Restare a casa non basterà

Chiariamolo subito: i nostri sforzi non sono vani. Restare a casa, praticare il distanziamento sociale, lavarsi spesso le mani: tutto questo sta contribuendo a salvare migliaia di vite. E dobbiamo continuare a farlo. Altra precisazione: non siamo tra quanti credono che si debba riaprire l’Italia domani o subito dopo Pasqua. Dipendiamo dalla curva dei contagi, dall’evoluzione dell’epidemia. E al netto dei danni ingenti che il secondo virus, quello economico, produrrà nei prossimi mesi, pensiamo che ad avere la priorità debba essere sempre e comunque la salute.

Ma tutto questo non basta. Noi italiani stiamo facendo la nostra parte. E anche molto bene. Ma il governo deve fare la sua, meglio.

Su questo blog abbiamo difeso Conte e l’esecutivo da attacchi sterili e strumentali. Ricordate l’idea del governo Amuchina? Sembra passata una vita, ma ancora fino a qualche settimana fa questo Paese era in grado di produrre ipotesi così fantasiose. Sempre su queste pagine, abbiamo criticato quei leader d’opposizione che hanno speculato sull’emergenza, dimostrando che la narrazione di forze responsabili e moderate era appunto soltanto una narrazione. Con la stessa chiarezza, però, dobbiamo dirci che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. Era immaginabile che all’inizio dell’emergenza i meccanismi non fossero oliati a dovere. Non capita ogni giorno di fronteggiare una pandemia. Ma dalla scoperta del “paziente 1” di Codogno (21 febbraio) sono ormai trascorsi 45 giorni. E ciò che prima era comprensibile, col passare del tempo è diventato intollerabile.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarito fin da subito che la strada più breve per uscire dalla pandemia fosse una: “Test, test, test”. Consapevoli che la rapidità di reazione contro il coronavirus è tutto, assodato che per vincere questa guerra dobbiamo anticiparne le mosse, è concepibile che ad oggi i laboratori di tutta Italia siano impossibilitati ad eseguire un più alto numero di tamponi poiché carenti dei reagenti chimici necessari ad eseguirli? Le aziende che li producono sono perlopiù straniere e quanto mai sommerse di richieste, è vero. Ma l’Italia, nella sfortuna di essere colpita per prima dal virus, ha avuto anche un vantaggio: il tempo per organizzarsi.

Dunque, se le indicazioni dell’OMS non sono cambiate, e prescrivevano di effettuare il più alto numero possibile di tamponi, perché non si è intervenuto per tempo per aumentare la capacità del sistema? E perché in 45 giorni non si è pensato di organizzare una risposta unica – nazionale – all’assenza di reagenti lasciando alle singole Regioni (come in Puglia e in Veneto) il compito di acquistare i macchinari necessari a produrli?

Gli italiani, o perlomeno la stragrande maggioranza, stanno dimostrandosi disciplinati e responsabili. Ma il governo sembra fare troppa affidamento sul fatto che il virus, com’è arrivato, d’un tratto deciderà di eclissarsi restituendoci le vite di prima. Lo ripetiamo: restare a casa è tutto ciò che gli italiani possono fare, adesso è il governo a dover accelerare.

Il modello che al momento sembra funzionare più degli altri, e dal quale siamo purtroppo distanti anni luce, è quello della Corea del Sud. Allo scoppio dell’epidemia in Cina, quando era ormai chiaro che il virus si sarebbe esteso ben al di fuori di Wuhan, tutti erano certi che in ragione dei fitti scambi tra i due Paesi, Seul avrebbe pagato un prezzo altissimo al contagio. Non è stato così. La Corea del Sud ha dato il via ad un massiccio sforzo per tracciare tutti i contatti avuti dai casi positivi, così da isolarne il più possibile e limitare la diffusione del contagio. In Italia siamo ancora alla ricerca dell’app da utilizzare per il “contact tracing“, alle interviste piene di buoni propositi su Repubblica. Non viene detto quando un metodo simile potrà essere applicato su larga scala senza lasciare (ancora una volta) l’iniziativa alle singole Regioni. Non viene detto come si cercherà di contemperare l’esigenza di arginare il virus con quella di tutelare la privacy delle persone. E non viene detto, quel che è peggio, perché forse non lo sa neanche il governo.

