Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.

Meglio la capitana del Capitano

Carola Rackete

Non c’è bisogno di essere di sinistra, di ostentare lo slogan “Restiamo umani” in contrapposizione a quello dei “#portichiusi”, per scegliere il lato giusto della storia nella vicenda della Sea Watch 3, per dire “meglio la Capitana del Capitano”. Non siamo amanti delle forzature, delle violazioni delle acque territoriali, ma ad essere violati per primi sono stati i diritti umani di 43 disperati che stanno friggendo da giorni in mare aperto a poche miglia da quello che ritengono un porto amico, un approdo sicuro. Lampedusa.

Matteo Salvini, sappiatelo, lucrerà su questa violazione da parte della comandante della Ong, la 31enne Carola Rackete, ottenendo tanti consensi così come accadde per la Aquarius prima e per la Diciotti poi. Ma la differenza che passa tra un politico e un acchiappa-voti risiede nella capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, sta nel coraggio di assumere decisioni impopolari purché oneste.

La retorica che Salvini diffonde, invece, quella degli italiani che lo pagano per difendere la Patria, si scontra con una domanda semplice, eppure necessaria: “Ma difendere da chi?”. Dalla comandante Carola? Da 43 uomini e donne che fino a pochi giorni fa sono stati torturati e seviziati nelle prigioni libiche?

Il cinismo di chi esibisce i muscoli, di chi promette di schierare la forza pubblica, di chi del “cattivismo” fa un modo di essere, di chi dice “non sbarcano nemmeno a Natale”, dev’essere smontato da una politica intelligente (Europa, dove sei?).

Perché far sbarcare esseri umani in difficoltà è un dovere, è un obbligo prima di tutto morale. Poi comincia un’altra partita: quella dell’accoglienza. Sono due piani distinti, che Salvini e chi gli fa il verso (tipo una Meloni sempre più macchietta che propone di affondare la nave) tentano di mescolare in maniera subdola, ambigua.

Non serve piangere il giorno dopo sulle foto di un padre e una figlia annegati nel tentativo di varcare un confine. Bisogna agire prima.

Il principio dev’essere: salviamoli tutti, accogliamone una parte.

E’ con questa ricetta, seria, onesta, sensata, che si può condividere e alleggerire il peso dei flussi migratori. Perché pensateci bene: un’estate dopo siamo punto e a capo. Salvini avrà pure aumentato i suoi voti, ma di certo non ha risolto il “problema” migranti.

L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.

Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.

Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Ma quale unità

Renzi e Zingaretti

Non c’è da sorprendersi che il nuovo “leader” di un partito decida di attorniarsi di gente di cui si fida. Chi si meraviglia del fatto che nella nuova segreteria del Pd di Zingaretti non ci sia nemmeno un renziano vive su Marte. Era chiaro fin dall’inizio, fin da prima della vittoria alle primarie, che stava nascendo un nuovo partito. Un nuovo partito che si sarebbe prima o poi scomposto in due partiti. Se non di più.

Perché parliamoci chiaro, gente come Renzi, come Calenda, con le idee di Zingaretti, Zanda, Sereni, mettiamoci pure Bersani, non ha mai avuto nulla a che spartire. Credere che bastasse cambiare leadership, privare un gruppo dirigente della parola “dirigente”, andare in televisione a spiattellare lo slogan “unità, unità” nemmeno il Pd si fosse trasformato in un MoVimento 5 Stelle qualsiasi (lì era “onestà, onestà”) significava entrare in una sessione di auto-convincimento senza approdo.

Ma nascondere la polvere sotto il tappeto non serve, mai. Il caso Lotti-CSM appare per quello che è: un caso che non avrebbe dovuto esserci. Perché non c’è motivo che giustifichi un politico che si interessa delle trame della magistratura. Trame che, peraltro, neanche dovrebbero esserci. Però la messa all’angolo di Lotti da parte della nuova dirigenza, cerchiobottismo di Zingaretti a parte, sa di resa dei conti, di vendetta da consumare sul più vicino a Renzi perché tale, di sfida politica ridotta a faida interna.

Con Zingaretti troppo scaltro per intestarsi la responsabilità dello strappo, sono gli altri ad andare avanti per azzannare il “colpevole” (presunto, non sia mai qualcuno lo abbia scordato). Di fondo c’è una partita a scacchi, parallela a quella del governo, dove Salvini e Di Maio tentano ogni volta di passarsi il cerino per la caduta dell’esecutivo. Così nel Pd, se ancora così si può chiamare, Renzi vorrebbe andare, anzi, dovrebbe andare, ma resta in attesa di condizioni migliori. E Zingaretti, che di Renzi si vorrebbe liberare, non può strappare, per non essere un giorno additato lui, proprio lui, come quello che predicava pluralità, campo largo, ma solo a parole.

E’ l’immagine di un partito destinato ad avere un doppio spartito. Di un partito, se ne prenda atto, che non è un solo partito.

Ne scaturisce un’esclamazione, più che una domanda. Una constatazione, più che un dubbio. Ma quale unità…

Le toghe e il segreto di Pulcinella

Toghe del Csm

Lo scandalo nel CSM si allarga ogni giorno di più. E ogni giorno di più la Giustizia appare agli occhi della gente meno giusta. E’ vero che la commistione tra politica e magistrati è il segreto di Pulcinella. Ma ora che questo segreto è venuto definitivamente a galla è giunto il momento di guardarsi negli occhi, tutti, e di porvi rimedio con serietà.

Dopo anni di proclami e di proposte lasciate cadere nell’indifferenza generale penso sia arrivata l’ora di compiere un taglio netto, di recidere legami inaccettabili, di ripristinare il concetto di separazione dei poteri, in una frase: di abolire le correnti dei magistrati.

Non si capisce per quale motivo un giudice, che dovrebbe essere la personificazione della terzietà, dell’imparzialità, debba collocarsi all’interno di un’associazione che prende posizione politica.

Dico di più: sono dell’idea che un magistrato non possa fare politica. In nessun caso.

L’attuale norma prevede che un giudice non possa essere iscritto ad un partito politico: siamo dinanzi ad una grande ipocrisia, visto che i magistrati possono essere comunque eletti in Parlamento e ad altri incarichi politici da “indipendenti” (per modo di dire).

Attenzione: questo non significa “privare” un cittadino come un altro (in questo caso il giudice) dei suoi diritti politici, ma di “sospenderli”. Tradotto: vuoi fare politica? Rinunci alla carriera di magistrato. Nel momento in cui decidi di scendere nell’agone politico perdi di credibilità e non sei più garante della neutralità necessaria per esprimere un giudizio. E’ come se l’arbitro di una partita di calcio decidesse per qualche minuto di indossare la maglia di una delle due squadre, salvo poi pretendere di tornare a dirigere la gara come niente fosse.

Il presidente emerito della Consulta, Valerio Onida, sostiene che gli eletti nel Csm “devono ricordare che non devono rispondere agli interessi delle correnti quando svolgono le loro funzioni”. Non sono d’accordo. E’ inevitabile che un’associazione che si rifà ad una componente politica sia portata a rispondere ad essa. E’ tragicamente umano che l’associazionismo delle correnti degeneri fino a determinare, come ha sottolineato lucidamente Mattarella, la perdita di “fiducia e prestigio” agli occhi dei cittadini.

Dobbiamo attendere un nuovo scandalo per prendere provvedimenti?