Lo scaricabarile del governo: prima autorizza lo shopping, poi si preoccupa degli assembramenti

Il governo si stupisce delle file nei centri commerciali, degli assembramenti nelle vie dello shopping. Io mi stupisco che il governo si stupisca.

Non c’era bisogno di essere Einstein per intuire che con il Natale alle porte la gente avrebbe ricominciato ad uscire alla prima occasione utile e dimenticando tutte le prudenze del caso. D’altronde c’erano tutte le avvisaglie di un esito di questo tipo. La mia esperienza personale, cioè di un residente in una Regione rossa appena diventata ad arancione, è quella di chi ha osservato un’applicazione alle restrizioni molto più lasca – per usare un eufemismo – rispetto al lockdown di marzo.

Certo, non hanno aiutato le scalette dei tg e dei talk show, da giorni dominate dalla discussione sulla riapertura degli impianti da sci e sul numero massimo di commensali consentito al cenone di Natale. Così come hanno fatto decisamente male le richieste di alcuni presidenti di Regione, interpreti dell’assegnazione della zona rossa non come una “protezione” nei confronti dei cittadini, ma come una “punizione” da parte del governo.

L’obiettivo dichiarato dei governatori è stato, fin dal principio, quello di “stingere” il colore associato alla propria Regione, come se una gradazione cromatica più intensa fosse sinonimo di stigma, orecchie d’asino e via, dietro la lavagna.

Le colpe maggiori, però, sono com’è ovvio del governo: non solo intervenuto in colpevole ritardo per piegare la curva del contagio, ma pure pronto a cedere al compromesso tra salute ed economia, ignorando i rischi insiti nel periodo natalizio. Con conseguenze che sperimenteremo da qui a qualche giorno, quando i numeri del contagio in calo forniranno a molti l’illusione di aver scavallato il peggio e l’alibi per concedersi una corsa al regalo last minute nel centro commerciale sovraffollato di turno.

Resto dell’idea che meglio sarebbe stato imporre un lockdown di due, tre settimane per resettare i contagi, per concederci un diaframma di tempo sereno in vista del Natale. Ma al di là delle scelte fatte, stride ed è inaccettabile l’atteggiamento di certi esponenti di governo, sorpresi del fatto che i cittadini approfittino dell’allentamento delle restrizioni che loro stessi hanno concesso. Arrivando perfino a criticarli, a bacchettarli in radio e in tv, a compiere uno scaricabarile preventivo in vista della terza ondata. Troppo facile. Era da pensarci prima. Sarà da occuparcene dopo.


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Tutti a scuola da nonno Silvio

Si può, con un partito ridotto al 6%, e a 84 anni suonati, risultare decisivi per la politica italiana?

E si può, con le stesse credenziali di cui sopra, costringere a giocare di rimessa due partiti “alleati” la cui somma dei voti fa all’incirca il 40%?

La risposta è che sì, si può: a patto di chiamarsi Silvio Berlusconi.

I retroscena raccontano che sia stato intorno alla mezzanotte di ieri che il Cavaliere ha deciso di imprimere l’accelerazione finale, quella decisiva. Quando ancora Matteo Salvini era certo di poter evitare una convergenza di Forza Italia con il governo, Silvio Berlusconi ha ottenuto infatti dal ministro Gualtieri le dovute assicurazioni sul fatto che le richieste del partito fossero state recepite in toto: stretta di mano virtuale e poi stamattina l’annuncio telefonico ai deputati azzurri, “noi votiamo lo scostamento di bilancio: gli altri facciano ciò che vogliono“.

E’ stato a quel punto che Matteo Salvini ha compreso per la prima volta dal marzo 2018, da quando cioè ha operato il sorpasso elettorale ai danni di Berlusconi, quanto possa essere difficile fare il leader dell’intera coalizione anziché del suo solo partito.

