I 5 motivi per cui Salvini non farà cadere il governo (ora)

Matteo Salvini dice che serve un chiarimento interno alla maggioranza dopo la decisione annunciata dal premier Conte di accogliere una parte dei 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye in procinto di sbarcare a Malta. Qualche nostalgico di centrodestra (Meloni su tutti) ha prontamente invitato il leghista a staccare la spina al governo. Qualche malinconico di centrosinistra spera sia l’occasione buona per mettere sotto la propria ala i grillini. Ma sono illusioni, speranze destinate a restare tali.

  1. Salvini non può far cadere il governo. Non ora, almeno. Non prima che quota 100 sia stata approvata. La Manovra è evidentemente un bluff, ma tirarsi indietro adesso renderebbe chiaro l’imbroglio. A tutti. Perfino a chi oggi vede in lui un nuovo Messia.
  2. Salvini non vuole far cadere il governo. Di nuovo: non adesso. Un’azione simile lo costringerebbe a tornare nell’alveo del centrodestra tradizionale. Con Berlusconi è finita. Il suo piano è un altro: vampirizzare Forza Italia alle Europee. Superare il berlusconismo senza troppi strappi. Meglio il veleno del coltello.
  3. Salvini dice di non guardare i sondaggi, ma sa che dopo un’ascesa di mesi, il trend positivo della Lega si è interrotto. E gli italiani gli perdonerebbero il sacrificio del governo sull’altare di una decina di migranti? La risposta è no.
  4. Salvini è furbo. Il vertice invocato dalla Polonia è solo l’ennesimo atto di propaganda elettorale di cui si serve. L’obiettivo è uno: accreditarsi come l’uomo forte che non cede davanti all’uomo nero. L’argine ultimo all’invasione, sempre secondo la sua narrazione.
  5. Salvini non ha bisogno di far cadere il governo. Per ora fa ciò che gli pare. Quindici migranti, magari in gran parte donne e bambini, sono un effetto collaterale che è disposto ad accettare. Vento nuovo, per gonfiare le sue vele populiste.

Una notte da premier

Prova ad uscire dall’inconsistente dimensione in cui l’hanno confinato, a bucare lo schermo e a smarcarsi dagli schemi rigidi che spettano ad un avvocato. Perché è pur vero che la linea difensiva spetta a lui, ma i due clienti, Di Maio e Salvini, hanno pretese precise, richieste chiare, che spesso non combaciano con ciò che l’uomo Conte vorrebbe dire.

Eppure negli studi di Porta a Porta, davanti ad un Bruno Vespa che lo tratta con rispetto, Giuseppe Conte potrebbe sembrare per qualche minuto il Presidente del Consiglio di un qualsivoglia governo di centrosinistra o di centrodestra. Certo, resta soprattutto sui temi economici la spocchia populista alimentata dall’irrealtà, ma è soprattutto sulla sensibilità che un governo dovrebbe avere che Conte prova forse per la prima volta dall’inizio della legislatura ad esercitare le funzioni che il suo ruolo prevede.

Succede quando si parla dei 49 migranti (finalmente in arrivo a Malta!), quando chiarisce che la politica del rigore sull’accoglienza non può essere minata da un’azione marchiata “col segno dell’eccezionalità”, quando risponde a tono (alleluia!) a Salvini che conferma i porti chiusi, annunciando di essere pronto ad andare a prendere i disperati con un aereo.

E’ un brivido fugace, probabilmente. Conte resta e resterà il vertice di un esecutivo populista e sbagliato. Un mediatore, un esecutore con scarso potere decisionale, ma il “mah” che gli rifila Salvini su Twitter è una medaglia di cui andare fieri. Giuseppe Conte, un giorno, potrà dire di aver vissuto una notte da premier. Una, almeno.

Chi di banca ferisce…

Ci sono banche e banche, evidentemente. Il salvataggio di MPS e degli istituti veneti era stato definito, da chi oggi siede al governo, come “un regalo ai banchieri“. Quello di Carige, deciso in un Consiglio dei Ministri notturno della durata di dieci minuti (10!) è invece ribattezzato – sempre da chi oggi siede al governo – “un intervento a tutela dei risparmiatori“. Parola di Di Maio e Salvini, per quel che vale.

