Il problema è la Bomba

Trump parla alla Casa Bianca

Donald Trump doveva dare un indirizzo all’America e all’Occidente sugli sviluppi in Iran dopo la rappresaglia della Repubblica Islamica. Ha fatto molto di più, indicando chiaramente qual è il vero problema degli Stati Uniti in Medio Oriente: assicurarsi che l’Iran non abbia mai e poi mai la Bomba.

All’arma atomica Trump ha dedicato gran parte del suo breve intervento dalla Casa Bianca. Lo ha fatto dopo aver assicurato una volta di più che nel raid persiano “nessun americano è stato ferito“, che i danni riportati sono “minimi“, le basi “al sicuro” e l’Iran “in svantaggio“. Come delegittimare nel giro di pochi istanti tutta la costruzione della propaganda iraniana. Come esporre i teocrati del regime al malcontento di un popolo stanco ma furente per l’uccisione di quello che considerava un semi-Dio: Qassem Soleimani. Se la sua vita vale così poco – sarà il pensiero collettivo – allora dov’è la tanto decantata forza del vecchio impero persiano? Poggia su fondamenta fragili “il perno dell’Universo“.

Le parole di Trump sono quelle di chi è pienamente padrone della situazione. Ha giocato da “gambler“, ha scommesso, ha visto il bluff iraniano, portato a casa l’uccisione del leader avversario più temibile, avuto ragione, trionfato su tutta la linea. Gli è andata così bene da aver capito che ci sono ancora margini per tenere Teheran sotto schiaffo. Così ha deciso di mantenere la scure sul capo degli iraniani: “Mentre continuiamo a valutare varie azioni per rispondere all’aggressione…“. Sì, anche quella militare.

Allo stesso tempo ha scelto di schiacciare una volta di più il Paese avversario nella morsa di nuove sanzioni. Siamo su un doppio binario: missili e diplomazia. Fino a quando? Per dirlo con le sue parole: “Fino a quando Iran non cambierà atteggiamento“. Questo vuol dire una cosa sola: l’Iran deve rinunciare al nucleare.

In mezzo, Trump ha infilato una buona dose di campagna elettorale: c’è da capirlo, quest’anno si vota. L’obiettivo? Obama, i Democratici, il loro accordo sul nucleare: “L’Iran ha continuato con attacchi internazionali, chiuso i cieli ai droni americani. Abbiamo dato loro oltre 1,4 mld di dollari e loro cantavano “Morte all’America“. I missili lanciati ieri sono stati pagati dai soldi messi a disposizione da Obama“.

Poi di nuovo il chiodo fisso, il vero nocciolo geopolitico della questione: “Loro devono abbandonare ogni ambizione verso il nucleare e smettere di sostenere i terroristi. Devono abbandonare tutto quello che resta di quell’accordo (quello del 2015, ndr) e lavorare insieme per arrivare ad un accordo“.

Sul finire, ecco il ritorno del “dealer“, l’uomo d’affari capace di essere duro ma allo stesso tempo ammaliare, sedurre l’avversario, portarlo dalla propria parte: “L’Iran potrebbe essere un grande Paese. L’Isis è un nemico naturale dell’Iran. Noi dovremmo lavorare insieme su questo e altre priorità condivise. E infine ai leader dell’Iran: noi vogliamo che voi abbiate un bel futuro, il futuro che meritate prospero, di armonia, di pace. Gli Usa sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano“.

Resta l’interrogativo di sempre: quello della deterrenza nucleare. Kim Jong-un ha la Bomba e per ora è vivo. Saddam e Gheddafi non hanno fatto in tempo: sappiamo che fine hanno fatto. Cosa deciderà l’Ayatollah? E soprattutto: può davvero scegliere?

Il raid della paura dell’Iran. Ora Trump può fermarsi

Missili iraniani nel cielo dell'Iraq

La scommessa di partenza di Donald Trump era quella che l’Iran, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani in Iraq, non avrebbe risposto in maniera (s)proporzionata all’offesa subita. Si possono fare molte riflessioni sulla definizione di “proporzionata”. Ad esempio: a cosa avrebbero dovuto puntare gli iraniani per ritenersi soddisfatti? Ad un attentato sul suolo americano? Ad un’aggressione senza precedenti verso Israele? All’eliminazione di un componente di primo livello dell’amministrazione Usa? Sembrano discorsi da fantascienza, ma sono gli stessi pronunciati nelle riunioni dei vertici iraniani all’indomani della morte di Soleimani. Dare al popolo arrabbiato una parvenza di vendetta, farlo senza scatenare la furia americana: questo il complicato obiettivo da raggiungere.

