Zingaretti e il Pd hanno vinto. Non vuol dire che abbiano ragione su tutto (tipo i 5 Stelle)

In questi giorni abbiamo avuto la conferma di vivere in un Paese speciale. Si è votato per Referedum, Regionali, Comunali, elezioni suppletive del Senato. I risultati sono stati spesso contrastanti: qualcuno ha vinto il Referendum ed è crollato alle amministrative; altri hanno perso a livello locale, ma meno del previsto, quindi sembra abbiano fatto cappotto. Eppure non c’è ancora un leader di partito che sia andato davanti alle telecamere per dire: “Ci dispiace, le cose non sono andate come volevamo: siamo delusi dall’andamento di questo voto”.

Capriole politiche all’italiana degne di nota, ma mai quanto quelle del giornalista medio. Lo sport preferito è lo stesso da sempre: salire sul carro del vincitore, confidare nella memoria corta del lettore e chiarire che ovviamente il risultato era stato da lui ampiamente previsto. Tanto figurati chi ha la pazienza di andare a verificare quello che hai scritto due giorni fa…

Questo blog sente invece il bisogno impellente di far notare che non basta aver vinto in Puglia e Toscana per cambiare magicamente opinione sul Partito Democratico. Né sulla sua leadership. Nicola Zingaretti appare dall’esterno una brava persona: e questo non è poco.

Ma da 48 ore a questa parte la stampa italiana ne sta descrivendo le gesta di nuovo Obama, fondamentale punto di riferimento negli anni a venire della sinistra mondiale e raffinato stratega.

La realtà è un’altra, ma viene spesso dimenticata o volutamente taciuta. Dalla nascita del governo Conte-bis chi si aspettava che fosse finalmente giunto il momento di “romanizzare i barbari” ha dovuto ricredersi. La tendenza è inversa: i romani si stanno imbarbarendo.

Le dichiarazioni in cui Zingaretti invoca da mesi “una svolta”, “un cambio di passo”, “un’accelerazione” hanno intasato le agenzie e la homepage del suo profilo Facebook. Il problema è che nei fatti non si è visto niente di quanto auspicato dal segretario dem.

Con il concreto rischio di una seconda ondata alle porte, dimentichi della lezione della prima, ancora indugiamo sul prendere i soldi del Mes che servirebbero a migliorare il nostro sistema sanitario (in alcuni casi a salvarlo). Perché? Perché M5s, un movimento dichiaratamente post-ideologico, fa del ricorso al Mes una questione di natura ideologica. Fantastico.

Per non parlare dei decreti sicurezza di Matteo Salvini che, nonostante i proclami, sono in vigore da mesi. Ogni giorno c’è la dichiarazione di un esponente Pd che lascia intendere che il prossimo mese sarà quello buono per metterci mano e sospenderli. Anche in questo caso abbiamo perso il conto e siamo in trepidante attesa di capire se il “prossimo mese” avrà prima poi il nome di un mese del calendario.

Questi sono i fatti. Scolpiti nella pietra, nonostante il tentativo di qualcuno di cancellarli dopo il voto. La sindrome di Stoccolma nei confronti dei 5 Stelle resta, la subalternità del Pd è evidente, il suo attendismo snervante.

Si aspetta il Recovery Fund come una manna dal cielo o la tredicesima a Natale: come se una pioggia di soldi potesse d’un tratto eliminare i nostri difetti atavici, restituirci al mondo come nuovi. E’ un’illusione. Come quella che descrive un Pd quasi perfetto. Perché questo Paese è così: nel calcio qualcuno diceva che “vincere è l’unica cosa che conta”. Nel calcio, appunto.


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Nessun “patto” tra Conte e Zingaretti può salvare il governo se cade la Toscana

Un articolo pubblicato oggi su Repubblica parla di un presunto “patto a due” tra Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti. L’intesa, arrivata secondo il quotidiano dopo giorni di “tentazioni, mediazioni, tentennamenti“, prevede che “dopo le Regionali il governo non cambia, non si tocca nulla, meglio evitare il rimpasto“.

Tutto deciso e infiocchettato da Conte e Zingaretti, con l’abile regia di Dario Franceschini, capo-delegazione dem che si permette di consigliare al suo segretario di non dare ascolto a chi gli chiede un coinvolgimento diretto nell’esecutivo, magari da ministro dell’Interno, perché “è la tua unica via d’uscita politica“.