Pregare che un farmaco già in commercio si riveli efficace, sperare che la ricerca di un vaccino bruci i tempi: sono cose da fare con fiducia, perché il fatto di essere nel 2020 comporta dei vantaggi non da poco rispetto al passato. E la scienza è la nostra migliore speranza. Ma fino a quando sarà in circolazione anche una sola persona positiva non saremo completamente al sicuro.

Va bene la quarantena, ma restare a casa non basterà.

Quando inizia il dopoguerra?

Siamo stati abituati a pensare che “ogni popolo ha i governanti che si merita” fosse una delle poche certezze della vita. Della nostra di italiani, almeno. Sempre pronti a denigrare noi stessi, a trovare il giardino del vicino un po’ più verde, abbiamo coltivato la convinzione che altri, altrove, avessero i mezzi, il contorno giusto, le disponibilità che fanno la differenza laddove cuore e genio non arrivano.

Non saremo abbastanza disciplinati, ci siamo detti. Non ne usciremo mai, abbiamo urlato. La nostra sanità fa acqua da tutte le parti, abbiamo ricordato. Poi il tempo è passato. Lentamente, ma è passato. E abbiamo scoperto che forse, ma nemmeno tanto forse, noi italiani siamo meglio. Meglio di ciò che credevamo. Sicuramente meglio dei nostri governanti.

Con l’isteria che domina ogni aspetto della vita politica nostrana, da qualche giorno abbiamo scoperto che chi dall’opposizione prima chiedeva di “chiudere, sigillare” ha poi proposto di “aprire, correre, riaprire tutto“. Salvo ovviamente correggersi e invocare di “chiudere, prima che sia tardi“. Con un’opposizione di questo genere non può sorprendere che chi governa si senta autorizzato a sentirsi Churchill, a citare “l’ora più buia”, a pensarsi statista precipitato a Palazzo Chigi per una fortunata e quanto mai provvidenziale coincidenza astrale.

Al netto degli errori comprensibili, delle autocertificazioni diventate un tormentone di questa epidemia, delle misure economiche insufficienti, del “nessuno perderà il lavoro per il coronavirus” (ricordatela, questa), l’unica certezza sono stati gli italiani. Gli stessi che nelle situazioni di difficoltà tirano fuori il meglio.

Abbiamo voglia di uscire, di tornare a lavorare, di riabbracciare i nostri cari lontani. Soprattutto: vogliamo che qualcuno dichiari finita questa guerra. Ma il vero nodo sarà questo: stabilire dov’è la vittoria non sarà facile neanche dopo. Di più: pensare di dire, “è andato tutto bene” suonerà strano per un Paese che ha lasciato sul campo migliaia di morti, molti più di quanto sarebbe stato ipotizzabile, nel peggiore dei casi, solo qualche settimana fa.

Così, tra una sviolinata e l’altra, tra l’ormai celeberrimo “modello Italia”, tra le Regioni che vanno per conto loro (e forse fanno bene) e i Dpcm entrati a far parte del linguaggio quotidiano, coi virologi diventati di famiglia come un tempo lo erano i personaggi delle soap, aspettiamo di trovare qualcuno che usi parole di verità.

Qualcuno che ci dica che la ricostruzione, il dopoguerra, sarà meno entusiasmante ma altrettanto duro rispetto a quella forgiato da genitori e nonni. Attendiamo che non si affidi allo studio di un’università straniera la responsabilità e l’onere di dire che questo virus ce lo porteremo per molto tempo. Che arrivare a zero contagi in tutta Italia, e sperare di restarci, è un’utopia più che una speranza. Che al cinema, a teatro, al ristorante torneremo, ma a debita distanza, perché non abbiamo scelta. Che di coronavirus, fino a che non pioveranno dal cielo un vaccino o una cura, si continuerà a morire. Anche quando la vita avrà reclamato il suo giusto spazio. Anche quando la guerra sarà in qualche modo, ufficialmente, finita. E il dopoguerra, in qualche modo, iniziato.