Potenza della comunicazione, faccia tosta da vendere. Il cortocircuito, però, stavolta è evidente. Ciò che non andava bene ieri diventa oggi, magicamente, un gesto da statisti, da difensori del popolo contro gli sprechi dell’establishment dalle mani bucate. Narrazione distorta della realtà, fake news come stile di vita, doppia morale quale stella polare.

Sarà bello, tra qualche tempo, mettere insieme qualche riga. Scrivere un libro di racconti, di tutte le cose criticate e poi rifatte uguali. Altro che governo del cambiamento. Ma la verità arriva, sempre. Chi di banca ferisce…

Di Maio, i gilet gialli e la verginità perduta

Piaccia o no, il MoVimento 5 Stelle è stato per anni l’emblema dell’utopia in politica. Qualcosa va male in Italia? “Eh, ma vedrai che prima o poi i 5 Stelle…”. Racconto di un Paese che ci ha creduto, breve storia triste di una favola diventata incubo. Da salvatori della Patria ad incompiuti, da speranza concreta a simbolo vivente del “peccato, avrebbe potuto….ma alla fine non è stato”.

Luigi Di Maio si illude che basti il giallo dei gilet di Francia ad illuminare un’azione che si è ingrigita, ad invertire la rotta delle 5 stelle cadenti nell’universo politico nostrano. Auspica la nascita di un nuovo partito che si presenti in Francia, che usi Rousseau, che dreni voti alla coalizione di populisti che si presenterà alle prossime Europee. Sogna, di fatto, il ritorno ai fasti della protesta, ora che è diventato Stato.

Ma la scelta dei tempi in politica è (quasi) tutto. Così non può essere un dettaglio che Di Maio provi a mettere il cappello sui gilet gialli proprio nel momento in cui si manifesta la frattura tra il MoVimento 5 Stelle e la sua base, forse illusa ma pur sempre tradita. E non può esserlo nemmeno che l’abbraccio ai gilets jaunes arrivi quando la protesta per le vie di Francia ha perso gran parte della sua spontaneità, prestando il fianco ai violenti e ai rivoltosi.

Così affiora la comicità inconsapevole di un partito di governo che in Italia ha aumentato le tasse per 13 miliardi e in Francia sostiene chi ce l’ha con Macron perché non le ha abbassate.

E’ il canto d’un cigno triste. Di chi si illude che basti un gilet sgualcito a ritrovare la verginità perduta.

Promesse trivellate

L’ennesima giravolta, l’ulteriore conferma che le promesse valgono: sì, per accaparrare i voti e scappare. Lontano però. Lontano e a lungo. Perché è onestamente difficile pensare che il MoVimento 5 Stelle possa ripresentarsi in Puglia dopo aver promesso nell’ordine: chiusura dell’ILVA, stop a gasdotto tap e no alle trivelle. E aver fatto esattamente l’opposto.

Chiamatelo MoVimento 4 stelle, e come gli alberghi che se ne mettono una in più per attirare turisti qui il sospetto è che il meccanismo sia lo stesso nei confronti degli elettori. La stella ambientalista si è spenta, eclissata, esplosa in un universo di bugie. Come quella, la solita, che le esplorazioni petrolifere nel mare di fronte alle regioni Puglia, Basilicata e Calabria, fossero inevitabili poiché già autorizzate dal governo precedente. Peccato che nel frattempo ci siano stati sei mesi per mettere a punto la normativa sulla quale Di Maio sostiene il governo stia ancora lavorando, quella per fermare i percorsi di concessione avviati negli anni precedenti.

Lo scaricabarile continua. Sempre, su tutto. Ancora di più se si tratta di petrolio. E di promesse trivellate.

