Telefonate elettorali, Episodio 1: cosa si diranno il 5 marzo

Sono le 4:30 del mattino del 5 marzo 2018. Bruno Vespa ed Enrico Mentana sono reduci da una delle maratone elettorali più lunghe della loro vita. Le proiezioni dei vari istituti di sondaggi sono ormai categoriche: non ha vinto nessuno. Il centrodestra si è fermato al 39%, ad un passo dalla soglia di governabilità. Il M5s è primo partito italiano ma non sfonda, Renzi regge ma è sotto il 25%. I telefoni tacciono: nessuno chiama nessuno per concedere la vittoria. Poi Berlusconi fa il primo passo. Ad Arcore viene dato ordine di comporre il numero di telefono del fiorentino. 

B:”Ciao Matteo, sono io…Silvio. Che ti avevo detto? Sono sempre il più forte.”

R:”Silvio, buongiorno. Qui ho numeri diversi. Sei arrivato primo ma non hai vinto.”

B:”Dai Matteo, non scherzare. Parliamo di cose serie: quando lo facciamo il Patto di Arcore?”

R:”Presidente, al massimo un Nazareno-bis. Ad Arcore non posso venire. Mi vuoi morto?”

B:”No, no. Hai ragione. Aspetta, aggiungo alla chiamata Salvini. Vediamo che dice lui. Abbiamo bisogno dei suoi parlamentari per fare le larghe intese”.

S:”Pronto Presidente, so già per cosa mi hai chiamato. Ci sto, ma alle mie condizioni: Stop invasione, no Vax, Salvini premier. “.

R:”Secondo Matteo, non mi sembri nella posizione di dettare condizioni. Hai fatto il pieno al Nord, ma al Sud sei al 2%. E poi basta con questi slogan, la campagna elettorale è finita!”

B:”Ragazzi, non litigate cribbio! Dai, forse un’idea ce l’ho io.”

S e R:”Sentiamo”.

B:”Sento crescere dentro di me lo spirito che nel 1994 mi portò a scendere in campo. L’Italia è il paese che amo, sono pronto a fare il Presidente del Consiglio”.

R:”Silvio, dimentichi un dettaglio: sei incandidabile!”

B:”Tutta colpa di una magistratura politicizzata che è il vero cancro della democrazia. Ma ho una soluzione alternativa: chiederemo la grazia a Mattarella!”

S:”Mattarella non acconsentirà mai.”

R:”Concordo”.

B:”Ora ne parliamo direttamente con lui, ma mi raccomando: dovrete essere voi per primi a farvi portavoce di questa istanza. Solo in questo modo il Presidente della Repubblica potrà prenderla realmente in considerazione”.

Al Quirinale il telefono squilla a vuoto. Mattarella è impegnato: “Giggino” Di Maio, ignaro del fatto di non avere i numeri per formare il governo, sta stalkerando il capo dello Stato. Vuole che gli venga assegnato un mandato esplorativo. Il Presidente è in difficoltà, non sa come riportarlo sulla Terra. Di Maio sembra posseduto, di congiuntivi non ne azzecca mezzo.

DM: “Presidente Mattarella, io sono convinto che fossi la persona giusta per guidare l’Italia. Il Movimento 5 stelle è il primo partito, Lei pensa che il popolo le perdonasse una simile interferenza nella vita democratica?”.

PdR:”Di Maio ma quale interferenza! Lei non rappresenta neanche un terzo degli italiani: è andato a votare un cittadino su 2. E Lei ha preso il 25% di questo 50%”.

DM:”Presidente Lei sta dando i numeri: onestà, onestà, onestà!”.

Nel frattempo, ad Arcore, Silvio Berlusconi è impaziente. Le linee telefoniche bollenti. I parlamentari azzurri attendono indicazioni: vogliono sapere cosa dire davanti alle telecamere. Il Cavaliere chiede di essere lasciato solo. Si reca nel suo studio e scrive un comunicato stampa. Le agenzie riportano la notizia. Si diffonde un clima di incredulità.

Il comunicato recita:”I nostri Difensori del Voto in tutta Italia c’hanno informato che sono avvenuti dei brogli in diversi seggi. Il Partito Democratico di Matteo Renzi si è visto privare di migliaia di voti. Non possiamo accettare una sospensione della democrazia. Oggi mi recherò dal Capo dello Stato per chiedere che si torni al voto”.

Matteo Renzi legge l’agenzia e un attimo dopo chiama Berlusconi.

R:”Presidente, ma come? Hai chiesto nuove elezioni…”

B:”Dai Matteo, l’ho fatto per te..per noi…”


Scenario elettorale numero 1: cosa succede se non vince nessuno.

