Perché un nuovo lockdown sarà inevitabile

Soltanto il 16 ottobre, intervistato da Lucio Caracciolo al Festival di Limes, Giuseppe Conte escludeva la possibilità di un nuovo lockdown generalizzato. “Il lockdown viene usato da chi non ha mezzi“, affermò il premier. E il passato remoto è d’obbligo, perché quella dichiarazione di ostentato ottimismo sulle capacità del Paese di reggere l’urto della seconda ondata, appare oggi risalente ad un’era geologica fa.

Da quel venerdì sera è successo che i casi di contagio sono passati da 10mila a quasi 22 mila al giorno. I posti letto occupati in terapia intensiva sono schizzati da 638 a 1411 su un totale di 6628. I morti sono tornati ai livelli di cinque mesi fa.

Numeri che fanno tremare le vene e i polsi, a maggior ragione considerando le diverse velocità con cui il contagio si muove in rapporto alla presa di coscienza dell’opinione pubblica. Mentre il virus corre nelle corsie degli ospedali fino a intasarle, nei talk ancora si discute sulla reale pericolosità del Covid, e sui social sono sempre di più coloro che dubitano (!) che l’Italia stia realmente affrontando una seconda ondata.

La brutta notizia per costoro, ma anche per chi ha compreso da tempo la gravità della situazione, è che a breve saranno i numeri a certificare l’inevitabilità di un nuovo lockdown. A meno di non dichiarare l’intenzione di lasciare l’epidemia fuori controllo.

Quando ancora raccontavamo a noi stessi dell’esistenza di un fantomatico “modello Italia” avevamo sulla vicina Francia, rispetto all’andamento dell’epidemia, un vantaggio nell’ordine dei 35 giorni. Nel giro di poco, troppo poco, questo gap si è ridotto a sole due settimane.

Quattordici giorni, forse meno. Eccolo, l’intervallo di tempo che farà la differenza, imponendo con ogni probabilità al governo una scelta obbligata.

Da lunedì scorso, data d’entrata in vigore delle nuove misure di contenimento, alle prossime due settimane l’Italia, così com’è stato per i cugini d’Oltralpe – prossimi ad entrare da oggi di nuovo in lockdown – verificherà la parziale irrilevanza delle misure prescritte nell’ultimo Dpcm.

Alla scadenza di questo periodo, indicativamente a partire dal 9 novembre, il governo avrà il fondamento scientifico di aver visto fallire anche l’ultima stretta – e quello politico di aver cercato di scongiurarla fino all’ultimo momento utile – per motivare la nuova serrata.

Sarà a quel punto – comunque tardi – che Conte dovrà a malincuore tornare a quel 16 d’ottobre. E ammettere che sì, “il lockdown viene usato da chi non ha i mezzi“.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Macron a Beirut ritrova la “grandeur” di Francia. L’Italia ha altro per la testa

Come questo blog aveva facilmente anticipato a poche ore dall’esplosione di Beirut, il Libano si appresta a diventare terra di conquista di potenze straniere. Come sempre nella sua storia, il Paese dei cedri attira attenzioni ambigue o interessate, portatrici di speranze nella popolazione il più delle volte tradite.

Il primo a comprendere l’importanza geopolitica della deflagrazione libanese è stato Emmanuel Macron. Non a caso accolto dalla popolazione locale come salvatore della patria. Al di là della lecita domanda su quale patria il presidente francese stia realmente tentando di tutelare, se la sua o quella libanese, non può sfuggire la portata tattica della mossa del leader dell’Eliseo. Estromesso da altri teatri incandescenti come Libia e Siria, Macron mette in pratica l’antica regola per cui i vuoti lasciati liberi da altri sono disponibili per essere occupati. In questo caso a fare spazio è lo Stato libanese, pressoché inesistente, genuflesso ad Hezbollah, il “partito di Dio”, e per questo vittima sacrificale perfetta per chi voglia rilevarne l’influenza.