Sordi pure all’appello del Papa

Non alza i toni, il Papa degli ultimi. Ma spinge sulle parole che più pesano. L’accorato appello, innanzitutto. A chi? Ai leader europei. Perché? Affinché dimostrino concretamente. Che cosa? Solidarietà nei confronti dei 49 disperati salvati nel mar Mediterraneo.

È un messaggio politico, forse. Anzi, menomale. Perché è di politica che si sente forte l’assenza, di decisioni che appaiono scontate, e invece finiscono in pasto al baratto quotidiano della campagna elettorale permanente, alla mercè degli umori di uno, di un Salvini che procede a vele gonfie, forte del vento cattivista scambiato per rigore, di Di Maio che vorrebbe ma non può. O forse può ma non vuole. Nemmeno lui lo sa.

Così si resta in balia delle onde. Letteralmente. Strumentalizzando l’ennesima somma di egoismi nazionali, giocando sulla pelle di 49 malcapitati. Quarantanove: roba che non sposterebbe gli equilibri neanche in un paesino di mille anime.

Questione di principio insomma. Anzi, di principi. Sbagliati.

Sordi pure all’appello del Papa.

Meglio senzatetto che senza vergogna

È un inno al cattivismo o alla stupidità il post su Facebook di Luca Polidori, il vicesindaco leghista di Trieste che ha buttato nel cassonetto le coperte di un senzatetto? Forse è un omaggio ad entrambe, intriso com’è di razzismo, classismo, disumanità spaventosa. Perché alla fine è soprattutto questo, il punto di una questione diventata nazionale, al di là dello smacco che i cittadini di Trieste hanno già lavato portando nuove coperte, con tanto di scuse, al clochard preso di mura dal bullo al governo di turno.

Che si faccia un vanto della cosiddetta “tolleranza zero”, che si precisi, con un post scriptum vergognoso, che dopo aver toccato i piumini e le giacche del clochard ci si sia prontamente lavate le mani. Come dire che gli oggetti finiti nel cassonetto appartengono ad un essere immondo, ad una specie sporca, contagiosa, nauseabonda. Poco importa che sia quella umana: la stessa di chi quel post infame lo ha partorito, scritto, sbandierato.

Il punto esclamativo è quel “con soddisfazione”. Addio pudore, perso ogni freno, come se da bambini non c’avessero insegnato a controllarli, i nostri istinti peggiori. Come se dall’alto del consenso fosse tutto lecito, tutto, perfino la cattiveria mascherata da governo.

Chiede una Trieste pulita, Polidori. Se è sincero, inizi a liberare la poltrona di vicesindaco. Perché sia chiaro: meglio senzatetto che senza vergogna.

Salvini, tranquillo: sono 49 migranti, non 49 milioni

Come una maledizione che torna a colpire. Quella del 49. Come i milioni della Lega svaniti nel nulla. Ma anche come i 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye, una manciata di disperati che da giorni vagano per mare in balia delle onde e degli umori di Salvini. Grottesco tutto, grottesca l’Europa muta, colpevole, inadeguata. Ridicolo Di Maio, che ostenta buon cuore chiedendo che ad essere accolti siano donne e bambini: sette di numero, su 49.

Accolti, sì. Sbarcati no. Perché evidentemente il problema è pure questo: d’immagine, di pugno duro da agitare fino in fondo, fino all’ultimo, perché non si può cedere, no che non si può, non prima delle Europee. Porti chiusi, insomma. E magari pure gli occhi, nel senso che è meglio far finta di nulla, pensare che un giorno in più nel Mediterraneo, esposti al freddo di gennaio, non potrà fare poi tutta questa differenza. No?

In tutto questo la numerologia è spietata: 49, colpito e affondato. E viene da chiedersi se Salvini sarebbe pronto a barattare i soldi che la sua Lega deve allo Stato con un gesto d’umanità senza costi, se non mediatici, politici, elettorali. Ne guadagnerebbe in termini di umanità, certamente. Ma il punto è che forse non possiede la sensibilità necessaria per percepire lo scarto stridente che passa tra questi due 49 così diversi. Verrebbe quasi da scrivergli, da dirglielo per tranquillizzarlo: sono 49 migranti, non 49 milioni, forza. Falli scendere, ministro.