L’Albania non dimentica

Edi Rama

“Besa”. C’è una parola albanese che in italiano non trova una traduzione corrispondente. Il suo significato è ben definito e allo stesso tempo troppo ampio per essere racchiuso in un solo vocabolo. Besa significa onore, lealtà, parola data, protezione promessa ad un ospite, ad un amico. Il popolo albanese non si nutre di alcun mito glorioso. Pensa a se stesso come al “grande sconfitto” della storia. Ma per dirla con le parole usate dal suo premier, Edi Rama, “forse esattamente perché noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà“.

Da quando il coronavirus ha scelto l’Italia come epicentro della sua furia, abbiamo visto arrivare dal resto del mondo aiuti più o meno disinteressati. Abbiamo applaudito lo sbarco in aeroporto del team di esperti cinesi accolti come salvatori della patria. Ci ha rallegrati l’invio di un’equipe di medici proveniente da Cuba. Abbiamo strabuzzato gli occhi alla visione di un enorme convoglio militare russo attraversare le strade di Roma. Ci siamo sentiti rassicurati dagli aiuti medici e logistici offerti dagli Usa: “Ecco, adesso ci salveranno gli americani“, abbiamo sperato. Ma in tutto il mondo niente, davvero niente, ci ha commosso come l’Albania.

Forse col cuore tenero che ci contraddistingue, con l’ingenuità che a volte, nei diversi consessi internazionali, porta i nostri stessi alleati a ridere di gusto della nostra postura geopolitica, ci ha fatto piacere osservare che l’amicizia può non essere un concetto astratto. Ad inizio anni Novanta l’Albania era un Paese al collasso. Forse non era neanche un Paese. Nel 1991 l’Italia, lasciata sola da Onu e compagnia cantante, spedì sull’altra sponda dell’Adriatico i propri militari. Disarmati. La loro sicurezza venne affidata alla polizia locale. In cambio distribuimmo viveri, generi alimentari, farmaci. Nell’ilarità prima, e incredulità poi, della comunità internazionale, stabilizzammo la situazione rinunciando ad ogni pretesa. Non eravamo lì per invaderla, l’Albania. Eravamo lì per aiutarla.

Per un popolo che vive di memoria dei tempi passati, che rivendica la propria appartenenza con orgoglio, che conosce fame e miseria, sogno e speranza, quell’aiuto è rimasto un segno tangibile della fratellanza tra due popoli uniti dalla geografia e dalla storia. Molti albanesi sono cresciuti guardando la tv italiana, cantando il Festival di Sanremo, immaginando che a separarli dal benessere vi fossero soltanto poche miglia nautiche.

Edi Rama ha detto: “Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che 30 medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. So che 30 medici non invertiranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo nella linea del fuoco da quella parte del mare. Ma so pure che anche laggiù è ormai casa nostra. Da quando l’Italia, le nostre sorelle e i nostri fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania bruciava di dolori immensi“.

Un proverbio albanese recita: “Fjalen e dhene nuk e trete dheu“. Ossia: La parola data non si annienta nemmeno sotto terra“. L’Albania non dimentica. E non tradisce. Besa.

Torto e ragione di Renzi su questa storia di riaprire l’Italia

Renzi

C’è una questione di tempismo, di opportunità politica, che può essere contestata a Renzi e alla sua intervista su “Avvenire”. Dire OGGI che bisogna riaprire le fabbriche prima di Pasqua – soprattutto se questa dichiarazione arriva da un esponente del governo – rischia di dare alla maggioranza della popolazione un messaggio sbagliato, contraddittorio. Può portare a credere che tutti gli sforzi compiuti fino ad oggi – le privazioni, le restrizioni alla libertà, i tanti, troppi morti – non abbiano avuto un senso. Meglio sarebbe stato lavorare in silenzio nel governo, proporre, studiare, pensare tempi e modi di una lenta ma inesorabile (e improcrastinabile) ripartenza. Ma Renzi è – anche – un leader di partito. E la necessità di visibilità porta a dover prendere degli azzardi, al rischio calcolato della sovraesposizione. Per la serie: purché se ne parli…

