Italia-Francia, e stavolta difendiamo il confine

italia-francia

 

Si scende in campo per la bandiera, per quel tricolore un po’ sgualcito, ammaccato, ma pur sempre splendente, che quando lo guardiamo ci inorgoglisce, ci rende fieri e grati – in fondo – di essere nati qui e non altrove.

E ancora di più torniamo a sentirci italiani se dall’altra parte della barricata ci sono i francesi. Cugini infidi, arroganti, presuntuosi. Amici mai, per chi si odia come noi.

Vicini fastidiosi, da sempre. Ultimamente troppo. Come a Bardonecchia, dove i gendarmi francesi hanno imposto la propria legge sulla nostra. E il governo Macron nemmeno ha avuto il garbo di chiederci scusa. A questo punto siamo: sforano i confini e non sentono il dovere di pronunciare un misero “pardon“.

Ma da oggi a domenica i confini del campo sono ben delineati. La terra rossa di Genova è la nostra. Facciamo in modo che lo resti. Italia-Francia si gioca sul campo da tennis. In palio una semifinale di Coppa Davis che fino a pochi anni fa sembrava utopia. Oggi possibile: è già un miracolo.

Saremo come sempre in braccio a Fognini. Al talento puro, pazzo e cristallino. All’italiano che meglio rappresenta il nostro modo di essere, tutto quel che di noi dà fastidio ai francesi.

Ci osserveranno, come sempre, dall’alto in basso: convinti di essere più forti, più belli e profumati. Ma noi siamo italiani, signori. Abituati agli strani scherzi della storia, pronti a lottare quando il gioco si fa duro. Uniti quando serve, patrioti come oggi. Racchette in mano, difendiamo la frontiera.

Nessuno vuole essere Robin

bacio salvini di maio

 

Li senti gli applausi del pubblico? Lo vedi il centro della scena? E i riflettori, i flash dei fotografi? Quella è leadership. Chi vuole essere il capo a prescindere, il genio conclamato, il capitano che si ascolta ad occhi chiusi e testa bassa?

Non basta. Il salvatore della Patria, l’uomo solo al comando, il supereroe che risolleva il Paese dal baratro, l’unto dal Signore.

Salvini e Di Maio. Di Maio o Salvini.

Come in una danza in cui ci si pesta continuamente i piedi, un valzer poco elegante in cui la mano dell’altro si tiene senza dolcezza, ma per vedere chi ha la stretta più forte.

Perché alla fine qui torniamo: essere i primi della classe, dimostrare di poterlo essere. E per questo non si troverà un accordo.

Gregari di nessuno, che la gloria è per pochi e quella cerchiamo. Lasciare un ricordo di noi, un’impronta indelebile: come le Piramidi per i faraoni.

E c’è una canzone di Cremonini, che sembra perfetta per l’occasione:

Tutti col numero 10 sulla schiena. E poi sbagliamo i rigori.

Ti sei accorta anche tu

che in questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin

Consultazioni per dirsi di no

 

Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

Nasim che spara per i video di YouTube

 

Si chiamava Nasim Najafi Aghdam, e aveva 39 annni, la donna di origini iraniane che ha tentato di fare una strage nella sede di YouTube a San Diego, in California.

E non ingannino le origini musulmane dell’assalitrice. Non c’è nessuna radicalizzazione, non stavolta.

Nasim era più occidentale di noi: di mestiere faceva la youtuber. Pubblicava video di animali, esercizi fisici da fare in casa, parodie di canzoni famose. I video su cui clicchiamo tutti quanti.

Nasim non era una terrorista. Ma in qualcosa di simile si è trasformata quando YouTube, di fatto il suo datore di lavoro, ha cambiato le regole del gioco. Vincoli più stringenti per avere accesso ai pagamenti. Un numero maggiore di followers e robe del genere, per non veder crollare i propri guadagni.