A dire il vero pochi giorni fa, quando ancora era certo di poter soffocare sul nascere la voglia berlusconiana di offrire collaborazione al governo, il leader della Lega aveva tentato di riproporre lo schema che in questi anni si era sempre rivelato vincente: sfoderare i muscoli tonici della sua forza politica rispetto a quelli afflosciati dell’ex premier.

Così era andata, per esempio, quando Berlusconi aveva individuato in Paolo Romani il nome giusto per il ruolo di presidente del Senato quasi tre anni or sono. Salvini, senza consultarlo, aveva riservato uno sgarbo al vecchio leader: la Lega vota l’azzurra Bernini, annunciò davanti alle telecamere all’insaputa di Silvio.

Fu l’orgoglioso ma all’epoca inascoltato Brunetta, in quell’occasione, a denunciare alle agenzie “l’atto ostile” della Lega. Rimarginare lo “sfregio” di Salvini fu possibile soltanto attraverso la ricerca di un “nome terzo” di provenienza forzista, quello della stimata Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Allo stesso modo, convinto di ottenere lo stesso risultato, Salvini aveva in questi giorni tentato di spaventare l’uomo di Arcore lanciando segnali intimidatori su due fronti: quello delle aziende di famiglia, con gli ostacoli posti sul cammino della norma “salva Mediaset“, e quello parlamentare, con il reclutamento – dal tempismo quanto meno sospetto – di tre parlamentari forzisti in uscita.

A sorpresa, missione fallita.

A maggior ragione se è vero che oggi il caso beffardo, o forse il tempo galantuomo, ha voluto che fosse proprio Brunetta a prendersi in Aula l’attesa rivincita, annunciando il voto favorevole di Forza Italia allo scostamento di bilancio, indipendentemente dall’avallo degli alleati di coalizione.

Eppure c’è dell’altro. Perché la “nuova fase” di collaborazione aperta oggi con il governo, per usare le parole del fedelissimo berlusconiano, segna anche l’inizio di una nuova fase nei rapporti interni al centrodestra.

Il Cavaliere, oltre ad aver dato una lezione di tattica ai due più giovani capi partito di Lega e Fratelli d’Italia, ha infatti mostrato un guizzo d’autonomia degno dell’epoca in cui era proprio il suo partito il primo per numeri all’interno del centrodestra. Con una differenza che cronaca impone di riportare: Berlusconi ha mostrato sempre nei confronti degli alleati più piccoli un rispetto il più delle volte non ricambiato. Quanto non si può dire fino ad oggi di Matteo Salvini.

Così, indipendentemente dal contesto mutato, dai rapporti di forza invertiti, da un passato che difficilmente tornerà, Berlusconi è tornato a fare Berlusconi. Ha portato a spasso Salvini e Meloni, dato loro una ripassata di grammatica politica, spiegato coi fatti ai sovranisti il vero significato dell’espressione “interesse nazionale” e lanciato un messaggio chiarissimo: Forza Italia ha una sua linea politica. Sembra poco, ma di questi tempi non lo è.

Matteo e Giorgia, tutti a scuola da nonno Silvio.


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Le scuse di Conte alla Calabria non bastano

I calabresi dovrebbero essere grati a Cotticelli, Zuccatelli, Gaudio. Può sembrare un paradosso: ma senza il caos sollevato dalle loro vicende personali in relazione al ruolo di commissario alla sanità, tutto in Calabria sarebbe continuato a scorrere come sempre. Cosa vuol dire come sempre? Col silenzio assenso dello Stato centrale, con la logica del “fammi un piacere che appena posso mi sdebito io”, con un sistema che premia massoni e corrotti, che vede nei settori strategici delle nostre comunità i gioielli da depredare per lucrare consenso e occupare poltrone. Tutto questo avrebbe continuato ad accadere – e volete scommettere? Tornerà a farlo non appena le tv se ne andranno – sotto gli occhi di milioni di calabresi assuefatti a questo modus operandi, stanchi anche di combattere, di credere in qualcosa di diverso. E d’altronde provateci voi a dargli torto, ai calabresi. Colpevoli, sì, di aver dato fiducia agli uomini sbagliati, ma pure giustificati dall’aver votato i politici di tutti i partiti, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto. Il risultato è che nel pieno di una pandemia si ritrovano ad applaudire, come fosse la manna dal cielo, l’arrivo in regione di un’organizzazione umanitaria, Emergency di Gino Strada, che ha costruito la sua fama per il lavoro svolto in Africa. Nessuno si offenda: siamo anche qui Terzo Mondo.

