Zingaretti apre la partita del Mes, Conte deve chiuderla

Nei giorni scorsi ho scritto su ilsussidiario.net che l’Italia ha 40 miliardi di motivi per attivare il Mes. Oggi il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ne ha elencati almeno 10 tutti riconducibili alla Sanità e alla Ricerca.

Sono abbastanza per rappresentare chiaramente quanto quei soldi ci servano, per giustificare lo sconcerto che in Europa nutrono nel vedere come tardiamo a prendere una decisione che sarebbe ovvia e solo con questa classe politica non lo è.

L’intervento di Zingaretti segue di pochi giorni quello in cui il segretario del Pd ha invitato il governo ad accelerare sui tanti dossier sul tavolo da mesi: da Autostrade ad Alitalia, da Ilva fino appunto al Mes.

Come bisogna interpretare, allora, la nuova mossa di Zingaretti? Ci sono due letture: una di natura difensiva e una offensiva.

La prima è la risposta indiretta del segretario dem a chi – Giorgio Gori in primis – ha chiesto la sua testa per rilanciare l’azione del partito e del governo. Il sindaco di Bergamo, con tempismo dubbio ma indiscutibile realismo, aveva elencato l’inconsistenza dell’azione dell’esecutivo e lo spaesamento di un Pd che in nome dell’alleanza col M5s ha smarrito la propria identità.

D’altronde è proprio questo l’atto più caratterizzante della segreteria Zingaretti: l’accordo con il MoVimento per disinnescare la crisi aperta da Salvini e, con l’appoggio di Renzi, la nascita del governo Conte II.

Proprio in questo contesto si può intravedere l’altro aspetto dell’intervento di Zingaretti. Non solo difesa dalle critiche interne ma anche contrattacco nei confronti del governo. Il segretario del Pd ha investito gran parte del proprio patrimonio politico nell’intesa con i 5 Stelle. Si può essere d’accordo o meno (io non lo sono), ma è il legittimo tentativo di creare una “nuova sinistra” da opporre alla destra di Salvini e Meloni.

Questa idea negli ultimi giorni è stata “picconata” da diversi avvenimenti avversi: l’ennesimo ritorno di Di Battista a creare sconquasso nel M5s, le resistenze del MoVimento 5 Stelle a rendere “strutturale” l’alleanza col Pd nelle Regioni, infine lo stallo generale che caratterizza il governo, incapace di passare dall’emergenza alla ricostruzione del Paese.

Zingaretti, che non sarà un fulmine di guerra ma non è nato ieri, ha compreso che il tempo stringe. Per lui, per il Pd e per l’Italia. Per questo ha deciso di alzare il livello del pressing con un’intervento sul Corriere della Sera, il principale quotidiano del Paese. Lo ha fatto col chiaro intento di sortire una risposta da parte del premier Conte. Proprio al Presidente del Consiglio, indiziato di ambire alla leadership del MoVimento 5 Stelle, tocca dimostrare di avere la capacità di prendersela nel momento più delicato della vita politica del Paese.

Senza il MoVimento 5 Stelle, pur aggiungendo al conto i voti di Forza Italia, in Parlamento mancano i numeri per dire sì al Mes. Zingaretti ha fatto la mossa giusta da segretario Pd: dopo aver prestato il fianco per mesi alle battaglie grilline (pensiamo solamente agli sfaceli accettati sulla giustizia) ora chiede qualcosa in cambio ai 5 Stelle.

A darglielo dev’essere Conte. Se non sarà in grado di farlo, cadranno lui, Zingaretti, il governo e la “nuova sinistra”.

La Covid-Tax: l’ultima proposta folle per dare il colpo di grazia all’Italia

Graziano Delrio

Il mondo si appresta a vivere una crisi economica senza precedenti per il coronavirus. L’Italia è sull’orlo di una recessione che renderà la povertà uno spettro concreto per milioni di famiglie. E il Pd, invece di far valere il suo peso specifico in Europa (ricordiamo che l’ottimo Paolo Gentiloni è Commissario Europeo all’Economia), anziché cooperare per trovare una ricetta in grado di stimolare la ripresa, pensa bene di sfoderare un suo vecchio cavallo di battaglia: la patrimoniale.

