La dignità trionfa

Carlo Calenda

Sarà vero che la politica è fatta di tatticismi e strategie, che per arrivare in alto bisogna scendere a compromessi, rinunciare a qualcosa della propria integrità morale, ad alcuni dei propri capisaldi personali. Sarà vero, per alcuni. Ma per altri no.

Noi non conosciamo Carlo Calenda. Non sappiamo se dietro il suo addio al Pd si celi in realtà un altro giochino di prospettiva, la speranza di coltivare un proprio orticello, la volontà di bruciare sul tempo Matteo Renzi nella creazione di quel contenitore liberale che milioni di italiani attendono. Ma nella scelta di rassegnare le sue dimissioni dalla direzione nazionale del Partito Democratico possiamo intravedere la figura di un uomo coerente, il coraggio di un potenziale leader, il rispetto della parola data.

Certo, qui, in questa stessa sede, abbiamo elogiato la manovra di Renzi, la sua capacità di sparigliare le carte di Salvini, di fargli andare di traverso la crisi e di congelarne le ambizioni. Ma allo stesso modo, su queste stesse pagine, abbiamo detto in tempi non sospetti che dal voto non si fugge. Per dirla con le stesse parole di Calenda “tentare di difendere la democrazia dalla democrazia conduce solo al populismo e al discredito delle istituzioni democratiche“.

Come Salvini non poteva pretendere di fischiarsi un calcio di rigore a porta vuota da solo, così gli altri partiti non possono pensare di portare via il pallone perché non sono abbastanza allenati per vincere. Diverso sarebbe stato formare un governo istituzionale o di scopo – chiamatelo con la forma che preferite – e una volta messi i conti in sicurezza tornare alle urne.

Di nuovo: non sappiamo quale sarà l’approdo di Carlo Calenda. Non siamo a conoscenza delle sue prossime mosse, delle sue intime (e legittime) mire. Sappiamo però riconoscere la dignità, quando la incontriamo. E non è quella che si cerca di imporre per Decreto, ma è quella che si percepisce come stile di vita, come stella polare. E’ la stessa che a volte impone di fermarsi, di smarcarsi, di staccarsi dal gregge che muove senza sapere, senza capire. E’ quella che indica una strada, forse più tortuosa, ma una strada. E’ quella che consente di fare un passo indietro. La dignità trionfa.

E vissero felici e Conte-nti?

Una crisi di governo surreale, condotta alla maniera di due promessi sposi che tutto vorrebbero meno che maritarsi. Non si sono mai visti, se non in qualche occasione, e in quelle poche volte non si sono mai presi. Oggetto di progetti che non sembrano riguardare i sentimenti ma solo le occorrenze, Pd e MoVimento 5 Stelle si studiano, si squadrano, ma non si piacciono. E’ un matrimonio d’interesse. Così nemmeno la politica riesce a fare breccia nella ragnatela dei personalismi e dei tatticismi. Neppure il principio del “male minore” sembra un ideale che valga la pena di perseguire.

C’è chi ha deciso di impiccarsi sulla figura di Giuseppe Conte premier. E c’è chi ha capito, forse tardi, che gli ultimatum dei 5 Stelle sono difficilmente negoziabili. In questo ritardo di comprensione della strategia avversaria, Nicola Zingaretti ha già perso una mossa rispetto a Luigi Di Maio.

Il segretario del Pd ha deciso di ripetere lo “schema Casellati”. In quell’occasione, protagonista della giocata vincente fu Salvini: Forza Italia indicò Paolo Romani come presidente del Senato, il M5s disse no e il leader della Lega provò a sparigliare scegliendo in autonomia un’altra esponente di Forza Italia, la Bernini. Un’imposizione definita da Berlusconi come “atto ostile” di Salvini, dalla quale si venne fuori soltanto con l’indicazione della Casellati da parte degli azzurri.

Zingaretti ha tentato lo stesso schema: ha creduto che Conte, il primo nome con cui Di Maio si è presentato, fosse un nome scelto per essere bruciato. Poi ha fatto sapere che il Pd non avrebbe avuto problemi a stare insieme in un governo guidato dal Presidente della Camera, Roberto Fico. Il finale, però, è stato diverso: dai grillini non è arrivata la reazione attesa, la proposta di un nome terzo. Di Maio è rimasto fermo su Conte, a conferma del fatto che al premier i 5 Stelle non vogliono rinunciare.

