, Salvini ha agito sulla base di un calcolo che prescinde dalla condotta dei 5 Stelle. La prossima manovra lacrime e sangue, i sondaggi che oltre una certa soglia non possono andare. Tutto ha portato a pensare che era questo il momento: quello dell’ora o mai più.

Sembra il delitto perfetto. La coltellata che ti aspetti ma non vedi arrivare. Con un grande “se” da verificare: la gestione della crisi. Quella spetta a Mattarella. E lì Salvini può solo attendere. E sperare.

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Nelle mani di Mattarella

Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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