Ecco, un ragionamento di questo tipo, un patto a due siglato a pochi giorni dal referendum, già da solo sembra svuotare di significato una consultazione che nei fatti, secondo molti, dovrebbe preservare il ruolo del Parlamento. Svelato questo retroscena, sorge spontaneo un dubbio: cosa votiamo a fare? Tanto decidono tutto Conte e Zingaretti…

Non si tratta di fare polemica vuota, di ignorare il fatto che il premier e il capo di un grande partito che lo sostiene, hanno bisogno di sentirsi quasi quotidianamente, di cementare la loro intesa, di condividere obiettivi e strategie da intraprendere. Ma da qui a dire che qualsiasi cosa accada alle Regionali per il governo non cambia niente, ce ne passa.

E’ verissimo che le Regionali sono un voto locale, ma 6 Regioni chiamate alle urne da Nord a Sud non sono uno scherzo, bensì un campione rappresentativo dell’orientamento degli italiani. Il governo per restare in sella non deve stravincere, neanche vincere: gli viene chiesto soltanto di non essere umiliato. Le scelte del Pd e del MoVimento 5 Stelle, divisi ovunque meno che in Liguria, hanno messo le basi per una sconfitta epocale.

Dove si gioca la partita? In Toscana, la nuova Emilia-Romagna.

A gennaio, quando ancora il coronavirus era un incubo lontano, a salvare la Regione e il governo ci pensarono Stefano Bonaccini e Matteo Salvini. Quest’ultimo, impegnato a bussare ai citofoni delle case, commise l’errore che i leader frettolosi ripetono sempre: personalizzare il voto. Finì come finì: trionfo del centrosinistra, Borgonzoni respinta dall’Emilia-Romagna, nessuna spallata al governo.

Elezioni Emilia Romagna 2020, sfida finale. Il ritorno del partito del voto  - Politica - ilrestodelcarlino.it
Lucia Borgonzoni e Stefano Bonaccini

Ora in gioco c’è la Toscana, ed Eugenio Giani non è Bonaccini. Anche Susanna Ceccardi non è Lucia Borgonzoni. La candidata leghista sembra aver compreso una ricetta tanto semplice quanto importante: ci sono luoghi in cui è meglio non polarizzare il dibattito. Cosa vale di più? Una campagna “moderata” – ovviamente nell’accezione leghista del termine – o gli applausi strappati ad un comizio? Salvini forse opterebbe per l’ultima ipotesi. La realtà è che senza la prima non si vincono le elezioni. Soprattutto in una Regione così connotata politicamente come la Toscana.

Regionali, i messaggi finali. Giani e la Toscana dei colori, Ceccardi e il  futuro - Politica
Eugenio Giani e Susanna Ceccardi

Cosa succede se cade la Toscana? Quasi certamente cade il governo. E’ pressoché inevitabile. Anche una rimonta di Emiliano in Puglia, impegnato in questi ultimi giorni ad usare tutta la potenza della macchina regionale pugliese per spargere bonus a destra e a manca per avere la meglio su un candidato a dir poco modesto come Raffaele Fitto, difficilmente limiterebbe l’impatto emotivo e politico di una sconfitta in una Regione considerata fino a pochi fa “non contendibile“.

Oggi invece la partita c’è, è apertissima, e questo di suo dovrebbe suggerire a Conte e Zingaretti prudenza, rispetto per gli elettori. Sì, ci sono 209 miliardi di euro da spendere per il Recovery Fund e non è questo il momento per l’instabilità. Ma nessuno, proprio nessuno, può arrogarsi il diritto di dire che “il governo non cambia” prima di una tornata elettorale di questa importanza. O meglio, qualcuno c’è: vive al Quirinale e si chiama Sergio Mattarella. Ma lui, a differenza d’altri, conosce il rispetto dei ruoli, nonché tempi e modi per intervenire.

È la democrazia, bellezza.

Il Pd non capisce Bonaccini perché è “clinicamente morto”

Quando, mesi fa, l’Emilia-Romagna era diventata una sorta di linea del Piave della sinistra – ma forse neanche solo della sinistra: diciamo della politica opposta al populismo, se è vero che tanti moderati di centrodestra preferirono optare per il voto disgiunto penalizzando la leghista Borgonzoni – qualcuno attribuì la sconfitta di Salvini all’ascesa delle Sardine. Sbagliando.

Nessuno nega che il movimento di Santori abbia giocato un ruolo importante in quella campagna, mobilitando un elettorato che sembrava avere smarrito l’attrazione nei confronti delle piazze piene, il gusto della partecipazione popolare, la speranza nel cambiamento. Ma a determinare la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna furono soprattutto due elementi: la paura della vittoria di Salvini e il fattore Bonaccini.