Se ne esce soltanto in due casi: o Conte si rende conto di essere d’intralcio e decide di fare un passo indietro in nome di quella cultura istituzionale che ha accusato Salvini di non possedere, oppure Zingaretti ammette di aver perso il primo braccio di ferro di questa partita e accetta l’avvocato premier.

Non c’è molto da discutere, chissà quanto da ragionare. Nel matrimonio d’interesse vige la logica dello scambio, del guadagno reciproco. Ma non è detto che alla fine un punto d’equilibrio si raggiunga, che celebrate le nozze, finiscano per vivere tutti felici e Conte-nti.

Il MoVimento 5 Stelle si vergogna del Pd

Di Maio

Come se ad aver perso 6 milioni di elettori nel giro di un anno non fosse il suo MoVimento. Come se ad essere passati dal 32 al 17% fossero altri. Come se la crisi di governo aperta da Salvini fosse un suo merito, un suo successo politico, Luigi Di Maio stabilisce pre-condizioni, emette diktat, scandisce i tempi e i modi del confronto con il Pd.

Come se 14 mesi di sfacelo non bastassero, come se non avesse mai governato, come se le sue parole fossero minimamente credibili, il capo politico dei 5 Stelle delinea punti programmatici, prova a rifarsi una verginità politica e ad incollarsi alla poltrona, consapevole che un altro treno no, difficilmente passerà.

E in questa spregiudicatezza, demerito di un Pd che a sua volta subisce il gioco anziché farlo, c’è tutta l’arroganza di chi avrà pure archiviato l’era del “non ci alleiamo con nessuno” – salvo poi cercare sponde con tutti – ma allo stesso modo chissà perché continua a sentirsi superiore, ontologicamente diverso, fondamentalmente altro.

Così può spuntare un Di Battista qualunque e chiedere oltre al taglio dei parlamentari anche la revoca immediata delle concessioni autostradali ai Benetton. Oppure può capitare che Grillo e Di Maio pretendano come “conditio sine qua non” per governare che il Presidente del Consiglio non solo sia 5 stelle, ma anche specificatamente Conte. E già che ci siamo perché non chiedere ai dem di dire no alla Tav?

Se vi sembrano richieste evidentemente eccessive, se pensate che a tutto c’è un limite, che questa più che una trattativa sembra un ricatto, sappiate che l’impressione è corretta, la realtà ben delineata. Se il MoVimento 5 Stelle arriva a chiedere al Pd oltre il politicamente comprensibile, se si spinge a tirare la corda correndo il rischio che si spezzi non è – solo – perché un altro forno con la Lega resta comunque aperto. La verità è che del Pd si vergogna maledettamente. Come la sua base, prevalentemente contraria ad un accordo con quello che fino a pochi giorni fa era il “Partito di Bibbiano” e da qualche ora si è trasformato nel salvagente per restare aggrappati al governo. Non le migliori premesse, per dirsi di sì.

E se avessero scherzato?

Di Maio e Salvini

Sarebbe curioso ritrovarsi a scoprire che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dopotutto, hanno scherzato. Come se la “dichiarata rottura polemica” denunciata da Mattarella altro non fosse che un teatrino estivo, uno spettacolo per intrattenere il pubblico pagante in attesa della programmazione televisiva di settembre. Eppure il rischio che alla fine questa crisi di governo si risolva nello strumento per ottenere un rimpasto, c’è eccome. Che sia per questo motivo che Di Maio ha lasciato a Conte l’onore e l’onere di fare il poliziotto cattivo in Senato con Salvini? Per lasciarsi una porta aperta? Un’uscita d’emergenza nel caso in cui un accordo col Pd fosse risultato complicato e indigesto?

Che fossero irresponsabili lo abbiamo capito a più riprese, in questi 14 mesi. Che giocassero coi risparmi degli italiani, che trattassero lo spread come un problema che non li riguarda, che sapessero solo fare deficit (e debito) come se i loro figli, i loro nipoti, non fossero italiani, c’era chiaro da tempo. Ma non vogliamo pensare che Luigi Di Maio, dopo aver invocato un anno fa l’impeachment per Mattarella, abbia ritenuto lecito utilizzare il Quirinale, le nostre istituzioni, per portare a compimento il suo personale disegno di vita: quello di diventare premier di questo Paese.