Ratzinger, così se ne va un Papa

Non ha mai amato il troppo baccano. E in silenzio ha deciso di andarsene, a poco a poco. Joseph Ratzinger è l’uomo che si è dimesso da Papa, non da uomo di fede. Per questo descrive “quest’ultimo pezzo di strada” come un “pellegrinaggio verso Casa“, sicuro com’è che la fine dei suoi giorni in Terra è vicina, ma solo quella, appunto.

Indirizza al Corriere della Sera poche righe. La firma in calce è minuscola. Scrive ormai poco l’uomo che fu Benedetto XVI: non riesce, e di questo soffre. Ha dovuto arrendersi, non senza un’ombra di fastidio, al tempo che passa. Ha rinunciato ad elaborare quelle riflessioni di teologia che per anni hanno illuminato il sentiero della Chiesa. Non ne ha più la forza. Lo ha ammesso con il candore tipico della veste papale, sottolineando il “lento scemare delle forze fisiche“. Una conferma delle motivazioni che l’11 febbraio 2013 lo portarono a sconvolgere il mondo, affermando di essere pervenuto “alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino“.

Era l’addio al Pontificato, l’uscita di scena silenziosa di un uomo che fino a quel momento aveva pagato – agli occhi della folla – l’essere venuto dopo Giovanni Paolo II. Non è stato un Papa social, Benedetto. Non aveva il carisma di Wojtyla, e neanche la simpatia spontanea di Bergoglio. Ma è stato un Pontefice coraggioso. Ad Auschwitz, il luogo della vergogna nazista, questo Papa tedesco ha scelto di recarsi chiedendo:”Dov’era Dio? Perché ha taciuto?“, prima di invocare il perdono.

Così, con coraggio e dignità, in silenzio e compostezza, si accinge a compiere ques’ultimo tratto di strada. Non è mai stato un debole, Joseph Ratzinger. Così se ne va un Papa.

Erdogan e Bergoglio: il Sultano e il Santo Padre

Il Sultano non si inchina. Neanche dinanzi al Santo Padre. E perché mai dovrebbe, Erdogan? Ai suoi piedi ha milioni di turchi, che in lui vedono una sorta di semi-Dio. Per questo non si impressiona, davanti al vicario di Cristo. Papa Francesco è un capo di Stato come tanti, peraltro scomodo. Niente di più.

Quando si incontrano, in Vaticano, nessuno dei due sorride. Sanno che la loro è una partita a scacchi, non si amano, non sono lì per questo. La stretta di mano del Sultano è salda, lo sguardo glaciale, fisso sull’interlocutore. Poche parole in un inglese stentato: per capirsi hanno bisogno dell’interprete.

Non ha voglia di perdersi in formalità Erdogan: dinanzi ai fotografi, prima di una chiacchierata della durata di 50 minuti, siede al tavolo papale senza attendere che prima lo faccia Francesco. Poi per un attimo lo fissa in pieno volto, il Papa non ricambia.

Le porte si chiudono: i due iniziano a parlare in modo franco, da pari a pari. Hanno tanto da dirsi, condividono poco. Ad esempio la posizione sulla Palestina, dopo l’accelerazione improvvisa di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Ma di certo non sono d’accordo sulla svolta autoritaria intrapresa dalla Turchia. Mentre il Papa parla col Sultano, fuori Piazza San Pietro decine di manifestanti – molti dei quali curdi – si ritrovano per protestare. Vogliono che i diritti civili vengano rispettati. Non accettano che Erdogan il dittatore venga accolto con onori da statista.

Da quando è sopravvissuto al colpo di Stato del luglio 2016, Erdogan vede nemici ovunque. Fa arrestare giornalisti, docenti, professionisti che crede vicini a Fatullah Gulen, l’imam auto-esiliato negli Usa, che il Sultano crede essere la mente del golpe. Nei suoi piani c’è la reintroduzione della pena di morte, con buona pace dell’Europa. Quella stessa Europa che non può permettersi di irritarlo troppo.  Erdogan tiene in Turchia più di due milioni di profughi provenienti dalla Siria. Se apre i cancelli sono guai, per tutti.

Prima dei saluti, Papa Francesco e il Sultano si scambiano i regali di rito. Ed è qui che il Pontefice piazza la sua stoccata. Al leader turco dona un medaglione, sopra vi è raffigurato “l’angelo della pace che strangola il demone della guerra“. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’operazione Ramoscello d’Ulivo, l’offensiva militare portata dal governo di Ankara contro le milizie curdo-siriane Ypg ad Afrin, nel distretto della Siria nordoccidentale. Erdogan fa la guerra, il Papa tesse la tela della pace. Non possono proprio andare d’accordo.