A dargli una mano c’è il sentimento della gente. Dettaglio non banale: i leader non sono mai incubatori di ideali, semmai espressione degli stessi, espressi dalla collettività. Così ai libanesi che invocano un “regime change”, Macron promette di farsi garante del nuovo “patto politico per il Libano”, all’insegna di un “cambiamento profondo”. Questa sarebbe da sola una buona notizia, vista la corruzione dilagante nel Paese, ma l’intricato sistema di potere libanese, la convivenza forzata tra diverse confessioni religiosi, rendono la riuscita dell’esperimento difficile da assicurare.

Resta come dato, oltre al dramma inquantificabile della gente del posto, il tentativo, riuscito, di dare una spolverata alla “grandeur” francese. Dimensione imprescindibile per un sovrano quale Macron si immagina ed ambisce ad essere ricordato sui libri di storia, espediente che rende oggi d’attualità il quasi ossimoro proposto da Valéry Giscard d’Estaing, che definisce la Francia una “grande potenza media”. Se in questo caso è la superiorità morale francese che Macron tende ad affermare, quando la conferenza internazionale organizzata da Parigi per stanziare gli aiuti al Libano entrerà nel vivo, il discorso si farà ben più concreto e materiale.

Sarà soltanto a quel punto che la portata tattica della mossa di Macron diventerà palese. Il Libano come avamposto nel Mediterraneo per arginare l’avanzata turca, per ricalibrare equilibri che ad oggi vedono la Francia perdente. Con buona pace di chi, si veda l’Italia, ha evidentemente altro cui pensare per preoccuparsi di difendere il proprio interesse nazionale. Parolaccia inaudita. O in altri termini: per provare a liberarsi dell’etichetta di “superpotenza delle occasioni perdute”.

Luglio m’ha fatto una promessa, il Recovery Fund porterà

L’Europa si prende i suoi tempi, e non è detto che siano pure i nostri. Il Consiglio Europeo di oggi si conclude come da previsioni: con la promessa di rivedersi tra un mesetto, stavolta di persona. Ricordate, durante il lockdown, quando ogni tanto il conduttore chiedeva al virologo di turno se con il caldo il coronavirus sarebbe andato via? Ecco, il meccanismo è lo stesso: per il Recovery Fund la speranza è che a luglio, col caldo, evaporino pure le divergenze e si riesca a trovare un compromesso politico.

Perché non prima? Perché avere un’Unione composta da 27 Paesi vuol dire che ci sono altrettante opinioni pubbliche cui dover rispondere. O meglio, da accontentare. Vi basti un dato: nelle pieghe del dibattito, rispetto alla necessità di raggiungere un accordo politico “entro l’estate“, qualcuno ha fatto notare che l’interpretazione sulla data di fine della bella stagione varia da Paese a Paese. Capito il livello di difficoltà?

La forma mentis dei leader chiamati a trattare e a dare il via ad una risposta economica che mostri una volta per sempre l’utilità – non ho detto solidarietà – dell’Europa è inevitabilmente variegata.

Menomale che Angela Merkel c’è, verrebbe da sintetizzare. Sarà solo grazie alla Germania, che ha compreso da settimane che salvare le nazioni più colpite dalla pandemia è nel suo interesse, se l’Italia uscirà soddisfatta dal negoziato.

La tanto criticata Cancelliera farà valere tutto il suo peso politico sui junior partner della sfera d’influenza germanica. Tradotto: Austria, Olanda, Ungheria, alla fine dovranno adeguarsi ai voleri di Frau Merkel. Sul come si giocherà la battaglia dei numeri: dando ormai per scontato che ogni cifra inferiore ai 500 miliardi di euro (copyright Macron-Merkel) sarebbe considerata un fallimento epocale, resta da capire quali contropartite bisognerà offrire agli scettici dell’accordo.