Magari è un’opzione maturata nelle ultime ore, forse è il tentativo disperato di Salvini di non essere relegato all’opposizione per anni, probabilmente è una tentazione alla quale in pochi sarebbero in grado di rinunciare. Ma qualora dovessimo ritrovarci a commentare un nuovo contratto di governo Lega-M5s, un rimpastino in stile Prima Repubblica, un accordicchio al ribasso pensato per spedire Conte a Bruxelles, Toninelli al Brennero e Di Maio a Palazzo Chigi, cosa dovremmo pensare?

Forse che il potere, le future nomine delle partecipate statali in scadenza, la possibilità di scegliere un Presidente della Repubblica populista nel 2022, in una parola, le poltrone, valgono più della coerenza, del buon gusto, della dignità, del bene degli italiani? Forse.

Vade retro “nuova sinistra”

Zingaretti e Di Maio

C’è una differenza netta, sostanziale, nelle due proposte di governo giallorosso che avanzano in queste ore. C’è la proposta di Renzi, che parla di un governo istituzionale per mettere in salvo l’Italia dalla recessione. E poi c’è quella di Zingaretti, che vede in questa particolare situazione l’occasione per costituire una nuova alleanza politica, strutturale, con il MoVimento 5 Stelle.

Nei piani della “ditta”, di fatto, c’è l’annessione dei grillini, il tentativo di farne una costola della sinistra capace di fare da ago della bilancia in particolare nelle prossime consultazioni regionali, su tutte quelle in Emilia Romagna. Un piano strategicamente neanche troppo “fesso”, se non fosse per un discorso di coerenza.

Se può essere accettata di malavoglia, turandosi il naso, la prospettiva di un governo con chi per 14 mesi ha prestato il fianco a Salvini, se la si ritiene l’unica concreta possibilità per salvare l’Italia dalla deriva sovranista, diverso è scegliere consapevolmente di dare vita ad un’alleanza politica che abbia come fine ultimo quello di fare di Di Maio, Di Battista e Taverna interlocutori stabili.

Sta sottilmente ritornando di moda il “momento Scalfari”, in riferimento alla dichiarazione dell’ex direttore di “Repubblica” – subito dopo il voto del 4 marzo – secondo cui cui il MoVimento 5 Stelle alleato al Pd sarebbe diventato “la nuova sinistra“. Scalfari in seguito rettificò parlando di “scherzo provocatorio“, ma oggi sembra proprio questo il disegno che hanno in mente Zingaretti e compagni.

Ecco, se la “nuova sinistra” è un MoVimento 5 Stelle alleato strutturale del Pd, se Grillo e Casaleggio diventano i soggetti da consultare per concordare il nuovo Presidente della Repubblica, allora povera Italia. Se la “nuova sinistra” è quella che per una parte ha varato e votato i decreti (in)Sicurezza di Salvini, allora sei messa male, Italia. Se la “nuova sinistra” è quella giustizialista e manettara, quella che gode delle inchieste e sparge sterco sulle famiglie coinvolte, se la “nuova sinistra” è quella che dice no alla Tav e alle Grandi Opere, se è quella che va in deficit e crea debito, se è quella che dice sì al reddito di cittadinanza e no al lavoro, allora buona fortuna, Italia.

La fine di Salvini. L’inizio di Conte

Salvini e Conte in Senato

Qui nessuno si illude. Né canta vittoria. Perché conti alla mano c’è poco da festeggiare. Ma nella crisi di governo più teatrale e sguaiata che l’Italia ricordi, nelle smorfie sboccate di un truce che ha perso la brocca, la poltrona e la faccia, ci sono gli albori di una “buona novella”. E non serve scomodare il Vangelo. Quello lo facciano altri. Non c’è bisogno. Perché basta meno, molto meno, a percepire una fine. Ad annusare un inizio.