Ora, anche fossero confermati i numeri diramati dalla tv di stato iraniana sugli almeno 80 “terroristi americani” uccisi nella rappresaglia di questa notte – cosa tutta da verificare, è anzi molto probabile che la propaganda abbia gonfiato questi numeri – di cosa parleremmo? Di sicuro di una risposta “razionale” da parte di Teheran. Può fare effetto descrivere in questi termini un bilancio eventualmente così pesante di vite umane spezzate nel giro di pochi attimi, con un doppio strike notturno arrivato dall’alto, che alle vittime non avrebbe dato neanche il tempo di un segno della croce. Ma è nei termini della guerra che bisogna ragionare per tentare di capire ciò che sta succedendo e cosa potrà ancora accadere nel Golfo.

Il dato che emerge chiaramente è che Trump ha vinto la prima mano. Ma ora la speranza è che si renda conto che tutto questo non è un gioco. L’elemento di paura della Repubblica Islamica trasuda chiaramente dalle parole affidate a Twitter dal ministro degli Esteri Zarif: “L’Iran ha intrapreso e portato a termine misure proporzionate di autodifesa in base all’articolo 51 della Carta Onu, prendendo di mira la base da dove è stato lanciato l’attacco armato codardo contro i nostri cittadini e alti ufficiali. Non cerchiamo un’escalation o una guerra ma ci difendiamo da ogni aggressione“. Ci sono dei passaggi chiave che denunciano la volontà di fermarsi: sono quelli evidenziati.

L’Iran che parla di misure “proporzionate“, di “autodifesa“, che incastona la sua rappresaglia nel contesto delle Nazioni Unite, che chiude le comunicazioni con la precisazione che Teheran non cerca un’escalation: cos’è tutto questo? Ci troviamo di fronte ad una dimostrazione di razionalità o ad un’ammissione di debolezza? Più probabilmente la seconda. La teocrazia non avrebbe potuto “non” rispondere alla morte di Soleimani. Abbiamo parlato del rapporto quasi sentimentale che il popolo nutriva nei suoi confronti. Subire l’aggressione Usa senza reagire avrebbe significato per i vertici della Repubblica Islamica una delegittimazione di sé, un atto di paura – normale, quando dall’altra parte ti trovi di fronte la superpotenza – che il popolo non avrebbe capito, perdonato.

Ma se fino a questa notte il pallino era nelle mani di Teheran, se il mondo guardava con apprensione al possibile fallo di reazione che sarebbe potuto scaturire dall’Iran, da oggi è di nuovo alla Casa Bianca che bisogna affidare le speranze di una de-escalation nella regione. Perché meno di questo Teheran non avrebbe potuto. Ma neanche di più.

Il mondo intero si è chiesto in questi giorni cosa avesse spinto Trump ad ordinare l’uccisione di Soleimani. Se c’è dell’altro, oltre all’aspetto emozionale che sempre contagia gli Usa quando si tratta dell’Iran, oltre alla volontà di eliminare un avversario che stava organizzando attentati contro gli americani, lo capiremo presto.

Il numero per spiegare lo sfregio di Trump all’Iran: 52

Cinquantadue. Da questo numero bisogna partire per comprendere le ragioni che hanno portato Donald Trump ad impartire l’ordine di uccisione di Qassem Soleimani. Per intenderci: nella Repubblica Islamica inferiore per importanza al solo ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema considerata dagli sciiti come “riflesso di Dio” in Terra.

In predicato di raccogliere l’eredità di Hassan Rouhani come presidente, del quale già veniva considerato lungamente più decisivo, è dell’uccisione di un semi-Dio – secondo l’immaginario iraniano – che bisogna discutere. Il più immortale tra i mortali.

Qassem Soleimani era il mito di un Paese, si sentiva al sicuro come si sentono i leader rivali di una superpotenza: certi che l’odio nemico non sarà mai superiore al mantenimento dell’interesse strategico. Perché al di là della scommessa di Donald Trump sulla razionalità iraniana, sul fatto che Teheran, consapevole del rischio di essere spazzata via rinuncerà a qualunque tipo di rappresaglia, uccidere un leader come Soleimani procura di norma più svantaggi che altro. In questo caso: ricompatta la mezzaluna sciita, rinvigorisce il sentimento di unità di un popolo altrimenti fiaccato non solo dalle sanzioni ma anche dalla sua propensione imperialista nella regione, incrementa la narrazione in voga in Medio Oriente degli occidentali traditori, dall’Accordo di Sykes-Picot in avanti.