La speranza, nel frattempo, è che l’Italia non resti in attesa con le mani in mano. L’ipotesi che lo stanziamento di questi soldi, una volta trovato l’accordo, venga ratificato dai rispettivi parlamenti nazionali entro l’anno è ad oggi a dir poco ottimistica. Difficile se ne parli prima del 2021.

Un motivo in più per richiedere il Mes: 37 miliardi di euro per finanziare spese sanitarie dirette e indirette non sono da disdegnare, anzi, soprattutto vista la lentezza con cui la trattativa in Europa procede.

Il vertice di oggi, dal punto di vista italiano, si potrebbe riassumere così: “Luglio m’ha fatto una promessa il Recovery Fund porterà“. Ma si sa che le promesse, come gli amori estivi, contano fino ad un certo punto.

Recovery Gong: Francia e Germania mettono in riga l’Italia

La sera del 23 aprile, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciò: “Per il Recovery Fund non stiamo parlando di milioni, ma di migliaia di miliardi di euro”.

La sera del 18 maggio, neanche un mese dopo, Angela Merkel ed Emmanuel Macron annunciano che Germania e Francia hanno raggiunto un accordo per un fondo di 500 miliardi di euro. Molto meno dei 2000 miliardi paventati dagli inguaribili “eurottimisti”, ma meno anche dei 1000 miliardi di base proposti dall’Europarlamento.

Siamo evidentemente al di sotto della soglia di galleggiamento, almeno per le esigenze dell’Italia. La speranza nutrita dal governo dopo il “decreto rilancio” da 55 miliardi di euro, e cioè che arrivasse dall’Europa l’ossigeno necessario ad affrontare i prossimi mesi post-pandemia, questa sera appare una fragile illusione.

La centralità acquisita da Conte nel dibattito italiano – più che altro per mancanza di alternative credibili – non sembra evidentemente tradursi in considerazione da parte degli alleati europei. L’asse franco-tedesco torna a dettare se non legge quanto meno l’agenda. E a Palazzo Chigi non resta che ostentare soddisfazione e diffondere una velina nella quale si cita uno “scambio di messaggi sms tra Merkel, Macron e Conte”. Un po’ come scoprire che la propria amata ha una storia con un altro e il giorno dopo commentare: “Sì, ma nel suo cuore, io resterò per sempre”.

La stessa Commissione Europea, scavalcata dall’iniziativa franco-tedesca, è costretta a fare buon viso a cattivo gioco premurandosi di sottolineare, attraverso la presidente von der Leyen, che l’intesa Merkel-Macron “va nella direzione della proposta su cui sta lavorando la Commissione, che terrà conto anche delle opinioni di tutti gli Stati membri e del Parlamento europeo”.

Il bicchiere è inesorabilmente mezzo vuoto. Ci si può consolare con la notizia che i fondi saranno sussidi a fondo perduto e non prestiti da restituire. Si può giustamente osservare che fino a qualche mese fa l’istituzione di un fondo del genere sarebbe stata fantapolitica. Ma alzi la mano chi avrebbe ipotizzato qualche mese fa lo scoppio di una pandemia.

La notizia è che il coronavirus non ha cambiato i rapporti di forza all’interno dell’Europa. Contano sempre i soliti. E noi nei soliti non siamo compresi.

Più che Recovery Fund, per l’Italia è Recovery Gong.

Taranto, comune italiano. In provincia di Pechino?

Il punto nave di questo lunedì 9 dicembre racconta di un mare in tempesta. In Italia siamo impegnati nel dibattito ittico tra le sardine e il capitone. Altrove succedono cose importanti. Come sempre. Oggi a Parigi si riunisce il Formato Normandia, il gruppo composto da Ucraina, Russia, Francia e Germania chiamato a risolvere il conflitto nell’Ucraina orientale: non tutti se lo ricordano ma dal 2015 nel Donbass si muore.