Ma non era “fuori i partiti dalla Rai”?

Si parta dal presupposto che un direttore di rete ha tutte le facoltà di dare al canale che presiede il volto che ritiene più opportuno. E in questo senso Carlo Freccero non è diverso dai suoi predecessori. Ma la Rai versione sovranista e populista disegnata dall’uomo che confessa da tempo simpatie grillo-leghiste non può passare sotto silenzio. Non se a delinearne i nuovi contorni sono gli stessi che parlavano di servizio pubblico. Dove pubblico significa aperto a tutti. Eh, appunto.

Ma il punto è che la televisione è pur sempre la televisione. Ad un certo punto gli occhi dallo smartphone li stacchi, la vecchia amica la trovi lì, accesa più o meno sempre, anche se non la guardi, purché l’ascolti, presenza fissa, rassicurante, in attesa perenne davanti al divano, esempio di fedeltà senza data di scadenza (si spera).

E allora ecco, lo capite, adesso, l’affanno e la ressa sulle nomine dei direttori, dei telegiornali, del presidente Rai? Il tanto bistrattato servizio pubblico è ancora una fabbrica di idee, contenuti, consensi, difficilmente sostituibile. E così Freccero plasma dichiaratamente Rai Due ad immagine e somiglianza del consenso del momento, ne asseconda gli istinti, toglie dalla Rai la parola “servizio”, lascia solo il “pubblico” (forse).

Parla di una rete al servizio dell’informazione. Bisognerà adesso capire quale. Perché se è quella delle fake news veicolate da M5s e Lega in questi anni allora c’è e ci sarà da preoccuparsi. Nel frattempo, però, un quesito sorge spontaneo. Sarebbe bello sapere che fine hanno fatto quelli che urlavano: “Fuori i partiti dalla Rai”.

C’era una volta la coerenza

C’era una volta il valore della coerenza. Affermare una cosa e restarvi fedele. C’era una volta, sì. E non si parla di mantenere le promesse della campagna elettorale. Quelle, in fondo, lo avevamo capito da un po’ che sono soltanto elenchi di illusioni, parole vuote per sognare, filastrocche buone per conciliare il sonno. Però certi principi generali, tali da definire l’essenza stessa di un politico, quelli li pensavamo al sicuro, al riparo dal tritacarne social che tutto divora, tutto tritura.

Eppure succede che la vita cambi la prospettiva delle cose. Basta poco, dopotutto. Basta passare dai banchi dell’opposizione a quelli del governo. Capita così che Salvini diventi lo statista che difende le istituzioni dai sindaci rivoluzionari, dai primi cittadini che non vogliono saperne di applicare il suo decreto sull’immigrazione.

Ci sta. Eccome se ci sta. Se non fosse che Salvini, che della rivolta dei sindaci parla come di “un fatto gravissimo, del quale risponderanno personalmente, penalmente e civilmente, perché è una legge dello Stato che mette ordine e regole“, è lo stesso che nel maggio 2016 arringava: “Chiederò a tutti i sindaci e amministratori locali di disobbedire a quella che è una legge sbagliata“, quella sulle unioni civili, perché “la disobbedienza alle leggi sbagliate, e per alcuni aspetti discriminatorie, è una virtù“.

Se fai il populista non puoi protestare quando i populisti per una volta li fanno gli altri. Se fai il reazionario quando sei all’opposizione, devi accettare di subire lo stesso trattamento quando ti capita di trovarti al governo.

Al di là delle ragioni giuste o sbagliate dei due provvedimenti (in questo caso il decreto Salvini e all’epoca la legge Cirinnà), non può valere il principio della doppia morale. Se la disobbedienza alle leggi sbagliate era considerata ieri una virtù deve esserlo pure oggi. E non puoi essere tu, firmatario della legge ora sotto accusa, a dire che qui la questione cambia, perché il decreto in questo caso è giusto. Altrimenti parliamo di un editto. E quindi di una dittatura. Basta dirlo. Così, giusto per essere coerenti.