Ma quale unità

Renzi e Zingaretti

Non c’è da sorprendersi che il nuovo “leader” di un partito decida di attorniarsi di gente di cui si fida. Chi si meraviglia del fatto che nella nuova segreteria del Pd di Zingaretti non ci sia nemmeno un renziano vive su Marte. Era chiaro fin dall’inizio, fin da prima della vittoria alle primarie, che stava nascendo un nuovo partito. Un nuovo partito che si sarebbe prima o poi scomposto in due partiti. Se non di più.

Perché parliamoci chiaro, gente come Renzi, come Calenda, con le idee di Zingaretti, Zanda, Sereni, mettiamoci pure Bersani, non ha mai avuto nulla a che spartire. Credere che bastasse cambiare leadership, privare un gruppo dirigente della parola “dirigente”, andare in televisione a spiattellare lo slogan “unità, unità” nemmeno il Pd si fosse trasformato in un MoVimento 5 Stelle qualsiasi (lì era “onestà, onestà”) significava entrare in una sessione di auto-convincimento senza approdo.

Ma nascondere la polvere sotto il tappeto non serve, mai. Il caso Lotti-CSM appare per quello che è: un caso che non avrebbe dovuto esserci. Perché non c’è motivo che giustifichi un politico che si interessa delle trame della magistratura. Trame che, peraltro, neanche dovrebbero esserci. Però la messa all’angolo di Lotti da parte della nuova dirigenza, cerchiobottismo di Zingaretti a parte, sa di resa dei conti, di vendetta da consumare sul più vicino a Renzi perché tale, di sfida politica ridotta a faida interna.

Con Zingaretti troppo scaltro per intestarsi la responsabilità dello strappo, sono gli altri ad andare avanti per azzannare il “colpevole” (presunto, non sia mai qualcuno lo abbia scordato). Di fondo c’è una partita a scacchi, parallela a quella del governo, dove Salvini e Di Maio tentano ogni volta di passarsi il cerino per la caduta dell’esecutivo. Così nel Pd, se ancora così si può chiamare, Renzi vorrebbe andare, anzi, dovrebbe andare, ma resta in attesa di condizioni migliori. E Zingaretti, che di Renzi si vorrebbe liberare, non può strappare, per non essere un giorno additato lui, proprio lui, come quello che predicava pluralità, campo largo, ma solo a parole.

E’ l’immagine di un partito destinato ad avere un doppio spartito. Di un partito, se ne prenda atto, che non è un solo partito.

Ne scaturisce un’esclamazione, più che una domanda. Una constatazione, più che un dubbio. Ma quale unità…

Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Sta nascendo il PDi Maio?

L’indole di una certa sinistra è la stessa da sempre: il fascino esercitato dal potere è per alcuni dirigenti irresistibile. Ma cercare di tornare alla guida del Paese aggirando il problema del consenso è un errore tragico, come il piano che sta balenando nella mente di alcuni politici del Pd, impegnati in tentativi di abboccamento a dir poco comici nei confronti del MoVimento 5 Stelle.

Graziano Del Rio è una persona seria, ma le sue parole a “La Stampa” dovrebbero preoccupare non poco gli elettori che hanno votato Partito Democratico con la consapevolezza di essere “altra cosa” rispetto ai pentastellati.

I sospetti che fin da subito hanno accompagnato l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti sembrano confermati dai movimenti delle ultime settimane. Del Rio che porge la mano ai 5 Stelle e si dice disposto a discutere su temi come salario minimo, conflitto di interessi e taglio dei parlamentari pensa di fare “qualcosa di sinistra”, ma sfoderare il repertorio di Nanni Moretti non basta a restituire rappresentanza ad un popolo.

Bisogna uscire da un equivoco: il MoVimento 5 Stelle, che si è sempre definito una forza post-ideologica, non è “la nuova sinistra” come azzardò assurdamente Eugenio Scalfari qualche tempo fa. Piuttosto è corresponsabile di un governo di estrema destra che sta distruggendo il Paese.