Devono esserci dunque altri fattori, visto che quelli strategici non sembrano giustificare il raid Usa a Baghdad, alla base di una decisione che rischia di sconvolgere l’area negli anni a venire. Che tipo di fattori? Prevalentemente emotivi. Si può immaginare che rapporti di intelligence sugli spostamenti di questo o quell’altro leader rivale arrivino sulla scrivania della Casa Bianca con una certa frequenza. Ma allo stesso tempo si può credere che l’uccisione del contractor americano e l’assalto all’ambasciata Usa in Iraq abbiano costituito per la cabina di comando americana un’offesa difficile da digerire. Il motivo? Probabilmente irrazionale, decisamente emozionale, figlio di un’eredità avvelenata, di 444 giorni che per l’America rappresentano un marchio d’infamia: quelli in cui 52 componenti della sua ambasciata a Teheran vennero tenuti in ostaggio, rilasciati in maniera beffarda soltanto nel giorno in cui il presidente Carter lasciava a Reagan la sua poltrona nello Studio Ovale.

Da lì, da quell’umiliazione storica, da quella per una volta dimostrazione di impotenza americana, bisogna partire per comprendere le ragioni dell’odio Usa verso la Repubblica Islamica, soggetto che per profondità storica, culturale, demografica, pensa a se stessa come “perno dell’Universo“, soggetto potenzialmente egemone in una regione in cui gli Usa applicano da tempo la strategia dell’equilibrio di potenza, aiutando gli Stati in difficoltà per far sì che diano filo da torcere ai più grandi, garantendosi così risparmio di energie ed evitando l’affermarsi di una nazione che possa insidiarne i disegni.

Come riportato da Limes, sono forse le parole dell’ex analista della CIA, Kenneth Pollack, a spiegare meglio il sentimento degli americani nei confronti degli iraniani a partire dal 1979: “La crisi degli ostaggi ha lasciato una terribile cicatrice nella psiche americana. È un episodio così frustrante che la maggior parte di noi ha semplicemente preferito dimenticarlo, ignorarlo e minimizzarlo il più possibile. Tuttavia, pochi americani hanno mai perdonato gli iraniani. (…) Non ne parliamo mai apertamente, ma la rabbia residua che così tanti americani provano nei confronti dell’Iran per quei 444 giorni ha caratterizzato ogni decisione al riguardo da quel momento. Ogniqualvolta ha fatto qualcosa di malvagio – ed è capitato molto spesso – questa collera ha amplificato lo sdegno verso gli iraniani. Ogniqualvolta gli iraniani hanno tentato di fare aperture agli Stati Uniti – per quanto rare e problematiche – questa stessa rabbia ci ha spinto a fissare soglie molto alte. (…) Una delle ragioni per cui le varie amministrazioni sono state così reticenti a perseguire un riavvicinamento a Teheran è che questa rabbia latente è così volatile e può essere così facilmente riportata a galla da un oppositore politico che in pochi hanno voluto prendersi il rischio. (…) Se a un certo punto saremo in grado di risolvere le differenze politiche reciproche, dovremo affrontare anche questi ostacoli emotivi. (…) Gli americani dovranno imparare a gestire la propria collera“.

Non è pretestuoso pensare che in relazione alla decisione di uccidere Qassem Soleimani quella collera verso il nemico storico abbia inciso. E molto. Non fosse altro perché difficilmente una superpotenza affida ad un altro Paese, in questo caso l’Iran, la possibilità di scegliere se avviare o meno una guerra. Di solito la muove per prima, lasciando al nemico l’opportunità di leccarsi le ferite e poco altro. Stavolta ha preferito sfregiarlo. Scommettendo sul fatto che sarà la paura a trionfare sul desiderio di vendetta.

Perché l’uccisione di Qassem Soleimani è l’evento più importante degli ultimi anni in Medio Oriente (e non solo)

Qassem Soleimani

L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani è senza dubbio uno degli eventi più importanti degli ultimi anni in Medio Oriente. Meno mediatico dell’uccisione del Califfo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, ma molto più impattante dal punto di vista geopolitico. Il fatto che il raid in cui è rimasto ucciso il comandante delle forze Al Quds – vero fiore all’occhiello delle truppe d’élite iraniane – sia stato ordinato da Trump in persona, senza peraltro informare il Congresso, è uno dei punti nodali della questione.

L’azzardo di Donald

The Donald, il “dealer“, l’uomo d’affari trapiantato alla Casa Bianca, ha scelto di tentare un azzardo in qualità di commander-in-chief della più forte armata del Pianeta. Si potrebbe credere che dietro ad una mossa di così chiara rilevanza politica, destinata a scatenare un terremoto geopolitico potenzialmente senza precedenti, Trump abbia avuto rassicurazioni dai suoi consiglieri militari del Pentagono sul fatto che l’Iran non ha la possibilità di reagire nel breve termine in maniera proporzionale all’offesa ricevuta. Ma questo pensiero rassicurante non è corroborato dallo storico di Trump, noto per aver assunto in questi anni delle decisioni ampiamente sconsigliate dagli apparati.