Nasim allora ha provato a chiedere spiegazioni all’assistenza, ha protestato per il giro di vite imposto dall’azienda, ma non è riuscita ad ottenere nulla. Così ieri ha preso una pistola, è uscita di casa, ed ha iniziato a sparare all’interno della sede di YouTube. Poi si è fermata all’ingresso, ha premuto il grilletto e si è tolta la vita.

Lo ha fatto così, con semplicità. Come fosse una naturale conseguenza del torto subito. Come se i responsabili, poi, fossero i dipendenti sui quali ha aperto il fuoco. Come fossero burattini senza vita, personaggi senza storia, ostacoli sul suo cammino di popolarità. Lo ha fatto, pensando che fosse giusto farlo.

Nasim non ha ucciso, ma c’è andata vicina. Nasim si è uccisa, e non si capisce perché. Nasim che spara per i video di YouTube, è la fine del mondo.

Le 21:37 di tredici anni fa…

 

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Avevo la metà degli anni che ho adesso. E non avevo mai visto morire un Papa. Neanche pensavo fosse possibile. Per me il Papa era quello lì. Era Papa Woytjla.

Ricordo una lunga puntata di Porta a Porta, una veglia di migliaia di persone sotto piazza San Pietro. La speranza che quel nonno acquisito non morisse, che se qualcuno poteva fare un miracolo era per forza di cose proprio lui.

Ricordo un coro, quasi da stadio: “Gio-van-ni Pao-lo! Gio-van-ni Pao-lo!“. Li chiamavano i Papa-boys. E a 13 anni mi sentivo uno di loro. Guardavano verso l’alto, in direzione delle finestre illuminate delle sue stanze. C’era il convincimento che finché fossero rimaste accese, così la speranza sarebbe rimasta viva.

Poi dissero in tv che il Papa stava morendo, che era consapevole di tornare alla “casa del Padre“, che per questo era rimasto nel suo letto in Vaticano. A resistere, mentre tutto il corpo si arrendeva, soltanto il suo cuore da sportivo.

Ricordo Bruno Vespa e il suo annuncio su Rai Uno:”Il Papa è morto“.

Svelarono, qualche ora dopo, che il Papa aveva sentito i cori della Piazza, e a stento aveva detto:”Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio“.

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Le 21:37. Il tempo si è fermato.

Sagan è Sagan, non Eddy Merckx

 

Sconta il fatto di essere Sagan, il più forte di tutti, il povero Peter. Che del resto non c’è soltanto la maglia iridata di campione del mondo a dirlo, ma pure il modo in cui affronta le corse, quell’immagine da fuoriclasse che non può proprio scrollarsi di dosso. Uno strapotere quasi sfottente, sulle rampe che spezzano le gambe dei comuni mortali che gli pedalano accanto, con quella maschera monouso stampata in viso: mai un ghigno di fatica, mai una goccia di sudore, mai una traccia di normalità.

Essere Sagan, insomma: e quindi spettacolo a prescindere, sempre e comunque, anche a costo di sacrificare la vittoria. Sarà per questo che nelle classiche Monumento non vince quasi mai: un successo su 24 partecipazioni. Forse perché cerca il bello, piuttosto che l’utile: il successo alla grande, anziché la vittoria e basta.

Un po’ come ieri, al Giro delle Fiandre, dove tra strade sterrate e odore di pioggia è sembrato in controllo della corsa per circa 6 ore. Quello con la gamba migliore di tutti, sempre in testa, sempre pronto a ricucire sugli allunghi dei big. Poi però scatta Terpstra e lui sta lì, a guardare, a marcare i rivali, i soliti noti, a pensare che “figurati se questa è l’azione buona“. E invece lo è: vabbè, sarà per la Roubaix.

E noi, di nuovo, saremo ancora tutti lì ad aspettare il suo sigillo. Nonostante non sia mai andato oltre un sesto posto, nel 2014, nella classica del pavè. Commettendo il solito, inevitabile, errore: credere che il più forte debba anche vincere sempre.