Poi però c’è un’altra questione: la sostanza. E su questo punto possiamo dire poco e nulla al senatore Renzi. Ognuno di noi ha il diritto di ritenere per sé e i propri cari che la migliore strategia per non contrarre il coronavirus sia quella di restare a casa. Un politico però ha il dovere di proteggere la salute pubblica. E questo significa tentare di tenere quanto più è possibile in equilibrio i due piatti della bilancia: salute ed economia. Perché il rischio è che la tempesta si trasferisca dagli ospedali alle case degli italiani. Perché morte non è solo Covid-19, ma anche crisi economica, recessione da coronavirus.

Mario Draghi ha illustrato quella che al momento pare l’unica ricetta credibile per fronteggiare la pandemia: fare debito, con lo Stato a farsi garante con le banche delle imprese, proteggere il lavoro per mettere in salvo i lavoratori. Immettere liquidità nel mercato, però, non sarà abbastanza se le nostre vite non riprenderanno una qualche forma di normalità, prima o poi. Qui si trovano gli errori di Renzi: indicare in prima di Pasqua il termine di riapertura delle fabbriche. Individuare nel 4 maggio la data di rientro a scuola degli studenti italiani.

Questi non possono essere degli impegni da assumere in queste condizioni: il piatto della bilancia pende troppo dal lato della salute, oggi, perché possiamo pensare all’economia. Eppure all’economia dovremo pensare. La grande sfida del coronavirus è questa. E Renzi ha probabilmente ragione nel dire che dobbiamo iniziare a (pre)vedere un modo diverso di stare al mondo. Al ristorante potremo e dovremo tornare (speriamo presto) ma dovremo essere certi di farlo in sicurezza. Effettuare l’esame sierologico su quante più persone è possibile nelle prossime settimane ci aiuterà a capire chi il coronavirus lo ha già avuto, combattuto e sconfitto, e per questo può tornare alla “nuova normalità” prima degli altri. Ma anche per questo: serve del tempo.

Forma e sostanza non sono state insieme in questa intervista. Tempi e modi sono stati sbagliati. Ma alla fine, SOLO quando l’emergenza sarà superata, dovremo GRADUALMENTE tornare a vivere. Anche se lo dice Renzi.

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Papa coronavirus

Ci sono discorsi destinati a lasciare una traccia nella Storia. Quella con la S maiuscola. Ci sono parole che di un Papa restano impresse per sempre. Di Giovanni XXIII non si può non citare: “Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa”. Di Papa Wojtyla tutti ricordano: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. O ancora, rivolto ai mafiosi: “Convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio!”. Per Benedetto XVI la frase più iconica, se si eccettua la formula latina dell’annuncio delle dimissioni, resta quel “Dov’era Dio?” pronunciato non in un luogo qualunque, per un Papa tedesco: Auschwitz. Oggi abbiamo ascoltato parole che non dimenticheremo. Oggi abbiamo assistito ad un discorso storico. Il discorso del papato di Francesco.

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Il passo letto dal Pontefice è quello del Vangelo di Marco. I discepoli in barca insieme a Gesù, sono preda di una tempesta inattesa, improvvisa: e vacillano dinanzi alla violenza che li mette in pericolo. Nel momento del loro terrore, quando la bufera sembra sul punto di rovesciarli, il Signore sta dormendo. Risvegliandosi, placata la tempesta, Gesù è quasi meravigliato del terrore dei suoi discepoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Chi può dire di essere solo accanto a Lui?

In una piazza San Pietro straordinariamente scenografica, malinconica e bella, in una solitudine struggente ed emozionante, le immagini che scorrono non sono quelle di un film catastrofista e distopico. Quell’uomo solo, di bianco vestito, è davvero il Papa. E’ lui ad invocare: “Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: ‘Svegliati Signore!’”. Chi ha fede, oggi, non abbia paura.