Il governatore che ha ben governato si vede quasi sempre riconosciuto il proprio lavoro (e valore) a livello locale. Per quanto l’opinione pubblica sia sempre più disinteressata alla politica, manifestando ogni volta che ne ha l’occasione il proprio disgusto nei confronti della stessa, quando si tratta di valutare l’azione di governo svolta in un contesto di prossimità, dal Comune alla Regione mantiene, nella maggioranza dei casi, l’insospettabile capacità di riconoscere e premiare chi ha ben operato.

Questo è stato il caso di Bonaccini in Emilia-Romagna, ed è il motivo sul quale basare la nuova autorevolezza con cui il governatore ha preso a parlare negli ultimi mesi delle cose nazionali. Bonaccini ha sconfitto il nemico sul terreno di battaglia, scongiurato lo scalpo, respinto l’assalto alla fortezza, e per questo sente di poter indicare la rotta per ripetere l’impresa da lui realizzata.

Questo atteggiamento può sortire irritazione nell’attuale classe dirigente del Pd: c’è da comprenderli, Bonaccini sembra proporre una ricetta diversa rispetto a quella del suicidio politico, crede che ci sia un’alternativa prima di dichiarare il partito “clinicamente morto“.

Che Bonaccini dica alla Festa dell’Unità che il Pd non può accontentarsi del 20-22% perché altrimenti perderà le prossime elezioni politiche, non solo è condivisibile da un punto di vista numerico (la matematica non è un’opinione, ma forse lo diventa al Nazareno) ma anche da quello delle ambizioni di un partito che dovrebbe – ripetiamo, dovrebbe – avere la vocazione maggioritaria nel Dna.

E ancora: che Bonaccini dica che fosse per lui Renzi e Bersani potrebbero rientrare nel Pd ma che gli interessa soprattutto recuperare i milioni di voti andati via con loro, è indicativo non solo della lungimiranza del governatore (sa che è inutile alzare le barricate, visto che alle prossime Politiche si finirà per correre tutti insieme appassionatamente), ma anche dell’ambizione di ritagliarsi un ruolo di federatore delle diverse anime del centrosinistra.

Certo, anche Bonaccini cede alla tentazione di strizzare l’occhio alle sirene populiste del Sì al referendum: ma almeno fa politica, prende posizione. E quando dichiara che “non possiamo pensare di passare i prossimi anni in una situazione di un partito e di una coalizione che vive di ‘anti’“, ogni parola, ogni consonante, ogni vocale del suo pensiero stride con una realtà che vede oggi il Pd alleato del MoVimento dell’anti-politica per eccellenza.

Ci sono evidenti contraddizioni da risolvere, macroscopiche sviste rispetto alla realtà contingente, ma Bonaccini può sperare che a mandare le pedine a dama al suo posto sia il tempo. Certo è impossibile non notare un salto di qualità rispetto alla segreteria Zingaretti, l’intenzione di costruire qualcosa che vada oltre la semplice sopravvivenza.

Bonaccini dice che di prendere la guida del Pd non gliene frega niente. E’ possibile che sia il Pd, nelle prossime settimane, ad interessarsi per lui.

La briga di dire No

Dicevano di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E a questo punto non è detto che prima o poi non ci chiedano di buttarla del tutto. Per fare spazio a cosa non è chiaro, evidentemente non importa.

Forse ci chiederanno di sostituire la rappresentanza dei territori con un concetto di democrazia che col popolo ha poco a che vedere; forse a Montecitorio e Palazzo Madama tenteranno di alternare un nuovo “social della democrazia”, un Rousseau 2.0 iper-connesso da sostituire alle piazze, luogo di incontro per eccellenza, fucina della Storia con la “s” maiuscola. Magari i più fantasiosi chiameranno in causa la necessità di evitare ogni tipo di assembramento, ci racconteranno che la società si evolve, la democrazia pure: adattatevi.

Proveranno a convincerci allora che una conferenza su Zoom rende meglio dei comizi, che il rapporto con la gente è superato. Distanziamento. Ovunque, comunque, per sempre. Parafrasando Churchill, che già sono soliti farlo a sproposito, sosterranno che “la democrazia è la peggior forma di governo”. Punto. Senza il resto della frase, quella che precisa: “Eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora“.

E sapete che c’è? Avranno tutto il diritto di farlo.