Quando arriva il momento di congedarsi, Papa Francesco cede il passo alla consorte del presidente turco. Lei, imbarazzata, fa un paio di passi, poi si allinea agli altri due: non pare abituata a queste gentilezze.

Erdogan e Bergoglio: ora il sorriso è più disteso, ma non per questo caldo. Il Sultano porta la mano sul petto e lì la batte per due volte. Il saluto è quello arabo, fatto di un tocco sulle labbra, sulla fronte e di un lieve inchino. Significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa“.

Ma il turco e l’argentino in comune non hanno né cuore, né anima, né cervello. “Pregate per me“, chiede Francesco. “Anche noi aspettiamo una preghiera da Lei“, risponde Erdogan. Sono sovrani, imperatori, intermediari tra il popolo e il loro Dio. Sono il Sultano e il Santo Padre: nessun inchino, nessun baciamano.

Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.

Fognini d’Italia

L’approvazione del Paese non la otterrà mai.  A meno che da qui ad un paio d’anni non si decida a vincere un Roland Garros, ma in quel caso si direbbe: “È solo uno che ha azzeccato un torneo in carriera, non un campione“. E magari siamo pure d’accordo con loro, con chi dice che è una testa matta, che ai livelli di gente come Federer, Nadal e compagnia cantante non si avvicinerà mai, ma mai veramente, quanto meno per continuità di gioco e tenuta mentale. Ma Fabio Fognini qualcosa che lo rende speciale, diverso dalla maggior parte degli altri giocatori di tennis lo ha veramente, non ce lo siamo inventato.

Sarà quella voglia di soffrire e complicarsi tutto sempre, la sensazione che una partita sia la parabola della vita, la prova che ad ogni conquista deve corrispondere una grande fatica: altrimenti che gusto c’è? E allora eccolo Fabio, in campo in Giappone, quando molti in Italia erano ancora al caldo dei loro letti. Lotta e suda in Coppa Davis per la bandiera, la stessa che indossa come vestito, un tricolore in forma verticale.

Ci porta i punti decisivi restando in campo più di 11 ore: l’Italia vince 3 a 1 col Giappone e tutti e 3 i punti li porta lui, Fabio. Quello che purtroppo resterà per sempre nell’ottica del tifoso medio come il giocatore che dice le parolacce in campo, quello che se la prende con l’arbitro quando perde, quello discontinuo. Ma non ci sembrano familiari questi atteggiamenti? Dove li abbiamo già visti? Ma certo. Siamo noi, siamo proprio noi.

Quelli che quando perdono al campetto è sempre colpa del vento, che maledicono se stessi e l’avversario quando si scoprono incapaci, quelli che all’allenamento preferiscono il divano. Siamo italiani, insomma. Geniali ma scostanti, legati alla Patria ma pronti a criticarla (noi però, mica gli altri, tipo i francesi). Lottatori ma quando serve.

E allora dai Fabio, non prendertela. Oggi sei l’eroe, domani chissà. Tanto ormai l’hai capito siamo tutti Fognini d’Italia.

Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.

Noia elettorale, ridateci Berlusconi (e i suoi nemici)

Il segno dei tempi che furono – e purtroppo non sono più – lo vedi in televisione. Te ne accorgi quando ascolti la sigla di M, il programma di Michele Santoro, e sulle note di Zucchero, anche se non ti è mai piaciuto, quasi ti emozioni. Lo capisci quando pensi che tra un mese si vota e hanno tutti finito le promesse. A corto di benzina, appiedati, anemici di inventiva. Sbadiglio.

Oggi guardi Santoro, osservi la Gruber, ti fai cullare verso il sonno dai numeri di Floris, aspetti in (finta) trepidante attesa i sondaggi del lunedì di Mentana, cerchi di intuire dove tira il vento analizzando l’atteggiamento di Vespa a Porta a Porta. Ma poi scopri che è tutto finito, che ti hanno tolto il gusto della battaglia politica, che il meglio è alle spalle e non tornerà.

Che hanno sdoganato Berlusconi, insomma.

Santoro e Travaglio, dopo l’epica spolverata sulla sedia del 2013, non stanno neanche più insieme. Distrutti dalla serata che avrebbe dovuto distruggere Berlusconi.  Lucia Annunziata, quella che avrebbe dovuto “provare un po’ di vergogna“, adesso reagisce alla buca datale in tv dal Cavaliere come un’innamorata paziente:”Mi dicono che se oggi se non prendi una buca da Berlusconi non sei nessuno“. Giletti è passato dal subire l’ormai celeberrimo “vuole che me ne vada? Me ne vado!“, all’ospitare le confessioni familiari e intime del Cav (“Considero mia figlia Marina come una mamma“).