Qualche mese fa fu Renzi ad evitare che il Pd consegnasse il centrosinistra ai 5 Stelle. Ora quel salvagente non c’è più. Se da una parte l’intervista di Del Rio può essere letta come il tentativo di incunearsi tra MoVimento 5 Stelle e Lega per farne esplodere le contraddizioni, dall’altra c’è il rischio concreto che questa manovra si configuri come attività di preparazione del terreno in vista di future alleanze, anche senza nuove elezioni ma con un semplice cambio di maggioranza in caso di caduta del governo.

L’obiettivo del Pd, detto da chi non è del Pd, dev’essere sconfiggere il MoVimento 5 Stelle, non esserne la stampella. Dimostrare che la buona politica vince sull’anti-politica, che i progressisti sono meglio dei populisti.

Scegliere di rincorrere Di Maio, oltre a portare all’auto-distruzione, conduce anche all’umiliazione. Basta leggere la replica che il capo grillino ha riservato all’apertura di Del Rio:”Se il Pd vuole votare quelle proposte avrà l’occasione di redimersi da quanto non ha fatto in questi anni”.

Porgere la mano è diverso che porgere la guancia. Il Pd provi a fare il Pd. Non ceda alla tentazione di fondare il PDi Maio.

Mai così distanti

Questa volta il gioco delle parti c’entra poco. Perché il ritiro delle deleghe da sottosegretario di Armando Siri ad opera di Danilo Toninelli è stato vissuto in casa Lega per quello che è: un colpo basso, indipendentemente dalla vicenda giudiziaria in sé, un salto di qualità nella ricerca continua della polemica, che è il sintomo di un barometro che da ormai settimane resta fisso su bufera.

Il segno dei tempi lo dà la modalità dello scontro. Perché Di Maio che “denuncia” sui social la tentazione della Lega di tornare con Berlusconi è la prova della fine delle comunicazioni tra lui e Salvini. Di più: è l’evidente tentativo di mettere in difficoltà l’avversario sul piano personale, perché personale è il rapporto tra Siri e Salvini, personale è l’attacco sulla “legalità” che Di Maio indirizza alla Lega (“Senza di noi chissà che cosa sarebbe accaduto”).

Come se d’un tratto sia emersa l’urgenza di rivendicare quella “diversità” del MoVimento rispetto a tutti gli altri. Smentita dai fatti, dalle inchieste che colpiscono tutti, dall’attaccamento alle poltrone, dall’incapacità di dare seguito alle promesse elettorali, eppure spiattellata in faccia al partner/rivale nel momento più difficile.

Non è un caso che Salvini risponda su Facebook premendo su “l’amico Luigi”, gli “amici dei 5 stelle”. Come dire: “Ecco, menomale che siete amici…”. E’ una sottolineatura voluta, cercata, marcata, che svela la realtà dei rapporti di oggi, passati dalla diffidenza all’ostilità, dallo scetticismo alla rissosità, in un’escalation di tensione di cui onestamente non si vede la fine.

Perché il punto alla fine resta questo: forse nessuno dei due ha il coraggio di strappare realmente. Per quanto le incompatibilità giustificherebbero ben più della vicenda Siri l’interruzione di questo esperimento di non-governo che fa solo del male all’Italia. Eppure, in uno scenario in cui l’uno sembra frenato dall’altro, che il tema sia la Tav o i porti chiusi, le infrastrutture o la politica economica, nessuno dei due trova il coraggio di rompere.

Salvini perché non è certo di essere autosufficiente e di non dover tornare a bussare da Berlusconi. Di Maio perché nell’ultimo anno ha perso troppi voti e i tempi per un eventuale cambio di maggioranza col Pd non sono ancora maturi, con Zingaretti deciso a capire se l’operazione sorpasso è davvero possibile oppure è una chimera.