Macron si gioca la presidenza

Sono giorni complicati per Macron. Non solo il vertice Nato in cui ha fatto a botte (a parole, s’intende) con mister Trump. Non solo le scaramucce con Erdogan. In Francia si sciopera da giorni contro la sua riforma delle pensioni. La data da cerchiare di rosso è quella di mercoledì 11 dicembre: il governo presenterà ufficialmente il suo piano. Si tratta di rivedere un sistema composto da 42 regimi pensionistici settoriali: costoso per lo Stato e anche profondamente ingiusto, i privilegi sono all’ordine del giorno. Su questo punto è concorde la maggioranza dei francesi. Ma dopo due anni di concertazione e confronto tra governo e sindacati, la gente è scesa in piazza. Ancora prima che fosse chiaro il piano dell’esecutivo. Macron si gioca la presidenza.

“L’Ilva inglese” e i francesi contro i cinesi: la lezione da imparare

A proposito del leader “en marche”. Ha fatto qualcosa che in un certo senso interessa anche l’Italia. British Steel, il colosso siderurgico inglese in crisi come l’Ilva, doveva essere acquistata dai cinesi di Jingye. L’affare però rischia di saltare dal momento che la controllata d’Oltremanica, la BS France, verrà venduta separatamente e non farà parte del pacchetto da 70 milioni di euro con cui i cinesi pensavano di comprare tutto. Macron voleva che i cinesi garantissero almeno due fornitori di acciaio per l’impianto di Hayange: da lì escono i binari utilizzati dai treni TGV e Monsieur Le President non vuole che la mancanza di rotaie blocchi l’Alta Velocità. Non è sovranista, fa l’interesse nazionale. C’è una differenza.

Regno Unito, 3 giorni al voto. Noi tifiamo…

Il cerino rischia di restare, acceso, nelle mani del governo inglese. Giovedì 12 dicembre, altra data importante, si vota nel Regno Unito. Boris Johnson è in testa, ha condotto una campagna dai toni moderati. Non ha fatto il Trump. Rispetto al collega biondo BoJo può vantare una cultura diversa, maggiore. I sondaggi lo danno in testa, i Laburisti di Corbyn non convincono. I Liberaldemocratici sono gli unici a dire apertamente che con loro al governo si torna indietro: il referendum della Brexit? Non esiste. Le loro speranze di successo sono pressoché inesistenti. La democrazia ha un senso, anche quando non asseconda i nostri desideri. Ci rifacciamo alle parole di Donald Tusk di qualche anno fa: “Il Regno Unito già ci manca”. Tifiamo per loro come si poteva tifare anni fa per il Chievo dei miracoli: non vincerà mai il campionato. Però il Leicester di Ranieri…

Italia provincia di Pechino

Ma parlavamo di Macron e dell’Italia che ha qualcosa da imparare dalla vicenda della British Steel, per molti versi simile a quella dell’Ilva. Sembra che ArcelorMittal alla fine andrà via da Taranto. Qual è la soluzione? Per il momento ce n’è una sola: nazionalizzare. Usare i soldi del contribuente. Non vi piace? E’ sempre meglio che accettare l’idea di diventare una colonia cinese. Di Maio li ha negati giorni fa, ma i contatti con le aziende cinesi dell’acciaio ci sono. Bel paradosso: il problema del mercato dell’acciaio è tale anche e soprattutto per la concorrenza sleale dei cinesi, che producono a basso costo grazie agli aiuti di Stato. Dopo la Nuova Via della Seta, il rischio è quella di aprire la Nuova Via dell’Acciaio. In Grecia, ad esempio, hanno accettato di esportare più olive e feta in cambio dell’accesso ai porti e alle infrastrutture. E dire che un tempo gli strateghi ateniesi erano famosi. No, non è un’invasione militare, ma una colonizzazione silenziosa sì. E noi? Recuperiamo la bussola.