La novità delle ultime ore è che il presidente Conte ha detto di assumersi la responsabilità per lo sfacelo di nomine di questi giorni. Questa è una notizia. Nel Paese in cui uno degli sport più amati – oltre a quelli che ci vedono impegnati come commissari tecnici della Nazionale e ultimamente virologi – è quello del rimpallo di responsabilità, un politico che dica “è colpa mia” va apprezzato per coraggio ed onestà intellettuale. Ma intendiamoci, in un sistema politico che si rispetti, che funzioni, dire “è colpa mia” non basta. A Conte non è scivolato di mano un piatto finito in mille pezzi: quello si ricompra. A Conte e al suo governo è sfuggita del tutto la situazione in una regione impreparata a fronteggiare l’ordinaria amministrazione, figurarsi un’emergenza sanitaria globale a cui si è aggiunto il carico del vuoto di potere.

Cosa deve succedere, di più grave, perché un capo di governo e il suo esecutivo rispondano concretamente delle loro (in)azioni?

Attenzione: non sto chiedendo la testa di Conte, e se è per questo neanche quella del ministro della Salute, Roberto Speranza. Non siamo nelle condizioni di aprire una crisi politica a livello nazionale. Il vuoto di potere aperto in Calabria dovrebbe chiarire una volta per tutte che la voragine alimenta solamente altro caos. Ma neanche possiamo fare l’errore che basti qualche virgolettato su Repubblica per presentarsi come il politico che si immola assumendo su di sé il carico degli errori di tutti (qui il colpevole sia chiaro, non è SOLO Conte), magari passando da martire e riscuotendo nuovo credito agli occhi dei calabresi e degli italiani.

Adesso ci sono solo due cose da fare: riunire un team, prendersi anche un paio di giorni, vagliare il curriculum di ogni candidato con attenzione, verificare che non abbia scheletri nell’armadio, e nominare il commissario alla sanità calabrese. E poi? Poi, quando l’incubo della seconda ondata sarà alle spalle, assumersi “realmente” le responsabilità di questo sfacelo. Chiedendo scusa, sì, che non guasta mai. Ma anche pensando ad un riassetto nel governo: non si può davvero continuare così.


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“Le faremo sapere”

Scrivere di sanità calabrese è per me una doppia ferita: perché sono italiano, ma sono anche calabrese. Il post con cui Gino Strada ha dichiarato di essere stato sedotto e abbandonato dal governo merita una riflessione che vada oltre la costernazione di facciata.

Non è la prima volta che il governo si comporta in questo modo, non è la prima volta che il premier o suoi ministri, sul punto di assegnare ruoli di peso a persone di onestà specchiata, magicamente finiscono per sparire da un giorno all’altro, senza dare più notizie. Come fossero l’amata che si sottrae allo spasimante dopo un solo caffè, per giunta dopo essere stati loro ad invitare la controparte, dopo essersi salutati con una stretta di mano, un “le faremo sapere” carico di aspettative e promesse.

Non è la prima volta, no, perché quello che è successo a Gino Strada è già accaduto al pm Di Matteo. In quel caso il giudice antimafia era stato scelto per un ruolo al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), poi il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede – non è chiaro per quali motivi, o forse è dannatamente chiaro – decise di ripiegare con un’offerta inaccettabile per un uomo con la storia professionale di Di Matteo, con un incarico di sotto’ordine.