Resta l’impressione di una partita a scacchi estenuante, di un’attesa sfibrante che si consuma sull’Italia. Di uno strappo che a livello umano si è già verificato. Come in una coppia che sa che stavolta è finita, ma per dirselo attende la prossima lite. In una frase: mai così distanti.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.

L’ora della veriTAV

Per la prima volta, da quando del tunnel si discute, la luce in fondo ad esso non si intravede. Si è scelto di spingere il vagone fino all’ultimo metro del binario, ma il bivio è lì da venire, la rotaia terminata, e decidere cosa sarà della Tav è ormai un obbligo, un’incombenza urgente.

Lo sarebbe pure, in effetti, dire sì all’opera senza tanti conclavi, senza troppi proclami. Perché spacciare il completamento di un’opera già finanziata e in lavorazione non dovrebbe risultare una conquista epocale in un Paese che fosse soltanto normale, nemmeno speciale. Ma nell’Italia del “cambiamento” capita di arrivare in fondo alle scadenze come l’alunno discolo che ha avuto settimane e settimane per preparare l’interrogazione, e sui libri s’è messo soltanto la sera prima.

Sulla Tav, però, è andato in scena uno spettacolo da circo scadente. Si è spiegato per mesi che l’analisi costi-benefici sarebbe stata cruciale, dirimente. Poi si è detto che chi l’ha redatta non era un arbitro, semmai il giocatore di una squadra travestito. Tutto da rifare. Come, su che criteri, non è dato sapere.

Così sarebbe curioso entrare nella sala dei vertici, dove tecnici e politici si alternano, dove il modo di uscire da un pantano melmoso è la preoccupazione unica di Salvini e Di Maio, il Paese viene dopo, semmai.

Il primo, in caso di No alla Tav, sarebbe costretto a svestire i panni di fantomatico garante dell’Italia che produce, trovandosi a gestire – guarda un po’ il destino – una complicata insurrezione, o chiamatela se volete “secessione”, nordista. Il secondo, in caso di Sì alla Tav, dopo aver ingoiato l’impossibile – persino la legittima difesa! – e cambiato idea su Ilva, Tap, Terzo Valico, trivelle, condoni, si troverebbe a dover motivare anche la retromarcia su una battaglia storica (e assurda) del MoVimento, con tanti grillini portati giustamente a chiedersi a cosa sia servito dare il 32,5% al M5s se poi tutto non si può fare, se poi sono sempre gli altri a comandare.

L’uscita d’emergenza dalla galleria Torino-Lione dà su una zona franca inesplorata. Perché coerenza vorrebbe che il governo saltasse, viste le posizioni inconciliabili dei due alleati. Eppure Salvini non è abbastanza forte per vincere senza Berlusconi, da cui non vuole tornare. E per Di Maio l’elezione di Zingaretti è troppo fresca per tentare col Pd un approccio – tradotto, un inciucio – che superi l’alleanza con la Lega con una manovra parlamentare.

Non se ne esce, non c’è via che non passi per una scelta: la faccia o la poltrona. E’, finalmente, l’ora della veritTAV.

Un nuovo vecchio Pd

Zingaretti vince, anzi trionfa. Un successo accompagnato dal jingle del “ponci ponci po po po”: “Ti piace vincere facile?”. Non c’era un’alternativa in grado di contrastare il ritorno della vecchia sinistra alla guida del Partito Democratico, c’erano piuttosto due doppioni che si sono divisi quel po’ di elettorato che ha trovato dentro di sé abbastanza fede per recarsi ai gazebo.

Perché per quanto possa venire istintivo paragonare i numeri di queste primarie alle scorse, è chiaro che ad eleggere Zingaretti non sia stato lo stesso popolo che ha fatto segretario Renzi. Sono elettori di ritorno che rimpiazzano quelli fino a ieri maggioranza, da oggi quasi fuoriusciti. Perché la divisione che il governatore del Lazio promette di superare è infatti prima di tutto interna al proprio mondo, al di là delle correnti. Chi ha votato Zingaretti non poteva votare Renzi. Chi votò Renzi difficilmente voterà Zingaretti.