Qualcuno spieghi a Delrio e Melilli, depositari della proposta in Parlamento, che è lo Stato il soggetto che deve aiutare gli italiani in questo momento. Non viceversa. Mario Draghi ha indicato la strada da seguire diversi giorni fa sul Financial Times. Inascoltato, ha chiarito che in tempi di guerra tocca allo Stato indebitarsi per garantire il lavoro ai lavoratori. Ovvero lo stipendio, il pane in tavola, la vita. L’obiezione potrebbe essere che chi guadagna 80mila euro l’anno – questa la soglia base indicata dai dem – non soffrirà certamente la fame con qualche centinaio di euro in tasse in più. Vero.

Ma un provvedimento del genere avrebbe come primo effetto quello di contrarre l’economia, di provocare una depressione nei consumi ancora più profonda di quella verso cui siamo diretti. Non ci vuole un genio per capirlo. Almeno crediamo.

La chiamano Covid-Tax, ma è semplicemente una tassa folle. Ci dicano, subito, che è un pesce d’aprile arrivato in clamoroso ritardo.

Il governo di Nessuno

Giorno dopo giorno emerge sempre con maggiore chiarezza che questo governo non è di nessuno.

Il governo non è del MoVimento 5 Stelle, che attraverso Luigi Di Maio non perde occasione per rivendicare soltanto i provvedimenti che gli fanno comodo, evidentemente troppo preso dal rinviare (perché evitare non si può) la fine della sua esperienza politica.

Il governo non è del Pd, che con Nicola Zingaretti non fa altro che rincorrere alleati – o presunti tali – anziché preoccuparsi di sfornare una ricetta economica credibile per la crescita di questo Paese. Bussa ironicamente alla porta il segretario dem, fa “toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo Governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?“. Ma gli sfugge un fatto: nessuno può sentirlo. Il suo tocco è debole, quasi inesistente, certamente non è magico. Carisma cercasi.

Il governo non è di Italia Viva, che con Matteo Renzi sta scoprendo che scegliere di abbassare le tasse quando si è alleati di Pd e M5s non è la cosa più facile di questo mondo, che fare politica – per gli altri – significa fare polemica. E che forse sarebbe stato più giusto – e onesto – dar vita soltanto ad un governo di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, di certo non di legislatura.

Ma soprattutto questo governo non è degli italiani, che non l’hanno voluto, non l’hanno votato. Ma sono obbligati a subirlo.

Ora nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operazione di palazzo messa in atto dopo la crisi aperta da Salvini nel mese d’agosto; nessuno si sogna nemmeno di mettere in discussione la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva lasciato in dote dalla coppia Salvini-Di Maio. Ma allo stesso tempo nessuno avrebbe potuto immaginare che a meno di due mesi dalla nascita dell’esecutivo il livello di litigiosità sarebbe stato tale da farci rimpiangere quello giallo-verde. Sì, perché lì almeno le sparavano così grosse da farci divertire nel commento.

Nel governo giallo-rosso si parla invece di tasse sulle auto aziendali, sulla plastica, sulle merendine. La preoccupazione è assicurare il futuro della legislatura fino al 2023, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, impedire l’avanzata di Salvini, ma come? Se non si parla di lavoro, di imprese, di sostegno al ceto medio (visto anzi come un nemico da tartassare), di agricoltura, di turismo. Nell’agenda non trovano posto argomenti come scuola, cultura, educazione civica.

Nessuno pensa al Paese di domani, piuttosto si è in continua lotta sui rancori di ieri.

