Di Maio, i gilet gialli e la verginità perduta

Piaccia o no, il MoVimento 5 Stelle è stato per anni l’emblema dell’utopia in politica. Qualcosa va male in Italia? “Eh, ma vedrai che prima o poi i 5 Stelle…”. Racconto di un Paese che ci ha creduto, breve storia triste di una favola diventata incubo. Da salvatori della Patria ad incompiuti, da speranza concreta a simbolo vivente del “peccato, avrebbe potuto….ma alla fine non è stato”.

Luigi Di Maio si illude che basti il giallo dei gilet di Francia ad illuminare un’azione che si è ingrigita, ad invertire la rotta delle 5 stelle cadenti nell’universo politico nostrano. Auspica la nascita di un nuovo partito che si presenti in Francia, che usi Rousseau, che dreni voti alla coalizione di populisti che si presenterà alle prossime Europee. Sogna, di fatto, il ritorno ai fasti della protesta, ora che è diventato Stato.

Ma la scelta dei tempi in politica è (quasi) tutto. Così non può essere un dettaglio che Di Maio provi a mettere il cappello sui gilet gialli proprio nel momento in cui si manifesta la frattura tra il MoVimento 5 Stelle e la sua base, forse illusa ma pur sempre tradita. E non può esserlo nemmeno che l’abbraccio ai gilets jaunes arrivi quando la protesta per le vie di Francia ha perso gran parte della sua spontaneità, prestando il fianco ai violenti e ai rivoltosi.

Così affiora la comicità inconsapevole di un partito di governo che in Italia ha aumentato le tasse per 13 miliardi e in Francia sostiene chi ce l’ha con Macron perché non le ha abbassate.

E’ il canto d’un cigno triste. Di chi si illude che basti un gilet sgualcito a ritrovare la verginità perduta.

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.

Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

salvini libia

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.

Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi

salvini camilleri

 

Gli inglesi dicono “out of the cup”. E non c’è dubbio che l’espressione in sé risulti più signorile del nostrano “farla fuori dal vaso”. Ma alla fine di Salvini si parla, e allora “prima l’italiano”, tanto il senso quello è: i toni esasperati sempre, le invasioni di campo continue, fino a quando anche l’alleato di governo dormiente – guarda un po’! – ad un certo punto si rende conto che ora no, ora basta, calmiamoci un attimo. Fermi tutti.

Il casus belli è lo sbarco al porto di Messina di una nave militare irlandese con a bordo 106 migranti. L’occasione per il Matteo di governo è troppo ghiotta per rinunciare all’attività della casa: l’annuncio roboante da dare in pasto ai social affamati di polemica. Ma al Salvini che pensa e parla da premier, al leghista che annuncia la volontà di portare “al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo“, stavolta qualcuno risponde.

Lo fa il ministero della Difesa guidato dalla pentastellata Elisabetta Trenta, con una nota che non nasconde l’irritazione grillina e sottolinea la necessità che l’azione sia “coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali“. Ed è in questo affondo, forse, che emerge la noia che Salvini inizia a suscitare un po’ ovunque.

Non teme nessuno. Fa il tuttologo. Sa di sbarchi e vaccini, di politica estera ed economica, di legittima difesa e vu cumprà. Non si fa troppi problemi a tirare in ballo il Presidente della Repubblica sulle sentenze contro la Lega. Mentre quello del Consiglio lo consulta a stento, e soltanto a cose fatte.

Polemizza con Tunisia e Malta, con Macron e Merkel, con l’Europa tutta.

Arriva persino a pungere un’istituzione culturale del Paese come Andrea Camilleri, di cui dice di amare i libri, meno gli insulti (quali?). Però stavolta Salvini ha esagerato: perché va bene che la Lega è solo Lega, non più Nord.

Ma che sotto l’ombrellone anche lui si sia messo a leggere il vigatese di Montalbano e Catarella: beh, pare quanto meno difficile.