Quando parla per la prima volta da segretario dedicando la vittoria a Greta Thunberg, la 15enne svedese che lotta contro i cambiamenti climatici, Zingaretti fa una buona mossa: si intesta una battaglia ambientale, ma prima di tutto culturale, che in altri Paesi europei ha prodotto buoni risultati elettorali (basta vedere i numeri dei Verdi tedeschi) e manca totalmente dal dibattito italiano.

Quando si rivolge ai giovani, ai poveri e ai disoccupati, fa quello che Nanni Moretti avrebbe definito “qualcosa di sinistra”. Ma in un discorso un po’ esaltato, e per giunta prolisso, pur definendosi “leader” e non “capo” (stoccata a Renzi subito, subitissimo) di una comunità già ringrazia “l’Italia che non si piega”. Errore: c’è vita e resistenza al governo anche oltre il Pd. Eccome se ce n’è.

Il rischio è quello di alimentare una bolla destinata a scoppiare al primo contatto con la realtà: le prossime Europee. Zingaretti è il segretario del maggior partito di centrosinistra, da ieri sembra solo di sinistra: al resto d’Italia deve ancora parlare. Si vedrà come. Ma per ora sembra un nuovo vecchio Pd.

Primarie secondarie

Non è bastato impegnarsi davvero, scervellarsi per giorni, leggere con predisposizione d’animo i diversi appelli dei cosiddetti “padri nobili”, sorbirsi un noioso confronto tra i tre candidati, per trovare un motivo valido per cui votare alle primarie del Pd.

Mente, chi dice che “stare a casa significa favorire Salvini”. No, stavolta no, Salvini non c’entra. Non è in gioco il futuro del Paese. Semmai quello di un partito che si è fatto troppo del male per pensare di non pagarne prima o poi un prezzo.

Zingaretti è rimasto in questi mesi il fratello del commissario Montalbano. E’ nella migliore delle ipotesi una brava persona, un dirigente pacioso: qualità non scontate, si dirà, ma di certo non è l’uomo che risolleverà il Paese. E nemmeno il centrosinistra in Italia. Martina è rimasto in mezzo, troppo incerto su chi è stato ieri per sapere chi diventare domani. Giachetti ha avuto almeno il coraggio delle proprie azioni ma, a torto o a ragione, non basta presentarsi come il continuatore ideale del renzismo per interpretare la parte di Renzi.

Perché in fondo ci si può nascondere dietro espressioni come “fare squadra”, “essere inclusivi”, “basta divisioni”, ma prima o poi sarà chiaro che non sono state soltanto le lotte intestine, le vergognose faide interne, le pugnalate fratricide ad allontanare gli elettori. Piuttosto l’incapacità di rendersi conto di ciò che avveniva fuori, una buona dose di sano realismo per porre un rimedio, un argine ultimo, per evitare che spuntassero i Salvini e i Di Maio che oggi – tutti – dobbiamo somministrarci in tremende dosi massicce.

No, non c’è onestamente un motivo per votare domenica, a meno di non essere credenti ferventi. Non può esserlo una prospettiva di alleanza futura coi 5 Stelle, non può esserlo un ritorno di D’Alema o un’operazione nostalgia in stile Unione. Il Pd è finito, superato dagli eventi, impossibilitato a risorgere nonostante le ottime individualità presenti al suo interno. Il meglio che può esprimere non è rappresentato. E’ stato abbattuto (non battuto) o costretto ad emigrare per emergere (e il riferimento a Renzi e Calenda non è puramente casuale). Sono primarie senza leader, tra gregari privi di carisma, tra secondi che mai diventeranno i primi. In una frase: primarie secondarie.