Ecco, tanto Gino Strada quanto Di Matteo sono personalità dalla sensibilità politica distante dalla mia. Io la penso diversamente da loro su tantissimi temi, e dico di più: probabilmente avrei scelto altre persone per guidare la sanità calabrese e per dirigere il Dap. Ma mai mi sognerei di mettere in discussione il loro essere servitori dello Stato.

Perciò penso questo: al posto di Conte oggi, di Bonafede ieri, io proverei un po’ di vergogna. Un po’ tanta. Non perché un governo non sia libero di fare le nomine che vuole: si può scegliere di perdere la faccia nominando Zuccatelli a capo della disastrata sanità calabrese in assoluta autonomia, figurarsi. Nella speranza che tra qualche mese si abbia però il coraggio di risponderne, piuttosto che crocifiggere il Cotticelli di turno.

Ma quando si decide di coinvolgere personalità come Gino Strada, si dovrebbe avere la prudenza di contattarli soltanto se convinti di assegnare loro “pieni poteri”. Espressione che per una volta, lasciatemi dire, non guasta.

A meno che non si faccia un ragionamento diverso, a meno che non si sia disposti a sacrificare, sull’altare degli interessi di parte, pure la propria dignità.


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Ho fatto un sogno: Conte, Salvini, Di Maio e…

Ho fatto un sogno che non era veramente un sogno. Era in parte un ricordo. Ho visto Conte, Salvini, Di Maio, seduti uno accanto all’altro. Distanziati, sì, perché c’era già la pandemia. Tutti con la mascherina, anche il Capitano che di solito la mal sopporta.

Ho fatto un sogno, che non era il governo gialloverde: in quel caso avrei scritto, “ho fatto un incubo“. E poi vi avrei detto che ho mangiato pesante ieri o visto un film di Halloween rimasto in arretrato.

Invece io ho fatto un sogno, ho sognato che ci trovavamo tutti nella sala stampa di Palazzo Chigi, e che con Conte, Salvini, Di Maio, c’erano pure Berlusconi, Zingaretti, Meloni, Renzi. C’erano tutti, seduti al tavolo e con davanti un microfono.

Ho sognato che a parlare per primo fosse il presidente Conte, che ringraziasse “maggioranza e opposizione per lo sforzo ‘poderoso‘ profuso nell’interesse dei nostri concittadini“. Poi passava la parola a Matteo Salvini, che con un certo orgoglio da statista rimarcava: “Noi ci siamo. Ci siamo per le mamme, i papà, i commercianti, gli artigiani…“. Finita la lista toccava a Di Maio, evidentemente su di giri perché “oggi la politica italiana ha fatto la Storia anche grazie al MoVimento 5 Stelle“. Berlusconi, dopo di lui, rivendicava la regia dell’operazione e di essere “sceso in campo come nel 1994 per fare qualcosa per il mio Paese“. Zingaretti dal canto suo si godeva questo “straordinario momento di ‘unità“, mentre Meloni irrigidita sottolineava di aver fatto tutto questo “unicamente per la Patria” e Renzi divertito sottolineava: “Vedo un certo affollamento: e menomale che criticavate il mio Patto del Nazareno!“.

Erano tutti lì, parlavano di scostamento di bilancio, Manovra, Mes, Recovery Fund, e si impegnavano a mettere da parte le ostilità fino a quando il coronavirus non fosse stato definitivamente archiviato, il Paese in tutte le sue componenti messo in sicurezza.

Era strano guardarli. Essere per una volta orgogliosi della nostra politica. Vi ho pensato, ho pensato che bello sarebbe stato se a vederli ci fosse stati pure voi. Stavo già pensando a cosa avrei scritto, a quali parole avrei usato per raccontarvi.

Poi ho capito: era un sogno, evidentemente un sogno.


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