E viene in mente l’Odissea, con Ulisse che per sfuggire al gigante Polifemo disse di chiamarsi “Nessuno”. Ecco, avviso ai naviganti: qui non funziona così. Allo scaricabarile non ci crede più nessuno.

Nicola Zingaretti e il pesciolino rosso

Nicola Zingaretti

Durante le primarie meno entusiasmanti della storia del Pd avevo scritto che Nicola Zingaretti era rimasto il fratello del commissario Montalbano.

Una constatazione del fatto che il governatore del Lazio mancasse del carisma necessario al leader di una comunità per affermarsi come tale. Un capo non dev’essere un comandante, neanche un Capitano. Ma dev’essere in grado di indicare la rotta, di rappresentare una guida soprattutto quando tira vento di burrasca.

Nicola Zingaretti non è tutto questo. E non significa che il segretario del Pd sia una cattiva persona. Ma un pesciolino rosso messo in una piscina di squali difficilmente riuscirà a sopravvivere a lungo. Nella migliore delle ipotesi, rintanandosi in un angolo, nascondendosi, non visto, potrà guadagnare del tempo. Questo ha fatto Zingaretti nell’immediatezza della crisi agostana aperta da Salvini. E così facendo ha scavato la fossa a sé stesso e al Partito Democratico.

Quando Matteo Renzi ha dato il via alla sua partita personale, aprendo le porte all’accordo di governo con il MoVimento 5 Stelle, Nicola Zingaretti ha perso il treno per il voto. In quella fase storica il Pd era intorno al 25%. La fase tracotante di Salvini, quella dei “pieni poteri” per intenderci, avrebbe posto le condizioni per formare un’alleanza di ampio respiro, non sbilanciata a sinistra, appetibile anche per i centristi e i moderati italiani. Le Politiche sarebbero diventate un referendum sulla figura di Salvini: e di solito in Italia questi tipi di elezioni finiscono sempre allo stesso modo. Male. Per coloro che tentano di mettere le mani sul Paese.

Una volta ammessa (coi fatti) la propria subalternità rispetto a Renzi e al suo disegno, vuoi per senso di responsabilità, vuoi per mancanza di coerenza e coraggio, Nicola Zingaretti ha compiuto il secondo errore della sua esperienza da segretario: l’alleanza col MoVimento 5 Stelle. Non ha concesso al governo una fase di rodaggio, agli elettori un tempo di “ambientamento”. Ha spinto sull’acceleratore presentando in Umbria un insieme di sigle per paura di Salvini. E questa paura è stata percepita dagli elettori – che non sono scemi – e interpretata come figlia di un’ammucchiata senza domani. Correttamente.

Ora Zingaretti è vicino al suo terzo errore. Quello fatale. Il voto regionale ha attestato che il Pd, inteso come maggior partito del centrosinistra, dispone di uno zoccolo duro di consensi importante. Siamo intorno al 20/25%. Il crollo del M5s dà certamente modo a Zingaretti di far sentire il proprio peso nell’alleanza. Il Pd è junior partner in Parlamento ma è più forte nel Paese. Questa condizione potrebbe suggerire a Zingaretti l’idea di un azzardo: quella di porre fine prematuramente all’alleanza con un MoVimento 5 Stelle prosciugato e morente per tornare al voto e sfidare Salvini. Magari con Conte candidato premier, a patto che il suo indice di gradimento sia anche sinonimo di voti. Perché lo ricordiamo: “Giuseppi” non si è mai misurato con le urne, è un’incognita.

C’è questa tentazione. Ma è troppo tardi.

Un voto oggi non sarebbe più un referendum su Salvini. Ma tra Salvini e quelli che hanno tentato di aggirare il voto per restare aggrappati alle poltrone. E’ certamente una semplificazione, ma è anche il prezzo da pagare per aver perso il treno del voto quando stava passando. Zingaretti è all’angolo. Può solo tentare di fare ancora il pesciolino rosso. Perché nella vita saper scegliere i tempi è importante. In politica di più.