Le possibili conseguenze dell’uccisione di Qassem Soleimani

Che l’approdo sia un’escalation nella regione è poco ma sicuro. Resta da capire dove l’Iran deciderà di assestare il proprio colpo. Se in Siria, contro Israele, o più facilmente nello stesso Iraq, paradosso irrisolto da troppi anni, in cui il premier Adil Abdul Mahdi si trova nella oggi quanto mai scomoda posizione di alleato tanto degli Usa quanto dell’Iran, non è dato sapere.

George W. Bush e Barack Obama non passeranno alla storia come due dei più lungimiranti strateghi militari che il mondo abbia conosciuto, ma ci sono dei motivi se in tanti anni, nonostante il ruolo crescente di Qassem Soleimani nello scacchiere mediorientale, non hanno mai impartito l’ordine di uccisione ai propri uomini sul campo. Soleimani era per l’Iran e il suo popolo una figura sentimentale, quasi mitologica per la sua capacità di tirarsi fuori dalle situazioni più difficili da vincente. Il fatto poi che l’uccisione del generale sia arrivata in risposta ai disordini in Iraq di questi giorni suggerisce che quello Usa sia il più classico dei falli di reazione: un atto non supportato da un’articolata strategia, bensì fondato sulla percezione di un Iran oggi troppo debole per pensare di provocare un conflitto su larga scala che avrebbe come unico effetto quello di vederlo distrutto.

I rischi per Trump

Quanto l’azzardo di Trump pagherà lo capiremo nei prossimi giorni. Quel che è certo è che questa mossa rischia di avere ripercussioni politiche importanti anche sul piano interno. Al di là del decantato disimpegno americano, durante il mandato di Trump è aumentato il contingente militare a stelle e strisce dislocato in giro per il mondo. L’apertura di un fronte caldo, per non dire rovente, in Iran – quando siamo da poco entrati nell’anno delle presidenziali – promette di costare caro in termini di popolarità all’inquilino della Casa Bianca, diviso tra la tutela dell’interesse nazionale e la stanchezza di un popolo provato dal suo ineluttabile destino di superpotenza.

Errare humanum est

Papa Francesco

La casalinga che ha visto lo schiaffo del Papa al telegiornale. Il bambino che assimilava la figura di Francesco a quella di un nonno. Il parroco del paesino di provincia che del carisma del Santo Padre fa uno strumento di straordinario collante per la sua comunità. Perfino il cattolico non praticante, colui che pensa la fede come una questione personale, convinto che basti ascoltare in tv l’augurio domenicale di “buon pranzo” (con tanto di “z” sudamericana che diventa “esse”) e operare cristianamente per il resto della settimana, per sentirsi a posto con Dio. Ognuno di loro è rimasto a suo modo scosso dal gesto stizzito del Papa nei confronti della fedele che lo ha strattonato. Ma come? Il Papa? Davvero Francesco può provare sentimenti come rabbia, irritazione, malanimo? No che non può essere vero. Così tutti a pensare al prodotto di un deepfake, ad un video ritoccato da chissà quale diabolico grafico. O, in alternativa, a cercare negli occhi a mandorla della fedele esagitata, un motivo di cattiveria che andasse oltre la maleducazione. Qualcosa, qualunque cosa, che potesse giustificare in qualche modo quel gesto mai visto, quello di uomo in bianco che per “mestiere” deve rappresentare il Bene.

Il bello e il brutto di vivere nell’epoca dell’iperconnessione, dove tutto viene immortalato, ogni immagine scandagliata fino all’ultimo dei suoi pixel, è proprio questo. Abbiamo visto in diretta un gesto che fino a qualche anno fa sarebbe stato abilmente censurato. A conoscere quello scatto d’ira, un tempo, sarebbero state solo le poche persone nel raggio d’azione di Francesco. La fedele sgridata sarebbe tornata a casa con l’umore sotto i piedi. Al massimo qualche giornalista sarebbe venuto a conoscenza del fatto, ma ben si sarebbe guardato dal pubblicarlo, conscio del rischio di apparire blasfemo. Oggi che questa rete di protezione è stata tolta, i gesti del Papa – come quelli di tutti i leader – assumono una valenza ancora più importante.

Eppure si deve scacciare la tentazione di ridurre tutto il magistero di Francesco a pochi secondi d’irritazione. Gli attacchi strumentali, le prese in giro, le parodie onestamente poco riuscite, descrivono più di mille parole non lo sbaglio del Papa, ma chi le compie.

Attenzione, sarebbe allo stesso tempo un errore essere più realisti del re. Proprio il Papa ha regalato a milioni di persone in tutto il mondo l’immagine più rivoluzionaria del 2020. Quella del vicario di Cristo che con umiltà ammette il suo sbaglio e chiede scusa. Sì, il Papa è prima di tutto un uomo. Ed errare humanum est. Ma non tutti gli uomini sanno chiedere scusa.