Salvini parte sorridente, ostenta compostezza, guida le reazioni dei suoi come un direttore d’orchestra. Finisce irritato, irretito, fuori di sé al pensiero di aver giocato e perso la partita più importante di una vita. Ha l’andazzo del pugile suonato, ripete gli stessi concetti, con le stesse parole, i medesimi accenti, più volte, in Aula e in tv. Non spiazza, semmai – all’opposto – sorprende per poca fantasia. Tutti ad aspettare il colpo ad effetto, il coniglio dal cilindro, ma la sola cosa che Matteo produce è la negazione di se stesso nel giro di un paio d’ore. Prima esordisce con: “Rifarei tutto quello che ho fatto“. Poi alla disperata ritira la mozione di sfiducia a Conte. Ed è lì che umilia se stesso, è lì che viene sconfitto, è lì che imbocca la strada che porta al declino. Giù la maschera, scoperte le carte: Salvini non ha il punto, ha bluffato. Vedo, ha detto Conte: “Tu non hai il coraggio. Ci penso io, vado dal Presidente della Repubblica“.

Ed è il premier diventato tale quando già scorrevano i titoli di coda, che più di ogni altro si afferma come vero protagonista, vincitore di giornata. Dignitoso, meno burocratese del solito, più politico di sempre, Giuseppe Conte si è preparato un bel discorso. Nel processo a reti unificate per scoprire il killer del governo lui, per una volta, una almeno, veste realmente i panni di “avvocato del popolo” piuttosto che quelli di Azzeccagarbugli. E dà voce al disgusto diffuso di questi mesi, allo sconcerto provato nel vedere umiliate le istituzioni, profanati i simboli religiosi, offesa l’onestà intellettuale. Con Di Maio accanto, che lo guarda neanche fosse un figlio orgoglioso del padre, Conte d’un tratto fà suo il MoVimento e a sorpresa si candida al ruolo di anti-Salvini. Lo fa con il garbo di un professore colto, con il piglio di un uomo ferito.

Quanto durerà non è dato sapere. Se l’indignazione lascerà il posto all’abitudine, se il coraggio verrà sgomberato dalla tentazione al poltronismo, non sappiamo dire. Così come pure rimane la domanda su dove sia stato finora, sul perché non abbia agito prima, sui motivi che gli hanno impedito di arginare la deriva salvinista.

Un anno e alcuni mesi di disastri non si dimenticano, non si cancellano. Neanche con un discorso da applausi, nemmeno con un viso da uomo onesto. Ma resta l’idea di fondo, l’impressione generale, il sentimento comune. Che la fine del suo governo sia anche la fine di Salvini. E per lui il segno di un nuovo inizio.

Silvio ci pensa. Silvio, pensaci

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ci pensa, in questi giorni di caos. Consapevole che per il tempo che gli è dato non avrà ancora molte carte da giocare. Trattasi di ultima mossa, o giù di lì. Meglio non stare a sottilizzare. Perché la carta d’identità è impietosa, avara di sconti, più feroce della difesa del Milan di Sacchi, e sottolinea, meschina, che è tempo di ricordarsi che tempo non c’è. Non ci sarà.

E allora il Cavaliere, da imprenditore qual è stato per lavoro e qual è ancora per indole, ragiona su più fronti, diverse opzioni, provando a vedere se una scelta meno ovvia oggi possa regalargli una resa maggiore domani. Così, tirato per la giacca come sempre gli accade, nell’eterna guerra tra falchi e colombe di turno, tra consiglieri più o meno fedeli, Silvio deve scegliere il suo futuro. O meglio: la fine della propria storia.

Non è un caso che in questi giorni sia tornato nei retroscena il nome di Gianni Letta. L’anima istituzionale di Berlusconi, tra le menti più lucide che abbiano messo piede ad Arcore, lavora perché Forza Italia sia coinvolta nel cosiddetto governo “Ursula” che sta prendendo piede. Gli effetti di questa manovra sarebbero molteplici: in primis darebbe al partito la possibilità di tornare, sebbene marginalmente, al governo. In secondo luogo, ed è l’aspetto che più intriga Berlusconi, da sempre in cerca di una sorta di riconoscimento della propria figura di “statista”, consentirebbe al Cavaliere di accreditarsi come l’uomo che ha messo da parte i propri interessi per contribuire a salvare l’Italia dopo i fallimenti del governo a trazione Salvini.

Salvini, già. Il vero nodo da sciogliere, l’emblema del dilemma che dilania Berlusconi. Perché Silvio, diciamocelo, non vedrebbe l’ora di separarsi da quel giovane arrivista che lo tratta come un ingombro piuttosto che come un padre nobile. Ma se fatica a separarsene, a dar vita ad un nuovo “predellino”, non è soltanto perché non ha più le forze di 10 anni fa, ma al contrario perché coltiva il sogno, o forse l’illusione, di tornare leader del centrodestra. Restare al traino di Salvini oggi significa presidiare il campo nella speranza che prima o poi Matteo si sgonfi e gli elettori di quella parte tornino a scegliere di nuovo lui. Eppure abbandonarlo potrebbe voler dire confinarlo a destra estrema, Le Pen italiano.