Per questa onnipresenza onniscente della politica italiana dei nostri giorni, però, c’è una frase che da Camilleri possiamo estrapolare. Non serve comprendere il siciliano. Ci sono artisti capaci di creare un linguaggio universale, che oltrepassa i confini. Pure coi porti chiusi.

Sì, insomma: Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi.

L’Italia nell’altra Europa di Salvini

salvini austria

 

Nell’attesa che Conte prenda coscienza di essere premier e che i 5 Stelle si accorgano di trovarsi finalmente al governo del Paese, Matteo Salvini ridisegna in un pomeriggio le storiche alleanze europee dell’Italia. Accoglie al Viminale il vice Cancelliere austriaco Strache e il collega degli Interni Kickl, in quella che altro non è se non la formalizzazione del sabotaggio in salsa sovranista dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Un’Europa che secondo i voleri di Salvini non sarà la stessa della Merkel e di Macron, gli interlocutori incontrati da Conte non una vita, ma una settimana fa. Gli stessi che nei rispettivi bilaterali hanno prima tentato di capire se col nostro Presidente del Consiglio fosse possibile intavolare una strategia comune poi, accortisi che in Italia comanda la Lega, hanno pensato bene di abbandonarci al nostro destino. Deciso da Salvini, ovviamente.

Da qui la scelta di salvare il governo Merkel – una che in Europa conta ben più di Conte – e di liberarla dal cappio attorno al collo che l’alleato di governo Seehofer era in procinto di stringerle. Chi ci rimette? Ovviamente l’Italia, che secondo l’intesa Parigi-Berlino dovrà farsi carico dei cosiddetti “movimenti secondari” dei migranti. Tradotto: chi arriva in Italia e tenta di uscirne per andare nel resto d’Europa verrà respinto alla frontiera.

Ma il paradosso del piano di Salvini è che a legarlo a quelli che a più riprese definisce gli “amici austriaci” è quella stessa passione sfrenata per il nazionalismo che proprio tra Italia e Austria non potrà che creare cortocircuiti e malintesi. Lo si capisce quando Kickl dice che sarebbe bene evitare la chiusura delle frontiere per scongiurare un “effetto domino“. Cosa significa? Che se l’unica frontiera aperta sull’Italia restasse quella austriaca, loro, gli “amici” di Salvini, il Brennero non esiterebbero a chiuderlo. E tanti saluti alla cosiddetta “alleanza dei volenterosi e dei fattivi“.

In questa sfilza di contraddizioni non meraviglia allora che l’idea alternativa di quella che è stata già ribattezzata “internazionale sovranista” sia quella di proporre a paesi Balcanici come Albania, Montenegro e Serbia la creazione di hotspot in cui accogliere i migranti respinti. Una sorta di moneta di scambio: voi ve li prendete e noi proviamo a farvi entrare nell’Unione.

Ma in questo risiko di alleanze strampalate, a destare maggiormente impressione è la scarsa reattività di Giuseppe Conte, di un premier che ostenta irritazione nei confronti di Germania e Francia, chiedendo che prima ancora dei “secondary movements” Merkel e Macron accettino di ridiscutere Dublino.

Senza capire, o forse senza volerlo fare, che in realtà di quel trattato dovrebbe prima parlarne con Salvini. È l’altra Europa in cui Matteo ci sta portando, quella di Orban, di Kurz e Visegrad, che di prendersi i nostri migranti non vuole saperne.

La condanna di Salvini: più è forte lui, meno lo è l’Italia

di maio salvini

 

Sarà che le parole del ministro Tria hanno di fatto stracciato il programma economico del governo del cambiamento. O forse che Giuseppe Conte è così debole che i leader d’Europa il giorno dopo averlo incontrato fanno come se nulla fosse, “tanto quello non comanda niente”.