Ma è il ciclismo, signori: quel mix di valori sportivi, tattica, casualità che esalta e delude, affascina e tradisce.

E Sagan è Sagan. Non ancora – forse mai – Eddy Merckx.

Erdogan schiaffeggia Macron: il Sultano non prende ordini da Napoleone

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Agita il dito, Erdogan. Nessuno pensi di poter parlare a quel modo, davanti al Sultano.

Si rivolge ai parlamentari del suo partito. E loro applaudono, ogni volta che la sua invettiva si interrompe, quando la pausa sottolinea che è arrivato il momento di farlo.

Cosa dice la platea? Applaude convintamente. Forse deve farlo. Ma poco importa, perché applaude. E certifica l’immagine di un sovrano mitizzato, di un regnante che non accetta consigli, neanche da un capo di stato come Emmanuel Macron.

Ma chi sono mai questi francesi? E chi crede di essere questo novello Napoleone Bonaparte, per parlare così al mio cospetto? Non lo nasconde il suo fastidio, Erdogan. Prova un certo piacere nel rimarcare che col giovane dominus di Francia ha usato toni bruschi, che lo ha fermato quando dalle sue labbra sono uscite parole “strane“, prospettive inconciliabili col suo volere, accordi coi curdi che lui considera terroristi, con una Francia a fare da intermediaria per un dialogo che coinvolga ufficialmente la “sua” Turchia.

Macché. Il Sultano ordina, non parla. Pensa a se stesso come ad un semi-Dio, e l’essere sopravvissuto ad un colpo di Stato lo ha rafforzato in questo convincimento. Così nessuno, neanche Macron, il giovane leader che vuole guidare l’Europa, può permettersi di dirgli cosa fare coi curdi. Ad Afrin, ormai da settimane, ha dato il via ad una guerriglia ribattezzata “ramoscello d’Ulivo“. Vuol portare a suo modo la pace, Erdogan. Ma solo per sé e per il suo popolo. Non per gli altri.

E mai acconsentirà che all’enclave curda venga dato un riconoscimento, una parvenza di territorio con dei confini certi: perché rappresenta un pericolo, una minaccia alle porte di Ankara. Ed Erdogan, dal luglio in cui ha rischiato di morire, ha smesso di porre fiducia in qualcuno che non sia lui. Si limita ad eliminare il dissenso: coi professori, i giornalisti, gli attivisti. Il Sultano semina la paura per raccogliere il rispetto.

Così, in tono sprezzante, domanda: “Chi siete voi per parlare della mediazione fra la Turchia e un’organizzazione terroristica? Da quando in qua la Turchia si siede a un tavolo con un’organizzazione terroristica? La Francia sta andando molto al di là dei limiti“.

Sfida l’Occidente, tiene in pugno l’Europa, che da un momento all’altro potrebbe vedersi invasa dai profughi siriani che Erdogan ha accettato di tenere all’interno dei suoi confini.

Ma intanto schiaffeggia Macron. Il Sultano non prende ordini. Neanche da Napoleone.

Berlusconi e la riabilitazione: l’azzardo del leader ferito, un ultimo all-in

berlusconi sorriso

 

Era il primo agosto del 2013 quando Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, venne raggiunto dalla sentenza di condanna per frode fiscale nel processo relativo ai diritti tv Mediaset. I suoi avvocati, per settimane, gli avevano ripetuto che non c’era nulla da temere, che l’assoluzione era praticamente certa.

Per questo, il pronunciamento dei giudici, venne vissuto da Berlusconi come uno dei colpi più duri della sua vita. Crollava il mito dei tanti processi senza neanche una condanna definitiva, del complotto della “magistratura di sinistra” mai in grado di trovare le prove necessarie a rendere colpevole un innocente.

Ed è forse quello, più di ogni altro, il punto di caduta del berlusconismo, il momento in cui la parabola del leader diventa discendente. Da quando la legge Severino – va detto, applicata retroattivamente – lo ha reso incandidabile, Berlusconi non ha fatto più il Berlusconi.