E’ a questo che Silvio pensa. Silvio, pensaci.

Quel che Salvini non è più

Matteo Salvini

Persa la sicumera, smarrita la bussola, mai posseduta l’onestà intellettuale, Matteo Salvini vaga nella giungla della politica italiana con aria spaurita. Si guarda intorno, si domanda cos’è andato storto, quale sia il dettaglio che non ha considerato abbastanza, ponderato il giusto. Ma se una cosa è certa in questa crisi così incerta, così avvitata su sé stessa, è che Matteo Salvini non ne uscirà allo stesso modo di come ne è entrato.

Il leader infallibile, ineffabile, inafferrabile nei sondaggi: tutto questo non c’è più. Il padrone dei mari e dei porti, il dominus dell’immigrazione, il truce che infligge sofferenze indisturbato? Sconfessato dal Tar del Lazio, vittima del suo stesso provvedimento, poiché ogni divieto bisogna motivarlo e allora succede che ci “deve pur essere un giudice in Italia“. Sì, ogni tanto c’è.

Il tattico, lo scacchista, lo stratega? Scomparso, spiazzato, messo all’angolo da una manovra di Renzi che non si può non definire come un misto di sfacciataggine e incoerenza, ma allo stesso tempo manifesto di acume politico, giocata da fuoriclasse vero, colpo di talento puro.

Senza riferimenti, non più padrone del proprio destino. Strano, per chi chiedeva per sé pieni poteri. Matteo Salvini ha annusato la brezza dell’imbattibilità, se n’è fatto ammaliare, gli ha dato alla testa. L’ha persa. E ora, dall’uomo che sosteneva di non esser nato per tirare a campare, sentire la frase “il mio telefono è sempre acceso” sa un po’ di resa, di sconfitta. Leggere le dichiarazioni secondo cui serve “un esecutivo con ministri dei sì”, accontentarsi insomma di un rimpasto (questo è) dopo aver detto che “la Lega non vuole una poltrona in più”, vuol dire ridurre la partita per l’Italia alla crociata contro Toninelli. Con tutto il rispetto. Dà il senso della farsa, della fine.

Significa scoprirsi vittima del proprio ego, ridimensionato dalla realtà. E in ogni caso diverso. Di certo come politico. Ma forse anche come uomo.

11:35…11:36

ponte morandi

Sono le 11:35 del 14 agosto, mi chiamo Samuele, sono in macchina con mamma e papà, ho 8 anni e insieme a loro mi sento bene, sono al sicuro. La scuola è finita da un po’, ho un altro mese di vacanze. Ora stiamo andando dai nonni, pranziamo da loro. E poi domani è Ferragosto, partiamo per la Sardegna. Saliremo sul traghetto. Io ci penso da giorni, voglio vedere il mare.

Sono le 11:36, è un attimo, ma mentre l’auto viaggia per un secondo mi sembra di essere in discesa sulle montagne russe. Non sento più la pancia, la sensazione è la stessa. Non capisco, ma sento i miei genitori urlare. E questo mi basta per avere paura. Dura poco. Quando io non ci sono già più, quando i vigili mi prendono in braccio, sentono un telefono che squilla. Sullo schermo c’è la scritta “Mamma”. Era mia nonna, le voglio bene. Vorrei dirle di non preoccuparsi se non siamo arrivati, ma non posso.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Matteo, Gerardo, Antonio e Giovanni: abbiamo poco più che 20 anni e una vita davanti. O almeno così crediamo. Veniamo da Torre del Greco, Napoli, e in questa macchina ci sentiamo invincibili, pieni di sogni. E’ il tempo nostro. Direzione Nizza. Poi Barcellona. Uno di noi scrive ai suoi per non farli preoccupare: “Stiamo entrando a Genova”.