Ma non è solo la televisione ad essere diventata noiosa. Eugenio Scalfari – ripetiamo, Eugenio Scalfari – ha detto che tra Berlusconi e Di Maio voterebbe il primo. Persino l’ingegner De Benedetti, uno che col Cavaliere si è combattuto per una vita, ha ammesso che i due si parlano. Renzi, uno che ha ereditato il partito da Veltroni – che Berlusconi aveva deciso di non nominarlo neppure, definendolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” – con lui ha fatto il Patto del Nazareno e forse farà presto quello di Arcore.

E tu che sei stato sempre lì, animato da quella sana (o forse strana) passione per la politica, ti guardi intorno, sul divano, e le patatine e i pop-corn li gusti ugualmente, ma con poco entusiasmo. Cerchi un nuovo duello, un nuovo capo carismatico, ma poi accendi Santoro, lo senti parlare di flat tax, e prima di addormentarti ti accorgi che è semplicemente finita. Stop. Chiudete tutto.  Siamo diventati un paese noioso.

Ridateci Berlusconi e se potete pure i suoi nemici.

È ancora Prodi contro Berlusconi

Romano Prodi e Silvio Berlusconi: sembra passato un secolo ma alla fine, al centro del ring, ci sono ancora loro. Il Professore e il Cavaliere. Troppo diversi per storia e cultura, per estrazione e convincimenti, perché andasse diversamente.

Saranno nemici per sempre, o quanto meno rivali. E non perderanno occasione per ricordarselo a vicenda, non rinunciando a piazzare una buccia di banana sul cammino altrui, consapevoli che dalla caduta dell’uno – in fondo – è sempre dipesa l’ascesa dell’altro.

Non si sono mai amati e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando in Italia era ancora tempo di duelli tv tra leader, Prodi e Berlusconi non hanno avuto paura di colpirsi, spesso sotto la cintura.  Nel 2008, in un confronto moderato da Bruno Vespa, il leader dell’Unione – che quelle elezioni poi le avrebbe vinte – disse a Berlusconi di non usare i numeri così come gli ubriachi utilizzano i lampioni: “Non per farsi illuminare ma per sostenersi“. Berlusconi allora replicò piccato:”Ricambio l’ubriaco del signor Prodi, dicendogli se non si vergogna davvero di svolgere, oggi lui, nei confronti dei partiti della sua coalizione, il ruolo che storicamente fu definito dell’utile idiota“.

Viene quasi da rimpiangerli quei momenti, quegli scontri un po’ trash, ma comunque tra titani, se confrontati ai leader – o presunti tali – che oggi si affannano nei talk show alla ricerca di un consenso a scadenza limitata.

O forse no, forse non è nemmeno il caso di rimpiangerli. Perché alla fine a muovere e spostare voti sono ancora loro. Berlusconi e Prodi. Prodi e Berlusconi.

Il Professore che interviene in favore del Pd di Renzi e scomunica Liberi e Uguali di Grasso è un fattore da non sottovalutare. Perché nel bene e nel male è sempre lui il padre nobile dell’area di centrosinistra. E dinanzi ad una chiara indicazione di voto del Professore chi era intenzionato ad abbandonare il Pd, magari dopo anni di fedeltà e militanza, ci penserà due volte; il rovescio della medaglia è che un mondo, come quello moderato e dell’imprenditoria, che ai democrats è arrivato soltanto grazie al cambio di passo imposto da Renzi, possa temere un ritorno alla sinistra modello Seconda Repubblica scegliendo l’originale, appunto Berlusconi.

Perché alla fine sono l’espressione di due mondi che per un Ventennio si sono scontrati su tutto. Il Bene e il Male, a seconda dei punti di vista. Sì, c’è il Movimento 5 stelle che avanza, il bipolarismo è acqua passata, ma nel richiamo al voto utile di Prodi si può leggere la voglia di sfuggire ad un destino marginale, che pare scritto nei sondaggi e nei risultati della socialdemocrazia in tutta Europa.

Prodi scommette su Renzi e sulle sue possibilità di rimonta. Abbandona al suo destino lo stesso Bersani, dimenticando forse che fu proprio lui a candidarlo alla Presidenza della Repubblica, quando 101 franchi tiratori (di cui molti renziani) lo impallinarono nel 2013. All’epoca c’erano in ballo le larghe intese post-Monti. E Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare che il suo arcinemico salisse al Colle. Così oggi, anche se con un ruolo diverso, il Professore gioca la sua partita. Spera in un Renzi forte per marginalizzare il Cavaliere.

Non c’è niente da fare: è ancora Prodi contro Berlusconi.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…