Il dominus nelle urne, l’acchiappavoti per antonomasia, ha sì giocato la partita ma sempre per la salvezza, non più per la vittoria del campionato.

Così ha iniziato la corsa al tribunale di Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che “dovrà restituirmi l’onore perduto“, la lotta contro il tempo (persa) per tornare candidabile per le elezioni.

E poi le giustificazioni – con gli altri e con sé stesso – sul fatto che “se Salvini ha superato Forza Italia è stato perché io non sono candidabile, se fossi stato in campo le cose sarebbero andate diversamente“.  L’illusione che il tramonto non debba arrivare mai, la convinzione che se è rimasto lo stesso di sempre non c’è motivo per cui gli italiani non debbano ancora fidarsi di lui.

Da qui la decisione di tentare un’altra partita. La richiesta di riabilitazione al tribunale di sorveglianza di Milano, chiamato a giudicare se Berlusconi negli ultimi 3 anni abbia dato “prove effettive e costanti di buona condotta“. L’obiettivo è duplice: tornare incensurato anticipando i tempi della Corte di Strasburgo per lavare l’onta della fedina penale macchiata; ma soprattutto tornare eleggibile.

Ed è questo il pensiero che gira e rigira nella testa del Berlusconi ferito. Ripresentarsi come leader a tutto tondo, capace di affrontare con le stesse armi i giovani che sperano di farlo fuori soltanto perché non può entrare in Parlamento. Una tentazione che accarezza da tempo: far saltare nuovamente il banco, dire no ad un governo con Di Maio, al ragazzino che ha avuto “l’arroganza” di porre il veto proprio sulla sua persona.

Un ultimo azzardo, un all-in che possa portarlo nuovamente a Palazzo Chigi. O forse alla fine politica sua e di Forza Italia. E c‘è qualcosa di folle e romantico in questa ostinazione. L’immagine di un leader malandato e ferito, che non vuole morire.

Il coraggio di restare Bonucci

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Affronterà tra poche ore il suo passato, Leonardo Bonucci. In un controsenso che di significato invece è denso: guardare indietro per andare avanti.

E non sarà semplice fare ritorno nello stadio che lo ha reso campione, sottoporsi al trattamento severo di un pubblico che non potrà fare a meno di fischiarlo, tanto lo ha amato. Succede sempre così. Amici mai, diceva Venditti. E amici, Bonucci e la Juventus, non potranno essere più.

Tanto meno sabato, quando Leo avrà indosso una divisa rosso e nera, quella del Milan. E al braccio il simbolo che lo indica come capitano dell’armata nemica.

Ci saranno abbracci però, tra vecchi compagni. Perché in fondo Bonucci, Buffon, Barzagli e Chiellini saranno fratelli per sempre. Ad unirli il legame indissolubile delle vittorie, l’affetto che resta dopo le grandi imprese realizzate insieme. Ma non mancherà in campo quel pizzico di rivalità che è il sale dello sport: chi ha fatto meglio? Leo a lasciare o tutti gli altri a restare? Decisivo è il singolo o il gruppo?

La storia – finora – ha detto che la Juve è rimasta, Bonucci s’è perso. Almeno per un po’ ha smarrito la via. Vittima della voglia di dimostrare, dell’ambizione (o presunzione?) che lo ha portato ai vertici, di una frase che lo perseguiterà ad ogni tonfo della carriera:”Sono al Milan per spostare gli equilibri“.

Ma il campione è quello che accetta la sconfitta, che sa rimettersi in discussione il giorno dopo il ko. Così dopo gli scivoloni e le scivolate mancate, dopo gli autogol in campo e fuori, Bonucci ha ritrovato l’orgoglio. Lo ha fatto probabilmente nella notte più tragica della storia del calcio nostrano: l’Italia-Svezia che ha sancito l’esclusione della Nazionale dei Mondiali.