Perché gli è stato consentito. Perché la Politica si è arresa alla sua deriva senza neanche provare a combattere. Come quando, un anno fa, decise che era più sicuro abbracciare l’antipolitica che rischiare di perdere le elezioni e trovarsi all’opposizione. Così oggi.

La politica e i partiti scelgono di appoggiare un’offesa all’istituzione del Parlamento, di rendersi complici di uno sfregio della democrazia, nell’assurdo convincimento che il popolo finirà per odiarli meno, che basterà sforbiciare qua e là per lavarsi l’onore, recuperare la faccia. Scommessa non quotata: non accadrà.

Come se il problema fosse il numero, non la qualità del lavoro svolto. Come se la questione fosse realmente di risparmio. Come se ignorassero che gli italiani pagherebbero volentieri, a patto di sapere che in Parlamento si produce. Come se in fondo non sapessero che tra qualche anno qualcuno si sveglierà da questo indegno letargo e chiederà conto di questo silenzio vigliacco. Domandando come sia stato possibile che in cosi pochi si siano messi di traverso a questo scempio, si siano presi la briga di dire No.

L’alleanza col M5s e la sindrome di Stoccolma del Pd

Sarebbe troppo semplice riportare lo storico delle molteplici dichiarazioni con cui Luigi Di Maio e i maggiorenti del MoVimento 5 Stelle hanno affermato per anni la diversità ontologica, morale, umana, dei grillini rispetto ai politici dei partiti rivali. Gli stessi finiti nel mirino del referendum che celebrerà tra qualche settimana una delle derive populiste più marcate della storia repubblicana.

Sarebbe oltremodo facile ripescare i colpi sotto la cintura sferrati al “Partito di Bibbiano”, poi diventato alleato di governo, successivamente partner con cui “si lavora bene” e da oggi compagno di strada in una “nuova era per il MoVimento 5 Stelle”.

Ma più dell’incoerenza pentastellata, del MoVimento nato per spazzare via la vecchia politica che ora chiede ai suoi elettori di legittimarne l’ambizione a diventare nuova casta, a sorprendere dovrebbe essere la facilità con cui il Partito Democratico si è consegnato mani e piedi ai populisti, la sindrome di Stoccolma che affligge un’intera classe dirigente, troppo presa a festeggiare l’entrata certa di nuovi voti spendibili alle amministrative, da non notare – volutamente, voglio sperare – che nel quesito su Rousseau i dirigenti M5s non hanno chiesto agli iscritti se intendono dar vita ad un’alleanza strutturale col Pd per creare il nuovo centrosinistra. No, bensì se consentono loro di allearsi anche con “i partiti tradizionali”. Perché nella vita non si sa mai: meglio non esporsi troppo. Prima “mai alleati coi vecchi partiti”, poi la Lega, oggi il Pd, domani chissà.

Terrorizzato un anno fa dall’idea di confrontarsi con Salvini, incapace di mettere da parte i pregiudizi del passato e dare vita ad una coalizione “repubblicana” anti-populista, ignaro del fatto che il confronto con le urne non potrà essere rinviato in eterno, il Pd ha deciso di dimettersi da sé stesso, di cedere al MoVimento 5 Stelle la leadership morale del governo e del Paese. Debole su tutti i suoi cavalli di battaglia, sui temi che dovrebbero caratterizzare un partito con vocazione maggioritaria di centrosinistra, vigliacco sull’immigrazione, confuso sul ruolo dello Stato nell’economia, graziato dal fatto che l’opposizione sia guidata da un personaggio minore, il Partito Democratico ha scelto di non sfruttare la prateria politica che gli si è spalancata innanzi, delegando ai 5 Stelle il compito di individuare i temi su cui è possibile spingere e quelli che è bene rinviare a data da destinarsi. Pena fibrillazioni capaci di mettere a rischio la tenuta del governo, con conseguente andata al voto e impossibilità di indicare il nuovo Presidente della Repubblica. Finendo così per rianimare un soggetto politico agonizzante, per ridare ossigeno a battaglie ideologiche dannose per l’Italia.

C’è un solo vincitore politico in questa stagione, e ha il nome di Giuseppe Conte. Estratto dalla Lotteria della vita, l’avvocato pugliese si è saputo vendere, spacciandosi per novello Prodi, federatore dell’area di centrosinistra, rappresentandosi come statista maturato tardi, segregato nell’esperienza del governo Lega-M5s ma finalmente sbocciato al momento del bisogno. Senza di lui quest’intesa non sarebbe nata. E lascio a voi decidere se sia una buona notizia. Non tanto per il centrosinistra, ma per l’Italia.