Sono le 11:36. Si sente come un boato, un crac che accappona la pelle. C’è poco tempo per pensare. Urliamo, dentro la macchina. Ci aggrappiamo ai sedili, forse ci teniamo le braccia. Dura poco. Giovanni, che è videomaker, qui avrebbe fatto un bel servizio. Tra le macerie, avrebbe raccontato meglio di tanti altri la nostra storia. Ma non c’è niente da fare. Il viaggio è finito. Prima di cominciare.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Edi e Marjus. Veniamo dall’Albania, lasciare tutto, tutto quel poco che avevamo, non è stato facile. Qui, però, ci troviamo bene. Siamo giovani, lavoriamo in una ditta di pulizie, viviamo onestamente. E ci piace sognare. Uno di noi, nel campionato di calcio regionale, quest’anno ha fatto più di 80 gol. Chissà, si comincia sempre dal basso.

Sono le 11:36. Quando la strada ci manca sotto i piedi urliamo. Lo facciamo nella nostra lingua, perché l’istinto è lì che ci porta. Poco fa avevamo chiamato in azienda per dire che avremmo fatto tardi. Qui c’era un traffico della miseria, nell’ora di punta. Se fossimo partiti 10 minuti prima, forse, non l’avremmo trovato. Se fossimo partiti un minuto prima, di sicuro, saremmo arrivati.


Tre storie, tre storie che non sono nulla, niente, a confronto delle 43 vittime del Ponte Morandi. Eppure ci dicono tutto, ci dicono cos’è stato quel ponte crollato, quel cuore spezzato. Sperando che sia l’ultimo. Sperando che la politica faccia la politica. Senza troppe parole. Col rispetto che si deve a Genova. E al suo dolore.

Il ruolo di Anti-Salvini

Salvini e Renzi in Senato

Al di là delle battaglie sul calendario, sulla guerra delle mozioni, sull’esito di questa crisi, sulla nascita o meno di un nuovo governo, sull’opportunità di evitare o oppure no il voto, c’è già un vincitore in questa partita politica.

Vedremo poi come evolverà il quadro, quali alleanze nasceranno in seguito, quali distinguo farà Zingaretti per dire che alla fine è stato lui, e lui soltanto, a dare il via all’esplorazione di un governo non più istituzionale, ma possibilmente di legislatura, coi 5 Stelle. Resta però il dato politico, la capacità di dettare l’agenda, di imporsi sulla scena. E in quella che sembrava una sceneggiatura già fatta e finita, unico regista Matteo Salvini, ad inserirsi è Renzi, il primo Matteo.

C’era un solo modo per provare ad evitare di essere fagocitato dal tempo: ingannarlo. E allora ecco che un finale scontato, un ritorno al voto che lo vedrebbe sparring partner nella migliore delle ipotesi, isolato nelle liste e in Parlamento in quella più probabile, diventa l’opportunità per mettersi di traverso, per tornare al centro, o quanto meno centrale. L’operazione necessita di buona dose di coraggio, o se preferite di faccia tosta, a seconda di come la si legge. Fatto sta che Renzi rientra in gioco, lo fa con un tempismo da fuoriclasse, comunque la si pensi sul suo conto, qualunque sia il giudizio sull’operazione in toto (e qui lo abbiamo detto).

L’altro Matteo, Salvini, che fiuto politico ne ha da vendere, ha già capito il senso di questa giocata. Leggeteli così i continui riferimenti al Matteo di Rignano, al governo della ribollita, alla “manovra fatta per salvare la poltrona a Renzi”. Si marcano, si annusano, si pungono. Sanno che se non è questa sarà la prossima. Gli toccherà sfidarsi, gli piacerà anche farlo. Perché uno con Di Maio non ha mai preso gusto, al punto che nelle ultime ore, in preda ad una sorta di sindrome del coccodrillo pentito, ha offerto ai grillini che avessero il coraggio di salirvi perfino una scialuppa di salvataggio. L’altro, sentendosi da sempre “altra cosa” rispetto alla “ditta”, alla prima opportunità ha fatto un sol boccone di Zingaretti, dimostrando altra stoffa, altra testa.

Poi magari il dopo sarà pure “altra storia”, il ciclone leghista spazzerà via tutto, l’accordo Pd-M5s sarà ricordato come un sogno (o meglio un incubo) di mezza estate, ma l’indicazione che arriva è questa: Renzi s’è preso il ruolo di anti-Salvini. Sarà da Matteo a Matteo. E a un certo punto non era più così scontato.