Sarà pure che Di Maio si sta rendendo conto che ambizione e buona volontà non sempre bastano, e che Salvini è stato ben più furbo di lui quando ha deciso di prendersi il Viminale e di lasciargli la patata bollente del ministero del Lavoro, al quale un Luigi un po’ presuntuoso ha aggiunto pure lo Sviluppo Economico.

Saranno tutte queste cose insieme, ma è un dato di fatto – ormai – che la forza di Salvini in Italia sia direttamente proporzionale alla debolezza dell’Italia in Europa.

Perché per quanto il leader del Carroccio scelga un nemico da combattere al giorno, per quanto i cattivi da asfaltare con la ruspa siano ancora tanti sul taccuino del leghista, è chiaro che ogni volta che si passa ai fatti, ogni volta che si lascia da parte la propaganda per passare all’azione, allora l’assenza di una strategia che non sia elettorale emerge in tutta la sua forza.

Così Salvini non spende una parola per commentare l’intesa Merkel-Macron sul respingimento alla frontiera dei migranti già registrati nei Paesi di primo approdo, che condanna l’Italia a fare i conti con la posizione geografica che il buon Dio le ha assegnato.

E sembra pure lontanissimo il ricordo dell’intesa ostentata con il ministro dell’Interno Seehofer, “l’asse dei volenterosi” spaccatasi nel momento stesso in cui la volontà del tedesco è stata assecondata da un altro: Macron.

Dunque è chiaro che Salvini, consapevole che di flat tax non si parlerà per mesi, che sui migranti dovrà ingoiare diversi bocconi amari, decida di spararla ogni giorno più grossa, come sui rom.

Più si fa rumore e meno si sentono i sussurri di chi ripete che le promesse fatte sono destinate a restare tali. E il paradosso è che se non troveremo aiuto in Europa, nell’unica casa che forse potrebbe aiutarci, è perché a renderci più deboli sarà il nuovo “uomo forte” d’Italia. Questa è la condanna di Salvini.

Macron può segnare la fine di Salvini, proprio sui migranti

macron conte

 

Fra le espressioni che Giuseppe Conte utilizza con maggior frequenza, a margine del bilaterale con Emmanuel Macron, merita un posto d’onore “i nostri amici francesi“. Il tentativo di archiviare la freddezza del post-Aquarius come un episodio risalente a diverse ere geologiche fa è ben riuscito. Per quanto nella conferenza stampa congiunta che va in scena a Parigi entrambi i protagonisti debbano slalomeggiare con maestria, per evitare di pestare le mine che i giornalisti disseminano sul percorso nel tentativo di farle esplodere, il più delle volte nominando il convitato di pietra del summit: Matteo Salvini.

Macron ha la presunzione di conoscere il tipo leghista. Il segretario del Carroccio è – secondo il Presidente della Repubblica francese – la trasposizione italiana della sua peggiore nemica in patria: Marina Le Pen. Dove non è riuscita la figlia di Jean-Marie, però, è riuscito Salvini: andare al governo. Ma il fatto che il ministro dell’Interno italiano sia titolare in Italia di una partita che può segnare la sopravvivenza dell’Europa non obbliga Macron a considerarlo come un suo interlocutore.

E non è un caso che l’inquilino dell’Eliseo, rispetto al cosiddetto “asse dei volenterosi” che vede Salvini alleato con il nazionalista austriaco Kurz e con l’omologo Seehofer – l’uomo che in Germania si oppone alle politiche di accoglienza volute dalle Merkel – risponda con la linea del “mon ami Giuseppé“.

Tira in ballo le Costituzioni di Francia e Italia, Macron. Ricorda che a dirigere il governo sono i leader che si sono appena incontrati, a dispetto di quanto può dire o auspicare Salvini. Non una precisazione banale, fine a sé stessa. Semmai una sfida nella sfida, un azzardo in cui a giocarsi tutto non è solo Macron, ma l’Europa tutta.

Cambiare paradigma“, dice Conte. “Lavorare mano nella mano“, scandisce Macron. Il senso è lo stesso: risvegliare l’Europa, dimostrarne le potenzialità e soprattutto le capacità di agire nel concreto dinanzi ad uno degli ultimi bivi che la storia le presenterà.