A San Siro, guarda caso il suo nuovo stadio, col risultato in bilico ha gettato lontano la maschera protettiva che doveva servire a tenere a riparo il setto nasale fratturato. Ha corso come un gladiatore verso il centro del campo, infondendo al pubblico l’illusione che sperare si poteva, che la Patria sarebbe stata salva, che come sempre – da Italia – in un modo o nell’altro avremmo saputo cavarcela. Così non fu, si sa.

Ma da quella notte Bonucci è tornato Bonucci. Ha ripreso in mano il suo destino, alzato il livello delle sue prestazioni, riaffermato con orgoglio il suo essere leader.

E ci vuole coraggio ad affrontare il proprio ieri sapendo che di vittoria non è tempo. C’è voluto coraggio a restare Bonucci.

Il gioco del trono: così è rinato Renzusconi

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Dai segnali di fumo alle schermaglie. Dalle pacche sulla spalle alle telefonate mancate. Salvini e Di Maio, adesso, per comunicare usano televisioni e social, a dimostrazione che la luna di miele è già finita e il matrimonio annunciato rischia di naufragare al primo scoglio. Così iniziano a beccarsi, a provocarsi, a giocare al “vediamo chi è più forte“, dimostrando forse scarsa memoria: perché il punto è sempre lo stesso, mancano i voti per fare un governo. O qualcuno cede o si torna al voto.

Prospettiva, quest’ultima, che entrambi i leader della Terza Repubblica accarezzano quotidianamente, restandone ogni volta affascinati. Di Maio nella convinzione che il M5s otterrebbe un mandato ancora più forte di quello appena ricevuto, Salvini consapevole che la sua irruenza nei rapporti con Forza Italia per poco non ha mandato Berlusconi al tappeto, consentendogli di travasare molti voti azzurri nel nuovo partito che verrà: Lega Italia.

Ma nella lunga notte delle trattative seguite allo strappo sul Senato, Berlusconi ha avuto il merito di cambiare registro. Perdere una battaglia per non rinunciare alla guerra. Sul terreno ha lasciato soldati che mai avrebbe pensato di sacrificare come Brunetta e Romani, ma nella partita più ampia, quella della sopravvivenza, pure l’uomo di Arcore ha presente il significato dell’espressione “mors tua vita mea“.

Così, di nuovo, è ancora Berlusconi l’ago della bilancia per la formazione del governo. Perché Di Maio si è arroccato sul principio di non volere i voti di Forza Italia (che però per l’elezione di Fico alla Camera ha accettato) fidandosi di Salvini e del fatto che “Matteo” avrebbe dato al Cavaliere il benservito in tempi brevi.

Ma il leader della Lega, al di là di un aspetto rozzo, è stratega finissimo. Non ha interesse nell’abbandonare la compagnia di un Berlusconi al tramonto per servire a Di Maio la leadership su un piatto d’argento. Piuttosto aspetta che l’agonia di Silvio giunga a compimento. Se possibile senza strappi ulteriori, che i fedelissimi berlusconiani in giro per l’Italia difficilmente gli perdonerebbero, così come le sue televisioni.

E in questa guerra di posizione, l’unico che potrebbe far saltare gli schemi, si chiama Matteo Renzi. Ma l’ex segretario preferisce gustarsi lo spettacolo come fosse al cinema. Consapevole che il potere logora, ma in questo caso – facendo propria la citazione di Giulio Andreotti – soprattutto chi non ce l’ha: cioè Salvini e Di Maio.

Nella drammatica notte che ha portato alla composizione delle liste del Pd, Renzi ha blindato il Partito, lo ha riempito di fedelissimi che non tradiranno il suo diktat: restare all’opposizione ad ogni costo, lasciar fare ai due vincitori delle elezioni perché “adesso tocca a loro“.

Così il paradosso si rende plastico. Speravano di vincere, Renzi e Berlusconi. Di accordarsi su un Nazareno-bis che avrebbe garantito la centralità di entrambi. Hanno perso, ma nessuno può escluderli dal gioco del trono. Così è rinato Renzusconi.