Gli umbri non sono scemi

Donatella Tesei e Matteo Salvini

Come volevasi dimostrare.

I risultati delle elezioni in Umbria sono la conferma di un fatto che solo un illuso, o un Di Maio, o uno Zingaretti, poteva credere possibile.

E cioè che in politica si possa procedere per tentativi, senza riguardo per il passato. Senza vista sul futuro. Soprattutto senza rispetto per chi vota.

Perché la foto di Narni, l’alleanza Pd-M5s, diciamocelo chiaramente, questo è: un esempio di scarsa considerazione dell’intelligenza degli elettori.

Certo, può far comodo pensare, o perfino dire, che chi vota Salvini sia analfabeta e ignorante; che chi sceglie Meloni sia un fascista tornato alla carica dopo anni di buio.

Magari è vero: tra chi vota Lega sono molti gli ingenui che credono alle promesse del “Capitano”. E sì, tra quanti optano per Fratelli d’Italia ci sono nostalgici di un passato che la Storia stessa ha fortunatamente bocciato senza possibilità di appello.

Ma quello che hanno fatto i dirigenti Pd e M5s in Umbria non è meno grave. Hanno preferito l’ammucchiata alla politica. Hanno scelto la narrazione “contro” piuttosto che la proposta. La somma di differenze anziché la coerenza. E gli umbri, che come tutti gli italiani non sono scemi, lo hanno capito. E li hanno puniti. Sappiatelo: succederà ancora.

C’è poi un dato: la fine del MoVimento 5 Stelle è più di un’impressione. La loro storia è agli sgoccioli. Su queste pagine abbiamo scritto 8 mesi fa quello che a nostro avviso avrebbe atteso il MoVimento 5 Stelle: la fine. Non ci pentiamo di quell’analisi, ne sottoscriviamo anche le virgole.

I grillini non hanno una tradizione a cui fare riferimento nei momenti di difficoltà come i partiti di centrodestra e centrosinistra (sì, bisogna informarli che le ideologie non sono morte), non hanno uno zoccolo duro dal quale attingere, non dispongono di una riserva di aficionados tale da metterli al riparo dallo tsunami provocato dalle loro scelte. Ma soprattutto hanno esaurito la loro spinta propulsiva, smarrito il senso della propria missione. Il reddito di cittadinanza è stato approvato e non ha sortito l’effetto di cambiare l’Italia, né tanto meno di abolire la povertà: è un fatto. Il taglio dei parlamentari è stato approvato, ma è stato recepito dagli elettori per quello che era: un contentino anti-casta che non farà altro che peggiorare la funzionalità del Parlamento. Amen. Non c’è più un motivo per votare M5s: chi li sceglieva per la loro diversità ha capito di essere stato vittima di un grande fraintendimento. Diversità nel senso che pur di stare al governo possono scegliere partner ogni volta diversi. Punto.

Il Pd in tutto ciò non può considerarsi esente da colpe. Chi pensava che per archiviare i sovranisti bastasse mettere insieme due sigle cercava una scorciatoia, ma si è ritrovato in un vicolo cieco. Zingaretti ha subito l’apertura di Renzi al governo coi 5 Stelle ma è stato quello che ha dato il via alla “fase 2”: l’accordo strutturale coi grillini. Si è infilato in una sabbia mobile da cui difficilmente riuscirà a tirarsi fuori. Tanto più se continuerà a giocare di sponda con Giuseppe Conte, l’avvocato che ha prontamente diffuso la sua difesa d’ufficio: “L’Umbria conta solo il 2% della popolazione italiana“. Come discriminare un popolo orgoglioso e martoriato. Come manifestare la propria inadeguatezza al ruolo politico che un premier deve incarnare. Come dire: don’t touch my poltrona.

Avviso ai naviganti: dopo la crisi aperta da Salvini in agosto servivano “coerenza e coraggio“. Non ci sono state. Prendetevi le conseguenze. Non saranno le ultime.