In questo sta la sfida politica a Salvini, che forse ha avuto il merito di mettere la questione migranti al centro del dibattito, ma scommette – ancora una volta – nel fatto che l’Europa si rivelerà evanescente quando si tratterà di passare all’azione.

E non è casuale il riferimento di Macron ai “contatti privilegiati” di Salvini con “alcuni in Europa“, tra cui viene reso esplicito quello con l’Ungheria di Orbàn, lo stesso che si oppone alla riforma di Dublino e alla solidarietà tra Stati che tanto servirebbero all’Italia.

Se Macron riuscirà a cambiare l’Europa allora Salvini potrebbe fare la fine di Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito squagliatosi subito dopo aver ottenuto la Brexit.

Sarebbe paradossale se la fine di Salvini fosse determinata dalla soluzione della crisi dei migranti.

Papa Francesco sui migranti è “avanti”

papa francesco

 

C’è una bella differenza tra l’essere di sinistra ed esercitare buon senso. In questa differenza sta Papa Francesco. Un uomo speciale che non può essere etichettato. Sarà per questo che gli attacchi di chi lo accusa di essere un pericoloso rivoluzionario, un riformista da arginare per il bene della Chiesa e del mondo, non lo hanno ancora fatto desistere.

Il Papa c’è, per fortuna.

Così nei giorni in cui la retorica aggressiva di Salvini dilaga, nell’epoca in cui l’accoglienza dei migranti sembra dover per forza precludere il benessere degli italiani, il Santo Padre riporta ragione e buon senso. Lo fa ricordando a tutti che quelli sui barconi non sono numeri ma “persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni“.

Ma se questo Papa fa politica – come qualcuno dice – allora la fa con senno, con richieste giuste. Come quando invoca “la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale“. Parole chiave: globale e condivisa.

O come quando rimarca la necessità di “passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società“.

Dice la verità. Apre la mente.

All’Europa manca un politico come Bergoglio.

Macron non faccia il francese

macron

 

Emmanuel Macron potrà godere – ancora per un anno – di un credito diffuso in tutta Europa. Fino a quando, cioè, alle Europee 2019 non sarà costretto a scegliere la propria collocazione politica a Strasburgo.

I socialisti europei per mesi hanno coccolato il sogno e il paradosso che a risollevare le sorti della sinistra fosse proprio colui che in Francia l’ha distrutta.

Poi ha iniziato a profilarsi l’ipotesi horror per tutte le cancellerie europee: quella di un’intesa tra En Marche e il MoVimento 5 Stelle. Un’idea a quanto sembra definitivamente tramontata, ancora di più alla luce del cortocircuito istituzionale tra Italia e Francia scoppiato sulla vicenda Aquarius.

Alla fine potrebbero spuntarla i Liberali dell’Alde, ma se potessero gli stessi Popolari rimpiazzerebbero una Merkel sempre lucida ma ammaccata con il nuovo leader che promette di risvegliare il Continente.

Macron, però, proprio per l’immagine di nuovo europeista che è stato in grado di darsi fin dalla sua salita all’Eliseo, ha una responsabilità non solo nei confronti della Francia, ma anche di quei Paesi che all’Europa non vogliono rinunciare.

L’entrata a gamba tesa sulla condotta dell’Italia sul tema migranti, dunque, può essere catalogato soltanto come un autogol. Non fosse altro per due motivi: il primo, la Francia non è nella posizione per dare lezioni a nessuno – tanto meno a noi – in fatto di accoglienza; il secondo, non ha distinto tra l’Italia e Salvini.

Adesso metta da parte l’orgoglio. Dimostri di appartenere ad una nuova generazione di leader. Ingoi il boccone, detti una dichiarazione e chieda scusa all’Italia. Non faccia il francese, se tiene davvero all’Europa.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?